Stipendi che calano, skipass che aumentano e lo sci in un cul-de-sac

[Foto di Helena Volpi da Pixabay.]
A chi si occupa come me di montagna, dunque anche della sua frequentazione turistica in questi tempi difficili, viene inevitabile mettere a confronto le notizie che raccontano di come i redditi medi italiani (con il relativo potere d’acquisto) siano gli unici in Europa, insieme a quelli della Grecia, a essere diminuiti negli ultimi vent’anni (del 3,9%), e quelle che rimarcano i continui aumenti dei prezzi delle vacanze in montagna: ad esempio – visto che è appena cominciata la nuova stagione sciistica – quelli degli skipass, che per l’inverno 2025/2026 rincarano in media del 4/6% e che in soli quattro anni sono aumentati mediamente del 38% (!).

In effetti, lo sci contemporaneo appare per molti versi paradossale dal punto di vista economico anche più che da quello climatico. Ad oggi l’industria sciistica resta gioco forza un’economia irrinunciabile per molti territori montani, la cui gestione sempre più onerosa (anche in forza degli effetti della crisi climatica, ma non solo per quelli) costringe i responsabili dei comprensori sciistici ad aumentare continuamente i prezzi, a prescindere dalle mire di certe località di diventare mete di lusso – anche se ciò diventa un impulso e una giustificazione ulteriori per quegli aumenti.

[Infografica tratta da “Il Post.]
Tuttavia, come palesato dalle notizie sopra citate, la platea ad oggi ancora fondamentale per le stazioni sciistiche italiane, cioè quella del turismo nazionale, si sta sempre più restringendo in quantità di utenti e qualità della vacanza, il che costringe le stazioni ad attirare il turismo estero, per certi versi più redditizio ma per altri meno fidelizzabile e garantito, essendo più legato all’andamento del mercato turistico e ai relativi trend stagionali.

[Qui “Il Sole-24Ore” riassume gli aumenti in alcune delle principali stazioni sciistiche italiane per la stagione 2025/2026.]
Per restare attrattive e fronteggiare la concorrenza del mercato le stazioni devono costantemente investire in nuovi impianti, infrastrutture e servizi, accollandosi ulteriori costi che inevitabilmente, pur con le frequenti e discutibili iniezioni di soldi pubblici che la politica italiana riserva all’industria dello sci, finiscono per alimentare ulteriori aumenti dei prezzi al pubblico, con il risultato che la forbice tra accessibilità economica dell’attività sciistica e più in generale della vacanza invernale in montagna e sostenibilità per un pubblico sempre più ampio si allarga continuamente, ben oltre i limiti che molti utenti possono ritenere accettabili per le proprie finanze ordinarie. Nel frattempo, come accennato, il pubblico straniero oggi c’è e domani non si sa, magari diretto verso altre mete che intanto hanno accresciuto la propria attrattività turistica, sicché i corposi e costosi investimenti compiuti dalle stazioni rischiano di non essere finanziariamente ammortizzati, con conseguenti dissesti nei bilanci e ulteriori debiti da coprire. Come? Con altri aumenti dei prezzi, inevitabilmente.

Un gran “bel” cul-de-sac, insomma, nel quale le stazioni sciistiche si stanno infilando sempre più a fondo, consapevoli dei rischi crescenti per la propria sopravvivenza già a breve termine ma d’altro canto non sapendo che fare di diverso – o, meglio, non avendo la volontà e la capacità di farlo.

[Prestigiosi hotel di lusso in certe località e brutti condomini di seconde case vuote in altre: le due facce della medaglia turistica alpina.]
Per questo sostengo che la fine dello sci, in molte stazioni che ancora oggi resistono con i propri comprensori, ancor più che dalla (ovvero in correlazione con la) crisi climatica potrebbe essere cagionata dalla sostanziale, inesorabile insostenibilità economica e dalla conseguente implosione del settore ormai divenuto una bolla, salvo pochi casi tra i comprensori più strutturati e meno soggetti tanto al degrado del clima quanto alle variabili del mercato.

Una cosa è comunque certa: sulle nostre montagne lo sci, in gran parte, ha ormai il destino segnato, e lo affermo senza alcun sarcasmo ma con molto dispiacere.

La pluripremiata “Spluga Climbing Gym” di Enrico Scaramellini a Campodolcino, ovvero: costruire bene in montagna si può!

Nel gennaio 2021 pubblicai un articolo (questo) nel quale presentai il progetto della nuova palestra di arrampicata di Campodolcino (Valle Spluga, provincia di Sondrio) dell’amico architetto Enrico Scaramellini; all’epoca il cantiere non era stato ancora aperto. Descrivevo il progetto come «un intervento che cerca e trova un’armonia materiale con le forme e le peculiarità fisiche del territorio d’intorno ma pure una consonanza immateriale, di concetto, pensiero e percezione, così che il nuovo edificio si identifichi nelle montagne che lo circondano e le montagne si identifichino in esso».

