Da «Sapiens» a «Silvaticus» il passo è breve (se è nel bosco)

[Foto di Harmony Lawrence da Pixabay.]
Sono certo che anche a molti di voi come a me, camminare nei boschi e nelle foreste sia una cosa che ci faccia stare bene nel senso più compiuto della definizione, ci genera una vivida sensazione di benessere, di equilibrio – al netto di quelle pratiche come il forest bathing, il tree hugging e altre simili che, con tutto il rispetto per chi le pratica, a me danno sempre una certa sensazione di affettazione modaiola.

Posto ciò, mi chiedo dunque perché lo stare in un bosco mi faccia sentire così bene, forse come in nessun altro ambiente che abitualmente frequento. E siccome capisco che sia qualcosa che vada indagato nel profondo, che non sia sufficiente analizzato nella mera materialità, cerco qualche indizio dove so bene che vi siano profondità da esplorare, in grado di custodire nozioni importanti: nelle parole e nella loro etimologia.

L’associazione tra bosco e natura selvaggia affonda le sue radici anche nell’etimologia. Si ritiene che i due termini inglesi wild e wood provengano entrambi dalla radice wald e dall’antico teutonico walthus, che significa «foresta». Walthus entrò nell’inglese antico nelle varianti weald, wald e wold, usate per designare sia un «luogo selvaggio» sia un «luogo silvestre», in cui sopravvivevano animali selvatici – lupi, volpi, orsi. Natura selvaggia e bosco sono uniti anche nella parola latina silva, che significa «selva», e da cui emerge il concetto di «selvaggio» nella sua connotazione ferina.

[Robert Macfarlane, Luoghi selvaggi. In viaggio a piedi tra isole, vette, brughiere e foreste, Einaudi, 2019, pagg.93-94.]

[Silvia De Bastiani, acquerello su carta Winsor & Newton, 2018.]
Ecco. A quanto denotato da Macfarlane aggiungo che pure il termine italiano «foresta» ha un’etimologia che a sua volta richiama il mondo selvatico. La parola deriva dal latino medievale forestis (o foresta), che a sua volta affonda le proprie radici nell’avverbio latino foris, il cui significato è «fuori». In origine indicava un «bosco esterno», ossia un’area selvaggia situata fuori dai centri abitati e dai terreni coltivati. Il termine era anche associato all’espressione foris stare («stare fuori»), dalla quale derivano forestiero («colui chi viene da fuori») e l’ormai desueto aggettivo forastico («selvaggio», «esterno»).

Il termine «bosco», invece, deriva dal latino medievale boscus (o buscus/busca), a sua volta proveniente dalle lingue germaniche: la radice originaria è rintracciabile nell’antico alto tedesco busk, che significa «cespuglio» o «arbusto». Boscus ha sempre indicato una porzione di vegetazione “addomesticata”, sfruttata direttamente dall’uomo per la legna, il pascolo o come riserva di caccia, in contrapposizione a silva ovvero – come detto – la foresta incontaminata, il luogo selvaggio e spesso associato a pericoli.

Poste tali evidenze, non serve poi rimarcare che nel nostro linguaggio comune bosco e foresta assumono significati e accezioni del tutto sovrapposte. I due termini si trovano anche nella lingua anglosassone, wood e forest, nella quale invece l’accezione selvatica è stata formalmente (ed è comunemente) associata al primo in forza della sovrapposizione germanica dei due termini.

[Vagabondando per le faggete dei monti sopra casa, qualche anno fa.]
Bene: appurato tutto ciò, e riflettendo sulle indicazioni che le parole citate e le rispettive etimologie mi forniscono, penso che forse quello stato di benessere profondo che provo stando nel bosco, vagandoci dentro, possa essere in qualche modo legato alla primordiale natura selvatica che, in quanto animali, noi umani abbiamo dentro, seppur dimenticata chissà dove, ignorata, rifiutata o negata. Quell’anima selvatica che, nel bosco, torna in superficie e riattiva la mia (nostra) relazione primigenia con la Natura, mi rimette in connessione con essa, con la sua vitalità assoluta, mi fa ritrovare una condizione antica e assoluta che da Sapiens non considero più per convenienze e convinzioni funzionali al vissuto quotidiano ma che ho sempre dentro, che tutti abbiamo dentro e che, quando si rigenera, ci rigenera riportandoci allo stato di equilibrio primordiale assoluto con il mondo in cui viviamo, il tutto manifestato nel qui-e-ora in modo inopinato e sorprendente, dunque emozionante, quindi in grado di alimentare una sensazione di benessere – ben-essere, essere nel posto giusto al momento giusto e lì stare bene come altrimenti non si può stare. Non perché non si possa in senso assoluto, ma perché si possa solo nelle particolari condizioni che a me dà lo stare nel bosco, appunto.

