BookCity Milano, 20 novembre

Cliccate sull’immagine per saperne di più e sappiate che, se ci sarete, ritornerete poi a casa contenti. Forse molto contenti, pure. Almeno me lo auguro, ma ne sono abbastanza certo.

L’umanità è migrata (fuori dall’Europa)

[Immagine tratta da un video pubblicato sul canale Youtube de “Il Sole 24ORE“. Cliccateci sopra per vederlo.]
Quello che sta accadendo tra Bielorussia e Polonia, con migliaia di migranti di mezzo, non è uno scontro tra quei due stati ovvero tra Russia e suoi alleati e Unione Europea. Non lo è principalmente, perché innanzi tutto è un ennesimo sfregio a qualsivoglia concetto di umanità che il diritto internazionale teoricamente salvaguarda in quanto elemento fondamentale per poter definire la razza umana – nel suo insieme: bielorussi, polacchi, europei, russi, noi tutti – una “civiltà”. Cosa per l’ennesima volta, appunto, appare del tutto immotivata. Che il regime bielorusso sia delinquenziale lo si sa da tempo, che l’attuale capo della Russia sia un personaggio a dir poco subdolo pure (e vogliamo dire qualcosa dell’attuale reggenza polacca?) ma ugualmente si sa ormai bene che l’Unione Europea non vuole gestire il fenomeno migratorio, in nessun senso, per proprie ampie e bieche meschinità, nonostante questa parte di mondo sia (dovrebbe essere) la più culturalmente e civilmente avanzata del pianeta. Il rifiuto politico europeo – di tanti singoli stati che nella somma ne fanno uno sostanzialmente complessivo – di comprendere innanzi tutto il fenomeno migratorio dal punto di vista sociologico e antropologico (la sto reclamando da anni, questa necessità) per poi adeguatamente gestirlo dal punto di vista politico, senza poi contare l’incapacità di non strumentalizzarlo in un senso o nell’altro, altra prova di grande mediocrità ideologica, ha creato e ancora genererà innumerevoli casi come quello in corso sul confine tra Polonia e Bielorussia, cioè, in altre parole, ha già cagionato e continuerà a provocare migliaia di morti. Di gente che viene privata di ogni diritto, in primis di quello all’umanità. Il che non significa affatto che debbano essere accolti tutti o debbano essere tutti respinti: si può fare qualsiasi cosa ma sempre – e come dovrebbe essere per ogni atto umano, tale proprio per questo – con il più adeguato buon senso. Cioè con la comprensione il più possibile ampia del fenomeno che consenta una altrettanto ampia possibilità di gestione, di contenimento, di salvaguardia del diritto internazionale, di sicurezza delle persone che migrano e di quelle che accolgono o che si trovano nei flussi di transito e, parimenti, che cancelli qualsiasi stupido e inumano ricorso a slogan propagandistici, a rivalse geopolitiche tanto demenziali quanto disumane, a xenofobie alimentate da ignoranze funzionalmente indotte e coltivate o a buonismi privi di qualsiasi logica civica e politica che propugnano un globalismo soffocante qualsiasi identità culturale e dunque il concetto stesso di “umanità” in relazione alla storia e alla geografia. E che eviti di trasformare degli esseri umani in cose senza valore alcuno da utilizzare come merci di scambio, pedine di un gioco geopolitico efferato, oggetti di cui si può fare qualsiasi cosa, anche eliminarli come fossero rifiuti da far sparire rapidamente.

Forse, affinché cambino realmente le cose al riguardo, servirebbe veramente che le posizioni si invertissero. E, nel mondo caotico e in balìa di innumerevoli macroproblemi di gravità planetaria (quello riguardante i cambiamenti climatici, per dirne uno) non è detto che un domani non accada sul serio e che sul filo spinato di quei confini o sui barconi fatiscenti in navigazione nel Mediterraneo o in mezzo ai deserti più inospitali ostaggi di spietati e impuniti trafficanti di esseri umani ci saranno gli altri. E sapete a chi mi stia riferendo. Ecco.

Venite dal Sole o dalla Luna?

[John Ward (1798-1849), “The ‘Swan’ and ‘Isabella’ ships”, olio su tela, circa 1830, Hull Maritime Museum. Fonte: https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=97427059, pubblico dominio. Cliccate sull’immagine per saperne di più.]

