[Una veduta del Gruppo della Presolana, la “Regina delle Orobie” e montagna referenziale attorno alla quale si sviluppano le valli prealpine bergamasche orientalI. Foto di Mauro Tandoi su Unsplash.]Ancora in tanti, venerdì 3 gennaio scorso a Vilminore di Scalve in occasione dell’affollatissimo incontro pubblico sul presente e il futuro dei territori montani tra Valle Seriana e Valle di Scalve, hanno chiesto la possibilità di vedere la registrazione del precedente incontro di Clusone del 28 novembre, altrettanto partecipato, intenso e importante – «epocale per la valle» qualcuno addirittura ha sostenuto.
In realtà sono disponibili le videoregistrazioni complete di entrambi gli incontri: qui di Clusone e qui di Vilminore; le avrete sempre disponibili anche nel sito/blog del gruppo “Terre Alt(r)e”, organizzatore e motore con altri degli eventi svolti. Invece, su gentilissima sollecitazione di alcuni (che ringrazio di cuore per la considerazione della quale mi onorano!) di seguito potete vedere l’estratto del mio intervento di Clusone, nel quale dico cose che personalmente ritengo importanti e da valutare non solo per il caso specifico ma in generale per la realtà di tutte le montagne italiane e delle loro comunità, le cui criticità possono variare nella forma ma sovente (e per certi versi inaspettatamente) sono le stesse nella sostanza.
Inutile dire che chiunque è libero di diffondere i video ovunque ritenga giusto farlo; intanto si stanno programmando ulteriori incontri pubblici tra Bergamo e Brescia (ma anche oltre, forse) per discutere i temi in questione, assolutamente fondamentali – lo ripeto ancora – per tutti i nostri territori montani. Nel caso lo saprete qui sul blog.
Un reggimento di artiglieria della milizia di Stato fece domanda al Governatore per avere un certo numero di fucili di legno con i quali potersi esercitare. «Costano di meno», spiegarono, «di quelli veri.» «Non si dica che io sacrifico l’efficienza al risparmio», disse il Governatore. «Voi avrete dei fucili veri.» «Grazie, grazie», gridarono molto espansivi i soldati. «Ne avremo la massima cura, e in caso di guerra li riporteremo all’arsenale.
[Ambrose Bierce, Fucili di legno, in Dizionario del diavolo – Favole avvelenate, Edizioni Falsopiano, 2019, pag.109.]
[Foto di Óscar CR da Pixabay.]Di recente è stato scientificamente provato in maniera definitiva quanto raccontato da sempre in leggende, saghe nordiche e testimonianze di vario genere: i Vichinghi sono giunti sul continente americano quasi 5 secoli prima di Cristoforo Colombo e vi hanno installato proprie colonie almeno fin dall’anno 1021, quello determinato dai suddetti e pressoché indubitabili studi.
Tuttavia, se avete avuto l’occasione (o se l’avrete e vi consiglia di averla) di visitare la Vikingskipshuset, il notevole Museo delle Navi Vichinghe di Oslo[1], di quell’ipotesi sulla conquista vichinga dell’America ora divenuta verità scientifica io penso che ne eravate già certi, ovvero quando ci andrete lo sarete. Perché visitando il museo e ammirando le tre navi in esso conservate (alcune coeve agli anni della conquista americana, ma tenete conto che la concezione di tali navi è ancora più antica), resterete sbalorditi dalla bellezza, dall’eleganza e dalla palese efficienza idrodinamica dei drekar, o drakkar nella forma più comune del nome, forse tra i manufatti più belli mai creati dalla razza umana. Sembrano disegnati con un avanzatissimo software CAD ma pure attraverso una concezione artistica assolutamente attuale, con lo scafo così filante e perfettamente adattato alla navigazione veloce in acque anche agitate come quelle oceaniche e la forma armoniosa tanto quanto funzionale che consentiva a tali navi di effettuare manovre impossibili per qualsiasi altra imbarcazione del tempo (e di molti secoli successivi).
