La neve che si scioglie

[Foto di Natalia Kollegova da Pixabay.]
Siamo negli ultimi giorni della stagione invernale, qualche fiocco di neve che testardamente cade dal cielo attesta il tentativo dell’inverno di farsi ancora vivo e presente per non andarsene via bistrattato da tutti. Ma ormai la primavera è alle porte, non lo attesta solo il calendario: s’è fatta già annunciare distintamente con alcune recenti giornate assai miti e radiose.

Nonostante il freddo notturno che persiste, appunto, sui monti la neve svanisce a vista d’occhio, quasi, e giorno dopo giorno gli squarci verdi d’erba e grigi di rocce, ormai liberi dalla copertura nevosa, si fanno sempre più estesi, ampliandosi come s’estende la luminosità del cielo, s’allungano le giornate e s’allarga il cuore nel crescente scoppio di entusiasmo naturale primaverile. In tal senso, per molti la neve che si scoglie sui monti genera l’allegria fremente di un ritorno alla vita, in altri invece incute una certa inopinata malinconia: vi è certamente una forte suggestione di matrice “poetica” in questo periodo di passaggio stagionale, di uscita dal gelo e dal buio invernale verso la luce e il caldo estivo, di trasformazione del paesaggio, di esplosione cromatica, e tutto con maggior evidenza e rapidità di quanto accade nell’altro periodo di cambiamento naturale, quello autunnale. Sedersi su un prato di montagna che si sta liberando dalla neve permette quasi di sentire il rumore di ogni singolo fiocco nevoso che svanisce, dei rigagnoli di acqua di fusione che si moltiplicano per quanto il Sole si faccia più caldo, o magari – con un quid di visionarietà, che non fa mai male – di percepire tra i fili d’erba ancora in gran parte prostrati la spinta dei boccioli dei primi fiori appena sotto l’umido terriccio superficiale, nel mentre che dal bosco illuminato da una luce ormai potente si fanno sempre più udire gli uccelli con il loro canto, quando fino a solo qualche giorno prima nell’ombra del monte il silenzio acuiva la perentorietà del dominio invernale.

In ogni caso, a prescindere dai diversificati stati d’animo che chiunque può generare dentro di sé in questi giorni, chi si mostra sensibile alla Natura e alla biosfera sa bene che il periodo dello scioglimento della neve, fenomeno ovviamente dipendente da quanta ne è caduta durante l’inverno, alle nostre latitudini è uno dei più importanti e potenzialmente vitali per l’ambiente naturale, dacché da esso dipende buona parte della bella stagione e delle sue condizioni biologiche, con tutto ciò che ne consegue per uomini, piante e animali e per la loro esistenza fino almeno al prossimo autunno – anche al netto delle piogge che nei mesi successivi potranno cadere. Niente come la neve invernale che si scioglie apporta acqua al paesaggio idrico e a qualsiasi cosa che da esso dipende – in primis la nostra sete! – per tale motivo ciò che accadrà al fenomeno nivologico in forza dei cambiamenti climatici in atto è qualcosa di realmente fondamentale per il nostro futuro, al pari dell’andamento dei ghiacciai – a loro volta dipendenti dalla neve caduta durante i mesi freddi.

Quella che vedete sciogliersi sui monti, ora che viene la primavera e le giornate si fanno via via più miti, è neve ma non solo: è vita, in forma liquida, che segna lo scorrere del tempo, trasforma il paesaggio, nutre la terra e ci permette di continuare la nostra esistenza quotidiana. È delicata poesia naturale e concreto pragmatismo quotidiano, fenomeno naturale “ineluttabile” tanto quanto opportunità da comprendere e godere. Ed è sempre e comunque un’ennesima, potente manifestazione di bellezza che possiamo ammirare e contemplare con la mente e della quale al contempo nutrire il cuore, l’animo e lo spirito. Perché ogni cosa nel paesaggio naturale, anche quella apparentemente più normale e “ovvia”, ha un messaggio da raccontarci, da comprendere e da fare nostro, ed è bene non dimenticarlo mai.

Il paesaggio di Barry Lopez, e di tutti noi

Il paesaggio non si conosce solo quando si sa il nome e l’identità di tutto quello che contiene, ma quando si ha la percezione intima delle relazioni al suo interno, come quella tra il passero e il rametto. Il paesaggio interiore risponde al carattere e alle sfumature di un paesaggio esteriore; la forma della mente individuale è influenzata tanto dai geni quanto dallo spazio fisico, dalla geografia dei luoghi.

(Barry LopezUna geografia profonda. Scritti sulla Terra e l’immaginazione, Galaad Edizioni, 2014, traduzione e cura di Davide Sapienza, pag.34-35).

