Una bella foto. Anzi no, terribile

L’immagine fotografica che vedete qui sopra è bellissima e, al contempo, terribile.
È stata scattata qualche giorno fa da Michele Comi dalla parete Ovest del Torrione Porro e mostra la Val Ventina con l’omonima vedretta, tra la dorsale che dal Pizzo Cassandra scende al Pizzo Rachele, a sinistra, e i contrafforti orientali del Monte Disgrazia a destra. Il luogo è meraviglioso ma è in condizioni inquietanti: sembra un’immagine scattata a fine estate, quando ormai la copertura nevosa invernale si è dissolta, e invece è di maggio e l’intero territorio visibile nella foto sarebbe ancora dovuto essere pressoché bianco di neve, in condizioni climatiche normali. O forse è ormai il caso di dire in condizioni climatiche d’un tempo, visto che la nuova “normalità” al riguardo, posto l’andamento recente del clima, facilmente sarà questa.

Terribile, senza alcun dubbio. Eppure temo che, se l’immagine venisse mostrata ad un variegato campione di persone, molte ne coglierebbero la bellezza paesaggistica più che il messaggio climatico. Il problema culturale di fondo, al riguardo, è proprio questo: il clima sta inesorabilmente cambiando, noi stiamo realmente cambiando la consapevolezza al riguardo?

P.S.: nel frattempo, leggo il report del Servizio Glaciologico Lombardo che riporta i dati di innevamento in due delle stazioni di riferimento sulle montagne lombarde. Al Lago Reguzzo (Alpi Bergamasche, quota 2440 m) la media della neve al suolo alla data del 28 maggio è di 240 cm, quest’anno non c’è già più neve. Alla Vallaccia (Alpi di Livigno-Dosdè-Piazzi, quota 2670 m) la media della neve al suolo alla data del 28 maggio è di 170 cm, quest’anno non c’è già più neve. Non era mai accaduto prima che la neve al suolo si sciogliesse così precocemente: rispetto ai record precedenti quest’anno è avvenuto quasi 15 giorni prima alla Vallaccia e quasi un mese prima al Lago Reguzzo.

Nesolio, un gioiello di architettura montana

Nei boschi montani della Val San Martino (provincia di Lecco), sopra l’abitato di Erve e in vista del versante meridionale del Resegone, si nasconde un altro piccolo ma mirabile gioiello di storia e architettura montane, il villaggio di Nesolio. “Nasconde” è termine improprio ma geograficamente indicativo, visto come il nucleo di case resti sostanzialmente invisibile dal fondovalle, celato dalla morfologia locale e dai vecchi e vasti castagneti che lo circondano; inoltre la bella mulattiera che vi giunge non si trova sulle direttrici turistiche che da Erve, durante tutto l’anno, portano numerosi escursionisti verso il Resegone. Tale posizione discosta accentua la condizione di “oblio” di Nesolio, che come numerosi altri nuclei di montagna simili ha subìto nel Novecento uno  spopolamento inesorabile, mitigato solo dalla trasformazione di alcune abitazioni in dimore per il fine settimana dei locali; d’altro canto, quella condizione ne ha cristallizzato il fascino antico e profondo dal quale c’è da augurarsi che si possa generare una sensibilità particolare e costante verso la salvaguardia del luogo e della sua lunga nonché emblematica storia.

Già citato nel Cinquecento ma risalente nella sua porzione più antica e secondo indagini condotte sulle murature al secolo XIV, il nucleo di Nesolio è disposto su vari piani che seguono la linea di crinale e si articola lungo un asse viario principale pavimentato, alla cui sommità si apre una piazzetta. Esempio rappresentativo dell’architettura montana e delle sue connessioni urbanistiche e socio-economiche, oggi quasi del tutto abbandonato, è posto a 695 m poco sopra l’abitato di Erve, al quale è unito dalla citata bella mulattiera selciata che vi sale dalla contrada Torre.