I lavori sono poi effettivamente partiti nel 2022: la palestra è stata completata nel 2023, inaugurata a maggio 2024 e da allora a oggi ha ricevuto una sfilza di riconoscenti e prestigiosi premi, ad esempio nel 2024 il progetto è stato selezionato in rappresentanza dell’Italia tra i cinque per ciascuna nazione al Piranesi Award in Slovenia; ha vinto, sempre nel 2024, il primo premio ne “I luoghi per lo sport” di Inarch Piemonte; quest’anno ha ricevuto la menzione d’onore all’Alpi Design Award nella categoria “Architettura e Ambiente” e si è classificato al primo posto al Festival “Abitare minimo in montagna” nella sezione Architettura minima. Nel frattempo numerose riviste di architettura in giro per il mondo ne hanno scritto e l’opera è diventata materia di studio in molte università.

Ma in quell’ormai lontano 2021, quando la palestra era ancora un progetto sulla carta, non fui per nulla bravo, io, o preveggente o più lungimirante di nessun altro nel pensare del progetto di Sacaramellini ciò che poi scrissi e nel vedere quelle particolarità che poi sono diventate parte delle motivazioni dei numerosi riconoscimenti ricevuti dalla palestra. Molto più banalmente, è stato il progetto a dichiararsi da subito così importante e significativo, in un modo che credo molti altri avrebbero potuto intuire e comprendere. Di fronte tanti, troppi progetti edili e infrastrutturali realizzati ovvero concepiti nei territori montani palesemente brutti e fuori luogo, la Spluga Climbing Gym (questo il nome effettivo) di Scaramellini si è da subito manifestata come un’opera ben pensata e altrettanto ben fatta, una realizzazione esemplare della necessità di tornare a costruire sui monti cose umane che siano in relazione realmente armonica con il loro paesaggio, con la dovuta e ineluttabile consapevolezza delle culture storiche locali e delle potenzialità future coerenti con i luoghi, le geografie fisiche e umane, le risorse ambientali, l’ecologia e l’economia del luogo (termini ben più affini di quanto si creda, come palesa il prefisso e ribadisco di frequente) e con un rinnovato e rivitalizzato concetto di Heimat – se posso usare tale idea – in quanto “luogo dove stare bene”, da residenti tanto quanto da visitatori, nel quale percepire quella citata armonia tra presenza umana, storica e attuale, e territorio naturale che, appunto, fa sentire bene nel luogo e gradevolmente accolti nel suo ambiente, contribuendo ad apprezzarne ancor più le sue specificità.

[Uno degli ultimi premi nel quale la Spluga Climbing Gym è tra le opere finaliste, il BigMat International Architecture Award.]
Dunque non posso che ribadire una volta ancora i miei più complimenti e l’ammirazione per il lavoro di Enrico Scaramellini e per la visione della presenza e della residenza umana nei territori montani che sa esplicare nei suoi progetti. Emblematici e esemplari non solo in tema architettonico ma, ben più in generale, riguardo la vita presente e futura in montagna.

Fuori i poveracci dalla Val di Sole!

[Veduta panoramica della Val di Sole. Immagine tratta da www.visitvaldisole.it.]
Luciano Rizzi, presidente dell’Azienda di Promozione Turistica della Val di Sole, in Trentino, ha le idee ben chiare su come evitare il fenomeno dell’overtourism dalle sue parti: ci possono fare le vacanze solo quelli con i soldi, quelli che invece non li hanno se ne stiano fuori dalle scatole!

[Cliccate sull’immagine per vedere il servizio.]
Certo, so bene che il presidente Rizzi non ha usato queste esatte parole, ma converrete che il senso delle sue affermazioni è lo stesso appena riassunto.

Dunque il turismo in certi territori, che evidentemente si ritengono d’élite, è destinato pure a diventare classista? E la vacanza in quei territori un privilegio riservato ad alcuni e non a tutti? Le montagne, oltre alla turistificazione che sovente diventa disneylandizzazione, ora subiranno anche il fenomeno della santmoritzzazione?

Be’, forse la boutade del presidente Rizzi potrebbe anche essere “apprezzata”, da un certo punto di vista. Nel senso che almeno è stato meno ipocrita di altri e più plateale nel rivelare la sua “strategia”: nella sua valle non vuole gente a basso reddito, punto. Chissà come la spiegherà, tale “strategia”, a tanti italiani:

Che sia pure autorazzista, la strategia turistica della Val di Sole?

