La meta di un viaggio autentico

«Il viaggio è la meta», si usa dire spesso. Ma qual è la meta di un viaggio autentico?

Tallinn, la capitale dell’Estonia, una città di multiforme bellezza, affascinante e armoniosa, in questo libro – che è un po’ romanzo, un po’ diario di viaggio, un po’ guida letteraria e un po’ anche altre cose – da iniziale meta geografica diventa catalizzatore di un percorso che, per il suo protagonista, da esteriore diventa ogni giorno di più interiore.
Nasce così il racconto di un viaggio nella sua più piena e autentica essenza: la relazione con il luogo che diventa fisica, intensa e avvolgente, ben oltre il mero piacere ludico. Il viaggiatore e il luogo, come due passionali amanti, divengono magicamente una cosa sola: diventano un’unica meta.

Tellin’ Tallinn. Storia di un colpo di fulmine urbano (Historica Edizioni), lo trovate ovviamente in ogni libreria e negli stores on line. Per saperne di più, cliccate qui; nel blog trovate inoltre numerosi estratti, recensioni, immagini e contenuti vari sul libro, per conoscerlo ancora meglio. E vi confesso una cosa: se infine lo acquisterete, ne sarò molto felice! Già!

Il piccolo Monte Barro e le sue grandi “magie”

Il Monte Barro è un altro di quei luoghi montani che emana un che di magico, di arcano ovvero di “sacrale” – in senso assolutamente panteista, per quanto mi riguarda. Al pari del suo “sodale” Monte di Brianza, dal quale lo separa a Sud l’ampia sella pianeggiante di Galbiate (ve ne ho già detto qui), il Barro si direbbe un monte poco significativo, così più basso rispetto a tutti gli altri d’intorno (eccetto il citato Monte di Brianza, appunto) e soverchiato sia nell’orografia che nella fama dai vicini Resegone e Grigne, i quali dall’altra parte del bacino dell’Adda sembrano signoreggiarlo con fin troppa severità. Eppure, se osservato dal lungolago di Lecco, dal quale assume quasi le sembianze d’un piccolo Cervino, oppure da Sud, una sua imponenza ce l’avrebbe pure, e se non ci fossero quei monti prominenti così vicino di sicuro acquisirebbe ancor più personalità morfologica.

In ogni caso, orografia a parte, il Barro è un piccolo monte sul quel si possono trovare tante grandi cose: rilevanze naturalistiche, faunistiche e botaniche, luoghi di affascinante cultura, emergenze storiche, artistiche e architettoniche, ambienti suggestivi, palinsesti antropici estremamente interessanti, possibilità escursionistiche invitanti nonché alcuni tra i più spettacolari scorci panoramici delle Prealpi lombarde, inclusi quella che forse è la più scenografica veduta di Lecco ai piedi dei suoi celeberrimi monti, verso Oriente, e tramonti sensazionali a Occidente, verso cui il monte si affaccia senza più altri ostacoli montani sulla pianura lombardo-piemontese.

Trovate tutto quanto il Monte Barro ha da offrire, con ben più dettagli al riguardo di quanto saprei fare io qui, nel sito del Parco Naturale, qui, essendo pure un’area protetta. Io però, con questa mia testimonianza sulla magia, o sulla sacralità, del monte, vi invito a ricercare su di esso ed esplorare gli ambiti meno frequentati e antropizzati, così da godere della dimensione ideale e intessere una relazione attiva con il luogo e il suo Genius Loci. Ad esempio, di recente ho percorso con Loki, il mio segretario a forma di cane, il periplo orario del monte esplorando il suo versante più “selvaggio” e intatto, la Val Faée, che dalle creste sommitali digrada verso Nord-Ovest tra vallecole, pendii a volte ripidi e a volte adagiati, lievi conche e schive radure. Non è affatto un luogo “segreto”, dato che risulta di facile accessibilità e percorrenza grazie ai numerosi sentieri che lo attraversano, ma a passarci nella stagione invernale, quando magari c’è neve al suolo e tra i fitti boschi dormienti vi regna incontrastata l’ombra, la Val Faée riacquista un che di recondito e di misterioso, appunto, assolutamente affascinante. La luminosità quieta e la neve al suolo ovattano lo spazio ma pure – si ha l’impressione – il tempo, di contro gli alberi spogli delle loro chiome fogliate lasciano intravedere il fondovalle, le sue case e le industrie che lo tappezzano fittamente, lasciano salire il brusìo delle umane faccende che tuttavia non riesce a inquinare la pacatezza del versante, come se gli alberi pur addormentati e disadorni facessero comunque da filtro, visivo e sonoro. Ci si sente in un ambito sospeso, protetto e protettivo, lontano da ogni ordinaria cosa umana delle quali si coglie la presenza ma come fosse su un altro piano dimensionale, un regno prealpino naturale “indipendente” e inopinatamente accogliente anche se così ombroso, freddo e appartato, nel quale all’animo sensibile viene più facile intessere un dialogo con il monte, una relazione con la sua essenza, con la sua anima prealpina, una consonanza identitaria che ti fa sentire accolto e parimenti consente al monte di sussurrare al tuo animo la rivelazione del suo fascino ancestrale e arcano.

