Camanni, Gogna e Mingozzi per “La Montagna Sacra”

 

MountainBlog Italia” ha dedicato un ottimo reportage, firmato da Mirko Sotgiu, alla presentazione del progetto “Una Montagna Sacra per il Gran Paradiso” svoltasi sabato 26 novembre al Museo Nazionale della Montagna di Torino, raccogliendo anche in video le testimonianze di tre dei più illustri componenti del comitato promotore del progetto (del quale mi onoro di far parte): Antonio Mingozzi, professore associato di Zoologia all’Università della Calabria, di Ecologia presso il Dipartimento di scienze veterinarie all’Università di Torino e past direttore del Parco Nazionale del Gran Paradiso, Enrico Camanni, scrittore, saggista, giornalista, alpinista, uno dei maggiori esperti di cultura di montagna italiani, e Alessandro Gogna, alpinista di fama internazionale, guida alpina, consulente ambientale e storico dell’alpinismo.

Vi propongo le tre videotestimonianze di seguito sottolineandone il valore rilevante, per il progetto specifico ma pure al di là di questo, per i temi della salvaguardia ambientale dei territori montani e non solo, mentre per saperne di più sul progetto de “La Montagna Sacra” e sottoscriverlo potete cliccare qui. I miei interventi al riguardo invece li trovate qui.

Buona visione!

P.S.: e ribadisco i più sentiti ringraziamenti a Mirko Sotgiu per il prezioso lavoro svolto!

Per un maggiore rispetto dello spazio alpino

[Immagine tratta dal documento CAI L’impatto ambientale dello sci. Montagna, neve e sviluppo sostenibile.]

Lo spazio alpino ha un enorme valore. Molte persone vivono e lavorano nelle regioni di montagna dei paesi alpini. Allo stesso tempo, milioni di persone in cerca di svago visitano ogni anno la regione alpina al fine di distendersi e rigenerarsi per la vita quotidiana. Assieme ad alcune delle ultime aree naturali non urbanizzate del continente, questo eccezionale paesaggio culturale, di piccola scala, modellato dal lavoro dell’uomo nel corso dei secoli, forma in Europa un patrimonio centrale dell’umanità ed è la base vitale per la popolazione che ci vive, che merita il rispetto di tutti noi. Oggi le Alpi sono la catena montuosa più densamente urbanizzata al mondo, con strade, impianti di risalita, sentieri escursionistici, rifugi, infrastrutture turistiche, agricole e altre. Certamente è stato questo sviluppo che in passato ha reso la regione alpina uno spazio vitale con un’alta qualità di vita, ma ora lo sviluppo della regione alpina è completo. Il picco è stato raggiunto da tempo. Lo sviluppo sta diventando sovra-sviluppo. Purtroppo questo concetto non è ancora stato introiettato dai decisori politici ed economici. L’obiettivo di ridurre a un livello minimo l’ulteriore sviluppo e l’edificazione di aree ancora incontaminate o già ottimamente sviluppate nella regione alpina non è ancora stato raggiunto. Il paesaggio alpino è percepito solo come uno sfondo. È una mancanza di rispetto per le nostre Alpi. […]

Sono brani tratti dal Manifesto per un maggiore rispetto dello spazio alpino redatto dall’Alpenverein Südtirol con il sostegno di Cai – Club Alpino Italiano, Heimatpflege e Dachverband, nonché dei club alpinistici di Austria (Öav) e Germania (Dav) e reso pubblico lo scorso 22 novembre. Rappresenta un’ennesima testimonianza consapevole e dettagliata sulla realtà contemporanea e futura delle Alpi, la cui analisi appare quanto mai antitetica alle idee e all’azione di molti politici e decisori locali che puntano alla turistificazione massiccia e degradante delle montagne, al fine di farne un “bene” da vendere e consumare il più possibile a discapito di qualsiasi loro cultura, identità, socialità, necessità reale, economia, ecologia oltre che, inesorabilmente, dell’ambiente naturale.

Per approfondire i contenuti del Manifesto potete visitare il sito “MountCity”, che ne ha riferito qui.

“Destagionalizzazione” del turismo montano: prodigio o maleficio?

[Immagine tratta da jennyvallese.com.]

Destagionalizzazione è un altro di quei termini divenuti dei “mantra” nella promozione turistica contemporanea e nella comunicazione politico-istituzionale di sostegno ai progetti di “sviluppo turistico” e di infrastrutturazioni varie circa i quali si voglia convincere l’opinione pubblica della loro bontà. Probabilmente ve ne sarete accorti anche voi.

In realtà il termine ha un’etimologia di matrice economica, e indica il «metodo statistico atto a identificare e rimuovere le fluttuazioni di carattere stagionale di una serie storica che impediscono di cogliere correttamente l’evoluzione dei fenomeni considerati. Ad esempio il calcolo dell’indice della produzione industriale, la cui serie “grezza” (non destagionalizzata) presenta una brusca caduta nei mesi estivi a causa della chiusura di molte fabbriche o imprese» (fonte qui) per cui, togliendo i dati di quel periodo fuori norma, si destagionalizza il calcolo rendendolo più obiettivo e credibile.

