Lunedì prossimo 06/05, ore 21.00: torna RADIO THULE #14-12/13, live in FM e streaming su RCI Radio!

Lunedì 06/05, ore 21.00, live su RCI Radio 91.8/92.1 FM e in streaming, nuovo appuntamento con RADIO THULE, anno IX, puntata #14 intitolata:
Come il canto delle cicale, in un pomeriggio d’estate
Ovvero: Voci di cicala è l’esordio letterario della giovane e talentuosa scrittrice Miriam Terruzzi, un romanzo senza dubbio originale, fuori dal comune e da ciò che ci si potrebbe aspettare da un’autrice poco più che ventenne, intenso, profondo nella storia, nelle vicende narrate e nella scenografia sulla quale si svolge, che riscopre ed espande totalmente il senso del termine “drama” (δρᾶμα, “azione”, “storia”; da δρᾶν, “fare” – termine che cop_Vocidicicala_smallnon ha affatto l’accezione sostanzialmente negativa che oggi invece noi gli diamo!) in un contesto letterario che lo riporta al lettore nella sua pienezza. Voci di Cicala è infatti una storia d’azione, appunto drammatica nel senso più comune, ed è pure una piacevole armonia letteraria tra vicende umane d’amicizia e d’amore che nessuna battaglia potrà far svanire, quindi drammatiche ma ora nel senso “storico” del termine: storie di vita, apparentemente normali eppure straordinarie come può essere la vita di chiunque, quando veramente “vissuta”. In questa puntata RADIO THULE andrà alla scoperta di questo romanzo da poco uscito nelle librerie (per Senso Inverso Edizioni) e della sua autrice, attraverso un piccolo ma intenso viaggio tra cielo e terra, effluvi marini liguri e campestri brianzoli, amicizie, rivalità, amori, lungo un percorso sempre ben illuminato dalla grande letteratura italiana del Novecento.

Per ascoltare RADIO THULE in streaming dal tuo pc clicca QUI, oppure QUI per lo streaming in HD o ancora QUI per lo streaming in UltraHD! E dal giorno successivo, qua sul blog, il podcast della puntata! Quindi, in un modo o nell’altro: save the date e stay tuned!

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Remind & save the date! Giovedì 9 Maggio a Nembro, ore 20.45, una serata dedicata all’arte diffusa nei contesti urbani: cosa, come, perché e anzi, soprattutto: perché no?

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Cliccate sulla locandina per conoscere ogni altra informazione utile sulla serata e, se potete, non mancate: sarà un evento assolutamente interessante!

Il congiuntivo: chi era costui? Una riflessione di Gian Luigi Beccaria sul modo verbale meno amato dagli italiani…

Il congiuntivo, già. Al solo nominarlo, a tanti viene un gran mal di testa… E passi (beh, si fa per dire!) se è gente per la quale la lingua non risulta così importante, ma quando esso diventa una sorta di muro pressoché invalicabile senza farsi del gran male per chi della lingua, parlata e soprattutto scritta, fa lo strumento espressivo principale, se non una fonte di guadagno, la questione diventa indubbiamente seria, e assai spinosa. E mentre a me torna sempre in mente quanto dichiarato tempo fa da Tullio De Mauro sul fatto che “Solo il 29 per cento degli italiani sa padroneggiare la nostra lingua“, anche Gian Luigi Beccaria ha affrontato l’argomento con una bella riflessione dal titolo Non usarlo è come dire di meno apparsa su La Stampa del 23 Aprile 2013, che di seguito vi ripropongo e alla quale non serve aggiungere nulla.