In ogni caso, un dubbio resta latente: se si restringe la platea socioeconomica della clientela interessata a far vacanza in Val di Sole, certamente di gente ne arriverà meno. Ma siamo ugualmente certi che il livello di reddito dei vacanzieri sia proporzionale alla qualità turistica di essi? Ovvero, in parole povere: siamo sicuri che i ricconi siano meno cafoni, più responsabili e più sensibili nei confronti dei paesaggi montani e delle comunità residenti in Val di Sole (e delle altre nostre montagne) rispetto ai frequentatori delle montagne a basso reddito?

Tutti invocano il senso del limite in montagna, e poi… Dolomiti senza limiti!

«Live the Dolomites without limits», vivere le Dolomiti senza limiti.

Già, senza limiti di decenza, di vergogna, di disprezzo verso le montagne.

L’immagine e lo slogan che vedete vengono da Ski.it, il consorzio che raccoglie le Funivie di Folgarida e Marilleva, Madonna di Campiglio e Pinzolo; è comparso anche in una pagina pubblicitaria del “Corriere della Sera” e probabilmente, mi viene da pensare, di qualche altro quotidiano.

Ma ci rendiamo conto? Ancora oggi, nella realtà problematica come mai prima d’ora per le montagne, con tutte le criticità dettate da un lato dalle circostanze in corso, climatiche e ambientali soprattutto, e dall’altro da certi modelli economico-turistici sempre più devastanti per i territori, le culture locali e le comunità residenti, si reitera un linguaggio, un immaginario e un atteggiamento nei confronti delle montagne così scriteriato?

Si sostiene da sempre più parti e con frequenza crescente che le montagne hanno un disperato bisogno di riscoprire il senso del limite (il progetto Monveso di Forzo – Mntagna Sacra è nato e lavora proprio per questo), ma chi ne governa le sorti (turistiche e non solo) continua invece a pensarle solo come uno spazio da sfruttare e consumare illimitatamente, fino a che non resti più nulla. Un atteggiamento che, se posso essere franco, trovo delinquenziale, ecco.

Panorama di Madonna di Campiglio con lo sfondo delle Dolomiti di Brenta. Immagine di
Paolo Bisti tratta da www.dovemontagna.it.]

Come scrive bene Michil Costa nella sua lëtra (“lettera” in ladino) del 1 luglio scorso, dalla quale trae origine anche questo mio articolo,

“Vivere le Dolomiti senza limiti”: davvero questa è la direzione giusta? In un’epoca in cui tutto sembra vendibile e accessibile, riflettiamo sul valore dimenticato del limite. Perché custodire la montagna significa anche saper dire no, con amore e responsabilità. Un turismo senza regole è una forza distruttrice. Trasforma l’ambiente in merce, la comunità in servizio, l’ospitalità in servitù. Ma esiste un turismo rigenerativo, non per consumare, ma cura per il mondo. Un turismo possibile che accenda la vita culturale, sociale, economica, fatto con e attraverso la relazione che stabilisce una connessione: io sono ospite della natura, non il suo padrone, e sono grato di poterne essere parte. Le comunità devono saper accogliere e anche dire no e quando il no è forte è condiviso deve essere rispettato.

Dunque, basta con questo “no limits”, basta con questo linguaggio tossico, spregevole e violento nei confronti delle montagne e con il menefreghismo verso la loro realtà, l’ambiente naturale, verso le comunità che vi abitano e il loro futuro. E basta con questo immaginario alpino non solo obsoleto o ormai fuori luogo ma anche pericoloso! In montagna si può far tutto ma solo se alla base vi sia il buon senso, che significa anche percepire, elaborare e rispettare i limiti che in ogni territorio contribuiscono a mantenere la bellezza del paesaggio, l’equilibrio ecosistemico, il benessere dei residenti, la qualità dell’accoglienza turistica, la salvaguardia ambientale, la cultura, l’identità e la coscienza dei luoghi.

Basta con queste manifestazioni di prepotenza nei confronti dei territori montani. Non si può più andare avanti così, per il bene delle montagne e di chiunque le ami da abitante, residente temporaneo, frequentatore o turista occasionale. Basta!

[Veduta invernale del comprensorio sciistico di Madonna di Campiglio. Immagine tratta da https://turistipercaso.it.]
Nota finale: l’immagine e lo slogan dei quali ho scritto vengono da un comprensorio che solo poche settimane fa si è vantato sui media di aver introdotto un tetto alla vendite di skipass giornalieri nei periodi di alta stagione, in vigore dal prossimo anno.
Be’, fatemi capire: si mette un “limite” alla vendita degli skipass invernali e poi si invita a fruire delle proprie montagne “senza limiti”? Cos’è, una bizzarra manifestazione di bipolarismo, oppure vera e propria (nonché bieca) ipocrisia?