Ho citato di recente questo emblematico brano del libro di Lopez, a mio modo di vedere così significativo da aver scelto di includerlo nel cammino letterario che ho proposto lo scorso settembre per Alt[r]o Festival in Val Malenco, ma ritengo doveroso riproporlo quale ulteriore omaggio al grande scrittore americano scomparso nel giorno di Natale. Con l’augurio che questi richiami e, chissà, pure le parole inscritte lungo il percorso del sentiero Rusca in Val Malenco possano contribuire ad accrescere la conoscenza di Barry Lopez, dei suoi libri e del suo pensiero, dal valore pressoché imprescindibile per la contemporaneità che noi tutti viviamo.

Il solengo o solastro

[Foto di Jr Korpa da Unsplash.]

La vita d’alpeggio, al di là delle idealizzazioni che sempre trasfigurano gli scampoli dei ricordi, era vita dura. La responsabilità per l’integrità degli armenti era assai sentita dai pastori e i lunghi momenti di solitudine trascorsi seguendone gli spostamenti alimentavano talora profonde angosce. I confinati, anime che non meritano neppure l’inferno, erano il timore più vivo degli alpigiani. Dimoravano nelle pietraie deserte a ridosso degli alpeggi, sotto rupi corrucciate, e di notte il sordo rumore del loro dar di mazza maledetto per frantumare senza costrutto quel mare di pietre risuonava nelle orecchie dei pastori che dormivano in quei luoghi per curare gli armenti. Guai a voler essere troppo curiosi, guai a cercare fra le pietre scovando qualche mazza: si rischiava di essere condannati a condividere la loro miserevole sorte. E di giorno il pastore isolato poteva cadere preda di una paura ancora più profonda, il “solengo” o “solastro”, quel sentimento di panico smarrimento che prende chi si trovi da solo di fronte alla natura smisurata e potenzialmente ostile.

(Tratto da Massimo Dei Cas, Giugno, il cuore opaco della luce, in “Notiziario della Banca Popolare di Sondrio” n.136, aprile 2018, pag.165.)

Trovo molto interessante questo bel brano di Massimo Dei Cas se messo in relazione a quanto invece ho scritto qui, qualche tempo fa, sul personale godimento della solitudine in montagna (e non solo lì).

D’altro canto «quel sentimento di panico smarrimento di fronte alla natura smisurata e potenzialmente ostile» lo riscontro tutt’oggi in modo molto diffuso, tra i “cittadini” sicuramente ma pure, ancora, tra i montanari: in altre forme rispetto al passato, certamente meno legate a suggestioni sovrannaturali eppure animate dallo stesso principio di ostilità e di soggiogamento verso il monte, che in qualche modo si tramuta in giustificazione per la sottomissione “violenta” della Natura montana e del suo territorio, da “controllare” e imbrigliare a tutti i costi attraverso opere di antropizzazione mal concepite nella teoria ed esasperate nella pratica ma d’altro canto atte a conformare il paesaggio ai relativi immaginari collettivi desiderati e ritenuti “normali” dagli uomini in tema di monti.

Sì, esiste ancora oggi la paura di restare preda del solengo sulle montagne, in ostaggio della loro potente, soverchiante Natura, lontani dalla “civiltà” e dai suoi agi, abbandonati dal progresso, dimenticati da tutti: ecco dunque che, pensando di poter contrastare questa situazione, si fanno e si lasciano fare ai monti cose che sarebbero fuori luogo in città, figuriamoci in ambienti tanto ostici e delicati. Alla fine questo è il modo contemporaneo, simile nel concetto pur inconscio a quello d’un tempo, per scacciare le entità maligne, i demoni e i draghi che popolano i monti il più lontano possibile dalla propria quotidianità, garantendosi il dominio più ampio possibile sul territorio e sulle forze della «Natura smisurata». È un tentare di dar misura e dunque valore, riconoscibilità, acquisire controllo alla/sulla montagna, appunto: un tentativo che, tuttavia, ad uno sguardo attento e sensibile, appare sempre e comunque come pletorico, tanto esagerato nella forma quanto vano nella sostanza.

Forse, come scrivevo in quell’articolo, si otterrebbe di più riuscendo ad accettare la nostra misura nella dimensione della relazione con la montagna e la Natura, armonizzandoci ad essa e semmai su di essa, e non su immaginari sovente artificiosi e falsanti, costruire concretamente lo sviluppo della nostra presenza sui monti, in questo modo non più meramente riferita a noi stessi (dunque assai biecamente autoreferenziale) ma, appunto, ai monti stessi e alla loro autentica realtà geoculturale: un mondo montano da vivere pienamente e consapevolmente, non più da sottomettere prepotentemente e comunque vanamente.

Altrimenti saremo sempre preda del più inconscio eppure pernicioso solengo, lassù sulle montagne, con tutto ciò che di inopportuno ne può conseguire.

