Il sonno della ragione genera mostri, e a Selvino genera skidome. La veglia della ragione, invece, nei territori di montagna come Selvino genererebbe vero sviluppo per la comunità e per il territorio a favore di un autentico buon futuro basato sulle peculiarità del luogo, sui reali bisogni socioeconomici dei residenti, su un turismo consono e coerente al territorio, alla sua geografia, al suo ambiente naturale e al suo patrimonio culturale.
Invece qualcuno preferisce dormire e fare sogni bislacchi senza curarsi del fatto che possano trasformarsi in incubi tremendi. Già, chissenefrega della recessione incombente, della crisi energetica, dei costi alle stelle, della transizione ecologica, delle valutazioni di impatto ambientale previste dalle normative vigenti!
Magari, poi, una cosa come lo skidome potrebbe effettivamente avere un senso. A Milano però o in qualche altra grande città, magari a fianco di qualche mega centro commerciale così da guadagnarsi l’utenza in modo immediato evitando di dover realizzare nuove strade e parcheggi ovvero consumando ancor più suolo naturale, non a Selvino! Piuttosto, quante cose a favore del territorio montano selvinese e dei bisogni primari dei suoi abitanti si potrebbero fare con cinquanta milioni di Euro, che oggi saranno pure il doppio visti i costi suddetti? Ah, scusatemi… dimenticavo: se la ragione dorme, non può dare una risposta a una domanda del genere. Inevitabilmente.
P.S.: dello skidome di Selvino ne scrissi già più di due anni fa, qui. Il tempo passa ma di saggezza non ne viene, a quanto pare.
Come ha fatto l’amico Pietro Lacasella sulla sua pagina Facebook “Alto-rilievo / Voci di montagna”, anch’io qui sopra ripubblico quel suo intervento di un anno fa sulle “panchine giganti” (o Big Bench) che, come ha scritto Pietro, ha dato il via a un dibattito molto interessante, durato diverse settimane e dal quale sono emersi pareri per gran parte avversi al fenomeno delle panchinone. A mia volta ho più volte rimarcato (vedi quiun elenco parziale dei miei scritti sul tema) la personale netta opposizione a questi manufatti, sorta di giostre per adulti che vengono imposte a luoghi particolarmente ameni con la scusa di valorizzarli ma in verità banalizzandoli e per molti versi degradandoli, diffondendo quella rozza incultura da “luna park alpino” che sta generando non pochi danni sulle nostre montagne, in primis mercificando la loro bellezza e il valore culturale del loro ambiente a “vantaggio” del turismo massificato nonché, ovviamente, di chi le promuove pensando di ricavarci propri tornaconti. E se le panchine giganti rappresentano orridi “sintomi” del più banale e fugace costume turistico destinati a diventare rapidamente nuovi rottami purtroppo deturpanti le montagne (ma spero che vi sarà chi provvederà alla loro rimozione, nel caso), visto l’andazzo ovvero la forma mentis alla base dell’azione di certe amministrazioni pubbliche di località turistiche, c’è da temere che qualcosa di ancor peggiore andrà a sostituirli, nel becero tentativo di scavare sul fondo del barile turistico oltre ogni limite di decenza ambientale e culturale.
Ecco, questo è il punto: è una questione culturale, di immaginario diffuso deviato che deve essere “raddrizzato”, di cultura e di consapevolezza civica verso le montagne che vanno ripristinate, allontanandole nettamente da un certo bieco marketing turistico tanto allettante quanto perverso e pericoloso. C’è bisogno di più cura, di più sensibilità e di attenzione maggiore verso la bellezza delle montagne, predisposizioni culturali che peraltro consentono a chiunque di vivere in maniera ben più profonda, completa e certamente molto più gratificante la frequentazione turistica dei monti. Panchine giganti e altre opere similari regalano divertimenti superficiali effimeri, proprio come quelli di un parco giochi, producendo fin da subito un distacco culturale dei visitatori dal luogo e dunque, paradossalmente ma solo all’apparenza, il disimpegno e il disinteresse verso di esso. Vengono imposte come attrazioni turistiche che sviluppano il luogo nel quale vengono installate quando invece ne avviano o contribuiscono ad accelerarne il declino.