Sugli apres ski in montagna: quant’è sottile il confine tra “accettabilità” e “indecenza”?

[Un apres ski a Courmayeur. Immagine tratta da facebook.com/lovesuperg.]
Nelle scorse settimane, anche a seguito di alcuni articoli che ho dedicato al tema, ho ricevuto molti messaggi da amici e conoscenti riguardo gli “apres ski”, un’usanza che, a quanto sembra, si sta diffondendo sempre più e da alcuni è ritenuta addirittura alternativa allo sci sempre più in difficoltà.

Sono messaggi variamente (e per me comprensibilmente) critici, visto come tanti di quegli eventi si manifestano, sostanzialmente trasformando angoli montani in quota, anche oltre i 2000 metri, in vere e proprie discoteche all’aperto. Gli apres ski ci sono sempre stati, sia chiaro, ma in passato con modalità di ben più basso profilo e molte meno pretese di quelli attuali.

Per quanto mi riguarda, al netto del modello di fruizione della montagna sottinteso a questi apres ski, che non gradisco, non avrei nulla contro. Anzi, è bello divertirsi in compagnia dopo una giornata di sci e tirare l’ora di cena con il sottofondo di una buona musica. Ma perché devono esagerare così tanto, quelli che li propongono? Luci stroboscopiche, laser, musica sparata a decibel da concerto, casino senza limiti, in montagna tra i boschi e come detto, a volte a quote elevate e in luoghi prossimi a zone protette… ma che senso ha? I limiti, appunto: sono in montagna, non in una piazza cittadina o, appunto, in un locale al chiuso, ve ne rendete conto? Temo di no, dunque temo che ignorino o trascurino del tutto cosa comporti l’essere in ambiente naturale, peraltro in uno dei più meravigliosi e delicati che abbiamo a disposizione, che si dice da decenni e in mille modi di dover tutelare e valorizzare al meglio! Che li facciano quanto volete gli apres ski ma, maledizione, datevi un limite di decenza ambientale!

D’altro canto che ne direbbero, quelli che gli apres ski organizzano e cui partecipano, se nella loro discoteca o nel disco bar preferiti in città al venerdì e/o al sabato sera organizzassero tornei di scacchi o letture di poesie delle avanguardie del primo Novecento, eventi per i quali occorre silenzio e contegno pressoché assoluti? Ovviamente, non sarebbero i luoghi adatti per ospitare eventi del genere. E perché invece alla montagna, anche a quella già antropizzata dalla presenza di impianti e piste da sci, possono essere imposti eventi così dissonanti e fuori luogo? Che senso ha, che idiozia è mai questa?

Per ogni cosa ci vuole buon senso, congruità e senso del limite. Posti tali semplicissimi (per una società civile) princìpi, a mio modo di vedere si può fare di tutto. Anche gli apres ski, in un ambito di regole ben chiare nei riguardi dei luoghi e delle loro specificità, da rispettare da chiunque. Per essere chiari: nel caso di situazioni di eventi con discoteca all’aperto o musica dal vivo rimane sempre vigente il limite dei 95 dBA a centro pista richiesto dal DPCM 215/99, ma ogni comune può chiedere limiti più stringenti – ad esempio, può essere chiesto un limite su base oraria di 65-75 dBA alla facciata delle case più vicine e quindi a centro pista il livello scende. Certi locali nei comprensori sciistici non hanno case intorno, ovvio, ma hanno qualcosa di ancora più delicato e da tutelare sia materialmente che immaterialmente ovvero culturalmente: la Natura. Pensare di poter sparare la musica ai livelli acustici di una discoteca in città o sulla spiaggia di Riccione anche a 2000 metri di quota non è solo una cretinata formale, ma pure una grande manifestazione di inciviltà e volgarità. In ambito montano all’aperto basterebbero livelli di decibel ben più bassi, ci si divertirebbe alla grande lo stesso (se si è persone normali, ovviamente). Senza contare che esiste pure la silent disco, a ben vedere!

Dunque, detto ciò: che si aspetta a manifestare più decenza, in tanti di questi apres ski? Ribadisco il mio pensiero: liberissimi di farne quanti ne vogliono e di divertirsi un sacco, quelli che li propongono nei loro locali in montagna, ma con senso del limite e decenza! Altrimenti non si potrà che dar ragione piena ai tanti che al riguardo si dicono radicalmente critici – e, ripeto, con i quali dal punto di vista culturale non si può che essere d’accordo a prescindere, già.