Un genio in vetta al Monte Rosa

[La parte sommitale del Monte Rosa, con la Punta Dufour al centro e, a sinistra, la Nordend. Foto di Jackph, opera propria, pubblico dominio; fonte commons.wikimedia.org.]
Immagino sia ovvio sostenere che tutti gli appassionati di montagna – e molti che non lo sono – conoscano il Monte Rosa, secondo massiccio più elevato delle Alpi dopo il Monte Bianco (ma il primo per l’altezza media delle sue vette); magari non tutti sanno che la massima sommità del Rosa si chiama Punta Dufour, alta 4634 metri; probabilmente tanti non sapranno perché si chiami così, ovvero chi fosse tal Dufour. Il quale invece fu un personaggio grandissimo, spesso considerato un “genio” dell’Ottocento per tutte le cose innovative che seppe pensare e realizzare.

[Dufour in un dagherrotipo del 1850. Fonte commons.wikimedia.org.]
Guillaume Henri Dufour, che proprio il 15 settembre “compie” 238 anni essendo nato nel 1787 e morì esattamente 150 anni fa, nel 1875, fu «un generale, ingegnere e politico svizzero», dice Wikipedia, ma queste qualifiche, pur già “importanti”, ancora non rendono giustizia al personaggio. Innanzi tutto gli appassionati di geografia (che temo non siano più troppi, nel nostro paese) lo conoscono per la Carta Dufour, la prima opera cartografica ufficiale della Svizzera e “madre” di tutte le carte geografiche moderne per come fissò nuovi standard internazionali al riguardo, al punto da essere premiata con la medaglia d’onore all’Esposizione universale di Parigi del 1855 nonostante non fosse ancora completa.

[La tavola XIII “Interlaken, Sarnen, Stanz” (datata 1864), della Carta Topografica della Svizzera o Carta Dufour. La trovate con tutte le tavole ben più grandi e dunque leggibili qui.]
Da ingegnere progettò numerosi ponti, tra i quali nel 1823 la passerella di Saint-Antoine a Ginevra, il primo ponte sospeso permanente con cavi metallici d’Europa; ideò e sostenne i primi impianti di illuminazione pubblica delle città svizzere; ancora nel 1823 creò il primo servizio regolare di battelli a vapore sul Lago Lemano; nel 1857, quando ancora il treno rappresentava un mezzo di trasporto futuristico, Dufour ne comprese le potenzialità e promosse il primo collegamento ferroviario regolare tra Ginevra e Lione, conferendo alla città svizzera un ruolo pionieristico nel trasporto ferroviario; in seguito collaborò alla determinazione dei tracciati delle linee ferroviarie elvetiche, tutt’oggi considerate capolavori dell’ingegneria civile.

[Il ponte di Saint-Antoine in una litografia del 1830 circa. Fonte commons.wikimedia.org.]
Applicò le proprie competenze anche alla ricerca scientifica, svolgendo numerose attività in diversi campi tra cui la geometria, le proiezioni, la resistenza dei solidi, la meccanica applicata, la geodesia, l’idraulica, la limnometria, la gnomonica, eccetera.

Inoltre, nel 1863 fu uno dei cinque cofondatori del Comitato internazionale di soccorso ai militi feriti, che in seguito divenne il Comitato Internazionale della Croce Rossa, di cui fu il primo presidente. D’altro canto nelle vesti militari – nelle quali divenne capo di stato maggiore generale, la massima carica elvetica – fu un generale illuminato, portato alle rappacificazioni più che alle belligeranze al punto da essere ancora oggi ricordato come il “costruttore di ponti della nazione” anche dal punto di vista politico, non solo da quello ingegneristico.

Solo come politico non fu granché, ma perché la politica, nella quale ci finì più per dovere civico che per altri motivi, non la amava e non lo appassionava: i dibattiti, le lotte tra partiti e le manovre politiche non facevano per lui, preferendo ruoli da mediatore neutrale e di esperto capace di superare le divisioni ideologiche. Ai miei occhi ciò rende Dufour una figura ancora più apprezzabile, se posso dire.

