Domani, 11 luglio, a Rota Imagna

Vi ricordo l’appuntamento di domani, lunedì 11 luglio, alle ore 20.30 presso la Sala Polifunzionale di Rota Imagna (Bergamo), quando avrò il piacere e l’onore di intervenire alla presentazione della 2a edizione della Carta dei Sentieri “Alta Valle Imagna – Resegone”, pubblicata da Ingenia Cartoguide, con una dissertazione dal titolo Turismo in Valle Imagna: una montagna di grandi potenzialità. A seguire interverrà Luca Grimaldi, dirigente di Ersaf responsabile dello sviluppo del Catasto Regionale Rete Escursionistica Lombarda, con Reti escursionistiche: logiche di gestione e opportunità.

Sarà un’ottima occasione per discutere di sviluppo turistico sostenibile dei territori prealpini e, dati statistici alla mano, prendere coscienza delle loro notevoli potenzialità al riguardo, in ottica presente e futura. Un’ottica per la quale la Valle Imagna, territorio peculiare tra le Prealpi bergamasche che sta registrando un notevole aumento delle presenze turistiche sia italiane che straniere rispetto ad altre aree bergamasche a maggior vocazione turistica ma con numeri ben minori, se non in diminuzione, rappresenta un modello di grande interesse e un “laboratorio” nel quale sviluppare, forse, il turismo degli anni futuri: consapevole, sostenibile, attento ai valori autentici dei territori visitati, per il quale conta più la qualità dell’esperienza e della relazione con i luoghi piuttosto che la quantità di servizi e gli slogan promozionali.

Se volete, se si va, se potete, ci vediamo lunedì a Rota Imagna – che è anche una bella cittadina e non solo per il toponimo. Sarà una serata molto interessante, ve l’assicuro.

Il turismo del futuro, lunedì 11 luglio a Rota Imagna

Lunedì 11 luglio, alle ore 20.30 presso la Sala Polifunzionale di Rota Imagna (Bergamo), avrò il piacere e l’onore di intervenire alla presentazione della 2a edizione della Carta dei Sentieri “Alta Valle Imagna – Resegone”, pubblicata da Ingenia Cartoguide, con una dissertazione dal titolo Turismo in Valle Imagna: una montagna di grandi potenzialità. A seguire interverrà Luca Grimaldi, dirigente di Ersaf responsabile dello sviluppo del Catasto Regionale Rete Escursionistica Lombarda, con Reti escursionistiche: logiche di gestione e opportunità.

Sarà un’ottima occasione per discutere di sviluppo turistico sostenibile dei territori prealpini e, dati statistici alla mano, prendere coscienza delle loro notevoli potenzialità al riguardo, in ottica presente e futura. Un’ottica per la quale la Valle Imagna, territorio peculiare tra le Prealpi bergamasche che sta registrando un notevole aumento delle presenze turistiche sia italiane che straniere rispetto ad altre aree bergamasche a maggior vocazione turistica ma con numeri ben minori, se non in diminuzione, rappresenta un modello di grande interesse e un “laboratorio” nel quale sviluppare, forse, il turismo degli anni futuri: consapevole, sostenibile, attento ai valori autentici dei territori visitati, per il quale conta più la qualità dell’esperienza e della relazione con i luoghi piuttosto che la quantità di servizi e gli slogan promozionali.

Se volete, se si va, se potete, ci vediamo lunedì 11 a Rota Imagna. Sarà una serata molto interessante, ve l’assicuro.

Fare cose belle e buone in montagna. A Livinallongo del Col di Lana, ad esempio

Siccome trovo doveroso impegnarmi nella critica – sempre argomentata e il più possibile costruttiva, per quanto mi riesce – di certi interventi realizzati sulle montagne che appaiono assai poco consoni al delicato contesto paesaggistico e culturale quando non invasivi e degradanti, è bene che di contro mi debba impegnare – per quel nulla che posso – a segnalare azioni, progetti e realizzazioni virtuose, lavori ben fatti, iniziative che finalmente si poggiano su visioni e paradigmi rinnovati o innovativi mirati a un diverso e miglior futuro per i territori rurali e montani in primis. Perché se è purtroppo evidente che vi siano in circolazione fin troppi amministratori pubblici locali i quali, coi loro sodali privati, combinano dei gran disastri in base a visioni del tutto superate e fallimentari della gestione del territorio e delle sue fruizioni (o, come sostiene qualcuno, semplicemente per propria mera stoltezza), per giunta sperperandoci notevoli somme di denaro pubblico, è anche vero che ce ne sono tanti altri che invece si dimostrano ben più attenti e sensibili alla cura del proprio territorio capendo l’importanza di attivare uno sviluppo diverso, per ora alternativo a quello “mainstream” ma inevitabilmente destinato a diventare quello principale anche perché necessario e vitale, come ribadisco, per il futuro delle aree rurali e montane e delle comunità che le vivono.

