Quante volte leggiamo di opere turistiche realizzate per “valorizzare” territori, luoghi, paesaggi naturali?
Ponti sospesi, panchine giganti, ciclovie, percorsi d’ogni tipo e genere… l’elenco è lungo, già.
Ma veramente la natura ha bisogno di essere “valorizzata”?
O forse siamo noi che dobbiamo saper “valorizzare” i nostri sensi e la cognizione culturale per riuscire a capire che la natura, con tutto quello di unico che sa offrirci in ogni suo angolo, non ha nessun bisogno di essere valorizzata?
Senza contare che troppe volte, nelle circostanze suddette, il verbo “valorizzare” viene applicato nella sua accezione più materiale, di dare un valore di commercio così da poter “vendere” (a volte svendere) il luogo come fosse un bene di consumo. Ma è lecito ragionare così quando si ha a che fare con la natura, patrimonio di tutti noi?
[Cosa cambia nella bellezza del paesaggio dall’immagine in testa al post a questa? Solo la nostra capacità di creature intelligenti e senzienti di percepirla, comprenderla e apprezzarla, che dovremmo saper fare geneticamente, non solo grazie a certi manufatti artificiali.]N.B.: entrambe le immagini sono tratte dal sito web visitlakeiseo.info.
Un viaggiatore che parta per la montagna lo fa perché cerca la montagna, e credo che rimarrebbe assai contrariato se vi ritrovasse la città che ha appena lasciato.
Sapete chi ha scritto queste parole? Non un ambientalista contemporaneo, come si potrebbe pensare leggendo il tono di esse e immaginando ciò a cui si riferiscono.
No, le scrisse Amé Gorret, leggendario prete (assai rivoluzionario) e alpinista valdostano, a fine Ottocento; sono citate nell’ultimo libro di Enrico Camanni, La Montagna Sacra (del quale a breve vi scriverò). Gorret aveva già capito tutto, quasi un secolo e mezzo fa, riguardo quale fine avrebbero fatto molti luoghi montani: diventare delle periferie cittadine in quota e nemmeno delle più belle, urbanisticamente e architettonicamente – al netto del paesaggio circostante, ovvio.
Chissà se aveva pure previsto che oggi, nelle località montane spesso così pesantemente urbanizzate, molti a essere contrariati non sono quelli che in montagna vi ritrovano la città ma proprio quelli che non la ritrovano come vorrebbero, ostaggi di modelli turistici massificati che puntano proprio a questo obiettivo: far sentire il «viaggiatore» a casa offrendogli gli stessi confort cittadini a 2000 metri di quota.
Sono passati quasi 150 anni da quell’affermazione di Gorret, appunto, e viene da pensare che, per certi aspetti, le montagne non si sono affatto “sviluppate”. Anzi.
[Il Monveso di Forzo, la “Montagna sacra”.]Il progetto della “Montagna Sacra”, dibattuto, criticato, disapprovato, da qualcuno osteggiato ma sempre, quando ciò è accaduto, per un’analisi troppo superficiale (se pur legittima, ma tant’è) dell’idea, con il tempo sta guadagnando invece sempre più consensi, cognizioni, condivisioni. Lo ha dimostrato bene la recente ospitata su Rai3, nel programma “Quante Storie” condotto da Giorgio Zanchini, dell’amico Enrico Camanni, una delle più prestigiose figure della cultura di montagna italiane, in qualità di autore de “La Montagna Sacra” (Laterza), il suo ultimo libro dei cui temi ha discusso con Paolo Cognetti, altra rilevante figura del mondo della montagna. Camanni è anche componente del comitato promotore del progetto, insieme ad altre prestigiose figure e, inopinatamente, a chi scrive.
Potete vedere la puntata di “Quante Storie” cliccando sull’immagine qui sotto.
Sta guadagnando sempre più approvazioni, il progetto della “Montagna Sacra”, in forza dei suoi concetti fondanti principali (dei quali il libro di Camanni offre una notevole dissertazione): quello dell’invasività umana che pervade ogni angolo del pianeta e della conseguente necessità di lasciare spazio alla “alterità” (gli altri esseri viventi), pena il degrado irrefrenabile dell’ecosistema globale; il secondo è quello di conquista, insito nella natura umana ma non più sostenibile, per far laicamente prevalere, per una volta, e almeno in un luogo almeno, l’idea dell’astensione e la necessità di determinare un limite, certamente simbolico ma altrettanto sostanziale nel suo senso, capovolgendo modelli culturali (da no-limits a off-limits) che sulle montagne e non solo lassù hanno cagionato e cagionano impatti non più accettabili. Concetti che sono ben difficilmente confutabili e i quali, sarà evidente, vanno ben oltre la mera discussione superficiale sulla “forma” del progetto, la cui simbolicità provocatoria serve proprio per innescare il dibattito e costringere alla riflessione su temi così importanti eppure largamente sottovalutati.
