Le radici di un’identità

Agli esploratori di paesaggi (“paesaggi”, ribadisco, non solo territori) come me segnalo un’interessante iniziativa, e una relativa serie di eventi, promossa dalla Comunità Montana Valtellina di Sondrio: Riabitare le corti di Polaggia, una mostra itinerante nel nucleo storico del borgo situato presso Berbenno di Valtellina, con visite guidate alle tracce memoriali presenti nel borgo e ad alcune ipotesi di sua trasformazione realizzate dagli studenti del Politecnico di Milano.

Il tutto nell’ambito di “Le radici di un’identità”, un progetto di ricerca applicato al territorio attraverso il quale i Comuni del Mandamento di Sondrio si mettono in rete e assumono un ruolo attivo nel riportare alla luce le radici delle proprie comunità, tra Preistoria e Medioevo. Il che mi pare un’iniziativa assai significativa di rivalorizzazione dell’identità culturale dei territori abitati, elemento immateriale fondamentale dell’essenza del luogo ovvero la carta d’identità del Genius Loci – un tema che, lo sapete bene, mi è molto caro e propongo spesso, qui.

Potete avere tutte le informazioni sull’evento di Polaggia e sul progetto “Le radici di un’identità” cliccando sulle immagini relative, sopra e sotto.

Un orologio tra le rocce

Dal 24 luglio 2021 il duo di artisti GÆG (Wolfgang Aichner e Thomas Huber) realizzerà una particolarissima installazione all’interno dello spazio alpino dedicata al tema del tempo. I due artisti sistemeranno un grande orologio nell’apertura della roccia alla Fuorcla digl Leget, una porta nella roccia «selvaggiamente romantica» a oltre 2700 m di quota non lontano dal Passo del Giulia e a venti minuti d’auto da Sankt Moritz, in uno dei paesaggi d’alta quota più particolari di questa sezione delle Alpi. L’installazione sarà poi visibile e visitabile dal 31 luglio fino al 17 settembre. «Le persone che vi si avvicinano sperimenteranno qualcosa, che normalmente non si può sperimentare: prima il rallentamento e poi l’arresto del tempo» recita la presentazione del progetto.

A considerarla così, ora, è un’opera che da un lato mi affascina e dall’altro mi perplime. L’installazione in un luogo di un oggetto alieno al contesto è qualcosa di intrigante, spesso, in quanto gioca sull’effetto di sorpresa e spaesamento che, se l’operazione è ben fatta, agevola senza dubbio percezioni e sensazioni non comuni e probabilmente sfuggenti, senza quell’impulso così sconcertante. D’altro canto il paesaggio alpino, e un paesaggio così potente come quella della zona in questione, ribadisco, ha certamente già in sé la concezione di tempo ovvero di un iper-tempo ben più fondamentale di quello funzionale umano, il “tempo della Terra” (cit. Davide Sapienza) che è elemento geologico del luogo-montagna esattamente come ogni altra roccia che ne compone il terreno, e questo proprio dove esso non sia ancora divenuto “territorio”, cioè dove l’uomo non vi abbia lasciato le tracce della sua presenza ivi incluso il proprio tempo, territorializzando il luogo, come si dice. Ma se poi, come rivela la fisica, il tempo non esiste, cosa in verità può rallentare e poi arrestarsi? Lo scorrere delle ore, dei giorni e degli anni, come noi pensiamo di percepire, o in qualche modo il senso profondo (e ultratemporale, in effetti) della nostra vita?

Spero di poter andare lassù a visitare l’installazione di GÆG e, nel caso, vi resoconterò (lo so, è un termine orribile ma rende l’idea, ecco.)

Che storia, (sul)la Dol dei Tre Signori!

Le Alpi Bergamasche o Orobie che dir si voglia, lungo le dorsali tra la bergamasca, il bacino del Lago di Como e la Valtellina, custodiscono frequenti e preziose testimonianze capaci di narrare una storia della frequentazione umana delle terre alte di almeno due millenni. L’itinerario della Dol dei Tre Signori, raccontato dall’omonima guida della quale sono uno degli autori, corre su alcune di quelle antiche vie di comunicazione e attraversa valichi importantissimi dal punto di vista storico oltre che geografico, come la Bocchetta di Trona, a quota 2092 m, praticato nei secoli da genti, mercanti ed eserciti per raggiungere la pianura padana dalla Valtellina, dalla Svizzera e dal centro Europa. Transitare da un luogo del genere equivale dunque a compiere una sorta di viaggio nello spazio e nel tempo, in territori geografici antropizzati da millenni ove le varie tracce umane lasciate ne rivelano la cronologia. La citata Bocchetta di Trona, in particolare, è un passaggio che in tal senso divenne – ed è ancora oggi – un luogo altamente simbolico: è stato il transito principale tra la Valsassina e il lecchese e la Bassa Valtellina in un tempo nel quale la via lungo il Lago di Como non era affatto sviluppata, e più avanti ha rappresentato anche (a proposito di testimonianze storiche sul campo) un nodo fondamentale del “Sistema difensivo italiano alla Frontiera Nord verso la Svizzera”, meglio conosciuto come Linea Cadorna, il che spiega la presenza su un dosso appena a monte del valico di un ex caserma militare costruita nel 1917 (la vedete nelle immagini qui sopra), l’unico fortino ancora pressoché intatto nell’intero complesso di fortificazioni che correva dai rilievi dell’Ossola fin sul crinale orobico e che, nell’ambito della Primo Guerra Mondiale, avrebbe dovuto contrastare l’eventuale avanzata dell’esercito austro-ungarico in caso di sfondamento del fronte dello Stelvio.

