La mafia dei pascoli di carta

[Immagine tratta da qui.]
Quando andate per montagne e, facilmente, vi imbattete in pascoli abbandonati, stalle e fienili cadenti, prati non più falciati e prossimi al rimboschimento, e dunque vi viene da pensare e da rammaricarvi riguardo quanto sia triste l’abbandono e lo spopolamento dei territori di montagna, in molti casi siete nel giusto ma in altrettanti no. Perché a volte i montanari ovvero altre figure che ben volentieri lavorerebbero sulle montagne e ne manterrebbero la vitalità economica, dunque pure la qualità del territorio e la cura del paesaggio, ci sarebbero ma vengono posti nella condizione di non poter lavorare, lassù, se non a condizioni quasi impossibili. E tutto questo attraverso modalità speculative di stampo mafioso indotte da una legislazione in origine virtuosa ma poi, sul campo (e, tocca segnalarlo, sulle montagne italiane in maniera più frequente che altrove), troppo burocraticizzata e anche per questo facilmente sfruttata in modi loschi.

Racconta questa triste e inquietante realtà l’ultimo libro di Giannandrea Mencini, Pascoli di carta. Le mani sulla montagna, appena edito da Kellermann Editore, nel quale l’autore esplora a fondo un fenomeno ormai diffuso dalle Alpi agli Appennini, variamente definito “Mafia dei pascoli”, “Montagne d’oro” o “Pascoli di carta” e basato sull’ingente quantità di risorse messa in campo dalla Comunità europea nel settore agricolo, la quale ha generato una speculazione che inquina il settore montano dove spesso si intrecciano azioni scorrette, false dichiarazioni, animali “figuranti”, pratiche di compravendita di alpeggi al limite della legalità. Un meccanismo contributivo che fa salire il prezzo degli affitti dei pascoli e che fra mancanza di controlli, creazione di società fittizie e truffe reiterate, danneggia la montagna.

Per spiegare meglio il fenomeno – per come lo illustra l’autore stesso in questo articolo – accade che

Esistono grandi aziende di pianura che vengono a prendersi le malghe in montagna e offrono affitti che nessun allevatore locale può permettersi, poi si prendono i contributi comunitari sui pascoli appoggiando i titoli e son migliaia di euro. Nelle aste pubbliche i pascoli venivano aggiudicati al miglior offerente con delle condizioni che attiravano allevatori soprattutto di pianura che facevano figurare sulla carta la monticazione per poter accedere ai premi della Politica agricola comune dell’Unione Europea (Pac). In realtà, in alpeggio non ci andavano o ci portavano pochi animali “figuranti” rispetto a quello per il quale riuscivano a percepire i premi comunitari. Così gli allevatori locali, più legati al territorio montano e che sul serio “vivono in pendenza” con tutte le conseguenti difficoltà logistiche e sociali, non partecipano per le condizioni economiche troppo onerose e chi si aggiudica gli appalti non porta gli animali in montagna col conseguente deterioramento anche ambientale della qualità dei pascoli.

Nuovamente, la montagna è un territorio che forse come nessun altro presenta un’emblematica contraddizione tra la bellezza del suo paesaggio o, per meglio dire, la percezione al riguardo derivante dall’immaginario diffuso – quello che vede su ogni montagna l’idillica baita di Heidi, per intenderci e per citare (o “contro-citare”) quel noto testo di Sergio Reolon – e la realtà effettiva delle montagne, sovente assoggettate a pratiche del tutto bieche e perniciose tanto quanto incomprese nella loro sostanza oppure ignorate che sul serio mettono a rischio quella bellezza tanto celebrata ma poi, in concreto, molto poco compresa e realmente salvaguardata.

Un libro sicuramente da leggere, Pascoli di carta, anche se già temo che in chi ama le montagne provocherà non pochi mal di pancia – ma quanto mai necessari, per il bene futuro delle montagne stesse.

