Un caloroso consiglio agli amici di Milano – e a chi vi si possa recare.
Domani 11 dicembre a Milano, in occasione della Giornata Internazionale della Montagna, ERSAF – Ente Regionale per i Servizi all’Agricoltura e alle Foreste, in collaborazione con la sezione di Milano del Club Alpino Italiano, propone una serata per parlare di turismo invernale nelle Alpi: un tema che da un inverno all’altro si fa sempre più delicato e, per molti versi, tribolato.
L’epoca dello sci inteso come fenomeno di massa sembra infatti essere giunta al termine, e alcune località si stanno attrezzando per proporre un turismo alternativo, più in linea con le esigenze dell’ambiente e con la crisi climatica. È una delicata situazione di passaggio, dai risvolti complessi, illustrata dall’autore (con Michele Nardelli) del libro “Inverno liquido” Maurizio Dematteis – direttore di “Dislivelli.eu” – insieme al direttore di “Meridiani Montagne” Paolo Paci: entrambe figure del mondo della montagna (e non solo) di grande prestigio e molteplici preziose competenze che è sempre bello e istruttivo sentir parlare.
La serata è in ricordo di Lisa Garbellini, dipendente ERSAF prematuramente scomparsa che si è a lungo occupata di tematiche legate alle terre alte, e rientra all’interno del festival “Leggere le Montagne”, che dal 2015 celebra la Giornata Internazionale della Montagna con una serie di iniziative letterarie e culturali lungo l’intero arco alpino.
L’ingresso è libero (alle ore 19 presso la sede del CAI Milano, in via Duccio di Boninsegna 21/23) e ai presenti sarà offerto un rinfresco finale con prodotti tipici della montagna lombarda.
[Foto di Simone Foglia, tratta dalla pagina Facebook “Salviamo il Lago Bianco“.]Venerdì prossimo 15 novembre sarò a Milano, a Palazzo Marino, in occasione della cerimonia di premiazione dei vincitori del Premio Marcello Meroni 2024, uno dei più importanti riconoscimenti italiani per chi operi a vario titolo sulle e per le montagne «con discrezione, dedizione, originalità, valenza sociale, solidarietà, particolari meriti etici e culturali e in modo volontaristico», come recita il regolamento del premio.
Sarà un grande onore e un vero piacere essere lì per presentare la candidatura – portata avanti da me e da Stefano Morcelli della sezione valtellinese del Club Alpino Italiano, e dopo quella altrettanto vittoriosa dello scorso anno per Michele Comi – vincitrice nella categoria “ambiente”, quella di Marco Trezzi in rappresentanza del Comitato “Salviamo il Lago Bianco”, protagonista della vittoriosa battaglia per la salvaguardia del meraviglioso bacino lacustre naturale nei pressi del Passo di Gavia e del suo territorio di inestimabile valore naturalistico dal cantiere con il quale si volevano captare le sue acque per alimentare l’impianto di innevamento artificiale delle piste da sci di Santa Caterina Valfurva. Un progetto a dir poco scellerato, ancor più perché sostenuto persino dall’ente che dovrebbe garantire la salvaguardia del luogo, il Parco Nazionale dello Stelvio, nella cui zona di massima tutela il Lago Bianco è posto, che un grande movimento spontaneo di appassionati di montagna, per la cui azione Marco ha rappresentato un riferimento fondamentale oltre che la fonte originaria, è riuscito a porre all’attenzione dei media nazionali e locali e a bloccare, obbligando le autorità responsabili a stralciarlo dalle opere previste sul territorio e a dovere garantire la rinaturalizzazione.
[Marco Trezzi fotografato da Fabio Sandrini, un altro componente del Comitato “Salviamo il Lago Bianco”.]Quella a favore della tutela del Lago Bianco è stata una vittoria di molteplice valore emblematico, scaturita dalla più autentica passione per la montagna, dalla sensibilità verso la sua bellezza e la sua importanza, dalla cura particolare per il luogo e in generale di tutti i territori montani in quanto ambiti fondamentali per tutti: doti che Marco ha da subito e sempre manifestato e compendiato in modi che, come detto, hanno sollecitato il sostegno attivo alla causa di innumerevoli altri appassionati di montagna (e non solo), fino a formare una massa critica che le istituzioni non hanno più potuto ignorare. Per questo, pure, la difesa del Lago Bianco è emblematica per molte altre azioni in corso a tutela di territori montani minacciati da similari progetti scriteriati: fare qualcosa, anzi, fare moltissimo per contrastarli e bloccarli si può, se si ha la volontà di farlo e, ancor prima, se si è in grado di comprendere l’importanza di farlo.