Il Generale Luigi Cadorna (al quale in verità il sistema difensivo è impropriamente intitolato, visto che venne progettato molto tempo prima degli anni in cui Cadorna fu Capo di Stato Maggiore), sospettando che la neutralità della Svizzera proclamata dopo lo scoppio della Prima Guerra Mondiale non avrebbe retto, temeva che l’esercito austro-ungarico sarebbe potuto calare dalla Svizzera per invadere tutto il Nord Italia e dunque ordinò di riprendere il progetto della linea difensiva e metterlo in atto, con la fortificazione di tutto il crinale orobico di confine con la Valtellina attraverso trincee, fortini, casematte, postazioni di tiro, gallerie, osservatori blindati e strade militari – con la rigorosa pendenza costante del 12% – per portare in quota armamenti, attrezzature, vettovaglie e quant’altro di necessario all’attività del sistema difensivo. Poi, gli sviluppi sul campo del conflitto mantennero inutilizzata la Linea Cadorna, oggi diventata un’imponente attrazione storica il cui fascino indubbio dei manufatti, sovente ben mantenuti ovvero recuperati e visitabili, come nel caso del fortino della Bocchetta di Trona, stempera col tempo l’inquietudine latente legata agli originari scopi bellici che ne determinarono la costruzione.

Questa storia, con maggior profusione di dettagli e insieme alle mille altre che le montagne della Dorsale Orobica Lecchese offrono, Sara Invernizzi, Ruggero Meles e io ve le raccontiamo nella guida “DOL dei Tre Signori” che, dopo essere andata esaurita in allegato a “L’Eco di Bergamo” e a “La Provincia di Lecco”, in queste settimane è a disposizione di escursionisti e amanti del territorio nelle edicole valtellinesi in abbinamento con il quotidiano “La Provincia di Sondrio”. Inoltre il volume è disponibile ovvero ordinabile in alcune librerie della catena Libraccio delle provincie di Bergamo, Lecco, Brescia, Monza-Brianza, Lodi, Varese, Como e Milano.

Per saperne di più sulla guida cliccate qui, oppure qui per avere ulteriori informazioni su dove trovarla e come acquistarla.

Dunque, per ribadire una volta ancora: buona lettura e buone camminate lungo la Dol dei Tre Signori!

N.B.: l’ispirazione per questo articolo viene dal relativo post della pagina Facebook “I Cammini di Orobie”. Le foto in testa al post sono © Cristian Riva.

18 luglio, nel Vallone delle Cime Bianche

Già mi sono occupato, qui sul blog, del folle progetto di collegamento funiviario tra i comprensori sciistici di Cervinia-Zermatt e del Monte Rosa Ski, che si vorrebbe realizzare nel Vallone delle Cime Bianche, uno degli ultimi lembi di territorio in quota rimasti incontaminati sulle Alpi della Valle d’Aosta. Un progetto che non solo rappresenta uno sconcertante scempio ambientale, come denunciano da tempo innumerevoli fonti e voci autorevoli della cultura di montagna – si veda qui un riassunto dei vari interventi di Mountain Wilderness, ad esempio, ma esprime pure, per molti aspetti, un’offesa altrettanto sconcertante alla cultura dello sci che veramente lascia esterrefatti per come un’idea del genere possa essere concepita e ritenuta virtuosa per lo sci turistico contemporaneo. Ma, appunto, nel mio articolo trovate tutte le considerazioni al riguardo e i riferimenti per saperne di più.

In difesa del Vallone delle Cime Bianche e per cercare di cancellare definitivamente la possibile realizzazione del progetto suddetto, domenica 18 luglio si terrà a Saint Jacques (Val d’Ayas, Champoluc) un importante evento escursionistico grazie anche all’appoggio di “Valle Virtuosa”, una associazione valdostana in prima linea per varie cause ambientali.  La manifestazione è organizzata dal progetto fotografico di Conservazione “L’Ultimo Vallone Selvaggio. In difesa delle Cime Bianche”. L’escursione è alla portata dei più, comporta circa 2 ore e trenta di cammino, da Saint-Jacques all’Alpe Vardaz: un invito a scoprire questo luogo unico, patrimonio paesaggistico e ambientale di tutti attualmente a rischio a causa dell’irrazionale egoismo di pochi, oltre che, appunto, un’ottima occasione per parlare e per comprendere il perché sia giusto e necessario essere contrari al progetto di collegamento intervallivo tra i comprensori sciistici di Cervinia e Monterosa. Nelle immagini qui sotto trovate tutte le informazioni sull’evento e su come parteciparvi.

Per saperne di più potete leggere questo articolo di “Mountcity” o quest’altro di “AostaNews.it” oppure consultare il sito varasc.it, dedicato proprio alla salvaguardia del Vallone delle Cime Bianche. E partecipate, se potete: è importante, sensato, utile, nobile, culturale, umano.