Ladìis en Gentlemen (Siòre e Siòri), ecco a voi la nuova frontiera del divertimento sulla neve! Derapate nei boschi, salti sui pendii, serpentine sfrenate in ogni prateria innevata, e i più fighi di tutti riusciranno anche a impennare! Più nessun candido manto di neve resterà intonso: «easy to ride, easy to transport, easy to store, more Fun»! E tutto questo SOSTENIBILE! Già, perché la cosa è 100% elettrica! Come i taser della Polizia, esatto! Potrete rompere i cogl… ehm, divertirvi come matti su ogni montagna innevata sentendovi dei VERI ambientalisti con la coscienza a posto! E nel caso che impennando vi ribalterete e la cosa vi finirà in testa ammazzandovi, diranno di voi che sarete morti difendendo la Natura. Che volete di più?
Come dite? «Come può essere “sostenibile” una cosa del genere solo perché è elettrica?» Che domande! Lo è perché c’è scritto così!
Come dite ancora? «Non sarebbe meglio andarsene a piedi, sulle montagne, in armonia con l’ambiente e per godersi il paesaggio con calma?» Razza di trogloditi, ma certo che no! E ciò perché easy to ride, easy to transport, easy to store, more Fun! Mica pizza e fichi, eh!
Ah, che meraviglia la tecnologia contemporanea al servizio della salvaguardia della Natura, vero? Eh già, siamo proprio “Sapiens”, non c’è che dire!
Un amministratore locale “medio” delle Alpi italiane si trova a poter spendere un tot di milioni di Euro di soldi pubblici: che ci fa? Salvo poche eccezioni, probabilmente impianti e piste da sci, anche se non soprattutto a meno di 2000 m di quota, altitudine sotto la quale la scienza dimostra con dati ineluttabili che nevicherà sempre meno e farà sempre più caldo. Dove invece non impera la monocultura dello sci, tanto adatta a spendere facilmente soldi e a ricavarne altrettanto facili tornaconti quanto del tutto fuori dal tempo e sovente degradante le montagne alle quali viene imposta, si può avere la mente libera e sensibile a idee differenti, innovative, realmente capaci di cambiare quei paradigmi fallimentari prima citati. A Erl, piccolo comune in Austria nel distretto di Kufstein (a nord di Innsbruck), ove sono comunque presenti rinomati comprensori sciistici, hanno deciso di investire 36 milioni Euro (cifra che qui vale come tre impianti sciistici e relative infrastrutture, più o meno) in un’opera culturale che ha rilanciato in maniera preponderante e sorprendente l’intera zona: laFestspielhaus, una modernissima sala per concerti ed eventi artistici da ben 862 posti a sedere e un palcoscenico addirittura più grande di quello dell’Opera di Vienna, che offre un calendario costantemente ricco di proposte di altissimo livello registrando di frequente il tutto esaurito, con numerosi visitatori che giungono anche da molto lontano, oltre a rappresentare un’opera di architettura contemporanea che anche per ciò è diventata una rinomata attrazione turistica e culturale.
Come scrive Paolo Martini nel suo blog su “Il Fatto Quotidiano” in un articolo significativamente intitolato Non di solo sci vive la montagna,
La Festspielhaus è stata costruita tra il 2010 e il 2012 ai margini del bosco dallo studio viennese DMMA di Delugan Meissl, gemello post-moderno di una vicina e precedente costruzione di cemento bianco a forma di torre, la celebre Passionsspielhaus, dedicata alla grande rappresentazione popolare della Passione, cui partecipano dal 1613 quasi tutti i millecinquecento abitanti del paese, ogni sei anni, e che a sua volta è diventata una celebre attrazione turistica della regione a nord di Innsbruck. Fa impressione pensare che un paesino tra i tanti, lungo l’Inn, abbia voluto costruirsi un palcoscenico di 450 metri quadrati e una splendida platea per quasi novecento spettatori, in grado di garantire visuale e acustica pressoché perfette per ogni ordine di posto. Nel periodo natalizio la programmazione del Festspielhaus di Erl riparte alla grande, tra concerti e opere di altissimo livello, tal quale durante la stagione estiva.
