Come parlare “bene” di ambiente e clima al netto di negazionismi e catastrofismi, con Telmo Pievani

In un bell’articolo dal titolo Due forme di anticatastrofismo pubblicato il 4 maggio scorso nella sua newsletter “Una balena mi disse” – ospitata dalla notevole rivista multimediale “Lucy sui mondi[1]Telmo Pievani (il quale credo non abbia granché bisogno di presentazioni) ragiona sull’attuale crisi della divulgazione ambientale e climatica e di come il dibattito pubblico sul climate change, non tanto a livello di contenuti quanto di interlocuzioni collettive – sia sostanzialmente ad un punto non ancora morto ma certamente comatoso. Le persone non hanno più voglia di ascoltare discorsi sul clima, e se da un lato c’è chi smorza l’informazione rendendo più digeribili gli allarmi, dall’altro chi grida all’apocalisse menzognera. Del clima, scrive Pievani nell’articolo,

Ne osserviamo e ne patiamo gli effetti – cioè fenomeni meteorologici estremi sempre più frequenti e più intensi che aggravano il nostro già pessimo dissesto idrogeologico, e adesso arrivano i mesi delle ondate di calore, delle siccità e degli incendi – ma tacciamo sulle cause. Il gioco psicologico di massa consiste nel far finta, ogni volta, che sia un’emergenza, una calamità, un disastro naturale ineluttabile, il capriccio di una Natura matrigna che da milioni di anni si comporta nello stesso modo. Arriva la Protezione Civile, piangiamo le vittime, chiediamo i fondi speciali, ci lamentiamo perché la scienza non aveva previsto esattamente il luogo e l’ora, i politici di tutti gli schieramenti si riempiono la bocca di “prevenzione”, fino alla prossima catastrofe. E si ricomincia daccapo.»

Quindi che fare?

Ormai da diversi anni abbiamo imparato che quando raccontiamo la crisi ambientale dobbiamo, al contempo, essere onesti intellettualmente e non minimizzare in alcun modo la gravità della situazione (le emissioni globali continuano ad aumentare, e con esse i guai che ci attendono), ma anche offrire prospettive di azione, spiegare l’efficacia delle soluzioni di adattamento e mitigazione, raccontare storie positive di resilienza e rigenerazione. […] Basterebbero l’etica e il buon senso. Se da un esame clinico scopriamo di avere un problema di salute, certamente non dobbiamo farci prendere dallo sconforto, dalla paralisi e dalla disperazione, perché peggioreremmo la situazione. Dobbiamo agire e curarci, aiutando il nostro sistema immunitario. Ma allo stesso tempo sarebbe alquanto irragionevole negare l’evidenza e prendersela con il medico che ha firmato il referto dandogli del catastrofista. Il punto sta proprio qui: mentre una malattia ci riguarda direttamente e attiva i nostri meccanismi di allarme e difesa, non riusciamo a immaginare che la febbre del pianeta sia davvero una minaccia per la nostra salute e per il benessere di chi verrà dopo di noi.

Potete leggere l’articolo nella sua interezza – e leggetelo, perché meritaqui.

[1] L’articolo è stato ripreso anche da Alessandro Gogna sul suo “GognaBlog”, qui.

Una bella foto. Anzi no, terribile

L’immagine fotografica che vedete qui sopra è bellissima e, al contempo, terribile.
È stata scattata qualche giorno fa da Michele Comi dalla parete Ovest del Torrione Porro e mostra la Val Ventina con l’omonima vedretta, tra la dorsale che dal Pizzo Cassandra scende al Pizzo Rachele, a sinistra, e i contrafforti orientali del Monte Disgrazia a destra. Il luogo è meraviglioso ma è in condizioni inquietanti: sembra un’immagine scattata a fine estate, quando ormai la copertura nevosa invernale si è dissolta, e invece è di maggio e l’intero territorio visibile nella foto sarebbe ancora dovuto essere pressoché bianco di neve, in condizioni climatiche normali. O forse è ormai il caso di dire in condizioni climatiche d’un tempo, visto che la nuova “normalità” al riguardo, posto l’andamento recente del clima, facilmente sarà questa.

Terribile, senza alcun dubbio. Eppure temo che, se l’immagine venisse mostrata ad un variegato campione di persone, molte ne coglierebbero la bellezza paesaggistica più che il messaggio climatico. Il problema culturale di fondo, al riguardo, è proprio questo: il clima sta inesorabilmente cambiando, noi stiamo realmente cambiando la consapevolezza al riguardo?

P.S.: nel frattempo, leggo il report del Servizio Glaciologico Lombardo che riporta i dati di innevamento in due delle stazioni di riferimento sulle montagne lombarde. Al Lago Reguzzo (Alpi Bergamasche, quota 2440 m) la media della neve al suolo alla data del 28 maggio è di 240 cm, quest’anno non c’è già più neve. Alla Vallaccia (Alpi di Livigno-Dosdè-Piazzi, quota 2670 m) la media della neve al suolo alla data del 28 maggio è di 170 cm, quest’anno non c’è già più neve. Non era mai accaduto prima che la neve al suolo si sciogliesse così precocemente: rispetto ai record precedenti quest’anno è avvenuto quasi 15 giorni prima alla Vallaccia e quasi un mese prima al Lago Reguzzo.