GLBeccaria_photoDicono in molti che in italiano il congiuntivo sta sparendo. Anche se così fosse, non dovremmo strapparci le vesti, perché ci sono lingue che senza il congiuntivo funzionano benissimo (vedi l’inglese). Ad ogni modo, ricerche assai documentate provano che il congiuntivo in italiano non sta affatto uscendo di scena. Certamente è in crisi nel registro informale-colloquiale. Lo si usa sempre di meno. Al suo posto troviamo l’indicativo. Soprattutto nelle proposizioni oggettive rette da verbi come «credere», «pensare», «ritenere», «sembrare» («credo che tu hai ragione» invece di «che tu abbia ragione»), nelle interrogative indirette come «non so se tu sei tornato a casa» invece di «non so se tu sia tornato a casa», e nel periodo ipotetico dell’irrealtà («se me lo dicevi, non ti sgridavo» invece di «se me lo avessi detto, non ti avrei sgridato»). Comunque stiano le cose, di sicuro l’indicativo è inadatto ad esprimere dubbi o desideri.
L’indicativo è il modo della certezza, dell’obiettività, il congiuntivo è il modo della soggettività: presenta i fatti come noi li desideriamo, li temiamo, li speriamo. È obbligatorio nelle esortazioni o inviti o comandi («nessuno parli! »), in una interrogazione dubbiosa («Che sia proprio lui? »), in una esclamazione («Sapessi che bello! »), è raccomandabile coi verbi che esprimono punti di vista, opinioni, giudizi, e volontà personali, stati d’animo, un’incertezza, o dubbio, timore, volontà, possibilità ecc. Torno a dire che frasi come «Penso che è lui», «Credo che tu hai torto», «Mi dispiace che Rodotà non ce l’ha fatta», «Spero che non fai come l’altra volta», «Voglio che me lo dici di persona» si possono benissimo usare in situazioni informali, chiacchierando; e sappiamo tutti che «non so se viene» è più colloquiale rispetto a «non so se venga». Ma quando scrivo, è certamente meglio non abbandonare il congiuntivo. Non vedo perché dobbiamo rinunciare alle molte finezze, alle innumerevoli sfumature che il congiuntivo ci offre. Esiste una differenza notevole tra «capisco che Giovanna è felice» e «capisco che Giovanna sia felice»: nel primo esempio si tratta di una constatazione evidente, nel secondo significa che mi rendo conto delle ragioni della felicità di Giovanna; esiste una notevole differenza tra «dicono che le elezioni sono in autunno» e «dicono che le elezioni siano in autunno»: nel primo caso si dà la cosa come sicura, nel secondo caso si dubita della notizia, non si è del tutto convinti che sia vera.
La scelta tra indicativo/congiuntivo non è affatto una scelta tra un modo più o meno elevato e raffinato. L’importante per chi parla o scrive è poter scegliere in base alle diverse situazioni comunicative. E per poter scegliere tra congiuntivo e indicativo occorre conoscerli entrambi, perché spesso chi non usa il congiuntivo non è che scelga l’indicativo, ma è l’indicativo che costringe il parlante a sceglierlo.
Se dunque l’indicativo indica certezza, e il congiuntivo ci dà invece la possibilità di esprimere meglio un nostro giudizio, una nostra ipotesi, un nostro dubbio, un nostro pensiero, non si vede perché si debba rinunciare al congiuntivo, dal momento che significa rinunciare a un mezzo che coglie intense sfumature. Non usarlo significa (forse) semplificare, ma certamente significa dire di meno.

Il lavoro nobilita l’uomo?

lavori-in-corso-2Avete presente la particolare sensazione per la quale, di fronte a qualcosa di indubbiamente e giustamente bello, vi sorge l’inopinato dubbio che dietro tale bellezza si nasconda qualche bieco inganno?
Ecco: sarà, ma visto pure come gira il mondo di questi tempi, in me non è mai svanito del tutto il dubbio che chi disse per primo il bellissimo (appunto) e sostenibilissimo (perchè si deve) motto “il lavoro nobilita l’uomo”, fu il vate di tutti gli schiavisti. Già.

“Istituzione e differenza”: l’attualità di Ferdinand De Saussure e l’importanza dei suoi studi per chiunque abbia a che fare con la lingua

Per chiunque abbia a che fare con la lingua, parlata o scritta, usata nella libera espressione verbale o strutturata in un testo a scopo comunicativo, la figura di Ferdinand De Saussure è assolutamente fondamentale. A cento anni dalla sua scomparsa (22 febbraio 1913) sta avendo luogo, tra marzo e maggio, Istituzione e differenza: un ciclo di cinque incontri dedicati a Saussure e al suo pensiero, parallelamente alle commemorazioni che tra Ginevra e Parigi si susseguiranno nei prossimi mesi. Il prossimo incontro, un dibattito nello specifico, si terrà a Roma il prossimo 3 Maggio e tratterà un tema parecchio intrigante: La lingua come modello di ogni altra istituzione? La_LinguaPotete avere tutti i dettagli di questo incontro e dell’intero ciclo Istituzione e differenza cliccando sull’immagine qui accanto e così visitando il sito appositamente dedicato ad esso dall’Istituto Svizzero di Roma.