Per essere chiari, è simbolicamente “Montagna Sacra” il Monveso di Forzo, la vetta protagonista del progetto, ma nei concetti sopra indicati è “sacro” cioè bisognoso di non subire ulteriore invasività antropica e di determinare un limiteal suo sfruttamento (dunque in tal senso inviolabile: a ciò richiama la provocazione suddetta mirata al Monveso di Forzo) il Vallone delle Cime Bianche, il Monte San Primo, il Lago Bianco del Passo di Gavia, il Monte Tonale Occidentale, il Sassolungo, il Passo della Croce Arcana, il Sasso Tetto di Sarnano e ogni altro territorio minacciato da progetti di infrastrutturazione turistica e commerciale palesemente scriteriati e perseguiti soltanto per fini meramente affaristici. Territori da non più violare oltre quanto è già stato fatto e il cui delicato, prezioso, meraviglioso ambiente non può sopportare.
In tal senso il progetto della “Montagna Sacra” propone un rapporto forma-funzione (consentitemi di utilizzare questa definizione, che trovo calzante) profondamente efficace sollecitando la riflessione e la presa di posizione al riguardo. Per questo, appunto, sta ottenendo sempre più consensi e approvazioni. Il dibattito non è più sull’essere favorevoli o contrari ma su come poter concretamente sostenere i suoi concetti di fondo, così necessari, così improcrastinabili per il bene presente e futuro delle nostre montagne e dei territori naturali.
Per saperne di più su “La Montagna Sacra” cliccate qui, mentre per conoscere più approfonditamente il progetto – oltre che attraverso la lettura del libro – e sottoscriverlo potete visitare questa pagina.
Le montagne esistono perché noi possiamo scalarle, possiamo camminarci, possiamo sciarci? Ha senso, in un ecosistema così fragile, perseguire un modello di sviluppo fondato sulla crescita, sull’aumento anno dopo anno di turisti e di impianti? Perché altre culture, dall’Himalaya alle Ande, hanno immaginato l’esistenza di montagne sacre, luoghi da cui l’uomo dovesse restare lontano? Cosa ci insegna questa idea di limite?
Venerdì 5 aprile prossimo arriva nelle librerie La Montagna Sacra (Laterza, collana “I Robinson / Letture”), il nuovo libro di Enrico Camanni, tra le figure più importanti nel panorama italiano della cultura di montagna e membro del gruppo di lavoro che promuove il progetto “Monveso di Forzo, Montagna Sacra”. Già da tali premesse si può comprendere quanto la nuova opera di Camanni risulti significativa per la conoscenza e la comprensione del messaggio alla base del progetto che propone di dichiarare “sacra” la montagna tra la Valle Soana e la Valle di Cogne – variamente citata nel libro – chiedendo a chi vi aderisce di astenersi dalla salita. Una proposta inedita per la cultura occidentale, per certi aspetti “rivoluzionaria”, condensata in un manifesto che è stato firmato da un autorevole gruppo di alpinisti, escursionisti, scienziati, giornalisti, scrittori e attori, riunito nel gruppo di lavoro sopra citato del quale anche io ho l’onore e il piacere di far parte.
[Prime luci sul Monveso di Forzo, la ” Montagna sacra” delle Alpi italiane. Foto di Toni Farina, per gentile concessione.]Inevitabilmente il progetto ha scatenato un dibattito acceso, dividendo il mondo degli ambientalisti e dei frequentatori della montagna. Si tratta di una provocazione che tocca i nervi scoperti della cultura e della sensibilità collettive, proponendo alla società del consumo delle autolimitazioni, e delle riflessioni, che in altre culture sono più che mai condivise. Esistono montagne sacre dall’America Latina all’Australia alle catene himalayane, e migliaia di pellegrini che invece di scalarle le venerano. Di contro il Monveso di Forzo è dichiarato “sacro” nel senso laico del termine, senza alcuna connotazione religiosa ma, appunto, proponendone un’accezione che richiama l’importanza fondamentale dell’idea e della necessità del limiterispetto al livello di invasività che ormai caratterizza la presenza umana sulle montagne e nel resto del pianeta. Una presenza di frequente smodata, posta la realtà ambientale sempre più critica che dobbiamo affrontare su scala globale, i cui effetti si manifestano in maniera particolarmente evidente proprio nei territori montani.