Quando sono uscito dal versante di Faée, scendendo verso gli spazi aperti del Pian Sciresa (altro luogo molto bello soprattutto se goduto nei momenti di minor frequentazione turistica), mi è sembrato di tornare a una dimensione diversa da quella fin lì vissuta, a uno spazio-tempo più ordinario seppur comunque gradevole e già rivolto al mondo antropizzato, alla città posta poco sotto (anche se non visibile), alle sue attività, al suo traffico, ai suoi rumori – forse anche perché nel nostro vagabondaggio in quel versante del Barro non abbiamo trovato nessuno. Chiudendo poi il periplo e tornando al punto di partenza, ho avuto l’impressione vivida di aver parimenti chiuso anche un cerchio emozionale, di aver abbracciato un piccolo monte che però sa mostrarsi un grande scrigno di cose interessanti e di rivelazioni affascinanti, come se la camminata, in realtà durata un paio d’ore e mezza o poco più, fosse stata ben più lunga, più articolata, più varia.

Non bastasse ciò che il Barro sa offrire in modo palese oppure più riservato, anche molti suoi toponimi accrescono la natura misteriosa, o quanto meno curiosa, del monte: Monte dei Frati, Cà di Sbirr, Valle Forca, Prato degli Avari, Valle del Prato Rotondo, Sasso della Vecchia, Sella dei Trovanti… luoghi “minimi” che sembrano evocare narrazioni antiche e bizzarre, da racconto fantastico, vagamente leggendarie. È un’altra originale dote del “piccolo” Monte Barro, un luogo che, se vorrete visitarlo ed esplorarlo con curiosità e sensibilità intense, sono certo che vi regalerà grandi suggestioni e vi farà stare piacevolmente bene, su di sé.

P.S.: tutte le immagini che vedete sono tratte dalla pagina Facebook Monte Barro.

Alt(r)ispazi, alt(r)e riletture!

Ringrazio di cuore Alt(r)ispazi, il sito/blog dell’Associazione Culturale Ettore Pagani – un’organizzazione indipendente e senza scopo di lucro che opera in ambito culturale a favore della maggiore conoscenza del mondo della montagna – per aver ripostato il mio articolo Piove? Evviva! pubblicato in origine qui e nel quale raccontato dell’affascinante esperienza personale vissuta con Michele Comi nell’edizione 2021 di Alt(ro) Festival, in Valmalenco, in una giornata con condizioni meteorologiche “avverse”. Ma avverse da chi e da cosa, poi?

Cliccate sull’immagine lì sopra per leggere il mio racconto, e buona alt(r)a lettura!

Badiucao a Brescia: visitare una mostra come atto politico

Mi auguro vivamente che possano essere tantissimi i visitatori della mostra La Cina non è vicina. BADIUCAO – opere di un artista dissidente, a cura di Elettra Stamboulis, aperta fino al 13 febbraio 2022 negli spazi espositivi del Museo di Santa Giulia di Brescia, prima personale in Italia per Badiucao, pseudonimo dell’artista-attivista cinese noto per la sua arte di protesta, attualmente operante in esilio in Australia dacché pesantemente minacciato dal regime cinese. Minacce peraltro giunte – con inopinata sfacciataggine politico-ideologica – pure alla stessa Città di Brescia dall’Ambasciata Cinese, alle quali fortunatamente e nobilmente non si è voluto cedere. Anche per questo, dunque, spero proprio che la mostra ottenga un successo di pubblico notevole e assolutamente emblematico per come si manifesterà parimenti nella forma di un messaggio chiaro e forte contro la dittatura cinese in particolare e a sostengo della libertà di espressione in generale.

Badiucao si è affermato sul palcoscenico internazionale grazie ai social media, coi quali diffonde la propria arte in tutto il mondo – il suo account Twitter @badiucao è seguito da più 80 mila persone – e sfida costantemente il governo e la censura cinese. La sua vocazione artistico-politica nasce nel 2007, quando, studente di Legge all’Università di Shanghai vede il documentario The Gate of Heavenly Peace, un girato clandestino diretto da Carma Hinton e Richard Gordon sulle proteste di Piazza Tienanmen. L’artista sviluppa una ferma decisione di esprimersi in prima linea contro ogni forma di controllo ideologico e morale esercitato dal potere politico, a favore della trasmissione di una memoria storica non plagiata. Il suo impegno politico si realizza, infatti, nella creazione di campagne partecipative, affissioni in luoghi pubblici, illustrazioni e attività online, spesso costruite con un linguaggio visivo che evoca ironicamente lo spirito pop della propaganda comunista, ricalcandone lo stile grafico, i colori e i toni.