L’insediamento, ufficialmente attestato nel secolo XVI, si ritiene sia il centro originario della Val d’Erve. La tradizione orale (invero non avallata da riscontri oggettivi) narra che siano state genti di presunta origine franco-gallica di stanza in Valle Imagna, più precisamente nella zona di Valsecca,  in cerca di nuovi terreni agricoli a calare dall’alto e fondare il primigenio nucleo abitativo, costruito ai margini di una vasta area che venne disboscata per ricavarne prato, chiamata Prà Ratto. Denominati “quelli di Valsecca” e quindi i Valsec, avrebbero poi dato origine alla prima e tutt’oggi più numerosa casata della valle, i Valsecchi [1]. Il toponimo Nesolio deriverebbe invece da “nissoi”, noccioli, mentre l’origine dall’unione dei termini francesi “nes” nato, e “Soleil”, Sole, cioè “luogo da dove nasce il Sole” è parte di quelle tradizioni orali ad oggi non convalidate.

Il tipo di abitato alpino, compatto intorno ad un asse e comprendente senza soluzione di continuità dimore, fienili e stalle, si compone come un grappolo di edifici disposto secondo il risalire della costa, dove i ripiani si allargano, e lungo una direttrice che sale ai pascoli e ai boschi del Monte Ocone e al passo del Pertüs. È ragionevole ipotizzare che la scelta di ubicare l’insediamento ove si trova sia derivata da una molteplicità di fattori quali la buona esposizione al sole su un crinale appena al di sopra del pendio più ripido, la presenza di un paio di sorgenti, l’affioramento di roccia destinata a fornire materiale da costruzione e la buona solidità alle fondazioni. Bisogna peraltro ricordare che a quei tempi non era usanza solita (come verrebbe da pensare oggi) edificare insediamenti abitati nei fondivalle, soprattutto in presenza di corsi d’acqua, col fine primario di preservarli da possibili inondazioni oltre che per garantire ai nuclei una posizione di maggior sicurezza generale.

I caseggiati maggiori si distinguono per l’elevazione, dovuta generalmente a sopralzi ottocenteschi; predomina la doppia falda nord-sud, con affaccio verso valle di complessi ballatoi in legno, a volte intagliati e decorati negli accessi e nei ripiani inferiori contigui all’abitazione. Peculiare è pure l’uso delle pareti divisorie in rami di castagno, o ciliegio, ricoperti di malta. Gli edifici più antichi (secolo XIV) sono quelli che rivelano una migliore tecnica costruttiva, impregnata ancora di saperi che si rifanno alle esperienze dell’età romanica. Tra di essi la mulattiera procede con slarghi, ripiani, gallerie, si muove con prospettive mutevoli dovute all’adattarsi delle costruzioni secondo spazi e altimetrie; nella parte più alta si apre una piazzetta comunitaria, con resti del lastricato originario e una fontanina addossata al montante della mulattiera. Dalla piazzetta dipartivano altri percorsi che permettevano di raggiungere con agiatezza sia i boschi delle montagne circostanti, sia l’altipiano ai piedi del Resegone, sia quello di Mònico, (il Pian Munik), dove insistevano gli alpeggi ora in gran parte rioccupati dal bosco ma attivi, secondo fonti orali, fino alla metà del Novecento.

Agli inizi del XX secolo, Nesolio contava 170 abitanti distribuiti in una ventina di unità abitative ed altrettante famiglie, dedite all’allevamento degli animali e allo sfruttamento delle risorse del bosco. Ancora negli anni Cinquanta le famiglie residenti erano 17, ma a partire da allora il nucleo è stato progressivamente abbandonato salvo per i pochi che vi salgono per risiedervi temporaneamente, accudire agli animali domestici e curare piccole coltivazioni. In effetti ancora oggi un sistema articolato di appezzamenti di terreno per colture o prati si distribuisce tutto attorno all’abitato. A valle, il versante ripido era utilizzato per piccoli orti e per il prato stabile; a monte, il versante meno scosceso in parte venne terrazzato sia con scarpate inerbate sia con muri a secco che denotano differenti tecniche costruttive e, in altra parte, era tenuto a prato misto con castagni.

