Oltre le vette… “Il miracolo delle dighe”, sabato 14 a Belluno

Come vi ho già scritto qui, sabato 14 ottobre alle ore 11.30 in Piazza dei Martiri in centro a Belluno, nell’ambito della 27a edizione di “Oltre le Vette. Metafore, uomini, luoghi della montagna”, la storica e rinomata rassegna che ogni anno in questo periodo fa di Belluno la capitale della cultura di montagna, avrò il grande onore di partecipare al talk di “Un’ora per acclimatarsi” dal titolo Eredità idriche dal Vajont ai nuovi invasi con il mio ultimo libro Il miracolo delle dighe.

Nel salottino all’aperto, insieme a me che porterò l’esperienza maturata negli ultimi anni durante il lavoro di scrittura del libro, ci saranno Pietro Lacasella (Alto Rilievo – Voci di Montagna), Michele Argenta (Ci sarà un bel clima), Luca Pianesi (Il Dolomiti), Sofia Farina (Pow – Protect Our Winters– tutti quanti soggetti che curano l’iniziativa – e Giacomo Polettiingegnere ambientale ed esperto di meteorologia alpina. La partecipazione al talk è libera e gratuita, quella al dibattito di chiunque voglia portare la propria opinione sui temi trattati è assolutamente gradita e auspicata.

A tal proposito, come suggerisce il titolo dell’incontro, sarà l’acqua delle montagne la protagonista principale del dibattito, un elemento quanto mai referenziale e identitario per i territori montani e al contempo variamente minacciato dai cambiamenti climatici e dalle attività antropiche. In tal senso la siccità del 2022 ha evidenziato le criticità economiche, ambientali, sociali e sanitarie che si possono verificare con l’inesorabile aumento delle temperature. Si è così tornati a discutere di bacini idrici come riserve per i periodi più critici e si è parlato addirittura di “guerre dell’acqua” tra chi l’aveva (il Trentino Alto Adige) e chi la chiedeva (la Lombardia e il Veneto). Invasi artificiali e dighe per molti sono la soluzione, ma come insegna il Vajont la natura non può essere sfruttata sempre e comunque. Il tema è di stretta attualità con il nuovo e dibattuto progetto della diga del Vanoi a cavallo tra Trentino e Bellunese. Quali sono gli scenari che ci aspettano nel futuro dal punto di vista idrico? Cosa possiamo (ancora) fare dell’acqua delle nostre montagne, e cosa sarebbe il caso di non dover fare più?

Per saperne di più sull’evento e in generale sull’edizione 2023 di “Oltre le Vette” – che è già in corso da qualche giorno e durerà fino al 15 ottobre – date un occhio qui.

 Vi aspetto sabato 14 a Belluno, se vorrete e potrete essere presenti. Sarà un piacere incontrarvi e chiacchierare con voi, sui temi del talk e su ogni altra cosa interessante!

Vajont, 60 anni

[Immagine tratta dalla pagina Facebook “I meravigliosi luoghi segreti del Triveneto“.]

Le Alpi italiane conservano anche due esempi di dighe dalla storia ben diversa, per nulla amena e anzi tragicamente emblematica: sbarramenti che, con un «senno di poi» che mai potrà scrollarsi di dosso tutta l’angosciante e imperitura drammaticità del caso, si possono definire la diga peggiore nel posto migliore e la diga migliore nel posto peggiore. […]
La diga migliore nel posto peggiore è, intuibilmente, quella del Vajont, la più immane tragedia nella storia causata da una diga, una vicenda narrata in innumerevoli modi e ormai celeberrima, come per il Gleno ma in proporzioni culturali ed emotive ancora maggiori tanto che, a differenza del caso bergamasco, non occorre qui ricordarne i dettagli.
Quello della diga a doppia curvatura del Vajont rappresenta realmente, e tragicamente, un caso paradossale, i cui termini da un lato esasperano l’angoscia del dramma provocato e dall’altro acuiscono il rimpianto riguardo l’opera in sé, che aveva e avrebbe tutti i crismi per essere considerata un autentico e insuperabile capolavoro anche nel momento della tragedia. […]
La diga era un autentico prodigio tecnologico, un successo assoluto dell’ingegneria italiana la quale realizzò un capolavoro incomparabile ma dimenticò di considerare tutto il resto, innanzi tutto gli innumerevoli e lapalissiani allarmi che il famigerato monte Toc lanciava da sempre e acuiva con il progressivo colmarsi del bacino, allarmi ai quali si univano quelli sempre più atterriti lanciati e manifestati da molti abitanti della valle e dai pochi tecnici che intuirono la tragedia che andava profilandosi, tentando vanamente di contrapporsi ai soggetti coinvolti nella costruzione. Il Vajont fu un miracolo ingegneristico trasformatosi in un incubo sociale e culturale terribile, anche per gli strascichi giudiziari e politici che ne derivarono e che, se possibile, resero ancor più tragica la vita ai superstiti. […]

