Il Lago Bianco del Gavia, un luogo ricco di bellezza in una società povera di giustizia

Una società si dimostra particolarmente ingiusta e squilibrata non solo quando lascia che chi la governa commetta delle azioni palesemente sbagliate senza che nessuno possa intervenire per fermarle fino a che il danno conseguente sia ormai fatto, ma pure quando dà la possibilità a chi ha commesso quello azioni di restare impunito, giustificandone così l’incompetenza e l’arroganza manifestate. Questo è un principio che vale per i massimi sistemi come per i piccoli, e ancor più se a subire il danno è un patrimonio inestimabile e collettivo, di noi tutti. Noi che altrimenti, insieme quel patrimonio, rischiamo di subire una bieca doppia – se non tripla – ingiustizia.

Il principio sopra esposto è perfettamente applicabile al Lago Bianco del Gavia – ricordate? Un bellissimo lago alpino a 2600 metri di quota a poca distanza dal Passo del Gavia, tra Valtellina e Valle Camonica il quale, nonostante presenti un biotopo di raro valore naturalistico e sia posto nella zona di massima tutela del Parco Nazionale delle Stelvio, tra il 2023/2024 è stato preso d’assalto da un cantiere che doveva prelevarne l’acqua al fine di alimentare i cannoni sparaneve del comprensorio sciistico di Santa Caterina Valfurva. Un cantiere illegittimo e palesemente criminale che solo grazie all’appassionato impegno di alcuni amici, Marco Trezzi in primis, e ad una mobilitazione “dal basso” che ha avviato diffide, esposti finanche alla UE e una battaglia legale autofinanziata – e senza alcun supporto dalle istituzioni politiche, è bene rimarcarlo – è stato fermato, ma già dopo che sono stati causati danni evidenti alle rive del lago.

Bene: nonostante tutto ciò, solo di recente è emerso che la Procura di Sondrio, competente sull’iter giudiziario avviato dal Comitato “Salviamo il Lago Bianco”, ha archiviato l’esposto a luglio 2025, senza avvisare il legale del Comitato come la legge prevede e senza rispondere alle infinite richieste di audizione che negli anni sono state fatte. Oltre a questo ha continuato a far aggiornare l’esposto con perizie e documenti che, per quanto sopra, finivano all’insaputa dei promotori su un binario morto. Come ha scritto il Comitato sulla propria pagina Facebook, «Prendiamo dunque atto che secondo la “giustizia” Italiana devastare un habitat naturale protetto da svariati livelli normativi nazionali ed internazionali non costituisce reato alcuno.»

Viene da esclamare «Che schifo!», già. Ma non basta. Per presentare formale reclamo davanti alla giustizia Italiana contro il comportamento della Procura di Sondrio il Comitato ha deciso, previo assenso popolare raccolto in poche ore, di integrare la petizione UE e far ricorso alla Commissione Europea dei Diritti dell’Uomo per violazione delle norme sull’accesso alla giustizia. Citando ancora il Comitato, «Soccombere a questo punto ci pare vergognoso e irrispettoso rispetto quanto di buono ed efficace fatto sin ora. Chiediamo quindi ancora una volta il vostro aiuto, per aiutarci a dare giustizia al nostro amato Lago Bianco. Per noi e per lasciare un segno che potrà essere visto anche dalle prossime generazioni.» Servivano infatti ulteriori 2.500 Euro oltre a quelli raccolti in precedenza per sostenere la causa di difesa del Lago: ma io ne sto scrivendo con qualche giorno di ritardo per cause di forza maggiore e la cifra necessaria è già stata rapidamente raccolta.

Tuttavia, posta tale assurda, vergognosa vicenda, io credo che ogni autentico appassionato di montagna e qualsiasi persona sensibile al futuro delle nostre terre alte e alla loro ineludibile bellezza, nonché consapevole che non esista alcuna società propriamente detta senza giustizia vera, anche nelle cose apparentemente secondarie come questa che in realtà non lo sono affatto – anzi, sovente sono ancora più emblematiche al riguardo – non possa non sostenere questa ulteriore, fondamentale battaglia del Comitato in difesa del Lago Bianco: donando qualcosa alla raccolta fondi, restano sensibile alla questione, facendo massa critica e pressione sulle figure istituzionali coinvolte, pretendendo che territori di inestimabile valore e bellezza come quello del Lago Bianco e ogni altro sulle nostre montagne non possa e non debba subire assalti tanto criminali da parte di soggetti pubblici o privati evidentemente incapaci di comprendere quel valore e interessati solo ai propri tornaconti, alle spalle dell’intera società civile.