Oggi Nesolio, nonostante l’inesorabile degrado di alcune delle sue costruzioni conseguente anche alla difficoltà di recupero e manutenzione del nucleo, rappresenta senza alcun dubbio uno dei migliori esempi di borgo rurale montano dell’intera Lombardia, sia dal punto di vista architettonico che storico-antropologico (parimenti al vicino nucleo di Colle di Sogno, in territorio comunale di Carenno), oggetto di studio nonché di alcune iniziative culturali e artistiche tese a valorizzare il dialogo tra contesto ambientale, rilevanze storiche e presenze contemporanee, nel potenziale tentativo di recuperare l’antica e peculiare ruralità urbana del borgo. Caratteristiche per le quali, tuttavia, è necessaria l’attenzione e la sensibilità di tutti, residenti locali o visitatori occasionali, perché in fondo Nesolio “appartiene” alle sue montagne ma la sua dimensione, la sua storia, l’atmosfera, la bellezza e il suo fascino sono patrimonio di tutti.

[1] In verità tale ipotesi sull’origine principale del familonimo “Valsecchi” è controverso, dacché alcuni elementi storici farebbero ritenere un’origine milanese e dunque, nel caso, sarebbe stata la famiglia a dare il nome alla località valdimagnina giungendovi da Erve.

P.S.: il testo che avete appena letto, redatto in origine da Fabio Bonaiti e qui da me integrato, è tratto dal volume Sö e só dal Pass del Fó. In cammino da 75 anni sui sentieri del Resegone e della storia di Calolziocorte, che ho scritto e curato nel 2015 per la sezione CAI di Calolziocorte. Per saperne di più, cliccate qui.

(Crediti delle immagini, ove non di proprietà dello scrivente: Paola Clarissa / commons.wikimedia.org; valsanmartinospot.it; Ecomuseo Val San Martino; Agnese Econimo/Orobie.it.

Un emblematico paesaggio industriale

I processi di industrializzazione che dal Settecento in poi hanno interessato buona parte dell’Europa si sono fatti particolarmente significativi nei territori alpini, innescando dinamiche che hanno profondamente ridefinito le realtà socioeconomiche locali, precedentemente ancora determinate da economie rurali meramente sussistenziali e innescando una trasformazione generale, spesso anche troppo rapida, delle geografie fisiche e umane. Per questo la loro considerazione è pressoché ineludibile, in territori come questi, rappresentando una narrazione ecostorica alquanto emblematica e d’altro canto strettamente legata alla realtà presente e ai suoi sviluppi. Anche la Val San Martino, territorio prealpino pur assai vicino alla pianura maggiormente antropizzata e a suoi centri importanti in rapido sviluppo (Bergamo, Lecco, ovviamente Milano), ha conosciuto l’effetto dei citati processi e delle conseguenti dinamiche, che hanno comportato altrettanto rapide transazioni esperienziali e professionali dalle figure di contadino a quelle di contadino-operaio, poi operaio-contadino e quindi operaio puro, in un contesto comunitario già alquanto portato a sviluppare la più ingegnosa laboriosità certamente per ragioni sussistenziali, in principio, ma rapidamente anche per spiccata vivacità imprenditoriale. Sotto questo aspetto la valle ha presentato alcune specificità post-rurali, o pre-industriali, importanti: la lavorazione del legno nella parte montana, la tradizione edile dell’alta valle, l’industria tessile e serica, particolarmente sviluppata in tutto il circondario lecchese, per citare alcuni esempi storicizzati, fino alla forte presenza metalmeccanica contemporanea il cui sviluppo infrastrutturale ha inevitabilmente contraddistinto in maniera fondamentale la territorializzazione e l’urbanizzazione dello spazio, dunque la costruzione del paesaggio. A tal proposito per la Val San Martino si può tranquillamente affermare di essere in presenza, anche, di un paesaggio industriale: tanto in senso visivo, generato dallo spandersi più o meno ampio e quasi continuo dei capannoni industriali – in base a un disegno urbanistico non sempre virtuoso, c’è da ammetterlo – quanto in senso antropologico e culturale, per come le dinamiche legate all’industralizzazione e in alcuni casi alla deindustrializzazione (ma qui in maniera minore rispetto ad altre realtà territoriali affini) hanno determinato pure un ripensamento via via più profondo, ovvero più discosto dall’origine storica, dell’identità locale.