Nel mio libro Il miracolo delle dighe. Breve storia di una emblematica relazione tra uomini e montagne, pubblicato da Fusta Editore, ho dovuto e voluto scrivere, inevitabilmente, del Vajont, della cui catastrofe oggi ricorrono sessant’anni esatti. In un testo nel quale ho indagato, analizzato e descritto la particolare relazione tra l’uomo e la montagna che le dighe rappresentano e l’emblematicità del paesaggio antropico che ne scaturisce, affrontare il tema del Vajont è stato necessario perché mai nella storia una diga, autentico capolavoro ingegneristico universalmente riconosciuto tale, ha trasformato il paesaggio non solo del territorio che ha subito la catastrofe ma di tutte le nostre montagne, e intendo il “paesaggio” nel senso più ampio, assoluto e drammatico del termine. Ne ha sostanzialmente cambiato il destino, per certi aspetti, con un retaggio culturale che da un lato è memoria sociale ineludibile e dall’altro è consapevolezza politica tutt’oggi consistente: ci si può rendere conto di ciò ogni qual volta il dibattito pubblico concerni il tema dell’energia idroelettrica.

A tal riguardo, così concludo il capitolo del mio libro dedicato al Vajont:

A volte si dice che «il tempo medica ogni ferita» ed è sostanzialmente vero, ma vi sono lesioni così profonde da poter forse essere curate ma mai del tutto guarite e fino ad oggi il Vajont, nella storia italiana del Novecento, è stata una delle più gravi e dolorose.

[La diga del Vajont completata, poche settimane prima della catastrofe. Foto di Di VENET01, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
P.S.: per la cronaca, la «diga peggiore nel posto migliore» raccontata nel libro è quella del Gleno, dal cui disastro a dicembre saranno passato cento anni esatti. Vajont 60, Gleno 100: due ricorrenze che cadono “rotonde” insieme, due drammi la cui memoria deve restare incancellabile.

Belluno, “Oltre le vette”, sabato 14 ottobre

Da oggi, 6 ottobre, parte l’edizione 2023 – la 27a –  di “Oltre le Vette. Metafore, uomini, luoghi della montagna, la storica e rinomata rassegna del Comune di Belluno divenuta ormai un punto di riferimento nella cultura della montagna per la quale ogni autunno, dal 1997, la città ai piedi delle Dolomiti diventa la capitale italiana. Quest’anno del ricco calendario di eventi che animeranno l’intera città avrò il grande onore di fare parte: sabato 14 ottobre alle ore 11.30 in Piazza dei Martiri, in centro a Belluno con partecipazione libera e gratuita, parteciperò al talk di “Un’ora per acclimatarsi” dal titolo Eredità idriche dal Vajont ai nuovi invasi. Nel salottino all’aperto, insieme a me che porterò l’esperienza maturata negli ultimi anni durante il lavoro di scrittura del mio libro Il miracolo delle dighe, ci saranno Pietro Lacasella (Alto Rilievo – Voci di Montagna), Michele Argenta (Ci sarà un bel clima), Luca Pianesi (Il Dolomiti), Sofia Farina (Pow – Protect Our Winters) – tutti quanti soggetti che curano l’iniziativa – e Giacomo Poletti, ingegnere ambientale ed esperto di meteorologia alpina.

Come suggerisce il titolo dell’incontro, sarà l’acqua delle montagne la protagonista principale del dibattito, un elemento quanto mai referenziale e identitario per i territori montani e al contempo variamente minacciato dai cambiamenti climatici e dalle attività antropiche. In tal senso la siccità del 2022 ha evidenziato le criticità economiche, ambientali, sociali e sanitarie che si possono verificare con l’inesorabile aumento delle temperature. Si è così tornati a discutere di bacini idrici come riserve per i periodi più critici e si è parlato addirittura di “guerre dell’acqua” tra chi l’aveva (il Trentino Alto Adige) e chi la chiedeva (la Lombardia e il Veneto). Invasi artificiali e dighe per molti sono la soluzione, ma come insegna il Vajont la natura non può essere sfruttata sempre e comunque. Il tema è di stretta attualità con il nuovo e dibattuto progetto della diga del Vanoi a cavallo tra Trentino e Bellunese. Quali sono gli scenari che ci aspettano nel futuro dal punto di vista idrico? Cosa possiamo (ancora) fare dell’acqua delle nostre montagne, e cosa sarebbe il caso di non dover fare più?