Le navi partirono in aprile, si separarono nell’Atlantico settentrionale e, con incrollabile ottimismo, si diedero appuntamento per ritrovarsi nel Pacifico. Le HMS Dorthea e Trent puntarono verso le Svalbard; le HMS Isabella e Alexander verso la Baia di Baffin. Le prime due, martellate spietatamente dalle bufere e dai ghiacci, si rifugiarono nella Baia Magdalena e a Fair Haven, nelle Spitzbergen, per effettuare le riparazioni prima di ritornare in patria. Le altre due navi, comandate da Sir John Ross e dal tenente William Parry, risalirono lo Stretto di Davis in compagnia d`una quarantina di baleniere, entrarono nella Baia di Melville alla quale diedero questo nome, e raggiunsero il punto più settentrionale all’imboccatura sud dello Smith Sound. Sulla costa della Groenlandia incontrarono un gruppo di Polar Eskimo. Si svolse una conversazione memorabile, tramite un interprete che era stato preso a bordo nella Groenlandia meridionale: “Chi siete? Che cosa siete? Da dove venite? Dal sole o dalla luna?”

(Barry LopezSogni artici, Baldini Castoldi Dalai Editore, 2006, traduzione di Roberta Rambelli, pag.335; orig. Arctic Dreams, 1986. La spedizione della Marina inglese alla quale Lopez fa riferimento è del 1819; “Polar Eskimo” è la definizione anglosassone per la popolazione Inuit. Il brano fa ben capire ciò che ho scritto nella mia recensione a Sogni Artici, ovvero che per lungo tempo l’esplorazione delle regione artiche ha assunto connotati che per molti versi l’ha resa paragonabile a quella spaziale e astronautica, con quei territori simili a “nuovi mondi” da scoprire con altrettanto nuove creature viventi con le quali entrare in contatto – e viceversa, appunto.)

 

Un posto “brutto”?

[Ulan Bator, capitale della Mongolia, secondo questo articolo il posto “più brutto del mondo”. Foto di Tengis Galamez da Unsplash.]
Quando trovo qualcuno che è tornato da un viaggio e mi dice che il luogo dove è stato «non gli è piaciuto» o che «non c’era niente» o altro di simile, generalmente non penso – come magari potrei – che evidentemente quel tizio vive in un posto così bello che gli fa sembrare non all’altezza molti altri dove si reca ma, al contrario, che quel tizio deve vivere in un posto parecchio brutto, per pensare che altri dove è stato lo siano.

Perché in verità non esistono luoghi “brutti” a questo mondo. Nemmeno quelli più apparentemente dimessi lo sono; possono esserci angoli degradati – d’altronde ci sono ovunque e in ogni caso un’opera d’arte coperta di fango non è che per questo diventa un obbrobrio – ma, fondamentalmente, di “brutto” o di “degradato” ci sono lo sguardo e la conseguente percezione di quei luoghi da parte di chi poi li definisce così negativamente: e questo sguardo se lo porta appresso il viaggiatore da casa propria, non lo trova in loco. Persino il luogo che verrebbe da definire “brutto” contiene un paesaggio interessante, in primis perché proprio, caratteristico, identificante, magari anche in forza della sua presunta bruttezza, e in questo paesaggio sicuramente si possono ritrovare innumerevoli elementi peculiari dalla cui considerazione si genera l’interesse e dunque la definizione del paesaggio da parte di chi vi interagisce. Ci sono in una steppa piatta e desertica, in un decadente quartiere post-industriale, in un vallone sperduto tra i monti o nel biancore accecante di una terra polare e pure in un “nonluogo” – vi si trova ciò per cui si può definire tale quel posto. Ovunque, appunto.

Per tale motivo, quando un luogo viene considerato “brutto” o “non interessante” eccetera, è perché in realtà non lo si è affatto osservato tanto nell’insieme quanto nei dettagli e di conseguenza non lo si è compreso per nulla. Come aprire un libro, sfogliarne le pagine ma non leggere niente, in pratica: che se ne potrà sapere di quanto c’è scritto?

Forse è meglio restarsene a casa, a questo punto.