[La parte sommitale della Punta Dufour. Foto di Francofranco56, opera propria, pubblico dominio; fonte commons.wikimedia.org.]
Insomma: Dufour fu un personaggio estremamente interessante e affascinante, certamente uno degli “uomini del secolo” europei. Ciò spiega perché la massima vetta del Monte Rosa gli venne intitolata non quale omaggio postumo ma fin dal 1863 per decisione del Consiglio Federale, una dozzina d’anni prima della scomparsa quando era ancora ben attivo nelle sue varie occupazioni. Be’, posto tutto quanto ho rimarcato fin qui, chi abbia asceso la punta Dufour o voglia farlo in futuro, ora saprà di potersi ancora più compiacersi – e/o vantare – di tale “conquista” alpinistica!

Un invito “calorosamente glaciale” per domani sera al Rifugio Zoia in Valmalenco

Vi avviso: sto per invitarvi calorosamente a un evento glaciale! 😄

Lo so, a leggerla così sembra una contraddizione in termini (e non solo in questi), ma non c’è alcuna irrazionalità se l’invito è per l’incontro nel quale domani sera 12 settembre, al Rifugio Zoia in Valmalenco, Michele Comi, nella sua veste di guida alpina intimamente legata ai monti malenchi (non solo per motivi di residenza) nonché in questo caso di stimato geologo, dialogherà con Giovanni Baccolo, altrettanto stimato glaciologo, ricercatore, divulgatore scientifico nonché scrittore, intorno al suo mirabile libro I ghiacciai raccontano: una lettura affascinante che esplora il mondo dei ghiacci del nostro pianeta, gli aspetti scientifici e culturali, le vicende umane storiche e attuali, la realtà corrente e gli scenari futuri, il tutto in un testo dallo stile letterario sempre comprensibile, anche da chi di ghiacciai non sa nulla, e coinvolgente.

Peraltro l’incontro di domani sera rappresenta l’evento di chiusura di “VALMALEGGO” 2025, ormai non più solo la più elevata – per quota altimetrica e qualità tematica – rassegna letteraria delle Alpi ma pure la più intrigante, appunto, e che anche in questa edizione, curata da Marina Morpurgo e il cui tema di fondo è stato proprio «Letture di neve e di ghiaccio», ha raccolto un notevole successo di pubblico e di consensi.

Dunque, rinnovo il calore di questo mio invito – anche perché almeno questo non contribuirà a fondere i già fin troppo sofferenti ghiacciai delle nostre montagne – a partecipare all’incontro al Rifugio Zoia. Sarà una serata affascinante e illuminante, garantito!

“Il Geopoeta”, a settembre: un libro fondamentale, da non perdere

Nei primi giorni di settembre uscirà per Meltemi Editore la nuova edizione de Il Geopoeta, nelle terre della percezione, l’ultimo libro di Davide S. Sapienza. O forse dovrei meglio dire “il” libro di Davide Sapienza, il manifesto fondamentale di un pensiero che scaturisce da una vita di esplorazioni della Natura e dei paesaggi, che raffigura e fissa nero su bianco nelle sue pagine una visione – un’idea, una teoria che s’è già fatta pratica, una filosofia fatta di tanti assunti quanti sono i passi mossi nelle geografie del mondo – relazionale e esperienziale che è propria di Davide ma organica a chiunque altro si dimostri sensibile al mondo che lo circonda: la lettura del libro – consigliatissima, inutile dirlo – ve lo dimostrerà fin dalle prime pagine, facendovi sentire per così dire “autori”, voi stessi, delle parole che in quel momento starete leggendo e leggerete.