La prima giustizia è proprio questa, in fondo: non quella che può sancire un tribunale o altro soggetto affine dopo un’azione giudiziaria, ma quella che noi tutti, singoli cittadini che siamo società civile e ancor prima comunità civica, dobbiamo pretendere prima che qualsiasi sopraffazione, prepotenza, illegalità, si manifestino e vengano avviate. Ancor più se coinvolge qualcosa di così bello, importante e delicato come le montagne: che sono nostre, di noi tutti, non di qualche miserrimo arrogante e dei suoi sodali. La cui impunità, sia chiaro, sarebbe un’ignobile sconfitta non solo per il Lago Bianco ma per l’intera nostra società.

Lunga e serena vita al Lago Bianco e a tutte le nostre montagne!

Per passare all’azione:

Il Vallone delle Cime Bianche e lo sci del «ce-l’ho-più-grosso-io!»

[Il Cervino visto dalla Val d’Ayas. Foto di Alessandro Cantamessa, opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Mentre ci si può felicitare per la sentenza del TAR che ha stoppato il progetto di una inutile e orribile strada nel bellissimo Vallone di Sea, in Piemonte, che ne avrebbe devastato il territorio incontaminato (ne ho scritto qui), un altro Vallone incontaminato e di bellezza alpestre assoluta, quello delle Cime Bianche in Valle d’Aosta, è sempre più a rischio di devastazione per il progetto di collegamento sciistico-funiviario sostenuto dalla Regione con il quale si vorrebbero unire i due comprensori sciistici di Cervinia-Zermatt e del Monterosa Ski. Quasi dieci chilometri di nuovi impianti dei quali più di quattro in area protetta (il Vallone delle Cime Bianche è Zona di Protezione Speciale della Rete Natura 2000), 16 piloni, opere accessorie, una portata complessiva di 1.400 passeggeri l’ora e un costo che supererà i 150 milioni di Euro per distruggere uno degli ultimi territori in quota non antropizzati delle Alpi valdostane e creare un comprensorio sciistico-monstre di 580 km complessivi.
Be’, forse nemmeno il più malvagio tra i cattivi dei film di James Bond arriverebbe a concepire una tale follia!

Che senso può avere un collegamento del genere? La risposta più obiettiva è nessuno, se non quello di un assurdo gioco al «ce-l’ho-più-grosso-io!» – il comprensorio sciistico, in primis, ma pure l’ego di chi lo vorrebbe imporre.

Cervinia-Zermatt e Monterosa Ski sono già oggi due dei più grandi skirama delle Alpi italiane, il primo con 380 km di piste e il secondo con 200 km, che non hanno alcun bisogno di ampliarsi ulteriormente perché non ne hanno bisogno i loro utenti, avendo a disposizione piste da sciare a sufficienza per giorni interi. Per giunta nessuno mai, nemmeno il campione olimpico di discesa libera, potrebbe partire dall’uno per sciare in maniera estesa sull’altro: avrebbe da percorrere quasi 70 km in andata e altrettanti al ritorno, con tutti i vari trasbordi sugli impianti di risalita: impossibile e d’altro canto, se anche fosse possibile, per cosa poi? Quale divertimento autentico ne trarrebbe? In verità si tratta soltanto di un’assurda, pretenziosa manifestazione di gigantismo bulimico-turistico completamente fuori dal tempo, che imporrebbe la devastazione di un’area naturale intatta e la spesa di una montagna di soldi solo per costruirci sopra un bieco marketing e per buttare in giro la voce di essere “uno dei comprensori più grandi del mondo”. A che pro, per quale motivo, a favore di chi? Veramente si può avere il coraggio di infrastrutturare una Zona di Protezione Speciale in alta montagna solo per soddisfare tali scriteriate mire commerciali?

[Un rendering della stazione di Cime Bianche Laghi, dove i nuovi impianti si connetterebbero a quelli del comprensorio di Cervinia. Sopra, una veduta invernale del Vallone delle Cime Bianche, immagine tratta da https://www.facebook.com/varasc.]
«La soluzione scelta dalle società è considerata la migliore per il profilo tecnico e funzionale e quella con minori interferenze su habitat e fauna» sostiene l’assessore regionale valdostano ai Trasporti, secondo il quale «nella ZPS Natura 2000 la soluzione ipotizzata avrebbe quattro piloni». Eh già, perché quei “soli” quattro piloni – ma su più di quattro km di linea funiviaria, non dimentichiamolo – sorreggono il nulla, vero? Come se i funi, le cabine in transito, l’impatto acustico, l’impatto visivo, le opere ausiliarie all’impianto (pozzetti elettrici, strade per la manutenzione, eccetera) fossero fatti di aria. Una presa per i fondelli bella e buona, a mio modo di vedere. Avessero almeno il coraggio e l’onestà di dire che a loro dell’integrità ambientale e paesaggistica del Vallone delle Cime Bianche non importa nulla e che vogliono realizzare a qualunque costo le funivie progettate, ci farebbero una figura migliore cioè meno ipocrita.