Visto che siamo a fine 2022, c’è veramente da augurarci che il prossimo futuro, a partire dall’anno che sta cominciando, veda concretizzarsi quel mio presagio sul rapido passaggio della “moda” che ha provocato la diffusione delle panchinone e al contempo che sempre più frequentatori delle montagne e degli ambienti naturali si rendano conto che non sono e non saranno tali manufatti ad assicurare un buon futuro ai territori montani, alle loro comunità e a chiunque ci vada, per viverci o per divertirsi ma saranno le più autentiche economie sociali non più meramente turistiche, relazionate e contestuali ai luoghi e alle loro peculiarità, a poter costruire il miglior futuro delle montagne. Certo sembra più facile e rapido piazzare qui e là delle panchinone colorate e sperare che attirino turisti, d’altro canto è sempre più facile distruggere che costruire. Per fare la seconda cosa ci vogliono intelligenza, competenza e lungimiranza, per fare la prima basta una clava. Anche a forma di panchinona, già.
N.B.: tornerò a breve sul tema con altre riflessioni, spero interessanti e proficue al dibattito.
(Quello che potete leggere di seguito è un mio articolo pubblicato ieri su “Valsassina News” la cui redazione ringrazio di cuore per lo spazio concessomi, nella consueta speranza di poter contribuire ad attivare un dibattito approfondito e consapevole riguardo il luogo, le sue peculiarità e il suo miglior futuro possibile, turistico e non solo.)
Neve e divertimento in Valsassina non significano solo Bobbio e Valtorta. I Piani di Artavaggio stanno vivendo un entusiasmante momento di rilancio, grazie alle nuove strutture che permettono alle famiglie e ai giovanissimi di imparare a sciare o scendere con bob e gommoni su piste perfettamente battute, servite da comodi tapis roulants per la risalita. Meta preferita da chi predilige il relax e l’abbronzatura, i Piani di Artavaggio sono anche il terreno ideale per le gite di scialpinismo.
Qualche giorno fa, scartabellando digitalmente tra alcune cartelle di documenti, m’è ricapitato davanti agli occhi l’articolo di un noto quotidiano del 2011 nel quale si legge il brano qui sopra riprodotto sull’«entusiasmante momento di rilancio» dei Piani di Artavaggio – si veda (e si clicchi per ingrandire) qui accanto. Luogo che, negli anni seguenti al periodo buio della chiusura della stazione sciistica ormai incapace di sopravvivere ai cambiamenti climatici e alle variabili socioeconomiche, stava diventando ed è diventato la località nei dintorni di Lecco maggiormente amata e frequentata da chi voglia godere la montagna più genuina ovvero meno ingombra di infrastrutture turistiche e del relativo caos, dove la bellezza del peculiare paesaggio montano di questa regione prealpina così vicina alla pianura e a Milano si palesa intensamente e può essere frequentata nel modo più profondo, rilassante, affascinante. Una frequentazione che dagli anni di quell’articolo a oggi è persino diventata un modello turistico virtuoso, a suo modo innovativo, ammirato, raccontato da periodici e da libri (uno dei quali, molto importante, verrà pubblicato a breve), consono ai tempi correnti oltre che piacevolissimo da vivere sotto ogni punto di vista.
