Una legge sulla montagna? Sicuri?

L’ho sentita ieri, nelle news di qualche radio mentre ero in auto, la notizia riguardante le dichiarazioni di tal ministro per gli affari regionali e le autonomie (?) del governo italiano in carica, il quale (citato ad esempio in questo articolo) ha detto che

L’appuntamento per la Giornata internazionale della Montagna ci ha fornito l’occasione per ribadire un concetto fondamentale: l’impegno per questi territori deve tradursi in interventi strutturali e perfettamente su misura, visto che la montagna è un contesto ricco di opportunità e non una zona di marginalità. Da parte mia ribadisco l’impegno a presentare una legge sulla montagna che sia di iniziativa governativa, con l’obiettivo di garantire un iter parlamentare che possa giungere a positiva conclusione.

Ah, ma guarda, la famosa e fantasmatica “legge sulla montagna” della quale si sente parlare da tempo senza vedere nulla di concreto! Che sia la volta buona? – mi chiedo. Che sul serio si mettano in atto interventi strutturali e non incidentalmente raffazzonati «nell’ottica di favorire lo sviluppo sostenibile di questi territori»?

Approfondisco e leggo:

Abbiamo inoltre deciso di mettere in campo interventi concreti nell’interesse dei territori montani e dei cittadini che vi abitano, attraverso diverse iniziative. Stiamo lavorando per erogare rapidamente la quota parte statale di 15 milioni di euro del FONSMIT, con l’obiettivo di garantire 11 milioni per il sostegno in questo momento complicato agli impianti di risalita con innevamento artificiale e contemporaneamente investire 4 milioni nell’imprenditoria femminile a supporto di start-up innovative di quelle donne che muovono la montagna.

Ah, ecco. Mi sembrava strano.

Undici milioni di Euro per l’innevamento artificiale sono un intervento concreto nell’interesse dei territori montani e dei cittadini che vi abitano? E lo è anche prevedere una cifra quasi tre volte inferiore per sviluppare forme di economia femminile di montagna, un contentino (4 milioni sono il nulla per gli scopi annunciati) evidentemente obbligato dal tema della Giornata Internazionale della Montagna di quest’anno dedicato alle donne di montagna?

Questo non è solo analfabetismo funzional-istituzionale incrollabile come potrebbe essere il caso di chi a tali personaggi dà fiducia. In verità queste figure politiche capiscono benissimo cosa stanno facendo, e sanno perfettamente che la montagna non la stanno aiutando ma la stanno degradando, svilendo, distruggendo per ricavarne tornaconti per se stessi e per i loro sodali. E di tutto ciò ne vanno profondamente fieri.

Già. Poi certo, si dice sempre che “la speranza è l’ultima a morire” ma mi pare che, in questo contesto, si stiano già montando i paramenti per celebrarne il funerale. Piuttosto, chiunque ormai sa di non poter più dare fiducia ai suddetti personaggi (e fortunatamente il numero di quelli che non credono più ai loro ipocriti slogan aumenta sempre di più), che continui a promuovere, sostenere e lavorare per il bene autentico e il miglior futuro delle nostre montagne restandone ben distanti!

Per un maggiore rispetto dello spazio alpino

[Immagine tratta dal documento CAI L’impatto ambientale dello sci. Montagna, neve e sviluppo sostenibile.]