Questo è un brano tratto da Il “luogo” Val San Martino. Geografia, paesaggio, immaginario, identità: per una definizione presente e futura del Genius Loci della valle, il mio saggio presente nel volume Oltre il Confine. Narrare la Val San Martino. Per saperne di più, cliccate sull’immagine qui sopra. La foto in testa al post è di Alessia Scaglia, autrice di tutte le immagini presenti nel mio testo e di molte altre che impreziosiscono il volume.

Nel bene e nel male (ed è arduo stabilire quale delle due componenti sia maggioritaria), quello industriale è uno dei paesaggi (plurale, sì) che più caratterizza buona parte dei nostri territori sotto diversi aspetti, materiali e immateriali, ma è pure quello forse meno meditato e indagato, se non dal mero punto di vista urbanistico o infrastrutturale. Certamente conta il fatto che è il paesaggio che – sostanzialmente – dà da vivere a buona parte degli abitanti del suo territorio e per questo è considerato di default “necessario”, d’altro canto è anche quello che spesso e con maggior evidenza segnala uno scollamento tra l’ambito economico e quello ecologico del territorio stesso, cioè tra la visione prettamente funzionale del territorio e quella principalmente culturale – ne scrissi anche qui al riguardo, proprio in relazione alla Val San Martino. Ecco, forse questo è il tema che dovrebbe essere meglio analizzato e indagato, per la sua valenza storica e la conseguente, potenziale importanza futura. Un tema che d’altro canto coinvolge tre elementi imprescindibili del nostro vivere quotidiano: l’industria (ovvero il fare umano), la cultura (il sapere umano) e quello che comprende e compendia entrambi, il paesaggio, cioè il mondo umano.

Ci tornerò, più avanti, su questo tema, sperando di saper formulare qualcosa di interessante e costruttivo; nel frattempo vi (ri)consiglio la lettura di questo libro, assolutamente illuminante al riguardo.

Tentativi di giustificare l’ingiustificabile

«Con 2,4 milioni di euro a fondo perduto supportiamo in maniera concreta un settore fondamentale per la Lombardia che negli ultimi anni è stato colpito duramente prima dalle restrizioni legate al Covid e poi dal caro energia».

«Un contributo di sostanza a un comparto nevralgico per lo sport invernale e per l’economia delle nostre montagne che, fra quattro anni, saranno protagoniste assolute in Italia e nel mondo con le Olimpiadi invernali del 2026.»

«L’impegno di Regione Lombardia per gli impianti di risalita e le piste da sci è importante e costante. Vogliamo aiutare concretamente gli operatori nella gestione degli impianti per rendere le nostre montagne sempre più competitive a livello turistico e per gli sport invernali.»

«Ancora una volta un contributo fattivo per un comparto strategico e per il turismo invernale, infatti gli impianti di risalita generano un volano per tutte le attività produttive annesse e connesse e moltiplicatore per tutta l’economia del territorio montano.»

Queste sono alcuni degli ennesimi tentativi, espressi nelle solite retoriche forme verbali da alcuni amministratori regionali lombardi, di giustificare l’ingiustificabile, ovvero l’ennesimo stanziamento di soldi pubblici (miei, vostri, nostri) a sostegno degli impianti sciistici. Altri milioni di Euro che si aggiungono agli innumerevoli stanziati negli anni scorsi esclusivamente agli impianti da sci, in tali forme e entità: come se tutto il resto dell’economia di montagna non esistesse e non contasse nulla, nemmeno a fronte della sorte di tante località sciistiche già inesorabilmente segnata, per il cambiamento climatico in corso e non solo per tale causa (traduco: 350 milioni di debiti per le sole stazioni sciistiche lombarde, come denota “Il Sole-24 Ore”, e sono pure dati del 2017 dunque pre-Covid). Come se, una volta chiusi impianti e piste per assenza di neve o per fallimenti economici o altro del genere, la montagna scomparisse. O, per usare un’espressione più consona, come se non avesse più alcun valore – dunque non fosse altrettanto meritevole di essere sostenuta in modi simili.