Dieci anni dopo quell’articolo, invece, pare che qualcuno voglia cancellare tutto l’entusiasmo per la realtà montana di Artavaggio tornando a inseguire chimere impiantistiche-sciistiche e “sviluppi turistici” che francamente appaiono tanto indeterminati quanto illogici e decontestuali, oltre che degradanti il luogo e l’identità che, come denotato, ha saputo (ri)costruirsi in questi ultimi anni. Mi riferisco ovviamente al paventato progetto di una nuova seggiovia e alle relative infrastrutture funzionali allo sci su pista, tra le quali l’ovvio e scellerato (e costoso, e energivoro, e ambientalmente impattante, e depredante le risorse naturali del luogo, eccetera) innevamento artificiale. Qualcuno vorrebbe tornare indietro nel tempo, insomma, imponendo idee che da lustri si sono rivelate fallimentari nonché nel concreto totalmente ingiustificabili, in sostanza ripristinando le condizioni atte a provocare un possibile nuovo fallimento di Artavaggio, altro che uno “sviluppo”!
Ma perché tutto ciò? Ma quale “sviluppo” si vuole inseguire? Che senso ha riportare lo sci meccanizzato ad Artavaggio e tornare a costruirci impianti, a innalzare piloni e tirare funi, a piazzare tubi e cannoni sparaneve, infinitamente più brutti di quei poco gradevoli ma ben meno impattanti tapis roulant ora presenti? Cosa si vorrebbe sviluppare e chi, piuttosto di ciò che si è già sviluppato in loco e rappresenta chiaramente una via turistica logica e sostenibile già tracciata (e altrove ammirata, ribadisco), da seguire e da incrementare, potenziare, rendere ancora più consona al luogo e più capace di consolidarne e garantirne l’apprezzamento diffuso per lungo tempo? Ma chi ci salirebbe poi a sciare ad Artavaggio più di ora, con i Piani di Bobbio a un tiro di schioppo e le maggiori località valtellinesi poco oltre?
Non è comprensibile, a mio modo di vedere. Per nulla. Parimenti non comprendo proprio come non si possa essere in grado di sviluppare strategie di frequentazione turistica del luogo realmente consone ad esso, alle sue caratteristiche particolari e alle innumerevoli potenzialità che offre e che sempre più persone ricercano e apprezzano, piuttosto di riproporre i soliti, logori, banali, degradanti modelli turistici di cinquanta o sessant’anni fa.
A meno che, con modalità parecchio ambigue e subdole, quella seggiovia che si vorrebbe installare ai Piani di Artavaggio non la si voglia trasformare nel “grimaldello”, apparentemente innocuo ma in realtà tremendamente pericoloso, con il quale riaprire e tirar fuori nuovamente l’idea ancor più folle e scellerata del collegamento sciistico tra Artavaggio e Bobbio, che fino a qualche anno fa periodicamente rispuntava sui media e sempre con toni ridondanti che la davano come un progetto pressoché pronto per partire – vedi qui sotto, nel 2014.
Un progetto che, a mio modo di vedere, rappresenterebbe la “morte cerebrale” culturale, ambientale e probabilmente anche economica di questi territori, perpetrata per il tornaconto di pochi e alla faccia della realtà climatica in corso e in costante involuzione nei prossimi anni. Sarebbe veramente qualcosa di perverso, di profondamente esecrabile, un delitto commesso a danno della bellezza di queste meravigliose montagne, che non può e non deve essere compiuto. Mi auguro di cuore che, se l’anno 2022 ormai in conclusione ha dovuto registrare la pubblicazione delle citate irresponsabili proposte di “sviluppo turistico” per Artavaggio (e non solo, come sapete bene), il nuovo anno possa invece rappresentare un’autentica novità anche nella forma mentis alla base della gestione e della valorizzazione delle nostre montagne, la cui insuperabile bellezza non merita certo banalizzazioni turistiche di sorta bensì cura, sensibilità, conoscenza, comprensione e un particolare buon senso. Quello di chi vuole assicurare loro, e assicurare a noi tutti, il miglior futuro possibile.
N.B.: qui potrete trovare un elenco dei vari articoli che negli ultimi mesi ho dedicato ai Piani di Artavaggio e alle relative “vicissitudini” turistiche.