Lo spazio alpino ha un enorme valore. Molte persone vivono e lavorano nelle regioni di montagna dei paesi alpini. Allo stesso tempo, milioni di persone in cerca di svago visitano ogni anno la regione alpina al fine di distendersi e rigenerarsi per la vita quotidiana. Assieme ad alcune delle ultime aree naturali non urbanizzate del continente, questo eccezionale paesaggio culturale, di piccola scala, modellato dal lavoro dell’uomo nel corso dei secoli, forma in Europa un patrimonio centrale dell’umanità ed è la base vitale per la popolazione che ci vive, che merita il rispetto di tutti noi. Oggi le Alpi sono la catena montuosa più densamente urbanizzata al mondo, con strade, impianti di risalita, sentieri escursionistici, rifugi, infrastrutture turistiche, agricole e altre. Certamente è stato questo sviluppo che in passato ha reso la regione alpina uno spazio vitale con un’alta qualità di vita, ma ora lo sviluppo della regione alpina è completo. Il picco è stato raggiunto da tempo. Lo sviluppo sta diventando sovra-sviluppo. Purtroppo questo concetto non è ancora stato introiettato dai decisori politici ed economici. L’obiettivo di ridurre a un livello minimo l’ulteriore sviluppo e l’edificazione di aree ancora incontaminate o già ottimamente sviluppate nella regione alpina non è ancora stato raggiunto. Il paesaggio alpino è percepito solo come uno sfondo. È una mancanza di rispetto per le nostre Alpi. […]

Sono brani tratti dal Manifesto per un maggiore rispetto dello spazio alpino redatto dall’Alpenverein Südtirol con il sostegno di Cai – Club Alpino Italiano, Heimatpflege e Dachverband, nonché dei club alpinistici di Austria (Öav) e Germania (Dav) e reso pubblico lo scorso 22 novembre. Rappresenta un’ennesima testimonianza consapevole e dettagliata sulla realtà contemporanea e futura delle Alpi, la cui analisi appare quanto mai antitetica alle idee e all’azione di molti politici e decisori locali che puntano alla turistificazione massiccia e degradante delle montagne, al fine di farne un “bene” da vendere e consumare il più possibile a discapito di qualsiasi loro cultura, identità, socialità, necessità reale, economia, ecologia oltre che, inesorabilmente, dell’ambiente naturale.

Per approfondire i contenuti del Manifesto potete visitare il sito “MountCity”, che ne ha riferito qui.

“Destagionalizzazione” del turismo montano: prodigio o maleficio?

[Immagine tratta da jennyvallese.com.]

Destagionalizzazione è un altro di quei termini divenuti dei “mantra” nella promozione turistica contemporanea e nella comunicazione politico-istituzionale di sostegno ai progetti di “sviluppo turistico” e di infrastrutturazioni varie circa i quali si voglia convincere l’opinione pubblica della loro bontà. Probabilmente ve ne sarete accorti anche voi.

In realtà il termine ha un’etimologia di matrice economica, e indica il «metodo statistico atto a identificare e rimuovere le fluttuazioni di carattere stagionale di una serie storica che impediscono di cogliere correttamente l’evoluzione dei fenomeni considerati. Ad esempio il calcolo dell’indice della produzione industriale, la cui serie “grezza” (non destagionalizzata) presenta una brusca caduta nei mesi estivi a causa della chiusura di molte fabbriche o imprese» (fonte qui) per cui, togliendo i dati di quel periodo fuori norma, si destagionalizza il calcolo rendendolo più obiettivo e credibile.

Nell’ambito turistico “destagionalizzazione” ha assunto un significato comunque di natura economica, riferito alla pratica di «Ampliare la propria offerta turistica, organizzando un evento in un periodo dell’anno diverso da quello in cui comunemente è collocata l’offerta principale. Pratica diffusa, che viene messa in atto soprattutto nelle località balneari. Un esempio ampiamente discusso è Viareggio: il Carnevale ha fatto sì che la città oltre ad essere molto visitata nel periodo estivo, goda di un buon numero di turisti anche in inverno.» (fonte qui). La destagionalizzazione dell’offerta turistica impone un «ripensamento dell’offerta turistica con uno sforzo comune offrendo formule di turismo lento e sostenibile, responsabile ed eco-culturale, enogastronomico e del benessere.» (fonte qui).