Sono molti i temi affrontati nelle varie sezioni della mostra, con al centro l’attenzione e la denuncia costanti per i diritti umani violati: la repressione in Myanmar, il genocidio degli Uiguri, le censure inflitte ai cittadini di Wuhan sul Covid, il racconto dettagliato delle proteste degli ultimi anni dei cittadini di Hong Kong e come fermare o boicottare le prossime Olimpiadi invernali previste in Cina nel 2022. Tra le opere esposte colpisce particolarmente Watch, dedicata alla memoria del massacro di piazza Tienanmen: l’artista espone uno degli orologi originali fatti dal governo per ringraziare i militari che parteciparono all’eccidio, al suo fianco altri 64 orologi sono dipinti con il suo sangue, a ricordare invece gli studenti che persero la vita.

Badiucao è un’artista contemporaneo nel senso più pieno e importante della definizione, dunque: sa rimettere al centro delle proprie opere la visione alternativa e illuminante della realtà congiuntamente all’azione politica conseguente. In tal modo l’artista fornisce la personale, concreta e compiuta interpretazione a quel famoso motto di Paul Gauguin, «L’arte o è plagio o è rivoluzione»: intendendo con “plagio” anche quell’arte che rinuncia alla propria missione filosofica allineandosi anche nei propri contenuti e nei relativi messaggi al mainstream, così che alla fine “ricopia” in sé conformismi e omologazioni imperanti senza dire nulla di nuovo e tanto meno di importante. Ciò che appunto Badiucao rifiuta di fare nonostante le intimazioni del regime cinese e diventando così, a suo modo, rivoluzionario: ma è una rivoluzione artistica nobile e necessaria non solo rispetto alla Cina ma a favore di tutto il mondo libero. Visitando la sua mostra a Brescia, in un certo senso, di questa rivoluzione ne potremo far parte tutti.

[Xi’s going on a bear hunt, ©Badiucao.]
Cliccando sull’immagine in testa al post potrete visitare direttamente il sito web della Fondazione Brescia Musei, alla quale fa capo il Museo di Santa Giulia, e avere ogni informazione utile sulla visita alla mostra, oppure potete leggere questo articolo al riguardo di “Artribune”, con ulteriori contenuti interessanti al riguardo.

N.B.: parte dei testi di questo mio post è tratta dalla presentazione della mostra nel sito della Fondazione Brescia Musei.

La Dol dei Tre Signori, anche d’inverno

Una delle tante cose belle della Dol dei Tre Signori, l’itinerario escursionistico che unisce Bergamo a Morbegno e alla Valtellina transitando sulla lunga e regolare dorsale montuosa tra il bacino del Lago di Como e le valli bergamasche occidentali, è che può essere per buona parte percorso anche nei mesi invernali. Infatti tutta la parte che va da Bergamo fino ai Piani di Artavaggio, che rappresenta circa la metà della Dol, è un itinerario che non presenta difficoltà – salvo alcuni brevi tratti che possono essere tranquillamente evitati – e che mantiene quote inizialmente collinari e poi, una volta raggiunta la dorsale dell’Albenza, viaggia intorno ai 1.300/1.400 m con costante esposizione al Sole. Dunque, posto peraltro il clima attuale, in questo tratto la neve al suolo non è mai troppo abbondante da impedire il transito invernale – fermo restando l’avere con sé un equipaggiamento adatto alla stagione – ciaspole, ramponcini e altro di solitamente analogo, per ogni evenienza – senza contare che in questo prima tratto la Dol offre numerose possibilità di costruire itinerari “spin off” di quello principale (un mini-trekking di 2/3 giorni da Bergamo a Lecco, ad esempio, oppure percorsi transvallivi tra Valle Imagna, Val Taleggio, Valsassina e Val San Martino) che sanno comunque offrire ai camminatori mirabili sorprese storiche, artistiche, paesaggistiche, naturalistiche, oltre a panorami che, con la particolare luce invernale, diventano tra i più suggestivi dell’anno, garantendo una gran soddisfazione escursionistica a chiunque vi si incamminerà.

Nel video lì sopra pubblicato, tratto dalla pagina Facebook della rivista “Orobie”, Ruggero Meles, autore con Sara Invernizzi e con lo scrivente della guida “Dol dei Tre Signori”, da un balcone privilegiato dacché tra i più panoramici della dorsale vi racconta qualcosa di quel tant(issim)o che si potrebbe dire sull’itinerario, ma che se leggerete la guida troverete con ben maggior profusione di narrazioni.

Per saperne di più sulla guida “Dol dei Tre Signori”, cliccate sull’immagine qui a fianco, mentre qui avrete maggiori informazioni su come e dove acquistarla. Sulla pagina Facebook “I Cammini di Orobie” troverete invece frequenti “pillole” sulla Dol e sulla guida, con spettacolari immagini fotografiche della dorsale e dei suoi tanti “tesori”.