Fare del Monveso di Forzo una vetta inviolabile alle aspirazioni di possesso, dominio e conquista che troppo spesso motivano le azioni dell’uomo, con conseguenze inequivocabilmente deleterie. Un’azione simbolica, certamente, ma dal valore culturale emblematico e potente.
Ne La Montagna Sacra Enrico Camanni ripercorre la storia degli ultimi secoli, dimostrando come la relazione dell’uomo con le montagne, e le Alpi in particolare, sia sempre stata di sottomissione. Prima la religione, poi le guerre, infine il turismo, hanno trattato le cime come luoghi utili agli scopi umani, bellezze da usare, “valorizzare”, conquistare e talvolta abusare. Ancora oggi, nell’epoca della riconversione ecologica, l’unico sviluppo condiviso dalla politica sembra quello di altri impianti, altro cemento, altre speculazioni, dalla spinosa questione delle Cime Bianche sotto il Cervino, ai progetti invasivi sul Sassolungo, nel cuore delle Dolomiti, agli impianti per le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026. Ma davvero non esiste un limite?
Per gentile concessione dell’autore, e in anteprima assoluta, vi propongo di seguito un estratto del libro, la cui lettura – inutile rimarcarlo – è alquanto consigliata.
Fermarsi adesso
Nell’estate del 1907 gira la voce di un treno per il Cervino. Gli svizzeri sono già famosi per le ferrovie d’alta quota, ma non si pensava che si spingessero a tanto e che fosse tecnicamente possibile scalare il Matterhorn in carrozza. Invece il progetto c’è e gli ingegneri lo ritengono realizzabile. La cima più bella e desiderata potrebbe essere infine piegata dalla tecnologia.
«Maledizione! – inveisce l’anziano abbé Amé Gorret, primo salitore della cresta del Leone –. Mi hanno informato di un progetto di cremagliera sul Monte Cervino. Orrore! La scienza si è inaridita fino al punto di distruggere, uccidendo la bellezza e la poesia? Orrore!»
Lo scrittore Charles Gos lo tranquillizza con una lettera: in Svizzera c’è un forte movimento di opposizione e la gente per fortuna non ne vuole sapere. Gorret, rasserenato, gli risponde il 7 settembre:
«Sono felice di sapere che la sottoscrizione per impedire il deturpamento del nostro caro Cervino abbia già raggiunto le 40.000 adesioni. Ma vorrei aggiungere un’altra cosa… Lascio da parte le considerazioni più pratiche: le tempeste improvvise, il fulmine e il metallo, la rottura dei cavi, eccetera. Ma c’è dell’altro, tra il triste e il faceto. Triste: le vittime di un funesto incidente sul percorso non potrebbero aspettarsi nessuna compassione: se lo sarebbero cercato! Comico: un signore e una ricca dama architettano di spedire i loro cappelli sulla montagna senza neppure scomodarsi e poi, nei salotti d’inverno, vanno a mostrare il cappello dicendo: «Questo è stato sul Cervino!», come se ci fossero stati anche loro…»
Nessuno spedì il suo cappello in cima alla Gran Becca, perché vinse il buon senso e nella primavera del 1908 il Cervino venne dichiarato salvo. Intanto il povero Gorret morì nel dubbio il 4 novembre 1907, dopo breve malattia.
La storia è emblematica. Se all’inizio del Novecento si poteva già stendere un binario sulla parete est del Cervino, pensate che cosa siamo in grado di fare oggi. Potremmo spianare le montagne, bucarle, farne ghiaia da costruzione, smontarle a pezzi e rimontarle a Disneyland per i giochi dei bambini, oppure eliminarne definitivamente l’ingombro dalla Terra – ricavando comodi terreni edificabili –, o ancora trasformarle in un paesaggio virtuale. Tutto possiamo, e molto tramiamo, perché la tecnologia ha fatto passi da gigante mentre l’etica ambientale è inchiodata alle leggi del mercato, con un macroscopico squilibrio tra il progresso della scienza e quello della coscienza.