È interessante quell’appunto, nella seconda citazione riportata, che segnala come la destagionalizzazione turistica sia una pratica diffusa soprattutto nelle località balneari. Fatto sta che, dal Covid in poi più che per quanto accaduto prima, stia apparentemente diventando una pratica assai in voga anche tra le località sciistiche montane. Apparentemente, ribadisco, dacché l’impressione vivida che se ne ricava è che la “destagionalizzazione” supposta da molte località montane pressoché totalmente vocate allo sci su pista sia in realtà un tentativo di spalmare lungo più mesi l’anno le pratiche turistiche massificate e banalizzanti che caratterizzano lo sci contemporaneo, puntando alla lunaparkizzazione spinta delle montagne per ricavarne una fruizione massimamente monetizzabile tanto quanto la meno culturale e responsabile possibile. In sostanza si vorrebbe praticare l’opposto di quanto l’accezione economica originaria del termine “destagionalizzazione” indica: non tanto un metodo per evitare i periodi turisticamente meno intensi ma per espandere il più possibile i periodi intensi e più massificati dunque impattanti, degradanti, banalizzanti i territori montani in oggetto. Un luna park alpestre, con tanto di giostre d’ogni sorta, aperto non più solo per quattro o cinque mesi l’anno ma per dieci o undici, senza alcun ripensamento autentico dell’offerta di pratiche turistiche «con uno sforzo comune offrendo formule di turismo lento e sostenibile, responsabile ed eco-culturale», come indicato nella terza citazione, ma tutto l’opposto: una negazione sempre più assoluta di qualsiasi pratica turistica che non sia quella legata alla monocultura sciistica e ai modelli del più pernicioso turismo di massa. Modelli che, ove non sia messa in atto un’accurata e oculata gestione in senso generale, hanno provocato e stanno provocando danni un po’ ovunque i quali evidentemente non vengono minimamente considerati dai promotori di quei progetti di “sviluppo turistico” che, come ho già detto (scritto) più volte, sembrano fermi agli anni Settanta del secolo scorso, come se nulla fosse accaduto in seguito fino a oggi ovvero come se la realtà sociale, culturale, economica, ambientale e climatica dei territori di montagna fosse rimasta immutata e restasse immobile, sospesa dalla realtà.

Ma cosa è veramente sospeso dalla realtà? La montagna o chi la pensa nel modo appena descritto?

Be’, a questo punto permettetemi un finale sarcastico: non è che da “destagionalizzare” veramente, prima della montagna, siano quelli che si arrogano il diritto e il potere di soggiogarla alle loro illogiche iniziative, destagionalizzandoli (sinonimo di “rimuovendoli”, nella definizione economica citata in principio) in modo che non possano più fare danni né in inverno e in estate e nemmeno negli altri periodi dell’anno?

Il “lusso necessario” della montagna

Quando torno in luoghi di particolare amenità alpestre – quella che, quando la osservi, ti genera sul volto un’espressione inesorabilmente felice e nell’animo una sensazione indescrivibilmente piacevole, delicata e intensa allo stesso tempo – come i Piani di Artavaggio, e passeggiandovi mi capita di sentire in rapida sequenza che solo all’apparenza può sembrare casuale persone qualunque che tra di loro si dicono in vario modo quanto sia bello, lì, ripenso spesso a queste parole di John Muir:

Migliaia di persone stanche, stressate e fin troppo “civilizzate”, stanno cominciando a capire che andare in montagna è tornare a casa e che la natura incontaminata non è un lusso ma una necessità.

Parole espresse più di un secolo fa (Muir scomparve nel 1914) ma il cui messaggio resta costantemente valido e attuale, segno che esprimono un concetto al di là del tempo e delle variabili umane, probabilmente perché genetico – quantunque “dimenticato” da tanti.

Nel frattempo la “civilizzazione” è salita spesso e volentieri alla conquista delle montagne e non di rado causando danni ingenti sia dal punto di vista ambientale che economico, che sociale. Ciò è accaduto soprattutto dove si è considerata la montagna una risorsa da consumare per ricavarci qualche tornaconto e non un patrimonio da salvaguardare perché in grado di donare un tornaconto a chiunque: certo, cambia la sostanza dei tornaconti in ballo ma pure i loro effetti, appunto, che decretano inesorabilmente quale sia dei due quello da lasciar perdere, se veramente si ha a cuore la salvaguardia e il futuro delle montagne in questione.