Ecco. Per tutti quelli che dicono che chi è contro i nuovi impianti di sci non vuole che si faccia alcunché in montagna, magari tacciandolo di essere un «integralista del no» (definizione spesso sulla bocca dei sostenitori della monocultura sciistica): la questione è semmai che non si possono fare cose illogiche, insensate, fuori contesto, prive di visione e progettualità futura per di più spendendo soldi pubblici, ma si possono (anzi, si devono) fare cose dotate di buon senso e realmente capaci di sviluppare e valorizzare il luogo nel quale vengono realizzate, anche perché fatte spendendo soldi pubblici dei cui benefici concreti si dovrebbe sempre rendere conto, così come dovrebbe riconoscere le proprie responsabilità (anche giuridiche) chi impone opere e progetti palesemente fallimentari le cui conseguenze deleterie non tardano a manifestarsi.
Tuttavia, sono discorsi semplicissimi da capire per chiunque ma, temo, ancora troppo complicati per quei citati personaggi pubblici; d’altro canto, chi non ha orecchie per intendere non intende nulla, già.
[Vedute montane nei dintorni di Vione. Immagine tratta da alpinebike.altervista.org.]Qualche tempo fa, nello spazio che qui sul blog dedico al “Fare cose belle e buone, in montagna” ovvero a progetti di sviluppo virtuoso dei territori montani rispetto a molti altri assai meno sostenibili e per molti versi pericolosi, vi ho scritto di Vione, piccolo comune della Valle Camonica dalla grande storia e dal notevole patrimonio architettonico rurale. Un luogo peculiare per questa regione alpina che un progetto veramente interessante e importante sta trasformando in un Laboratorio permanente di spazi abitati montani in trasformazione, così da sviluppare in forma sperimentale iniziative ed interventi con la finalità di guidare le trasformazioni del paese e garantirne un percorso di sviluppo originale ed equilibrato, rappresentando in questo modo anche le possibilità per tornare a vivere e restare in montagna.
Elementi fondamentali del Laboratorio permanente di Vione, che è un’iniziativa del Distretto Culturale della Comunità Montana di Valle Camonica e del Comune di Vione, sono gli incontri tematici di architettura, con i quali si coltiva e si sviluppa il dialogo tra progettisti, abitanti e amministratori sulle tematiche riguardanti la rigenerazione dei piccoli paesi delle aree montane: occasioni ottimali di scambio delle idee, riflessione e progettazione condivisa delle iniziative che in seguito potranno essere realizzate nel territorio a favore del suo sviluppo virtuoso. Oltre ai temi dalla qualità del progetto nel costruito storico, negli incontri lo sguardo si allarga ai temi del paesaggio, del dialogo con i committenti, delle pratiche di coinvolgimento dei residenti e del restauro minimo come obiettivo culturale. Punto fermo è il tema di fondo fissato nella ricerca di un rapporto armonico fra Tradizione e Innovazione per una qualità dell’abitare contemporaneo condivisa.
La seconda serie di questi incontri è appena ripartita e presenta appuntamenti assolutamente interessanti, ai quali si potrà partecipare in presenza oppure da remoto dalla piattaforma Meet. Trovate i vari appuntamenti qui sopra e, per saperne di più al riguardo, potete cliccare qui oppure scaricare l’intero programma degli incontri su pdf qui.
P.S.: per questo post ringrazio di cuore Giorgio Azzoni, responsabile scientifico del Laboratorio e curatore delle iniziative e della serie di incontri, ai quali spero vivamente di poter partecipare di persona.
Come spiego con maggior dovizia di particolari qui, in questa serie voglio proporre delle immagini comparative di ghiacciai sui quali fino a qualche tempo fa si praticava lo sci estivo (o si pratica tutt’ora ma in un ambiente totalmente diverso e deteriorato rispetto a prima) che per molti versi ritengo ancor più emblematiche di altre “glaciali” riguardo ciò che sta accadendo sulle nostre montagne in forza del cambiamento climatico in corso. Perché c’è stato un tempo e un clima grazie al quale lassù c’erano piste, impianti, alloggi, migliaia di sciatori, divertimento, godimento – che ciò fosse plausibile o no: ora non c’è più nulla, anzi, c’è proprio un altro luogo rispetto ad allora.