Voglio di nuovo ribadire il (mio) concetto: nulla contro gli impianti di sci, anzi, se gestiti con buon senso e giusto realismo; ma se un’attività commerciale – quale essi rappresentano – non riesce per vari motivi (non tutti colposi) a stare in piedi da sola e per giunta genera una pressione (non solo ambientale) sul luogo in cui opera che col tempo diventa sempre maggiore, è veramente così giusto e doveroso alimentarne artificiosamente (e costantemente, visto l’andazzo) l’attività? In quanti altri casi, e per quali altre categorie accade la stessa cosa, in montagna? Ditemi, voi gestori di piste per lo sci nordico, guide alpine, escursionistiche, ambientali, associazioni culturali e di sostegno al turismo non meccanizzato o di salvaguardia del paesaggio montano, e voi allevatori di razze alpine, agricoltori, casari, rifugisti… anche a voi arrivano così tanti soldi e con tale continuità per sostenere le vostre attività e alleviare le difficoltà di gestione che dovete affrontare? Ma perché, voi non siete “economia di montagna”, non fate vivere le vallate alpine come si ritiene faccia lo sci?

D’altro canto sono tentativi, quelli sopra citati, che avranno probabilmente “successo” nel breve periodo, visto che i soldi sono stati stanziati e saranno elargiti, ma si dimostreranno sicuramente fallimentari tra qualche anno perché comunque lo sci su pista, nonostante lo sperpero di denaro pubblico e salvo rare eccezioni, è destinato a scomparire. Già: di questo passo lo sci coi suoi impianti sparirà, non certo le montagne e la possibilità di fruirle in molti altri modi ben più sostenibili e meno dispendiosi per tutti.

(Le citazioni sopra riportate sono tratte da questo articolo.)

Belvedere con spaccio di ovomaltina

Vengono rumori secchi come quando qualcuno taglia un albero, non è detto che sia un picchio, più d’una volta mi sono sbagliato, sicuro di trovare un boscaiolo sono arrivato vicino al picchio, faceva uno strepito incredibile. Vengono da un dosso boscoso che un tempo doveva tremolare di betulle molto più di adesso se l’hanno chiamato Bedrina, un’altura così piacevole e invitante e varia che lo Stato, sempre vigile, dopo aver rapidamente permesso di adagiarvi una squallida polveriera, l’ha promossa Riserva Protetta con tanto di cartelli appesi agli alberi, ritoccati da villeggianti villanzoni in Serva Protetta e altro; con una torbiera sparsa di sfagni dai bei colori dove s’appaga la rana rossa in attesa di far vita notturna sulla terraferma, e la drosera non solo per passatempo cattura gli insetti che le s’impigliano tra i peli delle foglie, e li divora. Un posto così bello che a più d’un mammifero superiore è saltato in mente di sfruttarlo con attrezzature turistiche, cominciando ad allargare sentieri che da sempre ci sono e non ci sono, a tracciarne di nuovi non senza strazio del bosco, e trasformare certi ciglioni in veri e propri belvedere con spaccio di ovomaltina.

[Giorgio OrelliPrimavera a Rosagarda in Rosagarda, Edizioni Casagrande, 2021, pag.18.]

Ecco: come racconta da par suo Orelli in questo brano, lo sfruttamento del paesaggio alpino in senso turistico e patrimonializzante (per cavarci guadagni, insomma) non è certamente cosa nata ieri e non è riservata a solo alcune zone delle Alpi. Ovviamente, non è detto che ciò significhi in automatico banalizzazione del luogo, ma di sicuro il limite oltre il quale comincia a significarlo s’è fatto col tempo assai più vicino al punto zero e, probabilmente, molto meno visibile, viste le volte nelle quali viene palesemente superato, già.