[“Giornale di Brescia, 6 agosto 2024.]A tal proposito un grande merito deve essere riconosciuto alla giuria del Premio Meroni che lo scorso hanno, per la stessa categoria “ambiente”, ha premiato e così riconosciuto l’importanza altrettanto emblematica dell’opera di Annamaria Gremmo in rappresentanza del progetto fotografico “L’Ultimo Vallone Selvaggio. In difesa delle Cime Bianche” contro lo scellerato progetto sciistico-funiviario che distruggerebbe uno dei territori d’alta quota più belli, e tra i pochi ancora non antropizzati, della Valle d’Aosta. Sarà un passaggio di consegne che migliore e più significativo non poteva essere, tessendo un solido filo rosso tra due luoghi tanto meravigliosi quanto emblematici, appunto, di quello che oggi deve e domani dovrà essere il nostro rapporto con le montagne, con l’ambiente, con i territori naturali, con i loro paesaggi e, dunque, con noi stessi. Il tutto con l’augurio che il riconoscimento a Marco Trezzi per la vittoria nell’azione a difesa del Lago Bianco sia di buon auspicio per una pari vittoria nella salvaguardia del Vallone delle Cime Bianche e, di rimando, di tutti i territori montani minacciati da progetti e iniziative similmente scriteriate. Un auspicio che spero assai potente, visti quanti di quei territori sotto minaccia ci sono, sulle montagne italiane.
Dunque, ci vediamo venerdì a Milano; trovate tutte le info al riguardo nella locandina sopra pubblicata. Anche essere presenti in sala sarà importante: un segno concreto di vicinanza ai premiati e, ancor più, alle nostre montagne.
P.S.: vi ricordo che gli amici del progetto fotografico “L’Ultimo Vallone Selvaggio. In difesa delle Cime Bianche” Annamaria Gremmo, Marco Soggetto e Francesco Sisti, questa sera lo presenteranno e racconteranno la causa in difesa del Vallone delle Cime Bianche a Cermenate (Como), come indicato nella locandina qui sotto:
Due luoghi alpini emblematici, piuttosto lontani tra di loro ma che si sono ritrovati vicini – molto vicini – nella potenziale sorte che li minaccia, entrambi messi nel mirino della più scriteriata e distruttiva speculazione turistica: il primo con il progetto di collegamento funiviario tra i comprensori sciistici di Cervinia-Zermatt e del Monterosa Ski, il secondo con i lavori di captazione delle acque per l’alimentazione dell’impianto di innevamento artificiale delle piste di Santa Caterina Valfurva.
Minacce differenti nella forma (la prima più sfacciata, la seconda più subdola) ma entrambi a loro modo devastanti nella sostanza: per fortuna, i lavori al Passo di Gavia sono stati fermati dall’azione appassionata ed efficace del Comitato “Salviamo il Lago Bianco”, che è riuscito a farli stralciare e a sospendere il cantiere, ottenendo garanzie sulla rinaturalizzazione del territorio distrutto dal cantiere; un comitato altrettanto fervido e attivo è da tempo al lavoro per fermare anche il progetto nel Vallone delle Cime Bianche, preservandone l’unicità ambientale e paesaggistica per quella regione delle nostre Alpi.
A breve i due luoghi saranno emblematicamente uniti anche da una bellissima cosa che li accomunerà e accosterà il lavoro di chi li ha e li sta difendendo, un’occasione prestigiosa e forse unica, mai accaduta prima. Ve ne parlerò presto (se già non ne avete avuto notizia), nell’attesa che il Vallone delle Cime Bianche e il Lago Bianco del Gavia siano accomunati anche dal definitivo lieto fine delle loro sconcertanti vicende.
Come disse il grande John Muir, «non cieca opposizione al progresso ma opposizione al progresso cieco»: dobbiamo unire le forze contro chi si palesa talmente cieco da non vedere e non capire la bellezza assoluta delle nostre montagne e le loro valenze fondamentali, arrivando a pensare di poterle distruggere per mera speculazione e brama di profitto. Non è questo lo sviluppo di cui hanno bisogno le nostre Alpi ma è la loro condanna, non dimentichiamocelo: è “roba nostra”, patrimonio di tutti noi, lasciarcelo distruggere in questi modi sarebbe veramente un’idiozia assoluta.