Il Ghiacciaio del Gigante, ad esempio, raggiunto dalle funivie che da Courmayeur salivano al Rifugio Torino e a Punta Helbronner, ove sul Colle omonimo (già in territorio francese ma con impianti italiani) si è sciato fino agli anni Novanta. Ecco com’era tra gli anni Sessanta e Settanta:
Immagino che numerose volte avrete letto, sui media, titoli come quello qui sopra riprodotto o sentito dichiarazioni similari nei tele-radiogiornali. E chissà quanti, tra il cosiddetto pubblico generalista, sull’onda di quanto appreso e sostenuto in quelle notizie avranno probabilmente pensato: «ah, che bello, allora i ghiacciai si possono salvare dalle conseguenze dei cambiamenti climatici!»
Ecco: riguardo a questo tema l’amico Giovanni Baccolo, che di ghiaccio si occupa per professione scientifica essendo un glaciologo ricercatore del Dipartimento di Scienze Ambientali e della Terra dell’Università di Milano-Bicocca, ne ha scritto diverse volte (ad esempio qui) ed è tra i firmatari di una lettera sottoscritta da numerosi enti e istituzioni e da altri 40 scienziate e scienziati che risulta uno dei documenti più completi e esaustivi sull’argomento. In esso viene data una risposta chiara e inequivocabile a una “domanda” che dovrebbe necessariamente scaturire dai suddetti frequenti titoli mediatici i quali invece ne propongono la sostanza evitando accuratamente qualsiasi forma interrogativa ma esponendola come l’asserzione di una verità indiscutibile: “I teli geotessili salvano i ghiacciai”.
Ma è proprio così? Li salvano veramente i ghiacciai, i teli geotessili?
[Ciò che resta del Ghiacciaio Presena coperto dai teli geotessili. Immagine tratta da www.bresciaoggi.it.]Vi invito caldamente a leggere nella sua interezza la lettera/documento degli scienziati – cliccate sull’immagine qui sotto – per poter(vi) rispondere nel modo più articolato alle domande appena esposte. Ma se da subito volete una buona risposta al riguardo, vi cito un passaggio dell’articolo di Giovanni Baccolo che sul suo sito storieminerali.it presenta la lettera degli scienziati:
Coprire i ghiacciai con i teli non significa salvarli, ma tutelare un interesse economico locale. Ciò che più preoccupa gli studiosi è l’ambigua comunicazione del “salvataggio” che spesso accompagna queste iniziative: un ghiacciaio coperto sarebbe un ghiacciaio salvato dal cambiamento climatico. Non è così.
Dipingere la copertura dei ghiacciai come uno strumento per combattere il cambiamento climatico e il riscaldamento globale è profondamente sbagliato. Tali pratiche hanno infatti diversi impatti negativi sull’ambiente e possono essere accettate solamente come interventi a protezione di interessi turistico/economico locali legati a specifici ghiacciai. Spacciarli come un “salvataggio” è errato da un punto di vista scientifico. È anche un messaggio distorto che rischia di creare confusione e danneggiare la sensibilità ambientale delle persone che negli ultimi anni si è progressivamente consolidata.
Purtroppo molte iniziative volte al finanziamento delle pratiche di copertura dei ghiacciai non sottolineano che i teli servono a tutelare un interesse economico legato a uno specifico ghiacciaio, come il mantenimento di una pista da sci. Esse fanno invece leva sulla sensibilità ambientale delle persone, diffondendo il messaggio ambiguo e inesatto che coprire i ghiacciai significa salvarli. È stato questo il motivo che ha spinto gli scienziati a diffondere la lettera.
Rinnovo l’invito a leggere nella sua interezza la lettera/documento degli scienziati e a meditarla di conseguenza. È quanto mai importante capire come stanno realmente le cose, anche riguardo a questioni come la presente, apparentemente secondarie e magari da qualcuno ritenute fin troppo cavillose quando invece risultano del tutto emblematiche, in senso generale, circa la cognizione diffusa della realtà climatica che stiamo vivendo. Una realtà verso i cui cambiamenti in atto il primo e fondamentale atto di resilienza è comprendere. Se non si ha un’adeguata consapevolezza di questa nostra realtà in divenire, con tutti i suoi annessi e connessi, ogni atto concreto messo in atto al riguardo rischia di apparire inutile se non francamente ipocrita – vedi sopra – e sostanzialmente dannoso. E di danni ulteriori cagionati da mani umane la montagna non ne ha proprio più bisogno!
P.S.: chi non sapesse com’era un tempo il Ghiacciaio Presena citato qui ad esempio, per raffrontarne lo stato a quello attuale, può dare un occhio a quest’altro mio articolo.