[Una veduta estiva del Vallone delle Cime Bianche. Immagine tratta da https://www.facebook.com/varasc.]
Ribadisco: questo è lo sci del «ce-l’ho-più-grosso-io!», una forma di prepotenza nei confronti delle montagne inammissibile e inaccettabile, basata su un’idea di turismo obsoleta e miope. Oltre che dispendiosissima, dato che oltre ai costi per la realizzazione già oggi se ne prevedono altri, per una gestione su nove mesi l’anno di apertura dei nuovi impianti, di 2 milioni 344 mila euro. Cifra prevista oggi, appunto, che chissà negli anni futuri di quanto aumenterà. Ma dunque, per purissimo senso della logica, a fronte di tutto ciò che avete letto fin qui, non costa moooolto meno lasciare intatto il Vallone delle Cime Bianche e semmai investire tutto quel denaro nell’ottimizzazione dei comprensori attuali, già così grandi e rinomati?

Il senso della logica, già. E quello del contesto, della misura, del limite… il buon senso, insomma. Quello che lassù, su quelle Alpi valdostane, sembra sia stato ormai sepolto sotto i plinti di cemento dei piloni delle funivie, insieme al più ordinario rispetto per le montagne.

[Sempre il Vallone delle Cime Bianche, sempre immagine tratta da https://www.facebook.com/varasc.]
N.B.: ricordo sempre che continua la lotta degli amici di Varasc.it e del Comitato “Insieme per Cime Bianche” volta alla tutela del Vallone, per la salvaguardia del suo ambiente naturale d’alta quota e contro i progetti di sfruttamento turistico. Li trovate qui: https://www.varasc.it

Per contribuire con loro alla difesa del Vallone delle Cime Bianche:

«La montagna è di tutti!»

[Quest’immagine è tratta da un bellissimo post della pagina Instagram di divulgazione ambientale betula_stuff, dove lo potete leggere per intero – cliccate sulle immagini; qui trovate il loro sito web.]
Molte volte, dietro certe infrastrutture turistiche quanto meno opinabili che vengono realizzate in montagna, viene posto un “pensiero” che poi regolarmente si manifesta in forma parecchio dogmatica quando si cerca di osservare la criticità delle opere: «la montagna è di tutti!». Per cui, via con le ciclovie larghe come strade che raggiungono luoghi alpestri incontaminati e spesso spianano sentieri storici o, viceversa, guai a invocare la chiusura di certi percorsi stradali o alpestri perché troppo affollati e per ciò degradati – e degradanti i luoghi che attraversano. «La montagna è di tutti!» ripetono i promotori di quelle opere, «tutti hanno il diritto di poterci andare e di godere delle sue bellezze!» Affermazioni che in realtà nascono ben altri fini – o ben altri affarismi, per meglio dire – le cui parole a loro volta “spianano” le montagne, la loro cultura, l’anima peculiare, in maniera oltre modo pericolosa perché basate sul principio del “si può fare tutto”. L’esperienza montana non conta più, nemmeno la fatica che dava valore alla meta raggiunta e tanto meno la relazione con i luoghi: bisogna arrivarci, punto. E farlo il più agevolmente possibile perché più persone possibili possano farlo. Allora spianiamole tutte queste montagne maledettamente ripide, accidentate, aspre! Chi siamo noi per poter dire che lassù ci si può arrivare solo se ben allenati dopo qualche ora di cammino o soltanto con un’adeguata tecnica ciclistica oppure alpinistica, oltre che con la dovuta consapevolezza del luogo e del contesto? «La montagna è di tutti, tutti ci devono poter salire!»

Questi pensieri, purtroppo spesso articolati proprio dalle amministrazioni comunali di montagna in una deriva culturale inquietante e irritante, rappresentano una delle più gravi mancanze di rispetto nei confronti dei territori montani anche in forza del suo carattere istituzionale. Dimenticano totalmente di considerare il senso del contesto, come se la montagna fosse un ambito uguale agli altri, soprattutto a quelli cittadini, alterano il valore stesso della presenza umana sui monti basata da sempre e inevitabilmente sul dialogo con i luoghi e le condizioni ambientali, tralasciano – con molto ipocrisia – di proferire quelle affermazioni nella loro forma completa: la montagna è di tutti quelli che la rispettano. E lo fanno perché, per realizzare certi progetti, sanno benissimo che il rispetto per la montagna è un ostacolo e non deve essere contemplato, anzi: lo si deve alimentare, spingendo anche i fruitori di quei progetti a dimenticarlo.