Fare cose per bene, belle e utili si può: a volte affinché ciò avvenga è innanzi tutto una questione di testa, di forma mentis diffusa e di consapevolezza da parte di ogni singolo individuo, non solo di buona amministrazione politica. Che d’altro canto è spesso una conseguenza positiva di quella situazione, così come la politica dannosa lo è in negativo della situazione opposta.

Uno degli esempi in tal senso che mi viene in mente è quello del comune di Livinallongo del Col di Lana, in provincia di Belluno, che non a caso ha ottenuto la “Bandiera Verde” di Legambiente nel corso dell’ultima Carovana delle Alpi, lo scorso anno, ma che pure al di là di tale titolo che qualcuno vorrà vedere e bollare come mera iniziativa “ambientalista” nel senso più ideologico del termine, presenta una ammirevole volontà di innovazione dei paradigmi di gestione politica dei territori montani attraverso una visione ecosistemica condivisa da molti soggetti locali, una rete resiliente che nella sostanza riporta direttamente al concetto di “ambiente” ovvero di dimensione partecipativa condivisa che relaziona i soggetti partecipanti nell’ottica di una visione consapevole e di un progetto “vitale” comune, in questo caso la valorizzazione autentica del meraviglioso territorio del Livinallongo funzionale al suo sviluppo economico, sociale e culturale piuttosto che al suo mero sfruttamento dettato dalle solite, deleterie monoculture turistico-commerciali che d’altro canto già sono state pesantemente imposte ai territori circostanti.

Il comune di Livinallongo del Col di Lana, localmente conosciuto con il nome ladino Fodóm, è situato nell’alta Val Cordevole, compreso tra i passi dolomitici Pordoi, Campolongo e Falzarego. È composto da diverse frazioni e borgate tra cui Pieve e Arabba, celebre località turistica estiva e invernale. Il territorio è collocato al confine tra la provincia di Belluno e quelle di Trento e Bolzano. Il Col di Lana, che domina questo territorio, è anche tristemente celebre per le pagine di sangue che qui furono scritte durante la Grande Guerra.

Un territorio che negli ultimi anni – pur resi ancora più complessi dalla difficoltosa ripresa dalla tempesta Vaia del 2018 che si è aggiunta ai problemi cronici delle aree interne quali spopolamento, crisi del mercato abitativo, e difficoltà per l’imprenditoria locale – ha saputo implementare la capacità di capacità di ascolto e coinvolgimento della popolazione dando dimostrazione che alla convinta opposizione alla realizzazione di nuovi impianti sciistici di collegamento fra il comprensorio di Arabba e quello di Cortina d’Ampezzo passando Per la “Zona Settsass” (il cosiddetto “Carosello no-car delle Dolomiti”) è possibile rispondere con la cura capillare e diffusa del territorio, la custodia e valorizzazione dell’ambiente e dei saperi locali, in linea con gli obiettivi del Green Deal europeo per la riduzione delle emissioni di gas clima-alteranti.

Il Comune di Livinallongo con la ferma opposizione al progetto di carosello sciistico che ha saputo accogliere e coinvolgere associazioni e comitati locali, ha portato alla ribalta nel territorio dolomitico la crisi del modello di sviluppo turistico ponendo contestualmente al centro delle opportunità di progresso del territorio la necessità di coltivare percorsi nuovi e alternativi per il territorio montano. Tra queste azioni, la più importate è la recente adesione al programma di collaborazione interregionale e interprovinciale fra la Provincia Autonoma di Bolzano, il Comune di Selva di Val Gardena, il Comune di Corvara, la Provincia Autonoma di Trento, il Comune di Canazei, la Regione Veneto, la Provincia di Belluno e appunto il Comune di Livinallongo del Col di Lana, che vedrà la progressiva interdizione al traffico delle auto private attorno al gruppo del Sella, attraverso la realizzazione di sistemi di mobilità integrata per decongestionare il traffico sui passi e nelle valli, per favorire la mobilità dolce e un approccio ecosostenibile per il turismo nelle Dolomiti.