P.S.: trovate qui tutti gli articoli che ho dedicato alla causa di difesa del Vallone delle Cime Bianche, mentre gli articoli scritti sulla vicenda del Lago Bianco li trovate qui.
«Lago di Cusio? E dove diavolo si trova?» si chiederà qualcuno.
In effetti non è così noto che Cusio è l’altro nome del Lago d’Orta, uno dei grandi laghi prealpini italiani, il sesto in ordine di grandezza (dodicesimo su scala nazionale), che con quel nome identifica poi l’intero territorio circostante, il Cusio, una delle numerose regioni storico-geografiche (come il Montefeltro, l’Etruria o l’Irpinia, per citarne qualcun’altra) che contraddistinguono l’Italia per certi versi più delle regioni politico-amministrative, e che molti avranno “riscoperto” sentendola citata nella denominazione della provincia del Verbano-Cusio-Ossola, nata nel 1992.
[Il lago pressoché per intero visto dal Santuario della Madonna del Sasso. Foto di Alberto Orlandini, pubblico dominio, fonte commons.wikimedia.org. Cliccate sull’immagine per ingrandirla.]«Ok, il Cusio è il Lago d’Orta. Ma perché è sottosopra?» rilancerà qualcun altro.
Be’, ovviamente se visitate la zona non dovete aspettarvi di avere il lago sopra la testa e il cielo sotto i piedi! In realtà non si tratta di un capovolgimento verticale ma orizzontale: infatti il Lago d’Orta – altra cosa poco nota – è l’unico tra i laghi prealpini italiani il cui emissario, il Nigoglia (ma in zona è la Nigoglia, al femminile), defluisce verso nord cioè in direzione delle Alpi, non della Pianura Padana, dando così l’impressione di scorrere in salita, non in discesa. Tale apparente stranezza rende il lago d’Orta un’autentica rarità geografica: in effetti il lago occupa il letto di un ramo laterale dell’antico ghiacciaio del Sempione che risaliva una precedente valle fluviale fino a che la fronte generò i rilievi morenici che tappano il bacino verso sud, a monte dell’abitato di Gozzano. Il ramo principale del ghiacciaio, invece, qualche km a nord dell’attuale lago scorreva verso oriente unendosi al Ghiacciaio del Ticino, che stava escavando il bacino dell’attuale Lago Maggiore. Per tale motivo il Lago d’Orta si trova ad una quota di circa 100 metri superiore a quella del Lago Maggiore: la Nigoglia così percorre al contrario, cioè verso nord e le Alpi, il solco vallivo lasciato dal ritiro del Ghiacciaio del Sempione fino a che trova il fiume Toce, proveniente dalla Val d’Ossola, nel quale alle acque del Cusio gioco forza tocca fare dietrofront e tornare a scorrere “normalmente” verso sud e la Pianura Padana, fluendo nel Verbano e poi con il fiume Ticino nel Po.
[Per intenderci…]«Ok, il Lago d’Orta si chiama anche Cusio ed è messo al contrario, ma perché sarebbe nato due volte?»
Ecco, questa è un’altra verità che pochi conoscono ma che a sua volta rende il Lago d’Orta un luogo speciale. È una storia in origine inquietante, ma per fortuna ha un lietissimo fine.
Dovete infatti sapere che il Lago d’Orta, fino ai primi del Novecento dotato di acque assai pure e pescosissime perché inserito in un territorio dall’economia sostanzialmente rurale nel quale le industrie erano pochissime, dunque pressoché privo di scarichi inquinanti, ancora fino a cinquant’anni fa veniva considerato un lago morto. Addirittura, nel 1983 alcune analisi lo decretarono lo specchio d’acqua più acidificato del pianeta.
Ciò in quanto a partire dal 1926-1927 il lago fu gravemente inquinatodagli scarichi di rame e solfato d’ammonio dell’industria tessile tedesca Bemberg, che aveva uno stabilimento a Gozzano, sulla sponda meridionale del lago, e produceva rayon – una fibra trasparente che si ottiene dalla cellulosa, detta anche seta artificiale – con il processo cupro-ammoniacale; in pochi anni il lago diventò invivibile per la maggior parte degli organismi in esso presenti. Nonostante tale degrado già intenso delle acque, l’inquinamento continuò negli anni successivi: i metalli scaricati dalle attività elettrogalvaniche (quali i sali di rame, cromo, nichel e zinco) aggravarono le condizioni del lago accentuando ulteriormente l’acidificazione dell’intera massa lacustre provocata dai processi di ossidazione biochimica dell’ammonio a nitrato.