(Imparare a) dipingere le montagne

[Alessandro Busci, Cervino, polittico, smalto su acciaio corten, 80×80 cm, 2018.)
Se il paesaggio, dal punto di vista concettuale, è il prodotto culturale dell’intelletto umano, dal punto di vista materiale e dell’immaginario relativo è per gran parte conseguenza della raffigurazione pittorica che, dal Quattrocento in poi, ha cominciato a farne il soggetto più o meno peculiare di innumerevoli opere d’arte. Ciò significa che la valenza estetica – quella principale, nel bene e nel male, per la considerazione diffusa del paesaggio – che noi elaboriamo, quando osserviamo un luogo, un territorio, un panorama ricavandone il relativo paesaggio, è stata formata, forse pure normata nonché determinata nel corso dei secoli da come gli artisti la concepirono nel dipingere le loro opere paesaggistiche. In breve si può dunque dire che il “bel paesaggio” di oggi è lo stesso di quegli artisti rinascimentali, poi romantici (i quali hanno “creato” il paesaggio montano, nello specifico), poi moderni eccetera, cioè si basa da allora sullo stesso – o comunque su un ben similare – metro estetico e, ad esempio, le immagini delle brochure promozionali contemporanee delle località turistiche lavorano sugli stessi stilemi raffigurativi e immaginifici elaborati decenni se non secoli fa. Naturalmente il paesaggio è anche molto altro ma, ripeto, è tutt’oggi in primis un elemento “naturale” e palesemente elementare di bellezza, e in questo senso viene percepito e recepito dai più.

Posto ciò, per tutti coloro che amano e studiano la pittura di montagna la Fondazione Lucia De Conz, sita nel cuore del Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi, propone un (assai interessante, n.d.L.) laboratorio guidato da Francesco Santosuosso, maestro riconosciuto della pittura di paesaggio e artista ben rappresentato nelle migliori gallerie di arte contemporanea.

L’obiettivo del corso consiste nella realizzazione di due opere su tela in formato 50×70 cm, sul tema del paesaggio di montagna, con la tecnica della pittura ad olio e acrilico. Il corso è personalizzato e impostato sulle capacità di partenza dei singoli allievi.
Le lezioni, pratiche e teoriche, si svilupperanno sia in laboratorio che all’aperto, tramite osservazioni dal vero durante escursioni e passeggiate.
Santosuosso, docente di illustrazione presso l’Istituto Europeo di Design da oltre un ventennio, seguirà personalmente e quotidianamente ogni partecipante per garantire a ciascuno un reale progresso tecnico e artistico.
Il termine per le iscrizioni è il 10 luglio 2021.

Gli splendidi panorami alpini delle Dolomiti Bellunesi saranno la diretta fonte di ispirazione degli artisti, mentre l’ospitalità della Fondazione permetterà un’esperienza didattica densa e completamente immersiva. Gli ospiti soggiorneranno, in pensione completa, negli ambienti raffinati di Villa Lucia, un tempo dimora privata della famiglia De Conz. La Villa, immersa nel verde della natura più rigogliosa, è il luogo ideale dove raggiungere l’illuminazione artistica.

Per qualsiasi informazione al riguardo, visitate il sito web della Fondazione Lucia De Conz, qui.

In treno da Trieste a Vienna

[La Ferrovia del Semmering a fine Ottocento. Foto di Snapshots Of The Past, CC BY-SA 2.0, fonte:  commons.wikimedia.org.]
Gli appassionati di grandi viaggi in treno saranno felici di sapere che, da pochi giorni, è stata riattivata in tutta la sua lunghezza la linea ferroviaria diretta fra Vienna e Trieste, la celeberrima Südbanhof (Ferrovia meridionale), costruita in età asburgica e, con il suo spettacolare tratto alpino nel quale prende il nome di Ferrovia del Semmering, “Patrimonio dell’Umanità” Unesco dal 1998.

Come scrive Laris Gaiser sulla rivista italiana di geopolitica “Limes”,

È una sensazione sublime. Prima la pianura viennese accarezzata dalla sua secolare brezza, poi piano piano la salita verso il Semmering, la prima tratta ferroviaria montana d’Europa, capolavoro dell’ingegneria umana, fortemente voluta dall’arciduca d’Austria Giovanni e perfettamente progettata da Carlo Ghega (geniale ingegnere stradale e ferroviario italiano di origini albanesi con cittadinanza austriaca – n.d.L.). Quattordici gallerie costruite tra il 1848 e il 1854 e sedici viadotti che portano alle lussureggianti vallate della Stiria che con i suoi vigneti accompagna il fischio del treno fino alla piana di Lubiana. Dalla capitale slovena il convoglio riprende il suo viaggio innalzandosi verso il brullo Carso per incontrare all’orizzonte il luccichio del mare prima dell’ultima discesa verso la porta al mondo dell’ex impero asburgico, Trieste.
È come vivere nel film Ritorno al futuro. L’Europa di Mezzo gioisce nel rivedere aperta la storica linea ferroviaria che fece di Trieste una delle città più ricche, vivaci, effervescenti del mondo e di Vienna la capitale d’un impero proiettato globalmente. A 164 anni dal primo treno, e dopo decenni di fermo, da ieri i convogli scorrono di nuovo esattamente sullo stesso tracciato di allora. Nulla è cambiato. Manca solo la figura dell’imperatore Francesco Giuseppe che nel viaggio d’inaugurazione veniva accolto nelle varie stazioni dai locali al canto dell’Inno dei Popoli.