Ancora una volta la storia dell’alpinismo può essere una buona consigliera: quando l’evoluzione è stata affidata ciecamente alla crescita tecnologica (bombole a ossigeno, materiali spaziali, collegamenti satellitari, corde fisse, elicotteri, rifornimenti aerei) l’alpinismo himalayano si è ammalato gravemente, trasformandosi in business dell’estremo e cancellando, con la wilderness, le ragioni stesse della propria esistenza. Per rinascere avrebbe di nuovo bisogno di togliere, alleggerire e autolimitarsi, non per andare contro la storia, ma per continuare a scriverla.
Non è uno scontro tra cattivi e buoni, anche questa sarebbe una semplificazione. È che per la seconda volta nella vicenda umana, l’uomo è completamente responsabile dalla propria sopravvivenza. La prima volta è accaduto alla metà del secolo scorso con l’invenzione, la produzione e l’uso della bomba atomica. La seconda volta è adesso con i gas serra e l’accelerazione del riscaldamento globale, anche se sono circa quarant’anni che la scienza, inascoltata, segnala il fenomeno e ci ammonisce sulle conseguenze. Due volte in meno di mezzo secolo sarebbero troppe anche per un popolo propenso all’autodistruzione, e questo in parte spiega lo smarrimento psicologico, la negazione e la rimozione collettive che tanto ricordano i passeggeri del Titanic che continuarono a ballare mentre il transatlantico affondava nel mare gelato.
E poi c’è il limite, quel destino ineluttabile che ci definisce e al contempo ci impedisce, generando gli innumerevoli, umanissimi e talvolta disperati tentativi di ingannare la finitudine e la morte attraverso il successo, il denaro, il sesso, il potere e altre illusioni di onnipotenza. Non è affatto semplice imporre dei limiti a noi stessi, ed è ancora più difficile porli allo sviluppo sfrenato e dissennato del consumismo, dopo che ha regalato decenni di benessere alla fetta fortunata del mondo, lasciando l’altra a guardare. Il limite è allo stesso tempo il lato più naturale e innaturale della natura umana, e solo i saggi possono aspirare all’equilibrio.
Ma qui non si tratta di saggezza ed equilibrio, qui ormai si parla di sopravvivenza. La recente storia delle Alpi, uno dei territori più fragili e preziosi del pianeta, perfetta rappresentazione del mondo occidentale e del suo modello di sviluppo, mostra quanto il limite sia stato sistematicamente superato e umiliato, e con quale evidenza la natura ci stia presentando il conto. Come scriveva Laura Conti molto tempo fa, «da qui in avanti, il momento più facile in cui fermarsi è ora. Ora è più difficile di ieri, ma è più facile di domani». E oggi è già domani.
(P.S.: questo articolo è stato pubblicato in origine nel blog de “La Montagna Sacra” sul portale Sherpa.org.)
Nell’immagine che vedete qui sopra (è il bacino del ramo lecchese del Lago di Como, con la città di Lecco sovrastata dal Monte Coltignone e dalla Grignetta imbiancata, da me fotografato lo scorso dicembre; per ingrandirla cliccateci sopra) cosa attrae il vostro sguardo? Cosa vi piace e cosa no nel paesaggio ripreso?
Dal mio punto di vista, due sono gli elementi fondamentali che lo sguardo può cogliere: la geografia naturale del territorio, con l’elemento lacustre che sembra mettere ordine con la sua regolarità alle morfologie montane, e la geografia umana, che si manifesta occupando quasi totalmente gli spazi pianeggianti e meno scoscesi del territorio. Probabilmente, la parte di questi spazi che vi risulterà meno gradevole da osservare è quella caratterizzata dai grandi capannoni industriali, anche in forza dell’evidente disordine urbanistico che presenta.
Ne scrivevo anche di recente al riguardo, grazie a una sollecitazione dell’amico Michele Comi: il modo con il quale la nostra civiltà nel corso del tempo ha inscritto la storia della propria presenza nel/sul territorio abitato e vissuto, così elaborandone il paesaggio che oggi vi possiamo leggere, in tempi recenti ha sovente perso la sua “bella scrittura”, l’armonia con il territorio, con la sua geografia, pensando soprattutto alle convenienze proprie di chi ha scritto e non allo stile, non al messaggio che poi tutti quanti avrebbero potuto leggere.