Nell’ambito turistico “destagionalizzazione” ha assunto un significato comunque di natura economica, riferito alla pratica di «Ampliare la propria offerta turistica, organizzando un evento in un periodo dell’anno diverso da quello in cui comunemente è collocata l’offerta principale. Pratica diffusa, che viene messa in atto soprattutto nelle località balneari. Un esempio ampiamente discusso è Viareggio: il Carnevale ha fatto sì che la città oltre ad essere molto visitata nel periodo estivo, goda di un buon numero di turisti anche in inverno.» (fonte qui). La destagionalizzazione dell’offerta turistica impone un «ripensamento dell’offerta turistica con uno sforzo comune offrendo formule di turismo lento e sostenibile, responsabile ed eco-culturale, enogastronomico e del benessere.» (fonte qui).

È interessante quell’appunto, nella seconda citazione riportata, che segnala come la destagionalizzazione turistica sia una pratica diffusa soprattutto nelle località balneari. Fatto sta che, dal Covid in poi più che per quanto accaduto prima, stia apparentemente diventando una pratica assai in voga anche tra le località sciistiche montane. Apparentemente, ribadisco, dacché l’impressione vivida che se ne ricava è che la “destagionalizzazione” supposta da molte località montane pressoché totalmente vocate allo sci su pista sia in realtà un tentativo di spalmare lungo più mesi l’anno le pratiche turistiche massificate e banalizzanti che caratterizzano lo sci contemporaneo, puntando alla lunaparkizzazione spinta delle montagne per ricavarne una fruizione massimamente monetizzabile tanto quanto la meno culturale e responsabile possibile. In sostanza si vorrebbe praticare l’opposto di quanto l’accezione economica originaria del termine “destagionalizzazione” indica: non tanto un metodo per evitare i periodi turisticamente meno intensi ma per espandere il più possibile i periodi intensi e più massificati dunque impattanti, degradanti, banalizzanti i territori montani in oggetto. Un luna park alpestre, con tanto di giostre d’ogni sorta, aperto non più solo per quattro o cinque mesi l’anno ma per dieci o undici, senza alcun ripensamento autentico dell’offerta di pratiche turistiche «con uno sforzo comune offrendo formule di turismo lento e sostenibile, responsabile ed eco-culturale», come indicato nella terza citazione, ma tutto l’opposto: una negazione sempre più assoluta di qualsiasi pratica turistica che non sia quella legata alla monocultura sciistica e ai modelli del più pernicioso turismo di massa. Modelli che, ove non sia messa in atto un’accurata e oculata gestione in senso generale, hanno provocato e stanno provocando danni un po’ ovunque i quali evidentemente non vengono minimamente considerati dai promotori di quei progetti di “sviluppo turistico” che, come ho già detto (scritto) più volte, sembrano fermi agli anni Settanta del secolo scorso, come se nulla fosse accaduto in seguito fino a oggi ovvero come se la realtà sociale, culturale, economica, ambientale e climatica dei territori di montagna fosse rimasta immutata e restasse immobile, sospesa dalla realtà.

Ma cosa è veramente sospeso dalla realtà? La montagna o chi la pensa nel modo appena descritto?

Be’, a questo punto permettetemi un finale sarcastico: non è che da “destagionalizzare” veramente, prima della montagna, siano quelli che si arrogano il diritto e il potere di soggiogarla alle loro illogiche iniziative, destagionalizzandoli (sinonimo di “rimuovendoli”, nella definizione economica citata in principio) in modo che non possano più fare danni né in inverno e in estate e nemmeno negli altri periodi dell’anno?