[Lo stesso tratto della Ferrovia del Semmering dell’immagine in testa al post, nel 2016. Foto di Liberaler Humanist, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte: commons.wikimedia.org.]
La Südbanhof è stata in effetti una delle grandi opere ottocentesche di ingegneria che hanno “creato” l’Europa contemporanea e il suo paesaggio, unendo due tra le città fondamentali nella storia del continente le quali oggi, con il collegamento ritrovato, ricreano un legame non solo logistico e commerciale ma pure culturale mai venuto meno: qualsiasi viaggiatore che visita Trieste facilmente ne riconosce l’anima asburgica ovvero austroungarica, ben viva tutt’oggi e non solo per ragioni storico-geografiche. Inoltre l’intraprendenza ingegneristica di Carlo Ghega, paragonabile a quella di Carlo Donegani nelle Alpi Centrali (del quale ho scritto qui), ha mostrato la possibilità, fino ad allora ritenuta troppo difficoltosa da realizzare, di superare la barriera alpina attraverso moderne vie di transito, così in qualche modo vincendo (in prospettiva storica) la scellerata partizione geopolitica del crinale alpino dettata dalla disciplina settecentesca di matrice cartesiana, che ha fatto della catena alpina una linea di confine pressoché generale quando fino a prima era sempre stata uno spazio di connessioni e scambi d’ogni sorta.

Oggi il mondo è cambiato, abbiamo a disposizione comodi mezzi di trasporto individuali o aerei ben più veloci di un treno: eppure viaggiare lungo una linea così emblematica e altrettanto spettacolare, in forza dei territori attraversati e dei paesaggi in continuo cambiamento – da quello marino e già mediterraneo di Trieste, a quello prettamente alpino e di gran pregio ambientale della Stiria, fino a quello urbano e pienamente mitteleuropeo (con “vista” verso Oriente, per giunta) di Vienna – può ancora rappresentare un’esperienza di grande fascino e di illuminante valore culturale. Il viaggiatore autentico e appassionato di tali esplorazioni senza tempo la metterà in agenda, senza alcun dubbio.

Una prestigiosa citazione

Fai clic per accedere a Dossier_Africa-Mediata-2021.pdf

Voglio ringraziare di cuore Amref Health Africa e l’Osservatorio di Pavia, nelle persone di Paola Barretta e Giuseppe Milazzo in qualità di curatori della seconda edizione 2021 del dossier L’Africa Mediata 2021. L’Africa nella rappresentazione dei media e nell’immaginario dei giovani, per aver voluto introdurre la dissertazione sul tema del “confine” citando un brano del mio testo (dal titolo Hic absunt dracones) incluso nel libro d’artista di Francesco Bertelé Hic sunt dracones, che vi ho presentato qui.

[Cliccateci sopra per visionare l’immagine in un formato ben leggibile.]
È una citazione prestigiosa inclusa in uno studio altrettanto prestigioso e di grande valore scientifico e sociologico per la quale, ovviamente, la mia gratitudine va in primis a Francesco Bertelé, per avermi coinvolto in un progetto di così grande portata analitica, espressiva, culturale oltre che, naturalmente, artistica. Un progetto che mi auguro possa continuare a trovare consensi e generare influenza come merita e come è in grado di fare, con la rara forza comunicativa che possiede: se acquisterete il libro d’artista ve ne renderete conto senza dubbio alcuno.

Potete scaricare il rapporto L’Africa Mediata 2021 da lì sopra (la sua lettura è assolutamente interessante e didatticamente sorprendente, sappiatelo), e saperne di più su Hic sunt dracones qui e cliccando sull’immagine del libro che vedete in cima alla colonna qui a sinistra.

Buone e illuminanti letture!