[Le orripilanti passerelle metalliche piazzate nel 2022 sul Piz di Olda, a oltre 2500 metri di quota in Valla Camonica, pur di farci arrivare i cicloturisti – ne avevo scritto qui. Fortunatamente poi vennero tolte ma per la mancanza delle autorizzazioni necessarie, non per la loro palese dissennatezza.]
Ma a qualsiasi diritto corrisponde un dovere: ha il diritto di salire sulle montagne chiunque manifesti il dovere di rispettarle. Altrimenti non può salire, fine della storia. Il mondo è grande, di altri posti belli nei quali divertirsi ce ne sono a iosa. E quando certe amministrazioni pubbliche proferiscono le succitate affermazioni pur di giustificare e realizzare i loro progetti, dimostrano di avere annullato il diritto di amministrare le loro montagne. D’altro canto il voto elettorale è un dovere che garantisce il diritto di scegliere chi si ritiene possa fare del bene ai propri territori. Se questa corrispondenza si rompe, viene rotta ogni altra cosa conseguente. Punto.

Le Olimpiadi a Livigno saranno un flop (?!)

So bene di rischiare di diventare noioso, a parlare così spesso di Milano Cortina, ma qui le cronache sconcertanti al riguardo si susseguono a ritmo incalzante; d’altro canto restare zitti di fronte a certe cose trovo che sia civicamente e moralmente discutibile.

[Cliccate sull’immagine per leggere l’articolo.]
Uno dei fatti più recenti: il governo del cantone svizzero dei Grigioni da tempo chiede garanzie (e i fondi promessi) all’Italia – alla Lombardia nello specifico – per la gestione del traffico che si dirigerà a Livigno al fine di assistere alle gare olimpiche in programma lì, molto del quale passerà dalla Svizzera, senza ottenere risposte e per ciò dicendosi «irritato» con le autorità italiane.

Poi, finalmente, giovedì la Lombardia, per voce del proprio Assessore alla Montagna, ha risposto ai Grigioni sostenendo che «i costi per gestire la viabilità durante le Olimpiadi di Livigno saranno inferiori al previsto a causa di un minor afflusso di visitatori.»

[Cliccate sull’immagine per leggere l’articolo. La foto è tratta dalla pagina Facebook “I love Livigno“.]
Come come come?!

L’Assessore lombardo cosa sta dicendo, in concreto? Sta affermando di sapere già che le Olimpiadi a Livigno saranno un flop, e che non ci andranno a vederle così tante persone come la propaganda istituzionale olimpica continua a sostenere?

Oppure sta cercando di ingannare i grigionesi, peraltro in maniera parecchio maldestra, per cercare di sfuggire dalle responsabilità a carico della Lombardia e di non pagare quanto promesso e dovuto ai Grigioni per le spese di gestione del traffico olimpico?

Al momento, salvo mie sviste, la notizia della risposta dell’Assessore lombardo agli svizzeri non compare su nessun organo di informazione italiano.

Sconcertante. Per non dire altro. Sarebbe bene che la Lombardia fornisca ben più ampie e adeguate spiegazioni pubbliche, per evitare una figuraccia colossale.

Povere Olimpiadi, messe nelle mani di siffatti soggetti e così trasformate in un disastro per i territori coinvolti!

Comunque no, non solo le Olimpiadi IL problema delle “Olimpiadi” di Milano Cortina

[Immagine tratta da www.valdidentroturismo.it.]
È bene chiarire una volta ancora il nocciolo della questione olimpica: le Olimpiadi non sono il problema, anzi, sono un evento importante e meraviglioso. Semmai è come vengono concepite e, soprattutto, come sono state realizzate qui in Italia per Milano Cortina 2026. Cioè in modi tanto superficiali quanto inquietanti in primis da una classe politica evidentemente non in grado di realizzare un evento del genere ricavandone una reale opportunità di sviluppo per i territori. Tutt’altro, invece.