È così che vanno le cose, dunque? Magari sì, chissà.

Be’, forse posso solo capirlo in modo ancora più compiuto, e rispondermi per bene a quella domanda, tornando di nuovo nel bosco. Già.

P.S.: tutte (o quasi) le altre volte che ho scritto di boschi e foreste le trovate qui.

Buoni motivi per isolarsi dal mondo

[Foto di Robert Hrovat da Pixabay.]

RAGIONI PER LE QUALI MI SONO ISOLATO IN UNA CAPANNA
Parlavo troppo
Desideravo il silenzio
Troppa corrispondenza arretrata e troppa gente da incontrare
Ero geloso di Robinson
Fa più caldo qui che nella mia casa di Parigi
Perché sono stufo di fare acquisti
Per essere libero di urlare e vivere nudo
Perché detesto il telefono e il rumore dei motori.

A pagina 103 del suo Nelle foreste siberiane (Sellerio, 2012), lo scrittore e viaggiatore francese Sylvain Tesson elenca le ragioni per le quali ha scelto di isolarsi per sei mesi in una capanna sulle rive del lago Bajkal, in Siberia, tra l’inverno e l’estate del 2010, a decine di miglia da qualsiasi altra presenza umana; l’immagine lì sopra vi può far capire il luogo. Una scelta sicuramente estrema che tuttavia a molti, credo (soprattutto a chi come me sia un “discepolo” di Thoreau), sarà venuta in mente qualche volta, magari senza finire in capo al mondo (o quasi) come Tesson ma facendosi bastare una baita in qualche valle poco o nulla abitata tra le montagne a qualche ora di cammino dal villaggio più vicino, oppure un isolotto disabitato a sufficiente distanza dalla costa e dalla “civiltà”. Ma se mai decidereste di farlo, per quali motivi lo fareste?

Io per questi:

  • Non avere più l’obbligo di controllare date e ore.
  • Non avere più l’obbligo di dover dire cose a qualcuno ne di dover ascoltare qualcuno.
  • Essere libero di poter fare cose e non di dover fare cose.
  • Leggere un sacco, scrivere un sacco.
  • Dormire tantissimo per recuperare anni di sonno arretrato.
  • “Sentire” il silenzio ovvero ascoltare i soli suoni della Natura.
  • Provare a capire quali cose della mia vita siano veramente utili e quali veramente superflue.
  • Osservare la Natura e il cielo stellato per ore intere.
  • Vivere la solitudine vera per poi (ri)vivere meglio la socialità, quando torno.
  • Capire se la parte selvatica che io credo di avere si manifesti sul serio o sia solo una stupidaggine.
  • Sperimentare la situazione vissuta da Thoreau in Walden ma pure dal protagonista del romanzo Dissipatio H.G. di Guido Morselli.
  • Non doversi curare di ciò che accade nel mondo.

Ecco. Più o meno sono questi, i miei motivi. Magari voi direte: be’, ma per fare alcune di queste cose non c’è bisogno di isolarsi chissà dove per chissà quanto tempo! Forse sì, è vero, ma credo che ciò sia comunque qualcosa che ognuno può e deve decidere personalmente come fare. C’è chi ha bisogno di rumore per riuscire a concentrarsi e chi di silenzio assoluto, ad esempio: dipende da persona a persona insomma, e per esperienza personale credo che l’isolamento, idealmente in montagna, a me aiuterebbe molto a realizzarle in modo compiuto e proficuo. Che è poi ciò che conta, del farle.