“Un’ora per acclimatarsi” è un format che offre incontri pubblici nei quali confrontarsi su temi di stringente interesse per il territorio e sulle diverse visioni di sviluppo, insieme a personalità di rilievo. Tre incontri di un’ora, ciascuno incentrato su un argomento diverso, in cui si parlerà di montagne, clima, ambiente e società. Dialoghi a più voci in cui si leggerà il presente e si cercherà di immaginare il futuro, sia alla luce della crisi climatica, sia attraverso le trasformazioni culturali che possano modellare una prospettiva migliore per le terre alte. Un’occasione di confronto, informale e aperta alla popolazione, al momento dell’aperitivo. A cura di Alto Rilievo, Ci sarà un bel clima, Il Dolomiti, POW – Protect Our Winters.

Nel sito web di “Oltre le vette” trovate il programma, i link per le prenotazioni degli eventi che le richiedono e tutte le informazioni utili per partecipare al festival – ma ricordate che tutti gli eventi di “Un’ora per acclimatarsi” sono liberi e gratuiti. Qui invece trovare un bell’articolo de “Il Dolomiti” che presenta nel dettaglio l’edizione di quest’anno.

Dunque, ci vediamo sabato 14 ottobre a Belluno! Sarà un gran piacere incontrarci di persona e parlare insieme di cose di montagna!

“Il miracolo delle dighe” su “OROBIE” di ottobre

Sul numero di ottobre di “OROBIE”, in edicola in questi giorni, potete trovare una bella “paginata” dedicata al mio libro Il miracolo delle dighe. Storia di una emblematica relazione tra uomini e montagne, inserita nell’articolo che la rivista ha dedicato agli impianti idroelettrici del Barbellino – citati anche nel mio libro – il quale è parte della serie che lungo l’intero anno in corso “OROBIE” ha dedicato alle opere legate all’energia idroelettrica che caratterizzano il paesaggio lombardo e allo sfruttamento delle risorse idriche alpine e prealpine. Ne parla anche il sito web, qui.

Ringrazio di cuore la redazione della rivista per aver dedicato al mio libro cotanto spazio e considerazione: ne sono sinceramente onorato, anche per come “OROBIE” rappresenti un’eccellenza editoriale ormai consolidata nella narrazione di alta qualità, tanto nei testi quanto nelle immagini fotografiche, del territorio della Lombardia montano e non, capace di offrire ai lettori storie, consigli e rivelazioni assolutamente importanti e preziose riguardo i territori narrati e a favore della loro conoscenza diffusa.

Ci “vediamo” in edicola, dunque!

La diffida contro i lavori al Lago Bianco: fermare la distruzione delle montagne si può, si deve!

«Il male non è soltanto di chi lo fa: è anche di chi, potendo impedire che lo si faccia, non lo impedisce.» Così ha scritto Tucidide ne La guerra del Peloponneso eternando un principio fondamentale per qualsiasi società veramente civile e progredita. Per i nostri territori, in primis per le montagne, il male oggi è rappresentato da quelle opere scriteriate che ne devastano l’ambiente e il paesaggio, considerati beni da consumare per ricavarci tornaconti a vantaggio di pochi e a danno di chiunque altro: proprio come sta accadendo in questi giorni al Lago Bianco del Passo di Gavia. E quel “chiunque altro” siamo tutti noi, dato che il territorio e il paesaggio sono un patrimonio comune che tutti abbiano il diritto di godere e il dovere di tutelare: per questo, come scrive Tucidide, chi di fronte a certe opere palesemente devastanti, oltre che manifestamente illegittime, mostra disinteresse e cinismo pur capendone la pericolosità, è esso stesso il male, ovvero è complice consapevole della devastazione.