Un agire concreto che mira a sostenere e valorizzare l’immenso patrimonio naturale UNESCO nel cuore delle Dolomiti nel segno della sostenibilità, ponendo la resilienza della comunità al riscaldamento globale come chiave per il progresso delle aree montane, sempre più consce della crisi climatica e orientate a rafforzare il ruolo dei servizi ecosistemici in contrapposizione a monocolture economiche stagionali e non più sostenibili.

Per saperne di più sul comune di Livinallongo del Col di Lana e sulle peculiarità del suo territorio, cliccate qui. Per leggere invece il rapporto e la motivazione della “Bandiera Verde” assegnata al comune dalla Carovana delle Alpi, cliccate qui.

Tentativi di giustificare l’ingiustificabile

«Con 2,4 milioni di euro a fondo perduto supportiamo in maniera concreta un settore fondamentale per la Lombardia che negli ultimi anni è stato colpito duramente prima dalle restrizioni legate al Covid e poi dal caro energia».

«Un contributo di sostanza a un comparto nevralgico per lo sport invernale e per l’economia delle nostre montagne che, fra quattro anni, saranno protagoniste assolute in Italia e nel mondo con le Olimpiadi invernali del 2026.»

«L’impegno di Regione Lombardia per gli impianti di risalita e le piste da sci è importante e costante. Vogliamo aiutare concretamente gli operatori nella gestione degli impianti per rendere le nostre montagne sempre più competitive a livello turistico e per gli sport invernali.»

«Ancora una volta un contributo fattivo per un comparto strategico e per il turismo invernale, infatti gli impianti di risalita generano un volano per tutte le attività produttive annesse e connesse e moltiplicatore per tutta l’economia del territorio montano.»

Queste sono alcuni degli ennesimi tentativi, espressi nelle solite retoriche forme verbali da alcuni amministratori regionali lombardi, di giustificare l’ingiustificabile, ovvero l’ennesimo stanziamento di soldi pubblici (miei, vostri, nostri) a sostegno degli impianti sciistici. Altri milioni di Euro che si aggiungono agli innumerevoli stanziati negli anni scorsi esclusivamente agli impianti da sci, in tali forme e entità: come se tutto il resto dell’economia di montagna non esistesse e non contasse nulla, nemmeno a fronte della sorte di tante località sciistiche già inesorabilmente segnata, per il cambiamento climatico in corso e non solo per tale causa (traduco: 350 milioni di debiti per le sole stazioni sciistiche lombarde, come denota “Il Sole-24 Ore”, e sono pure dati del 2017 dunque pre-Covid). Come se, una volta chiusi impianti e piste per assenza di neve o per fallimenti economici o altro del genere, la montagna scomparisse. O, per usare un’espressione più consona, come se non avesse più alcun valore – dunque non fosse altrettanto meritevole di essere sostenuta in modi simili.

Voglio di nuovo ribadire il (mio) concetto: nulla contro gli impianti di sci, anzi, se gestiti con buon senso e giusto realismo; ma se un’attività commerciale – quale essi rappresentano – non riesce per vari motivi (non tutti colposi) a stare in piedi da sola e per giunta genera una pressione (non solo ambientale) sul luogo in cui opera che col tempo diventa sempre maggiore, è veramente così giusto e doveroso alimentarne artificiosamente (e costantemente, visto l’andazzo) l’attività? In quanti altri casi, e per quali altre categorie accade la stessa cosa, in montagna? Ditemi, voi gestori di piste per lo sci nordico, guide alpine, escursionistiche, ambientali, associazioni culturali e di sostegno al turismo non meccanizzato o di salvaguardia del paesaggio montano, e voi allevatori di razze alpine, agricoltori, casari, rifugisti… anche a voi arrivano così tanti soldi e con tale continuità per sostenere le vostre attività e alleviare le difficoltà di gestione che dovete affrontare? Ma perché, voi non siete “economia di montagna”, non fate vivere le vallate alpine come si ritiene faccia lo sci?

