L’architettura È paesaggio (ma a volte no!)

[Foto di AdmComSRL, opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte qui.]
Per una mera suggestione personale – forse per qualcuno ingiustificata, ma tant’è – mi viene da accostare quanto ha dichiarato qualche giorno fa il celebre architetto svizzero Mario Botta in merito al “suo” Casinò di Campione d’Italia (foto sopra) con un recente progetto dell’altro stimato architetto Enrico Scaramellini, il cui cantiere aprirà quest’anno (foto sotto).

Botta ha pubblicamente dichiarato quello che tutti – io per primo che dalle sponde del Lago di Lugano sul quale si affaccia ci passo spesso – hanno da sempre pensato dell’edificio di sua progettazione a Campione e cioè, per farla breve, un obbrobrio assolutoleggete qui. A suo merito va la pubblica ammenda, per giunta piuttosto sollecita (ha impiegato poco più di dieci anni per ammettere l’errore, relativamente poco tempo), a suo demerito il tentativo di giustificarla comunque con le pressioni dei politici italiani al riguardo, il che farebbe, mi permetto di osservare, pensare a una certa mancanza di personalità (nonostante la magniloquenza della nomea da “archistar”), oltre che di visione paesaggistica.
Ecco, per l’appunto: il Casinò di Campione non è soltanto un edificio totalmente fuori scala rispetto al contesto urbano in cui è stato calato (come un gigantesco e rozzo masso in una cristalleria, l’impressione è questa) ma la sua obiettiva bruttezza deriva dalla totale mancanza di relazione con il paesaggio locale. Nessuna attinenza con la geografia, la morfologia, i cromatismi, con tutto il resto di antropico d’intorno… niente di niente.
Enrico Scaramellini – che non è “archistar” nel senso (ormai) più pacchiano del termine ma lo è, concretamente, nell’ambito della progettazione architettonica alpina – ha invece progettato a Campodolcino l’ampliamento della palestra di arrampicata. Certamente siamo di fronte a un edificio di tutt’altre dimensioni rispetto al Casinò di Campione, ma pure qui in effetti c’è l’inserimento di un volume nuovo e diverso in tutto e per tutto rispetto all’edificio esistente che gioco forza, visto l’ambiente montano, deve relazionarsi con il paesaggio circostante. Scaramellini, da mirabile progettista qual è, lo sa bene e pensa a «un inserto, un monolite che gioca con la luce e le ombre e riprende i toni del paesaggio circostante», come ha scritto sulla sua pagina facebook. Ovvero, un intervento che cerca e trova un’armonia materiale con le forme e le peculiarità fisiche del territorio d’intorno ma pure una consonanza immateriale, di concetto, pensiero e percezione, così che il nuovo edificio si identifichi nelle montagne che lo circondano e le montagne si identifichino in esso. Qui sì che c’è piena attinenza con il paesaggio; questa sì che è architettura, nel senso pieno e compiuto del termine.

Be’, visto che Mario Botta pare stia pensando, ora, a come riutilizzare il suo ciclopico edificio a Campione (secondo me, da abbattere senza indugio alcuno), mi viene da pensare che nel merito potrebbe certamente farsi ispirare da Scaramellini e dai suoi progetti. Lo so, non ne ha (avrebbe) bisogno, vista il suo curriculum architettonico e i numerosi progetti assai apprezzabili eseguiti, ma forse a volte sì – e il paesaggio ne ha bisogno sempre, di interventi ad esso armoniosi, ovunque e inevitabilmente.

Andare a Lucerna e Tallinn senza andarci (per ora)

La neve è forse l’elemento naturale che più di ogni altro rende affascinante qualsiasi luogo, sia esso rurale o urbano. Tra questi secondi, tuttavia, ci sono alcune città che quando vengono ammantate dalla fredda coltre bianca accrescono se possibile la loro bellezza, diventano ancora più attrattive, intriganti, accoglienti, assumendo le sembianze di luoghi emotivi, oltre che geografici. Lucerna e Tallinn vanno sicuramente annoverate tra di essi: due città bellissime in ogni momento dell’anno che però se innevate diventano veramente incantate, quasi “magiche”.

[Foto di Ilya Orehov da Unsplash.]
[Immagine tratta da luzern.com, fonte qui.]
Purtroppo la situazione sanitaria che limita chiunque a livello continentale (e planetario) impedisce al momento di poter godere appieno della loro bellezza; tuttavia, nell’attesa di poterci andare – se non le avete mai visitate – o di tornarci, be’, ci sono due libri che le raccontano in modo assai particolare e insolito:

Non sono “guide di viaggio” (sono molto di più, in realtà) ma forse, leggendoli, vi verrà voglia di viaggiare verso Lucerna e Tallinn molto più che dopo aver letto un’ordinaria guida di viaggio, appunto.

Per saperne di più sui due libri, cliccate qui e qui.

