Il senso (woodyalleniano) della vita

Io non credo nella vita dopo la morte, e quindi, data la cupa visione che ho della condizione umana e della sua dolorosa assurdità, perché andare avanti? Alla fine, non sono stato in grado di trovare un motivo plausibile, e sono giunto alla conclusione che noi uomini siamo semplicemente programmati per resistere alla morte. Il sangue è più forte del cervello. Non c’è motivo logico per cui rimanere attaccati alla vita, ma chi se ne importa di quello che dice la testa. Il cuore dice: hai visto Lola in minigonna? Per quanto ci lamentiamo e insistiamo, a volte in modo del tutto persuasivo, che la vita è un incubo di lacrime e di sofferenza, se uno entrasse improvvisamente nella nostra stanza con un coltello e intenzioni omicide, reagiremmo subito. Lotteremmo con tutta la nostra energia per disarmarlo e sopravvivere. (Nel mio caso, scapperei.)

(Woody Allen, A proposito di niente. AutobiografiaLa Nave di Teseo, 2020, traduzione di Alberto Pezzotta, pag.21.)

Una buona giustificazione per il Natale, forse

E’ sommamente straziante nelle feste natalizie questo ridurre il tutto a dimensione di favola infantile, professata tuttavia come vera.

[Giorgio ManganelliIl presepio, Adelphi Edizioni, 1992.]

In effetti, quando si dà contro a certi contemporanei che credono a qualsiasi cosa gli venga professata come vera, sia pure la balla più colossale – ma è sufficiente che più di tre la condividano sui social o che qualche personaggio di presunta fama la sostenga in qualche talk show televisivo, spalleggiato dal giornalista ruffiano di turno, per farla diventare verità assoluta – ci sarebbe da conteggiare tra quelle pure il Natale con tutto il suo pseudo-teologico e così suggestivo favoleggiare e chiunque vi creda superficialmente. Tuttavia, rispettabilissimo che sia nella sua accezione originaria (d’altronde ognuno è libero di credere a qualsivoglia “verità” possibile o impossibile finché non pretende di imporla ad altri, e ciò soprattutto quand’essa sia a dir poco improbabile – lo scrivo con riferimento generale, non particolare riguardo il caso in questione, ma certamente pensando a quei certi contemporanei sopra citati), bisogna osservare che il Natale si palesa come un’occasione notevole di analisi psicosociale della società che lo festeggia e si adegua ai suoi riti, in modo pressoché inconsapevole (e probabilmente inevitabile, visto l’infantilismo di parole e d’atti che manifesta tanta parte di essa.)

Giorgio Manganelli quest’analisi l’ha compiuta probabilmente meglio di chiunque altro, seppur egli stesso tenne il suo mirabile testo sul Natale pressoché segreto, sapendo bene, forse, come il tema sia delicato per un’opinione pubblica fin troppo suscettibile dacché culturalmente impreparata al riguardo ovvero soggiogata a certi immaginari; di contro, nel suo libro dal quale traggo la citazione sopra pubblicata si può trovare quella che a me pare la più logica giustificazione della festa del Natale, del tutto priva dell’immaginario religioso (com’è ovvio e logico, d’altro canto) e che semmai affonda le proprie radici sociologiche nell’inguaribile necessità di sentirsi parte del mondo che ognuno di noi formula nell’intimo, soprattutto in un periodo di così apparente felicità diffusa risolta in rito festivo collettivo sostanzialmente imposto e forzatamente condiviso (nel bene e nel male) che, come tutte le felicità così palesemente e collettivamente manifestate, nascondono un’angoscia profonda, anch’essa radicata nell’intimo delle persone. Per questo, come si può leggere nel risvolto del libro, il Natale «secerne da sé uno spettacolo, ha personaggi, un paesaggio, luminarie, talora musiche» e dunque «è lecito affermare, è, diciamo, buona critica affermare che il Natale non è tanto la festa del bambino, o che altro sia, ma una rappresentazione nella quale tutti i personaggi hanno uguale necessità, dal maggiordomo all’imperatore». Necessità di esserci, ovvero bisogno di non essere escluso. Il che sarebbe poi anche una cosa bella del Natale, in fondo. Se fosse compresa dai più, certo.