D’altro canto sono tentativi, quelli sopra citati, che avranno probabilmente “successo” nel breve periodo, visto che i soldi sono stati stanziati e saranno elargiti, ma si dimostreranno sicuramente fallimentari tra qualche anno perché comunque lo sci su pista, nonostante lo sperpero di denaro pubblico e salvo rare eccezioni, è destinato a scomparire. Già: di questo passo lo sci coi suoi impianti sparirà, non certo le montagne e la possibilità di fruirle in molti altri modi ben più sostenibili e meno dispendiosi per tutti.

(Le citazioni sopra riportate sono tratte da questo articolo.)

Selvatici per istituzione e per costituzione

[La camera picta di Casa Vaninetti a Sacco, in Val Gerola (Sondrio), con la celebre raffigurazione dell’Homo Salvadego. Immagine tratta da www.valtellina.it.]
A proposito di creature mitologiche di montagna e di Homo Salvadego, da alcuni considerato lo “Yeti” delle Alpi – tema del quale ho scritto qualche giorno fa in questo post – è interessante e affascinante notare che la sua presenza nelle credenze delle genti alpine dei secoli scorsi è stata talmente forte e ritenuta così certa da venire persino “istituzionalizzata”. Infatti la raffigurazione di un “uomo selvatico” è presente nello stemma della Lega delle Dieci Giurisdizioni, una delle “Tre Leghe Grigie” dalle quali si è originato l’attuale cantone svizzero dei Grigioni e che dal 1512 al 1797 dominarono anche la Valtellina, territorio nel quale non a caso si ritrovano alcune delle più emblematiche raffigurazioni della mitologica creatura, in primis quella del citato Homo Salvadego di Sacco in Val Gerola, laterale della Valtellina. Interessante anche rilevare che, ai tempi, i reggenti della Lega delle Dieci Giurisdizioni motivarono la presenza nel proprio stemma evidenziando che la figura dell’“uomo selvatico” rimanderebbe «agli albori del carattere nazionale retico, alla scaturigine dei sentimenti spirituali dell’era precristiana», dunque a una relazione più diretta e meno mediata con la montagna e con il suo Genius Loci, del quale peraltro l’uomo selvatico può ben rappresentare un’identificazione. D’altro canto il fatto che esso, nella stemma grigionese, regga un albero sradicato è un chiaro riferimento alla sua forza sovrumana ovvero “animalesca”, dote che evidenzia le similitudini con altre creature mitologiche montane come lo Yeti himalaiano, appunto, o il Bigfoot americano.

Oggi tali presenze un tempo così tanto considerate probabilmente strappano un sorriso: sì, non ci sono bizzarri uomini scimmieschi nei boschi e sui monti delle Alpi, tuttavia quello che essi rappresentavano, cioè – in poche parole – l’essenza primordiale dell’ambiente naturale e la sua cultura ancestrale, non dovrebbe scomparire, essere ignorato o dimenticato come è accaduto e accade ancora. La dualità tra Natura selvaggia e spazio umanizzato o antropizzato è fondamentale, l’equilibrio tra i due elementi è ciò che dà valore vicendevole a entrambi e rappresenta anche oggi – e domani pure – la base ineludibile per costruire una relazione con le montagne proficua per chiunque: per chi le abita, per chi le vive da visitatore e turista, per chiunque sia parte integrante del loro ecosistema e, ovviamente, per le montagne stesse. Dovremmo essere un po’ selvatici anche noi uomini iper-tecnologicizzati del ventunesimo secolo, insomma, e non dei “selvaggi” nel senso più negativo del termine, come sovente dimostriamo di essere con le azioni che contraddistinguono il nostro rapporto con i monti (d’altro canto gli uomini selvatici leggendari erano custodi di antiche e preziose sapienze che trasmettevano ai montanari che si dimostravano amichevoli con essi: ad esempio il metodo per ricavare burro e formaggio dal latte). In fondo, a questo proposito, mettono meno inquietudine la grossa clava del Salvadego di Sacco o l’albero sradicato di quello grigionese che, per dire, certe borse di pelle pregiata di civilissimi uomini contemporanei dalle quali fuoriescono progetti inopinatamente insensati e pericolosi per le montagne: anche perché se i primi sono probabilmente solo il frutto di antichi miti popolari e dunque elementi di fantasia ma con un nucleo di altrettanto antica e grande sapienza, i secondi sfortunatamente lo sono di moderne “politiche” deviate, quindi fin troppo reali nonché espressioni di sconcertante insensatezza. E non di rado devastanti, appunto.