[Veduta dall’alto del cantiere della nuova telecabina Apollonio-Socrepes e della frattura franosa soprastante, coperta dai teli gialli. Immagine tratta dalla pagina Youtube di “TeleBelluno”.]
Così, mentre assolutamente inquietante è, ad esempio, la cabinovia Apollonio-Socrepes a Cortina, costruita su terreno risaputamente franoso e della quale si è occupata “Report” lo scorso 7 dicembre (ma anche “Il Post” qui) e di contro l’unica opera olimpica più o meno conclusa è la più inutile, cioè la pista di bob (120 milioni di Euro per qualche decina di praticanti), in Valtellina sta assurgendo a potenziale disastro olimpico assoluto la nuova tangenziale di Tirano, altro progetto da molti contestato appena venne presentato per le numerose criticità geologiche e tecniche che palesemente presentava, che per mesi i politici responsabili hanno giurato e spergiurato che si sarebbe comunque realizzata e poi terminata in tempo per l’inizio dei Giochi Olimpici e che invece non solo forse non verrà conclusa ma già ora, prima di essere aperta, vede emergere quelle criticità geotecniche annunciate da molti (e vede pure già volare gli stracci tra politici che con supponenza invocano una “tregua olimpica” alle polemiche e classe dirigente che invece comincia a non poterne di più di parole e promesse che non diventano fatti concreti). [1]

[Articoli e immagine tratti da “SondrioToday“.]
D’altro canto Milano non è da meno: la costosissima nuova Arena di Santa Giulia, che deve (dovrebbe?) ospitare le gare di hockey, è in forte ritardo e ancor prima di essere finita già presenta problemi tecnici, costerà molto di più di quanto previsto e pure la viabilità esterna non è ancora conclusa e i suoi costi se li dovrà accollare il Comune di Milano – cioè noi contribuenti, insieme agli extra-costi delle altre opere olimpiche. Senza contare i problemi (e la bruttezza architettonica) del nuovo Villaggio Olimpico di Porta Romana.

[L’articolo de “Il Post” sui guai dell’Arena di Santa Giulia. La foto mostra il cantiere lo scorso luglio 2025 ed è di @fabio.marsico via @cqmsg, tratta dalla pagina facebook “UrbanFile”.]
Queste citate peraltro non sono che alcune delle tante questioni aperte riguardanti le Olimpiadi di Milano Cortina, nei riguardi delle tante opere che non saranno terminate per i Giochi (nonostante le consuete promesse) e per le quali non si sa nemmeno quando verranno realizzate, oltre ai moltissimi altri aspetti olimpici discutibili, per non dire di peggio in certi casi, ben evidenziati in Oro Colato, il libro-inchiesta di Duccio Facchini e Luigi Casanova, pubblicato qualche giorno fa da Altreconomia. D’altro canto io penso, e temo, che le opere sopra citate verranno effettivamente concluse in tempo per l’inizio delle competizioni olimpiche, e che si canterà vittoria per questo, ci si loderà con le solite frasi di circostanza e propaganda, si darà contro agli «uccelli del malaugurio» eccetera. Ma come saranno concluse quelle opere, pur di terminarle in tempo? Con che qualità costruttiva, deroghe tecniche, finiture provvisorie, garanzie di durata nel tempo? E se così andranno le cose, quanti soldi pubblici dovranno essere spesi a breve per le manutenzioni straordinarie ovvero per sistemare le magagne che inesorabilmente si manifesteranno, e tutto ciò solo perché non si è operato con il dovuto buon senso ma con un’inopinata inettitudine gestionale e in modi del tutto strumentali a una bieca propaganda olimpico-politica?

Ecco perché, ribadisco, il problema non sono le Olimpiadi in sé, ma come vengono realizzate, come vengono strumentalizzate e chi le realizza. Altri paesi evidentemente dotati di maggior senno e onestà politica hanno rinunciato a organizzarle (Canada, Svizzera, Austria), mentre per le prossime del 2030 la Francia ha pensato bene di utilizzare impianti esistenti anche se posti al di fuori dai propri confini, come l’Oval Lingotto di Torino per le gare di pattinaggio. L’Italia invece, con la pista di bob di Cesana costruita per Torino 2006 e costata 110 milioni di Euro che sta andando alla malora, ne ha spesi altri 120 per una nuova pista a Cortina.

Capite qual è il problema vero delle Olimpiadi di Milano Cortina 2026?
Le gare sono sicuro che andranno benissimo, tutto il resto no.

Intanto mancano 94 giorni. No, non all’inaugurazione dei Giochi Olimpici ma alla loro fine, quando le molte magagne – altro che “legacy olimpica”! – salteranno fuori e, temo, deflagreranno in tutta la loro dannosità per i territori che le avranno dovute subire.

[1] Aggiornamento delle ore 12.00 del 12 dicembre: la tangenziale aprirà per le Olimpiadi solo per un tratto e non risolverà per nulla il grosso problema del traaffico nel centro di Tirano, anzi, probabilmente lo peggiorerà ulteriormente.