E i vostri motivi, invece, quali sono?

Chi se ne frega del Monte San Primo!

Dall’alto dei 161,2 metri di Palazzo Lombardia, sede della Giunta Regionale Lombarda, il Monte San Primo si vede benissimo. Che poi da lassù lo riconoscano è un altro discorso. Però vedere senza sapere e dunque capire è come non vedere nulla. E se non si vede – se non si vuol vedere nulla, non si capisce niente. Oppure si vede solo ciò che si vuol vedere, che magari nemmeno esiste ma ci si autoconvince del contrario – in psicologia si chiama allucinazione, già.

Ecco, probabilmente dall’alto di Palazzo Lombardia la Giunta Regionale crede di vedere il San Primo alto più delle Grigne, delle Alpi Lepontine e delle Pennine, lo vede innevato, pensa che lassù faccia un gran freddo, altro che cambiamento climatico e «stupidaggini» simili, e crede che i soldi dei contribuenti possano essere spesi così, d’emblée (participio passato del verbo francese antico embler che significa «rubare»), a riportare lo sci lassù, sul San Primo, e che sarà un investimento di successo, logico, razionale, scientificamente ineccepibile, perché l’importante è credere alle proprie verità e dichiarare “false” quelle degli altri. Ecco.

Viene da pensare questo a leggere le notizie che riferiscono del “silenzio-assenso” (che nella pubblica amministrazione è un istituto giuridico) della Giunta Regionale lombarda riguardo il progetto sciistico sul Monte San Primo, sotto i 1200 metri di quota, spendendo in totale cinque milioni di Euro di soldi pubblici. Alla faccia di qualsiasi logica, di qualsiasi analisi (persino dei propri enti), di qualsiasi figura di me…lma a livello internazionale (peraltro già consolidatasi, visto le numerose testate estere che insieme a quelle nostrane hanno denunciato negli anni l’assurdità del progetto), alla faccia di tutto e di tutti e, in primis, del Monte San Primo, del suo paesaggio, del suo ambiente naturale, della sua bellezza, del suo futuro.

Già, probabilmente la Giunta Regionale lombarda dal proprio palazzone milanese lo vedrebbe, il Monte San Primo, ma non lo riconosce e, temo, nemmeno lo guarda, nemmeno lo considera. Chi se ne frega di dov’è, cos’è, quanto è alto, quanto ci nevica o no, di quanto è bello e pure dei soldi che ci vuole spendere ovvero, sostanzialmente, sprecare. Negli stati allucinatori si smarrisce qualsiasi connessione con la realtà, si vede ciò che non esiste, si crede vero ciò che è falso, si sostengono cose totalmente infondate. Si arriva a credere di poter sciare su montagne dove non si nevica più e non si capisce che, invece, quelle montagne le si sta distruggendo.

È una cosa accettabile questa, secondo voi, cioè che una meravigliosa montagna ricca di fascino e attrattive venga degradata, svilita, distrutta per una mera, strumentale, autoritaria allucinazione trasformata in decisione politica?

Il punto sulla questione della “Tangenzialina dell’Alute” di Bormio, tra caciara politica, ambiguità regionale e volontà popolare

La vicenda della “Tangenziale dell’Alute”, la contestatissima strada che il Comune di Bormio vorrebbe realizzare nell’omonima piana, vero e proprio paesaggio identitario (forse l’ultimo in tal senso) del territorio bormino che ne uscirebbe distrutto per il solo beneficio di sciatori e immobiliaristi, è diventata un caso politico. Dopo anni di indifferenza pressoché totale, i partiti si sono accorti della vicenda e, immediatamente, l’hanno strumentalizzata gettandola in caciara (già becera, peraltro): d’altronde è ciò che alla politica italiana viene meglio, lo sappiamo ormai bene tutti. E sul caso ora si stanno innestando le lotte di potere tra schieramenti opposti e nella stessa parte alla quale apparterebbe l’amministrazione comunale di Bormio in carica: non so se questo porterà beneficio alla causa a difesa della piana dell’Alute che da anni porta avanti il Comitato civico “Bormini per l’Alute” con il quale ho avuto l’onore di collaborare, perorando la tutela della piana, oppure se la caciara politico-ideologica farà diventare la Tangenzialina uno strumento di propaganda di chi insiste a volerla imporre e realizzare.