Davide, con il quale mi lega un’amicizia ormai di lungo corso, mi ha concesso l’enorme privilegio di scrivere la prefazione de Il Geopoeta. Un compito che nei momenti successivi alla sua proposta mi era parso superiore alle mie possibilità oltre che troppo ragguardevole. «La prefazione ad un testo importante come Il Geopoeta, io? Naaaa…!» D’altro canto ho sempre ben vividi nella mente gli innumerevoli insegnamenti che Davide mi ha continuamente donato, di persona e attraverso i suoi libri, e che da sempre coniugo al mio vagabondare per i paesaggi e alle visioni che ne traggo, e subito dopo tale considerazione ho pensato di come io concepisca Davide come a una sorta di mappa, anzi, un uomo-mappa, un narratore che non solo ha raccontato e racconta luoghi, nature, paesaggi, idee, visioni, utopie, ma li rappresenta in una rete di connessioni pienamente e profondamente geopoetiche che posso veramente immaginare come quelle che uniscono le località di una carta geografica, la cui consultazione e conoscenza sa dare una direzione, un’indicazione precisa e comunque utile a capire dove si è, cosa si ha intorno e verso dove ci si può dirigere, ma sa dare pure un senso culturale, estetico, antropologico profondo al nostro essere/stare nel luogo in cui stiamo, sia esso uno spazio geografico e materiale oppure un dominio mentale, spirituale e immateriale.

[Cliccate sull’immagine per scaricare il pdf.]
Anche per questo alla fine mi sono detto: be’, forse non sarò in grado di scrivere una prefazione degna di tal nome e di cotanto libro, ma voglio comunque provare a mettere per iscritto le sensazioni, le percezioni e le nozioni che posso trarre dal viaggio attraverso quel luogo letterario che è Il Geopoeta e l’uomo-mappa che l’ha pensato, elaborato, composto. Dunque sì, Il Geopoeta che uscirà per Meltemi ai primi di settembre ha la mia prefazione, cioè una sorta di piccolo ma intenso diario del viaggio personale attraverso il libro, il suo autore, Davide Sapienza, e il suo fondamentale pensiero geopoetico.

[Un estratto della mia prefazione.]
In ogni caso, a prescindere dalla mia prefazione (d’altro canto il libro regala ai suoi lettori anche la videoopera “Contrafforte Pliocenico” di Marco Mensa per Ethnos, e le mirabili illustrazioni di Vittorio Peretto), sappiate che Il Geopoeta è uno dei libri più importanti, forse il più importante, usciti in Italia sul tema della nostra relazione con il mondo, i paesaggi, la Natura, il tempo che viviamo nel frattempo. Una lettura realmente imperdibile, tenetene ben conto.

Gianni Berengo Gardin

[Paesaggio agricolo, altipiano del Renon, 1968. Immagine dall’Archivio Touring, tratta da qui.]
Sono state spesso presenti, le montagne, nella visione del paesaggio che ci ha donato Gianni Berengo Gardin, il grande fotografo ligure scomparso mercoledì.

Una visione profondissima anche perché assolutamente antropologica, capace di rivelare le relazioni tra luoghi e persone, tra geografie esteriori visibili e interiori intuibili, tra lo spazio del mondo vissuto e il tempo di chi lo viveva (e lo vive tutt’oggi). D’altro canto era lo stesso Berengo Gardini a sostenere che «Il mio lavoro non è assolutamente artistico e non ci tengo a passare per artista. L’impegno stesso del fotografo non dovrebbe essere artistico, ma sociale e civile».

[Gran Sasso d’Italia, 2007. Immagine tratta da www.artsy.net.]
Un impegno i cui frutti ora devono diventare patrimonio culturale collettivo del paese, affinché la mancanza del suo sguardo così profondo e narrante non sia troppo intensa.

RIP.

Di cose molto interessanti al Rifugio Del Grande-Camerini che di certo nessuno vuole perdersi

Nemmeno loro due, già:

Insomma: il luogo è meraviglioso, la meteo sarà altrettanto bella, il libro assolutamente intrigante e il suo autore, Alberto Paleari, è un gran personaggio, da conoscere. Inoltre VALMALEGGO è la rassegna letteraria più prestigiosa degli ultimi duecento anni, forse trecento.

Dunque ci vediamo oggi, 3 agosto, al Rifugio Del Grande Camerini: se siete della zona o in zona, e potete esserci, non mancate!