Contro il vergognoso emendamento lombardo pro-moto sui sentieri

Il Consigliere regionale Alex Galizzi è stato il firmatario con Floriano Massardi dell’emendamento che delega ai sindaci la regolamentazione e i permessi di transito dei mezzi motorizzati sia sulle strade agro-silvo-pastorali che su tutti i sentieri montani e non. […] Il Gruppo Regionale CAI Lombardia in sintonia con le commissioni operative regionali esprime forte preoccupazione in merito all’emendamento appena votato riscontrando molte negatività. […] Ci chiediamo perché mai il concetto di montagna libera debba essere associato al concetto di montagna sfruttata. Ci chiediamo perché la politica sia sorda alle vere esigenze della montagna: manutenzione dei sentieri, pulizia degli alvei dei torrenti, rispetto per l’ambiente vegetale ed animale. Crediamo che il termine turismo non sia da associare a pratiche invasive di un ambiente naturale ma alla voglia di apprezzare luoghi come le montagne capaci di ridarci il gusto di vivere in sintonia con quanto di bello la natura ci offre. Crediamo che la politica debba con forza e non con emendamenti come quello recentemente approvato da Regione Lombardia sostenere il concetto di sostenibilità che comprende anche il trattare in modo nuovo le risorse ambientali, con proposte lungimiranti Riteniamo che il recente emendamento sia una assurda forzatura della legge rispetto alla fruizione dolce sui tracciati montani.
Il recente emendamento al progetto di legge N° 241 approvato in data 29 novembre in Consiglio della Regione Lombardia che delega ai sindaci la regolamentazione e i permessi di transito dei mezzi motorizzati sia sulle strade agro-silvo-pastorali che su tutti i sentieri montani e non, sostanzialmente lasciando carta bianca alla distruzione delle vie rurali da parte dei motociclisti, è semplicemente VERGOGNOSO. Non ci sono altri termini possibili per definirlo. Anzi, no, un altro c’è: criminale. Il CAI Lombardia ha rilasciato un comunicato al riguardo, dal quale ho stralciato e pubblicato lì sopra alcuni brani (lo potete leggere interamente qui), il quale pone ottime osservazioni e propone interrogativi ai quali tutti quanti dobbiamo rispondere in base alle realtà dei fatti nonché a ciò che può e deve essere il miglior futuro possibile per quel patrimonio ambientale, culturale, sociale, economico e ecologico di tutti noi che sono le montagne. Il consenso a una decisione politica così scellerata è manifestazione d’una pari barbarie morale, il silenzio, per menefreghismo o per apatia, è complicità. Purtroppo lascia sconcertati la constatazione che a governare il destino dei territori montani vi possano essere soggetti istituzionali così palesemente nemici di essi e tanto dannosi nelle loro iniziative. D’altro canto mai come in tali casi vale la regola che ognuno deve essere responsabile delle azioni compiute, nel bene e ancor nel male ovvero quando tali azioni generino danni gravi quando non irreversibili al suddetto patrimonio comune. Ed è questo il caso, a mio modo di vedere.

La neve che cade e gli “hikikomori dello sci”

[Una webcam sulle piste di Madesimo, ieri mattina.]

Sui monti in questi giorni sta nevicando ed è una cosa bellissima e rinfrancante. Lo è quanto divertente è leggere, per me, quelli – ne ho già intercettati un paio, usualmente sostenitori dello sci su pista – che già son lì a dire «Ah, sta nevicando, dove sono quelli che dicono che per i cambiamenti climatici non nevicherà più?»

Ecco, trovo che siano divertenti in questa loro alienazione da hikikomori dello sci, perché sono convinti che quelli come me particolarmente critici riguardo la gestione economica, ambientale e culturale dell’industria dello sci contemporanea passino le loro giornate a formulare malefici per non far nevicare sui monti e così mandare in fallimento i comprensori sciistici. Invece, forse in forza di quello stato alienato che – mi permetto di ritenere – sembrano manifestare, come se veramente fossero rinchiusi nella loro piccola stanzetta con le serrande chiuse nella quale il tempo è fermo a lustri fa e della realtà delle cose odierna non entra pressoché nulla, i tizi non si rendono conto che sono proprio quelli come me a felicitarsi per primi quando nevica e ancor più se nevica abbondantemente: perché quando ciò accade è autentica manna dal cielo – letteralmente ancorché in forma di acqua gelata – per tutti noi, non solo per impiantisti e sciatori, perché è nutrimento per l’ambiente naturale e riserva idrica che ci assicuriamo per la stagione calda, perché è coperta protettiva per i ghiacciai già fin troppo sofferenti, perché la neve è un elemento di regolazione termica indispensabile per la biosfera montana, perché se nevica sulle piste da sci gli impiantisti non devono sparare la deprecabile neve artificiale che depaupera le riserve idriche e manda in rosso i loro bilanci, con la conseguente cascata di soldi pubblici necessaria per tappare i buchi e continuare con la tragicommedia dei morti che camminano, spargendo un pari afflato mortale all’intero territorio montano d’intorno e alle comunità che lo abitano.

Dunque ben vengano tante belle nevicate, sulle piste e ovunque sui monti! E voi che ponete domande come quella indicata in principio, sciate quanto vi pare e piace, finché è possibile e senza la farsa della neve finta. Poi, magari, se lo sforzo intellettuale non vi pare maggiore di quello necessario per prendere una seggiovia, provate a uscire dalla vostra stanzetta buia e a guardarvi intorno, a osservare veramente le montagne, a comprendere la loro realtà, la loro cultura, la dimensione sociale, il loro presente e il futuro. E a ragionarci sopra un po’, obliterando non più lo skipass ai tornelli della seggiovia ma per una volta la mente alle montagne, così da coglierne l’anima più autentica: è con questa che chiunque le frequenti deve relazionarsi, non con altro. Se non c’è una relazione del genere, non ci sono nemmeno le montagne ma c’è solo uno spazio vuoto dove tutto vale cioè dove nulla ha più senso, nel quale se nevica tanto, poco o nulla non conta granché. Già.

Chiudo in bellezza con una citazione che “casca a fagiolo” in ogni senso, avendola intercettata proprio oggi sulla pagina Facebook di Michele Comi, e riguardante il libro di Wilson Bentley Snow Crystals, edito nel 1931:

Vide nei fiocchi di neve quel che altri uomini non seppero vedere, non perché non potessero farlo, ma perché non ebbero la pazienza e l’intelligenza per cercare.