Ma contrastare la dissennata prepotenza che promuove quelle opere non solo si deve: si può fare. Perché tale prepotenza è arrogante non solo nei confronti delle montagne e del paesaggio che pretende di consumare a piacimento ma pure degli ordinamenti legislativi vigenti e dei regolamenti di tutela ambientale, che crede di poter aggirare, derogare o semplicemente ignorare credendosi intoccabile. Invece no, non va affatto così se si ha veramente a cuore la salvaguardia delle montagne e del loro buon futuro, e se si manifesta la volontà di opporsi civicamente e culturalmente a quella prepotenza. Esattamente come sta facendo il comitato “Salviamo il Lago Bianco”, che ieri ha depositato la diffida formale a interrompere il cantiere per la posa delle tubature che trasformeranno il Lago Bianco da uno dei bacini naturali più belli e integri delle Alpi centrali a un mero serbatoio di alimentazione dell’impianto di innevamento artificiale delle piste da sci di Santa Caterina Valfurva, in piena area di massima tutela ambientale del Parco Nazionale dello Stelvio. La diffida è stata redatta dagli studi legali Dini e Saltalamacchia, specializzati in Diritto e Tutela dell’ambiente, è firmata da CAI Lombardia, Mountain Wilderness Italia, il Comitato Civico Ambiente di Merate ed il Comitato Attuare la Costituzione ed è indirizzata agli enti mandanti (mi viene inesorabilmente da usare questo termine) dei lavori al Gavia: Comune di Valfurva, Comune di Bormio, Parco Nazionale dello Stelvio, Provincia di Sondrio, Regione Lombardia, Ministero dell’Ambiente e Santa Caterina Impianti Spa. Sono 46 pagine – che potete leggere qui oppure cliccando sull’immagine qui sotto – in gran parte occupate dalle segnalazioni di illeciti ambientali, amministrativi e procedurali che palesano in maniera inequivocabile l’illegittimità assoluta dei lavori in corso, un atto d’accusa dettagliato e netto la cui conclusione è la seguente:

Alla luce dei fatti e delle contestazioni sollevate, il Comitato e le Associazioni scriventi, mio tramite
DIFFIDANO
Gli Enti e i soggetti in indirizzo a:

  • dare puntuale riscontro ai rilievi e alle contestazioni di cui alla presente diffida;
  • interrompere i lavori di cantiere attualmente in corso per la realizzazione del progetto relativo alla riqualificazione dell’impianto di innevamento artificiale, sito nella citata area protetta del Comune di Valfurva;
  • revocare in autotutela i provvedimenti ammnistrativi che autorizzano e/o assentono al progetto stesso.

Diversamente, comunico di aver già avuto mandato per procedere nei confronti dei responsabili, nelle sedi giudiziarie, anche ordinarie ed europee, competenti.

D’altro canto, la devastante e, mi sia consentito il termine, criminale illegittimità dei lavori in corso al Lago Bianco è palese fin dalle fotografie del cantiere, soprattutto quelle più recenti (quelle in testa al post sono del 3 ottobre), che testimoniano inequivocabilmente la devastazione del luogo, del suo habitat naturale, dell’ecosistema locale, del paesaggio. Il tutto, ribadisco, nel bel mezzo di un’area sottoposta a massima tutela ambientale del Parco Nazionale dello Stelvio il quale, se possibile, risulta il soggetto più moralmente colpevole e per questo più riprovevole, anche per come stia dimostrando di non essere assolutamente in grado di “fare” il Parco Nazionale e di tutelare il proprio territorio.

Ma torno a ribadire con forza il punto di tutto ciò: contrastare la “casta” dei soggetti politici e dei loro sodali che consumano e distruggono le montagne per ricavarne tornaconti particolari, si può e si deve. Sovente, purtroppo, tocca farlo tramite vie legali – un altro “triste” aspetto che dimostra quanto l’Italia sia arretrata in tema di salvaguardia del proprio patrimonio naturale e paesaggistico, la cui integrità si è costretti a difendere grazie a dei bravi avvocati e non in forza del senso civico e della sensibilità ambientale diffusa – ma lo si può fare e lo si deve fare. Per non essere complici della devastazione innanzi tutto – Tucidide docet – e perché i nostri territori, montani o no, sono un patrimonio comune di inestimabile valore tutelato dalla Costituzione la cui bellezza non si può lasciare nelle mani di personaggi così privi di cura, di competenza, di capacità amministrative e politiche, di visioni e di attenzione verso il mondo che tutti quanti insieme viviamo e che potremo continuare a vivere al meglio solo se sapremo mantenere con esso il più armonioso equilibrio.

Dunque, lunga vita al Lago Bianco e grazie di cuore a chiunque sosterrà questa battaglia di civiltà rifiutando di stare dalla parte del male ovvero restando dalla parte di chi fa e farà il bene delle nostre montagne.

P.S.: tra i tanti organi di informazione che lo hanno fatto, il “Giornale di Brescia” ha dedicato alla presentazione della diffida un ottimo articolo che ripercorre un po’ tutta la vicenda dei lavori al Lago Bianco, tornando utile a chi voglia ricostruirla per capirla meglio. Per restare invece aggiornati in tempo reale sulla situazione, ecco qui:

P.S.#2: qui invece trovate tutti gli articoli che ho dedicato alla questione del Lago Bianco al Passo di Gavia.