A tal riguardo, lo scorso 30 aprile nella sede della Regione Lombardia si è tenuta un’audizione della Commissione Infrastrutture dedicata alla Tangenzialina «richiesta – come riporta il quotidiano “SondrioToday” – da Fratelli d’Italia per ascoltare le posizioni del territorio. Presenti rappresentanti istituzionali e associazioni, tra cui il Comitato a tutela dell’Alute con l’avvocato Stefano Clementi, mentre è stata rilevata l’assenza del sindaco di Bormio Silvia Cavazzi.» Posto che a tal punto bisogna attendere il pronunciamento del TAR previsto per il prossimo 22 maggio in forza del ricorso presentato lo scorso novembre dalla sezione sondriese di Italia Nostra e dal Comitato in difesa dell’Alute, dall’audizione del 30 aprile è emersa – sempre stando a quanto riferito da “SondrioToday” – dai “referenti di Regione Lombardia” una cosa sbagliatissima e pure un po’ offensiva:

In attesa della pronuncia del Tar fissata per il 22 maggio, durante l’audizione i referenti di Regione Lombardia hanno chiarito un punto decisivo: ogni scelta sulla realizzazione della strada nella piana dell’Alute spetta esclusivamente all’amministrazione comunale di Bormio, che potrà decidere se procedere oppure rinunciare all’intervento.

No! La decisione sulla Tangenzialina dell’Alute spetta alla comunità di Bormio, e in base alla volontà popolare l’Amministrazione comunale stabilirà il da farsi, non viceversa! Tanto più che la Giunta in carica ha dimostrato più volte un atteggiamento fazioso e molto poco democratico nonché rispettoso riguardo la propria comunità, a partire dall’assoluta mancanza di ascolto e interlocuzione con gli abitanti del territorio bormino – atteggiamento ben confermato dall’assenza del Sindaco di Bormio all’audizione del 30 aprile. La decisione sull’Alute spetta alla comunità, punto. Ogni altra disposizione in tal senso rappresenta un atto di ingiustizia amministrativa e politica, di prevaricazione nei confronti dei bormini e del loro territorio, di prepotenza a danno del loro futuro.

Mi auguro vivamente che ciò non accada e che “i referenti di Regione Lombardia” si rendano realmente conto dell’importanza e del valore identitario culturale della piana dell’Alute per il paesaggio di Bormio e si dimostrino consapevoli che l’unica decisione giusta, peraltro già rimarcata dalla gran parte della comunità locale seppur mai ascoltata dalla Giunta comunale, sia quella di tutelare la zona ora e nel futuro. Punto.

Olimpiadi: se tutto diventa “legacy” perché nulla lo è veramente

Che i soggetti politici e non promotori delle Olimpiadi di Milano Cortina stiano tentando di imporre l’opinione che i Giochi siano stati un evento positivo per i territori coinvolti, risulta ormai palese a chiunque, anche ai sassi di quei territori. Purtroppo (non solo per loro) è un tentativo già ora pressoché disperato, a soli due mesi dalla fine dei Giochi, visti i debiti che si stanno palesando in aggiunta ai budget ampiamente sforati, ai costi olimpici complessivi, alle opere non realizzate e sovente nemmeno iniziate, all’insuccesso di pubblico nelle sedi olimpiche che tuttavia possono quanto meno sperare in un futuro ritorno d’immagine turistica, a differenza dei territori limitrofi che invece le Olimpiadi le hanno subite e continueranno a subirle negli anni a venire.