Mi preme però qui, ora, dire qualcosa di più su De Saussure per come, lo ribadisco, i suoi studi sulla lingua accorpati in buona parte poi nelle teorie dello Strutturalismo siano fondamentali per qualsiasi utilizzo si voglia fare del segno linguistico, sia a livello di creazione del testo – verbale e, scritto, ovviamente più interessante per chi come me scrive, appunto, e pretenderebbe di farlo nel modo migliore possibile – che di critica dello stesso, letteraria e artistica.
Leggendo il comunicato stampa del ciclo di incontri si scopre che quella di Ferdinand De Saussure fu, in estrema sintesi, un’esistenza riservata sino ai limiti del mistero, caratterizzata dal pensiero solitario e spericolato, sovente capace di innovazioni dirompenti. Ginevrino, brillante studente di linguistica a Lipsia e Berlino, a ventuno anni pubblica quello che fu giudicato «il più bel libro di linguistica storica che sia mai stato scritto», il Mémoire sur le système primitif des voyelles dans les langues indo-européennes. Di ritorno a Ginevra nel 1891, dopo un intervento importante pronunciato in occasione del Congresso degli orientalisti (1894), Saussure fa quasi perdere le sue tracce. È a Ginevra che insegna, dopo averlo fatto per dieci anni a Parigi, ed è sempre a Ginevra che sviluppa in modo febbrile le sue ricerche; ma per il pubblico scientifico internazionale i suoi contributi diventeranno solo un ricordo. Tra il 1907 e il 1911 tiene i corsi di linguistica generale a cui avrebbe ambito vent’anni prima: queste lezioni – pubblicate postume dagli allievi Albert Bally e Charles Sechehaye – non solo definiscono i tratti originali della sua produzione teorica, ma influenzeranno le scienze umane del Novecento. Muore, dimenticato e solitario, nel 1913. Del Cours, la cui prima edizione è del 1916, si avranno tante edizioni e traduzioni quante di pochi altri testi scientifici. Nel secondo dopoguerra, grazie all’opera di Hjelmslev e Benveniste, ai lavori di Godel e poi di Engler e De Mauro, il Cours viene adeguatamente tradotto, chiarito nella sua articolazione e commentato.
Saussure, prima e meglio di chiunque altro, pensa l’arbitrarietà radicale del segno linguistico e la sua complementarietà al principio di differenza. Dice Saussure nel Cours: «nella lingua non vi sono che differenze», «differenze senza termini positivi». Altrettanto, il valore di ogni segno linguistico è tale solo a partire dal rapporto differenziale che lo inscrive nella lingua storico-naturale come forma o sistema. Istituzione pura fatta di differenze, e differenze di differenze. Ci basta questa definizione per cogliere la potenza pratica e l’attualità del pensiero saussuriano, che ha posto le basi di una teoria delle istituzioni. Nella crisi della sovranità statale e della legge del valore-lavoro, nell’epoca in cui il linguaggio diviene principale risorsa produttiva mentre i valori finanziari perdono ogni tipo di rapporto convenzionale con la natura delle merci (compresa quella merce peculiare che è la forza-lavoro), pensare ancora con Ferdinand de Saussure la lingua come istituzione pura e sistema di differenze significa riflettere il presente in modo radicale.

Vi rammento che cliccando sull’immagine “magritteana” Ceci n’est pas une langue qui sopra (oppure anche qui: www.differenzadesaussure.istitutosvizzero.it) potrete visitare il sito web che l’Istituto Svizzero di Roma ha dedicato a Istituzione e differenza, nel quale trovare, oltre a tutti gli atti del ciclo, ogni altra informazione utile sull’intero progetto.