I Piani di Artavaggio, in qualità di ex stazione sciistica un tempo rinomata, poi vittima dei cambiamenti climatici e economici e quindi tornata ad essere apprezzata come località “rinaturalizzata” ideale per le varie forme di turismo lento e sostenibile oggi sempre più diffuse – anche in alternativa ai vicini e iper-turistificati Piani di Bobbio – rappresentano un caso significativo di quanto ho scritto poco sopra. L’identità attuale del luogo, nella quale si ritrova l’essenza più tipica di questi spettacolari monti prealpini che dominano la pianura urbanizzata e guardano verso le maggiori vette delle Alpi, è veramente qualcosa di necessario – come scrisse Muir – di cui poter e dover godere il più possibile. Anzi, a differenza del tempo in cui Muir espresse le sue parole, l’evoluzione della nostra civiltà, che per certi versi siamo costretti a considerare un’involuzione, viste le tante problematiche in essa presenti, il valore ambientale di luoghi come i Piani di Artavaggio sono pure un “lusso”, oggi, cioè un patrimonio che abbiamo a nostra disposizione ogni volta che lo vogliamo e che ci fa tutti quanti più ricchi di bellezza e di benessere – a patto di saper considerare questo suo inestimabile valore, certamente: ma è qualcosa di semplicissimo da fare.

Ogni volta che ritorno ai Piani di Artavaggio, dunque, e penso alle parole di John Muir, poi penso anche a quei progetti che vorrebbero rompere questa sublime armonia montana e disturbare l’anima del luogo per riportarci lo sci su pista, con il corollario di impianti di risalita, di innevamento artificiale, infrastrutture varie eccetera – ne ho scritto più volte qui e sui media locali, come forse saprete già. Progetti che peraltro, al di là dell’impatto ambientale più o meno pesante, non considerano minimamente la situazione climatica che già stiamo vivendo e che diventerà sempre più evidente, nei suoi cambiamenti, negli anni futuri, la quale rende investimenti del genere alle quote di Artavaggio un autentico salto nel buio, se non l’antitesi di un nuovo inesorabile fallimento. Perché, invece di imporre nuovamente e testardamente modelli di sviluppo turistici non solo obsoleti ma pure concretamente illogici sotto diversi punti di vista, non si ha l’intraprendenza, la volontà, la lungimiranza, la capacità di investire su quell’enorme e prezioso patrimonio naturale che già è presente in loco e merita solo di essere valorizzato nel modo più consono e compiuto possibile? Perché non si possiede la sagacia di vedere, comprendere e poi sviluppare la realtà attuale, che fa di un luogo come Artavaggio un qualcosa di raro e – per tornare a Muir – di necessario per una platea quanto mai ampia di persone, gitanti, turisti, viandanti, villeggianti e per chiunque voglia godere di una così particolare bellezza, e di conseguenza investire finanziariamente in questo tipo di sviluppo virtuoso del luogo e non in altre cose che è la Natura stessa fin da ora a decretare come destinate a vita precaria e brevissima?

Ecco. Al proposito, mi torna in mente la frase di un altro grande personaggio dell’alpinismo storico e della cultura di montagna, Julius Kugy, il quale scrisse:

Non cercate nelle montagne un’impalcatura per arrampicare, cercate la loro anima.

Troppe volte, a furia di ricoprire le montagne di “impalcature” per salirci sopra, abbiamo perso la capacità di trovare e riconoscere la loro anima. Quando ciò è capitato, si è rivelato uno dei più grandi errori che l’uomo abbia commesso, nel suo rapporto con le montagne. Sarebbe veramente il caso di non commetterlo più, dove e quando possibile.