Lucerna, Tallinn e la neve

Devo ammettere (con inopinata immodestia a me stesso, in primis, ma chiedo indulgenza da subito dacché in fondo non è merito né colpa mia) che per scrivere i miei due – e non solo questi, prossimamente – Cahier di viaggio ho scelto altrettante città che d’inverno, con la neve che ammanta il loro paesaggio urbano, diventano se possibili ancora più belle e fascinose di quanto già non siano.

E se ancora non sapete quanto Lucerna e Tallinn lo siano, belle e fascinose – innevate oppure no – be’, potete sicuramente ben scoprirlo con i due libri citati:

Lucerna, il cuore della Svizzera e Tellin’ Tallinn. Storia di un colpo di fulmine urbano, entrambi editi nei Cahier di viaggio di Historica Edizioni. Cliccate sui titoli per saperne di più.

N.B.: le fotografie presenti in questo articolo sono tratte dalle pagine Facebook “I love Lucerne” e “Visit Tallinn”.

Il ponte con una città intorno

[Foto di Simon Infanger da Unsplash.]

Il Kapellbrücke. Forse unico vero monumento lucernese in senso identitario e identificante, il “Ponte della Cappella” serpeggia appena a valle dell’effluenza della Reuss dal lago con il suo strano andamento sghembo, la struttura coperta in legno, i pannelli triangolari dipinti con scene storiche e mitologiche elvetiche (una specie di cartoon didattico del XVII secolo) e la torre ottagonale, un tempo tesoreria cittadina e prigione, oggi negozio di souvenir (che i lucernesi potevano francamente evitare: è un po’ come vedere un tale in bermuda e ciabatte ad una cena di gala!)
Ma il suo valore non è tanto dato da quanto offra architettonicamente e artisticamente, semmai dalla sua storia recente. Il 18 agosto 1993 il ponte venne quasi totalmente distrutto da un incendio, che ridusse in cenere anche molti dei pannelli dipinti; meno di 8 mesi dopo, venne riaperto al pubblico, ricostruito tale e quale l’originale. Lucerna senza il suo Kapellbrücke era ferita, sfregiata, monca – come immaginarsi il David di Donatello decapitato, o la Primavera del Botticelli con uno squarcio nel mezzo: un’offesa che i lucernesi non potevano sopportare troppo a lungo.
È, il ponte, prova d’orgoglio della città e parimenti di cruccio (buona parte dei pannelli distrutti non vennero sostituiti e ora sul ponte si presentano vuoti, a ricordare quanto accaduto e quale monito a come basti un nulla per rischiare di perdere qualcosa di tanto prezioso per gli occhi e, soprattutto, per l’animo), e rappresentazione d’un discernimento e di un pragmatismo di stampo antico e di sapore ancora vagamente devozionale genetici, direi, messi nel freezer della storia dal passare del tempo e della vita ma ineliminabile retaggio posto oggi al servizio delle convenienze del presente, quello che vede frotte di turisti ingolfare e far vibrare le lignee strutture sospese sull’energica Reuss. In effetti, percorrere il Kapellbrücke è un po’ come transitare per l’aula dell’ONU durante un’assemblea plenaria, e fa capire perfettamente quanto Lucerna sia ritenuta e divenuta meta turistica ambita in ogni angolo del pianeta, per ogni razza, cultura, civiltà. Tutte a passeggio leggero e spensierato dentro l’aorta cittadina, senza crucci e, temo, in certi casi pure senza orgogli.

Sì, questo è un brano tratto da

Luca Rota
Lucerna, il cuore della Svizzera
Historica Edizioni, 2016
Collana Cahier di Viaggio
ISBN 978-88-99241-94-0
Pag.167, € 10,00

Cliccate sul libro qui accanto per saperne di più al riguardo e ricordate che a Natale è certamente d’uso scambiarsi doni ma è anche bello farseli a se stessi, no? Ecco, dunque – mi permetto di suggerire – potreste regalare Lucerna, il cuore della Svizzera a qualcuno e regalarvi un viaggio (anche breve: la vicinanza con il confine italiano lo permette) in città, magari proprio nel suggestivo clima natalizio-invernale che la rende ancora più bella e per gustarvi una passeggiata sul meraviglioso Kapellbrücke e viverne l’inimitabile fascino. Una bella idea, non vi pare?