Le recenti ondate di maltempo, con le disastrose conseguenze che hanno interessato le diverse aree del nostro Paese, hanno riportato all’attenzione la fragilità del suolo italiano con i rischi idrogeologici sempre più frequenti, marcati e, sfortunatamente, causa di distruzione e morte. A tal proposito, lo scorso lunedì 05 dicembre si è celebrata la Giornata Mondiale del Suolo, in occasione della quale l’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) ha pubblicato un report aggiornato proprio sul consumo di suolo in Italia. Da tale dato è emerso che nell’ultimo anno l’Italia ha perso circa 2,2 metri quadri di suolo al secondo e che nel 2021 si è raggiunto il picco di 19 ettari di suolo persi ogni giorno, che rappresenta il valore più alto registrato negli ultimi dieci anni. Tra le cause principali vi sono la cementificazione incontrollata e l’agricoltura intensiva. Grazie al grande lavoro di analisi e di osservazione effettuato dall’ISPRA è possibile consultare una mappa digitale estremamente dettagliata del rischio idrogeologico dell’Italia, ovvero la piattaforma “IdroGeo”, che consente la consultazione e la condivisione di dati, mappe, report e documenti sull’inventario dei fenomeni franosi in Italia e dei livelli di pericolosità per frane e alluvioni, con annessi indicatori di rischio per ogni comune italiano. La sua consultazione, grazie a un’infografica molto semplificata e intuitiva, consente agli utenti, dai semplici cittadini, agli operatori economici fino agli amministratori locali, di conoscere i livelli di rischio e pericolosità da frane e alluvioni per ogni area di interesse.
Da “Il Supplemento Geografico” sulla pagina Facebook della Società Geografica Italiana. Per consultare la piattaforma “IdroGeo” si possono utilizzare i seguenti link: per i livelli di pericolosità e rischio https://bit.ly/3Y1kYkc, per quelli relativi all’inventario dei fenomeni franosi https://bit.ly/3gVnPe4. Oppure potete iniziare dalla homepage del sito di “IdroGeo” cliccando sull’immagine qui sotto:
Nella foto in testa al post: il versante di Casamicciola del Monte Epomeo, a Ischia, come si presentava negli anni Trenta del Novecento, ben terrazzato e con adeguati canali di regimentazione e scarico delle acque superficiali, cioè prima che la montagna venisse ampiamente cementificata, e sovente in modo abusivo, con le conseguenze tragiche verificatesi nella notte tra il 25 e il 26 novembre scorso che hanno provocato 12 vittime, evento sul quale ho scritto qui.
Cosa vuole la gente che vive in città nel traffico e nel caos costanti, tra assembramenti, rumore, e inquinamento, quando sale per qualche giorno sulle montagne in mezzo alla natura? Ma ovviamente traffico, caos, assembramenti, rumore, inquinamento! E la politica, sempre così vicina ai bisogni dei suoi elettori, concede tutto quanto con grande abbondanza: strade intasate, parcheggi gremiti, affollamenti e grandi code, gas di scarico, rumore e baccano ovunque. Ma attenzione: tutte queste cose sulle brochure promozionali e nei siti web le chiama “silenzio”, “relax”, “wellness”, “sostenibilità”, magari pure “wilderness”. Geniale, vero? Trovare le stesse identiche cose di tutti i giorni in città anche a centinaia di chilometri di distanza in montagna, a 2.000 metri, tra boschi, prati, vette imponenti, e credere che siano “natura”! Che meraviglia!
Però, scusate, una domanda mi sorge: ma a questo punto non è meglio restarsene in città, senza fare così tanti chilometri e spendere chissà quanti soldi per salire sui monti? Se avete un negozio sotto casa che vende certe cose, fareste qualche ora di auto per andare a far compere in un altro negozio che vende le stesse cose solo perché ha un arredamento più bello? Non avrebbe granché senso, no? Sarebbe una politica ben poco logica e sostenibile, già.
Ecco.
(Cliccate sull’immagine per vedere il servizio TV relativo.)