A vederli, insomma, viene spontaneo pensare che con scafi così “perfetti” i Vichinghi potessero realmente arrivare ovunque volessero e con un rendimento di viaggio all’epoca insuperabile nonché, appunto, navigando con un’eleganza stupefacente, al punto che le caravelle di Colombo, concepite diverse centinaia di anni dopo, appaiono al confronto come imbarcazioni tozze e goffe. Basti pensare che un dreki (singolare di drekar) coi venti favorevoli poteva viaggiare tranquillamente a 15 nodi di velocità (28 km/h) quando invece una caravella del tempo di Colombo, ovvero una nave concepita secoli dopo, faticava a superare i 10 nodi.
Ma, appunto, anche a prescindere dalla storia delle esplorazioni vichinghe e dalla scoperta dell’America, lo ribadisco: credo che un dreki, o drakkar, sia una cosa che bisogna ammirare almeno una volta nella propria vita. È realmente un oggetto stupefacente ed emozionante come pochi altri fatti da mano umana, ve lo assicuro, e vi farà capire molte cose non solo riguardo ai Vichinghi ma in generale della storia, dell’evoluzione e dello sviluppo tecnologico della nostra civiltà.
[1] Vale anche per il Vikingeskibsmuseet, il Museo delle Navi Vichinghe di Roskilde, in Danimarca, che a sua volta ho visitato; ma sena dubbio le navi conservate a Oslo sono più spettacolari, anche perché meglio conservate.
Emergono sempre più chiaramente speranze nere – visioni distruttive, piene d’odio, la cui realizzazione prevede una violenza sempre nuova. Le ideologie totalitarie, che minacciano di annientarsi l’un l’altra, assumono un ruolo di primo piano. È iniziata l’era degli estremismi.
Trovo sempre piuttosto impressionante leggere testi scritti molto tempo fa, oppure odierni ma che si riferiscono a tempi passati, e che invece sembrano raccontare la realtà contemporanea. Ad esempio il passaggio qui citato del bel libro di Schönpflug: fa riferimento al 1919 cioè al periodo appena successivo alla Prima Guerra Mondiale, ma per molti versi sembra concernere i giorni nostri, ahinoi.
È il segno evidente – l’ennesimo – che l’uomo non sa ricordare gli errori, anche quando molto gravi, del passato e imparare da essi. O, per dirla “gramscianamente”, che la storia è una maestra che non ha scolari. Certo, la speranza che qualcuno finalmente si metta ad ascoltarla e a imparare c’è sempre ma, appunto, quasi ovunque le aule della sua “scuola” restano drammaticamente vuote.
La primavera del 1919 non è solo una stagione di sogni appena sbocciati, ma anche l’era dei sogni infranti. Questo vale in particolar modo per i desideri connessi ai negoziati di Parigi e Versailles: i deliri di onnipotenza delle nazioni vincitrici, le speranze di libertà e indipendenza, la certezza di un futuro ordine mondiale equo e pacifico, la silenziosa preghiera dei Paesi perdenti per una maggiore clemenza. Nell’estate del 1919, con il termine di quella decisiva manovra di scambi che sono i negoziati di pace, il futuro non sembra più così sconfinato. Le possibilità si riducono a vista d’occhio e occorre guardare in faccia la realtà. Nei Paesi in cui i risultati delle trattative vengono percepiti come un tradimento della speranza, le aspettative deluse si trasformano in cieco furore. E cosi i negoziati, che avrebbero dovuto cancellare il conflitto mondiale, stimolano nuovi contrasti.
Per certi versi, la situazione di un secolo fa assomiglia a quella attuale, solo ribaltata. Allora il mondo usciva da una guerra sperando di avviare un periodo di pace ma generando invece ulteriore e ancor più pericoloso caos. Oggi, invece, un lungo periodo di pace sta venendo sempre più inquinato da circostanze ed elementi di caos. Sperando che il ribaltamento della situazione non si riveli completo, nel prossimo futuro.
P.S.: date un occhio anche qui, per altre riflessioni al riguardo.