Le armonie urbane di Barcellona

Per gli esploratori di paesaggi come me, ricercare nei relativi territori naturali armonie, proporzioni e simmetrie di matrice estetica, oltre a tutto il resto, viene pressoché istintivo e fa parte del processo di scoperta e cognizione del paesaggio. Di contro, a volte anche gli ambiti formalmente opposti a quelli naturali, cioè gli ambiti urbani ovvero le città, sanno offrire armonie e simmetrie estetiche tanto inopinate e sorprendenti quanto interessanti, se non piacevoli.

Barcellona è sicuramente un caso del genere e ciò grazie all’opera e alla “filosofia urbanistica” di Ildefons Cerdà i Sunyer, ingegnere spagnolo nato nei pressi della città catalana proprio nel dicembre del 1815 e considerato il padre della moderna disciplina urbanistica – pur non essendo egli un architetto, cosa che gli generò contro parecchie astiosità. Con il suo Plan Cerdà, concepito nella sua versione definitiva nel 1860, ha ampliato e disegnato Barcellona in base a un innovativo impianto a scacchiera a griglia aperta e egualitaria che tutt’oggi appare alquanto originale e non così diffuso, in Europa (mentre risulta più tipico negli Stati Uniti in forza dell’età recente delle citta americane e dello spazio edificabile a disposizione). Cerdà propose un piano estremamente razionale formato da una griglia continua di isolati di 113,3 metri e dalla superficie totale di 12.370 metri quadrati, intervallati da ampie strade di 20, 30 e 60 metri e con un’altezza massima di costruzione degli edifici limitata a 16 metri. Tale pianta urbanistica a scacchiera presenta inoltre l’ulteriore novità delle chaflán, ovvero le angolature degli isolati smussate di 45° per aver una maggiore visibilità negli incroci e garantire un’impressione di più ariosa vivibilità alla città per chi la percorre. Solo alcuni assi viari di maggiore importanza rompono e vivacizzano la rigida ortogonalità della scacchiera intersecandola di sbieco, mentre numerose altre innovative e significative peculiarità caratterizzano la concezione urbanistica del Plan Cerdà, a partire dalla possibilità di inserire nella scacchiera elementi architettonici successivi che tuttavia trovano il loro spazio senza risultare disarmonici al contesto urbano d’intorno: esempio massimo in tal senso è la Sagrada Familia di Antoni Gaudì, come si può ben vedere nell’immagine in testa al post, la cui edificazione iniziò nel 1882.

[Una mappa del Plan Cerdà del 1859. Fonte: commons.wikimedia.org. Cliccateci sopra per ingrandirla.]
Il Plan Cerdà non ha avuto poi il consenso e la considerazione che meritava, intervenendo presto la speculazione edilizia che ne ha mortificato alcune delle sue doti più originali ma, ribadisco, risulta tutt’oggi una realizzazione di grande importanza sia concettuale che pratica la quale designa Ildefons Cerdà i Sunyer come una delle figure fondamentali per il paesaggio urbano contemporaneo e per la sua definizione culturale – anche in senso lessicale, visto che Cerdà è da considerare anche l’inventore del termine “urbanizzazione”, della quale così ne scrisse nell’opera che compendia il suo pensiero, la Teoría general de la urbanización stampata a Madrid nel 1867:

Questi sono i motivi filologici che mi hanno indotto ad adottare il termine “urbanizzazione”. Tale termine indica l’insieme degli atti che tendono a creare un raggruppamento di costruzioni e a regolarizzare il loro funzionamento, così come designa l’insieme dei principi, dottrine e regole che si devono applicare perché le costruzioni e il loro raggruppamento, invece di reprimere, indebolire e corrompere le facoltà fisiche, morali e intellettuali dell’uomo che vive in una società, contribuiscano a favorire il suo sviluppo e ad accrescere il benessere sia individuale che pubblico.

[Tutt’oggi Google Earth mostra perfettamente la struttura urbanistica a scacchiera del Plan Cerdà; si noti la differenza con i quartieri d’intorno più antichi, che presentano la disposizione tipicamente “entropica” dei centri storici. Cliccateci sopra per ingrandire l’immagine.]
Wikipedia possiede una pagina piuttosto dettagliata su Cerdà e sulla storia del suo piano, qui: vi invito a leggerla per saperne di più al riguardo.