Per certi versi ciò è stato qualcosa di inevitabile e necessario allo sviluppo (e al benessere) della comunità che abita il territorio: quelle grandi realtà industriali hanno fatto la fortuna delle genti locali e ancora oggi, nonostante il contesto differente, continuano a farla. Per altri versi nell’epoca moderna e contemporanea, spesso, tendiamo a considerare funzionalmente inevitabili cose che invero non lo sarebbero o non lo potrebbero essere, e quando ciò accade è soprattutto perché alle nostre azioni togliamo la componente derivante dalla visione olistica del futuro, cioè la consapevolezza di ciò che le nostre azioni apporteranno al luogo nel quale le mettiamo in atto e a tutto quanto esso contenga, in primis la componente umana e dunque le conseguenze sul modus vivendi degli abitanti, sia materialmente che immaterialmente.
In altre parole, un paesaggio come quello ritratto nella mia fotografia – peraltro assai solito nel nostro paese, inutile rimarcarlo – rappresenta anche una manifestazione dello scollamento che dall’inizio dell’era industriale in poi si è generato tra cultura umanistica e cultura industriale: uno scollamento forse inevitabile, per come lo sviluppo della nostra civiltà nei propri contesti territoriali si è evoluto nel tempo, ma che forse poteva e doveva essere meglio gestito e, prima di ciò, meglio intuito, compreso e dunque elaborato. Cosa che tutt’oggi mi pare avvenga molto raramente, nonostante l’ampia esperienza ormai acquisita.
A ben vedere, si potrebbe pure riportare il suddetto scollamento alla ormai cronica antitesi tra ecologia e economia, due parole (e due definizioni) in origine sorelle – la radice greca eco- cioè οἴκος / oikos, “casa”, lo palesa bene – ma verso le quali la civiltà umana si porta appresso la colpa (grave) di averle messe in conflitto (come scrissi già tempo fa), con le pesanti conseguenze che tutti subiamo.
Sarebbe bello se gli amministratori dei territori che godono della fortuna di avere delle alture e dei punti panoramici dai quali poter contemplare i luoghi amministrati vi salissero spesso e da lassù passassero del tempo a osservarli, dunque non con sguardo spensierato durante momenti ludico-ricreativi ma proprio come esercizio frequente di percezione, analisi, comprensione del paesaggio che devono gestire nonché come pratica di relazione culturale con esso. Spero che quelli di loro che possono lo facciano spesso, appunto: sono convinto che possa essere una visione molto più utile e funzionale di qualsivoglia carta topografica da piano regolatore, strumento amministrativo che semmai acquisirà ancora più chiarezza e determinazione proprio in forza di quelle esperienze osservative.
E sarebbe bello anche se ciascun abitante del territorio ogni tanto si applicasse in questo esercizio di osservazione analitica e di comprensione della parte di mondo nella quale vive e con la quale interagisce, andando oltre la mera elaborazione estetica di esso – che è comunque importante ma non è, e non può essere, l’unica che dia senso all’osservazione dei luoghi. Viviamo in un paese che ha praticamente messo da parte – per non dire messo al bando – la geografia, disciplina ritenuta superflua e inutile la cui conoscenza (anche a livello scolastico) è invece da sempre e sempre risulterà fondamentale per permetterci di vivere (in) un luogo nel modo migliore possibile per il luogo e per noi stessi, intessendo la relazione culturale che dà senso e sostanza alla pratica dell’abitare in quel luogo.
Tutto questo potrebbe sembrare qualcosa di poco importante e troppo “filosofico”, lontano dalla concretezza pragmatica che deve contraddistinguere la nostra quotidianità; invece è uno degli aspetti basilari – se non quello più importante di tutti, in assoluto – per farci stare bene nel luogo in cui viviamo, e di conseguenza farci sentire bene dentro, in armonia con noi stessi e con quanto abbiamo intorno. Noi che non a caso siamo il mondo che viviamo al pari di come le modalità attraverso le quali lo trasformiamo per viverlo palesano chi e cosa noi siamo.
Ecco, penso che sarebbe buona cosa se le tenessimo il più possibile presenti, queste evidenze. Male di sicuro non ci farebbe. Anzi.