Così, tra gli autoincensamenti a gogò dei giorni appena successivi alla fine dei Giochi, le “medaglie d’oro” diffuse – sempre dagli organizzatori olimpici – a se stessi, alle infrastrutture delle gare, alle strade, ai treni (aspetti, questi ultimi, che hanno ripresentato le solite inefficienze già dal primo giorno dopo la fine delle Olimpiadi), ogni cosa apparentemente positiva che ora accade nei territori olimpici diventa “legacy”. Ma se tutto diventa “legacy”, nulla lo diventa realmente perché manca il senso autentico del termine e dell’idea che vi dovrebbe stare dietro: come si rimarca nel progetto di ricerca con il quale l’Università di Bergamo sta indagando l’impatto dei Giochi Olimpici di Milano Cortina sui territori coinvolti verificando benefici e criticità dell’eredità olimpica, «La vera legacy non sta tanto nelle infrastrutture o nella visibilità turistica, ma nel rafforzare un territorio di per sé fragile senza snaturarlo e senza che si generino squilibri ambientali e sociali. La legacy si gioca tutta nel cercare di mettere al centro la montagna.»

Invece, qualche giorno fa, è stata proclamata «progetto di legacy territoriale unico nel suo genere, pensato per legare indissolubilmente il destino della Valtellina ai Giochi Olimpici e Paralimpici di Milano Cortina 2026» una piacevole tanto quanto ordinaria passeggiata che unisce alcuni itinerari già esistenti della bassa valle nei pressi di Morbegno, piazzandoci diciotto totem con i medaglieri olimpici e paralimpici di Milano-Cortina, cinque bacheche che illustrano alcune rilevanze storico-culturali e «l’unico “Spectacular” (i cinque cerchi olimpici) permanente della Regione Lombardia», cioè una gigantesca riproduzione metallica del simbolo olimpico piazzata in un punto panoramico visibile dal fondovalle. «Questo progetto rappresenta la vera essenza della “Legacy olimpica”. Volevamo lasciare al territorio qualcosa di tangibile che andasse oltre l’evento sportivo» hanno detto i promotori dell’iniziativa. Ah sì? E cosa lascerebbe di realmente concreto a favore del territorio e delle sue comunità? Un percorso escursionistico già esistente (a bassa quota su versante solivo, dunque percorribile solo quando non faccia troppo caldo) per la cui conoscenza non servivano certo le Olimpiadi ma un’ordinaria dose di conoscenza del territorio, consapevolezza delle sue peculiarità e creatività culturale. Viceversa, “grazie” alle Olimpiadi, si è piazzato un catafalco metallico in mezzo al verde che chissà quanto resterà in buone condizioni prima di deperire sotto l’effetto degli agenti atmosferici e diventare (non lo auguro proprio, ma visti i precedenti di altre installazioni simili) un rottame arrugginito e magari pericolante.

Ma quale diavolo di «progetto di legacy territoriale unico nel suo genere» sarebbe una cosa così? Seriamente, di cosa stiamo parlando? Va bene, è un percorso in ambiente naturale (ma con ampi tratti su asfalto) che offre belle vedute del paesaggio locale (seppur in questo modo, obiettivamente, offra pure la constatazione di quanto sia cementificato il fondovalle valtellinese), i testi delle bacheche saranno accattivanti, consente di passeggiare… ma, posti questi aspetti del tutto ordinari per un’opera del genere, dov’è la “legacy”? Dov’è l’unicità, dove sarebbe la «meta iconica» che diverrebbe la zona secondo i promotori della passeggiata? Inoltre, detto tra noi, cosa c’entra la storia dei medagliati olimpici, che nesso ha con quel territorio dove nulla di olimpico-invernale si può fare, viste le sue caratteristiche geomorfologiche e le ben diverse peculiarità che piuttosto raccontano vicende e narrazioni storiche totalmente differenti?

D’altro canto, la notevole affluenza di politici locali all’inaugurazione di tale “Passeggiata Olimpica”, nemmeno fosse una grande opera a beneficio della comunità locale, rende ben chiaro ciò che denotavo in principio, ovvero il tentativo disperato di far credere cose chiaramente non credibili, riguardo le Olimpiadi, e imporre verità che, alla prova dei fatti, si smentiscono da sole. E, ribadisco, sono passati solo due mesi dalla fine delle Olimpiadi! Se la realtà della “legacy olimpica” di Milano Cortina è questa, nei prossimi mesi ne vedremo proprio delle belle. “Belle” si fa per dire, ovviamente.

N.B.: come avrete già notato, lo spunto originario di queste mie riflessioni e le immagini relative vengono da questo articolo del quotidiano on line “SondrioToday”.