[Veduta dal lago di Orta San Giulio, eletto tra i “borghi più belli d’Italia” dal Touring Club Italiano. Foto di Steffen Zimmermann da Pixabay.]La situazione diventò palesemente insostenibile negli anni Novanta: in buona sostanza, un territorio paesaggisticamente pregevole e di grande potenzialità turistica conservava tra le sue pieghe un gigantesco serbatoio di acqua avvelenata. Nel 1990 venne dunque avviata un’esemplare operazione di risanamento delle acque del lago e di conseguente recupero dell’ecosistema, che è tuttora in corso. Già nell’arco di pochi anni, con un imponente intervento di liming – un procedimento chimico che, tramite l’apporto di sali di calcio o magnesio nel terreno oppure nelle acque, neutralizza l’acidità del suolo o dell’acqua aumentando l’attività dei batteri restituendogli così le sue funzioni nutritive – il lago d’Orta è letteralmente rinato, tornando a presentare una situazione delle acque simile a quella precedente all’inizio dell’industrializzazione del suo territorio, fino a risultare oggi tra i laghi italiani con una qualità dell’acqua tra le più elevate in assoluto, certificata dall’ottenimento della “Bandiera Blu” di Legambiente. Un lieto fine con un salvataggio del lago che è stato ed è ancora oggi portato ad esempio e studiato in tutto il mondo. Di contro, la venefica Bemberg dopo varie vicissitudini industriali e economiche ha definitivamente chiuso nel 2009: il suo gigantesco stabilimento, un autentico ecomostro di cemento cadente che nessuno vuole acquistare, è visibile lungo la strada che da Gozzano porta verso il lago. Un lieto fine con annessa rivalsa, in pratica.
Insomma, il Lago d’Orta o Cusio dei bacini lacustri prealpini italiani non è tra i più grandi ma di sicuro ha grandi storie da raccontare, che veramente lo rendono a suo modo un posto speciale. Io ci sono stato di recente (vedete lì sopra una mia galleria fotografica – da non fotografo quale sono, sia chiaro), apprezzando la placida bellezza del suo territorio e l’atmosfera d’antan che vi si respira, quasi come se sulle rive del lago fosse rimasta “impigliata” la dimensione temporale di un secolo e più fa, quando cominciò a diventare turisticamente rinomato e sede di villeggiature anche altolocate. La maggior parte delle persone conosce il Lago d’Orta per la presenza di quella che è forse l’isola lacustre italiana più fotografata in assoluto, la super scenografica San Giulio, presa d’assalto dai turisti ormai lungo tutto l’arco dell’anno, ma il Cusio in effetti offre numerosi altri luoghi e angoli estremamente suggestivi che richiamano una frequentazione lenta, attenta, quasi meditativa, con la quale mettersi in ascolto del paesaggio per udire le sue numerose suggestive narrazioni e lasciarsene inesorabilmente affascinare.
Sabato e domenica prossimi, e poi il successivo fine settimana del 28 e 29 settembre, entrerà nel vivo Alt[R]o Festival, la rassegna di cammini ed eventi diffusi sul territorio della Valmalenco nata nel 2019 dal desiderio di raccontare alle persone un diverso modo di vivere la montagna, fuori dagli schemi consueti, offrendo spunti che facciano comprendere che la bellezza si nasconde anche nell’ordinario, nelle terre di mezzo tra vette celebrate e fondivalle congestionati e negli spazi dimenticati.
Ve ne scrivo perché, ovviamente, vi consiglio caldamente di partecipare, almeno ad uno oppure a più eventi tra quelli offerti dal programma di quest’anno. E se non vi basta tale mio consiglio caloroso e volete un ulteriore buon motivo per salire in Valmalenco, ve ne do uno in aggiunta ai tanti stimoli che già potete trovare nel sito web: dovete partecipare perché Alt[R]o Festival, in soli cinque anni dalla sua nascita, è diventato uno dei festival più belli, affascinanti e esperienziali delle Alpi italiane. Una rassegna dalla quale, in buona sostanza, tornerete a casa sentendovi bene più di prima, ecco. Scommettiamo?
Come accennato, trovate il dettaglio di tutti gli eventi in programma e le modalità per iscrivervi e partecipare nel sito web di Alt[R]o Festival, qui.