 

Dislivelli #107

In queste giornate di discussioni sull’apertura o meno dei comprensori sciistici – una questione che già in questo articolo ho definito per non pochi versi «un po’ surreale, quasi grottesca, piuttosto paradossale», appare anche più interessante e necessario del solito il nuovo numero (il #107) del magazine “Dislivelli.eu”, edito dall’omonima associazione, monograficamente dedicato proprio alla questione suddetta e significativamente intitolato Non di sola pista.

Nel numero, una serie di esperti impegnati nel campo della ricerca e comunicazione sui temi della montagna, da Franco Michieli a Giorgio Daidola, da Paolo Cognetti Luca Mercalli, spiegano che il futuro della montagna non può essere legato solo all’indotto dello sci. Anche se questo, per alcune realtà, è ancora un settore determinante – ma ciò, aggiunto io, solo per convenzioni che da più parti e in più località appaiono ormai sempre più logore e prossime alla fine.

Una successione di prestigiosi contributi, assai sagaci e illuminanti, introdotti con la consueta lucidità da Enrico Camanni il quale scrive, nelle prime righe del suo articolo Non facciamo finta: «Il dibattito sulla riapertura degli impianti dello sci potrebbe essere l’occasione per ripensare un sistema che il riscaldamento climatico e la crisi economica avevano già totalmente incrinato, anche se facevamo finta di niente.»

Lettura necessaria, ribadisco. E molto “semplice”, peraltro: potete infatti liberamente leggere, scaricare e stampare “Dislivelli.eu” (come tutti i numeri del magazine) in formato pdf cliccando sull’immagine lì sopra. Buona lettura!

Camminare sulle parole #6

(Una serie di articoli dedicata al mio intervento per ALT[R]O FESTIVAL 2020: per saperne di più cliccate qui. Gli articoli precedenti sono quiqui, qui, qui e qui.)

Le considerazioni sulla precedente “stazione” di questo cammino letterario dedicato alla (ri)scoperta della bellezza più autentica del paesaggio, montano e non, le chiudevo con l’invito a tentare di “disantropizzare” la mente, per così dire, dalle idee e dagli immaginari tanto diffusi (perché imposti) quanto fittizi, artefatti e spesso perniciosi per il paesaggio, atto che potrebbe rappresentare un passo importante per saper cogliere, considerare e godere la vera bellezza in esso presente. Una sorta di processo di rinselvatichimento immateriale e concettuale del paesaggio, soprattutto dove la sua dimensione materiale selvaggia si sia ormai pressoché smarrita in forza dell’antropizzazione presente (in bene e in male) e dunque si acuisca la necessità di preservare quanto meno il “selvaggio concettuale”, ovvero quello da salvaguardare perché alla base della nostra relazione con il territorio e il suo paesaggio. Anche come spazio vitale per la libertà che l’atto del camminare ci consente di manifestare, come denota Aldo Leopold – altro personaggio imprescindibile, riguardo queste tematiche – in quel passaggio di Pensare come una montagna (è a pagina 156), rimarcando pure lo stretto legame che esiste tra il concetto umano (o umanistico, e filosofico e dunque pure politico) di libertà e quello ancestrale che si ritrova nell’ambiente naturale, dal quale tutte le creature provengono.

In effetti, ribadisco, non c’è quasi un atto umano pratico più libero del camminare in Natura. Inoltre, provate a pensarci: non è il cammino simile al pensiero, cioè l’azione in assoluto più libera, e non solo in forza della sua immaterialità (ma concretissima in potenza, visto che è grazie al pensiero se concepiamo il mondo in cui viviamo e noi stessi in esso), che noi umani abbiamo a disposizione? Come il pensiero deve generare nuove idee, possibilmente diverse da quelle esistenti e sovente imposte – vedi sopra riguardo agli immaginari comuni attraverso i quali “vediamo” le montagne -, anche il cammino può (e deve) godere della libertà di uscire dai sentieri tracciati per scoprire nuovi itinerari, nuovi angoli, nuovi orizzonti, nuove bellezze e ogni altra cosa afferente.

Tutto questo ci consente di “potenziare” il bello presente nel paesaggio con un altro elemento a suo modo estetico presente nel cammino: la bellezza della scoperta, in verità ineludibile anche quando camminiamo in luoghi e paesaggi che riteniamo di conoscere perfettamente. Chi l’ha detto che ormai al mondo si è scoperta ogni cosa? Esiste la scoperta geografica e scientifica e quella forse può anche esaurirsi (forse!), ma la scoperta interiore del paesaggio e di noi in esso, che riflette quello esteriore (vedi la stazione #4 e Barry Lopez) e che ogni volta, ad ogni nuovo cammino, reinventiamo e ridisegniamo in modo sempre diverso – fosse solo perché il tempo è trascorso o perché è inverno e non estate o perché noi cambiamo, cresciamo, mutiamo d’animo e d’aspetto proprio come accade al paesaggio – è continua e inesauribile. Ed è senza dubbio uno degli elementi fondamentali per generare la percezione della bellezza del paesaggio nei luoghi – in qualsiasi luogo – dove ci troviamo.