Due centimetri di arrosto per lato

Una tagliava da sempre l’arrosto alle due estremità prima di cucinarlo. Due centimetri buoni di carne cruda per parte. La figlia le aveva chiesto perché lo facesse e la madre le aveva risposto che non lo sapeva bene, a casa sua si era sempre fatto cosi, lo aveva visto fare dalla nonna. La figlia aveva quindi chiesto alla nonna il perché di quel taglio dell’arrosto e la nonna le aveva risposto che glielo aveva insegnato la bisnonna e che doveva sicuramente essere un trucco per farlo più buono.
La figlia aveva quindi chiesto alla bisnonna i motivi di quella carne sacrificata e lei le aveva detto che lo aveva sempre fatto perché la pentola che aveva era sempre più piccola dell’arrosto che comprava e che non poteva fare altro che accorciarlo per farcelo stare tutto intero.

[AA.VV. (a cura di Paolo Nori), Repertorio dei matti del Canton Ticino, Marcos y Marcos, 2019, pag.20.]

Dürrenmatt imperituro

Pochi giorni fa si sono ricordati i 30 anni esatti dalla morte di Friedrich Dürrenmatt, uno dei maggiori scrittori del Novecento europeo in senso assoluto e tutt’oggi figura ricchissima di suggestioni letterarie, culturali, intellettuali offerte a profusione in ogni suo scritto, dai più celebri romanzi fino agli articoli apparentemente secondari. A me, da grande appassionato e studioso di “letteratura alpina” (ovvero scritta nelle Alpi e che di Alpi tratta in modi più o meno diretti), e dunque da cultore della produzione svizzera, piace indagare, ricercare e scoprire in Dürrenmatt le affinità con quella produzione più tipicamente alpina; il grande scrittore bernese non è certamente annoverabile nella cerchia degli autori di quell’ambito letterario eppure sia nello stile, prevedibilmente, che in certe atmosfere costruite e narrate nei suoi romanzi, meno prevedibilmente e niente affatto solo come mere scenografie, vi ritrovo le montagne e il loro paesaggio, la loro cultura e lo spirito. Parrebbe una cosa scontata, visto che qualsiasi svizzero le Alpi le ha costantemente davanti agli occhi e “dentro” quasi ogni aspetto pratico della quotidianità nazionale: questo è certamente vero, ma la grandezza della scrittura e dell’invenzione letteraria di Dürrenmatt rende tale aspetto molto più stratificato e, come detto, ricco di suggestioni di varia natura. Una peculiarità che, insieme a molte altre, fanno di Friedrich Dürrenmatt un autore imprescindibile (al di là delle considerazioni “alpine” qui da me proposte) e ancora oggi capace di sorprendere come pochi altri oltre che, senza dubbio, di affascinare ogni lettore sensibile.

In modo parimenti “scontato” (ma magari no) il pregevole sito di informazione “SwissInfo” dedica un bell’articolo all’anniversario dürrenmattiano nel quale è possibile vedere un altrettanto bel documento video d’annata: un ritratto a 360 grandi dell’artista elvetico tratto da una trasmissione della RSI – la Radiotelevisione della Svizzera Italiana – del 5 gennaio del 1981, in occasione dei 60 anni di Friedrich Dürrenmatt. Godetevelo: è un modo tanto suggestivo quanto approfondito per conoscere meglio (se non si è già edotti al riguardo) uno dei più importanti autori letterari (e non solo) degli ultimi decenni e, magari, per coltivare la curiosità di leggere le sue sublimi opere.

Affinché nevichi

[Foto di Federico Bottos da Unsplash.]
Be’, direi proprio che, riguardo quanto scrivevo qui in tema di condizioni meteoclimatiche favorevoli e lockdown, siamo di fronte a un’altra palese conferma di una potenziale nuova Legge di Murphy dell’era-Covid, ovvero di un suo corollario invernale che più o meno potrebbe suonare così:

Se si vuole che nevichi in montagna come raramente accade, si chiudano per decreto impianti e piste da sci.

Posto che il suo contrario – qualcosa come «Aprite i comprensori sciistici e non nevicherà per quasi tutto l’inverno» – è a sua volta una legge del tutto assodata, che rappresenta emblematicamente la realtà climatico-economica di tante stazioni sciistiche alpine. D’altro canto da qui al 6 gennaio, giorno in cui salvo nuovi decreti le piste da sci potranno riaprire, non è detto che un caldo inopinato non sciolga gran parte della neve caduta in queste ultime ore. Dacché i Dpcm cambiano quasi giornalmente ma pure l’andamento climatico degli ultimi anni non scherza affatto in quanto a cambiamenti fuori dall’ordinario!

Insomma: verrebbe quasi da chiedersi se non sia che, per ripristinare un clima più normale in montagna, si debba sul serio chiudere i comprensori sciistici e trasformarli in località nelle quali praticare tutte le altre attività alpine “non meccanizzate”. Bisognerebbe proprio chiederselo, già.