[Il paesaggio intorno a San Quirico d’Orcia, Siena. Foto di Luca Micheli da Unsplash.]
Il paesaggio è un costrutto. Questa parola terribile significa che il paesaggio non va ricercato nei fenomeni ambientali, ma nelle teste degli osservatori.
Perché quando ammiriamo un “paesaggio” come quello ritratto nell’immagine lì sopra, pensiamo sia bello? Perché le sue forme, i suoi colori, le vedute panoramiche che vi si generano sono sinonimo di bellezza, certamente, e perché un tale concetto di bellezza è quello che abbiamo culturalmente determinato nel tempo con lo sviluppo, anche in senso estetico, della nostra civiltà.
E se fosse invece che il paesaggio sopra raffigurato è “bello” soprattutto perché in realtà si forma dentro di noi, è una creazione della nostra mente e del nostro animo, e dunque mai nessuno di noi ordinariamente affermerebbe, per così dire, di essere “brutto” dentro?
Ne (ri)parlerò (perché l’ho già fatto di frequente, qui sul blog) a breve di questo tema e di Lucius Burckhardt, personaggio tanto poco noto quanto assai significativo e a suo modo illuminante.
Esco dall’hotel, svolto a destra lungo l’ampio viale totalmente inondato da una esuberante luminosità solare che scorre impetuosa da oriente fino ad avvolgere le guglie della città vecchia, da qui già visibili.
Diciotto gradi Celsius, dice il display qui sopra la mia testa. Traffico sostenuto ma non esagerato. Lo scampanellio dei tram che fermano nell’isola in centro alla strada – alcuni convogli di design attuale, altri che credo abbiano trasportato i burocrati sovietici.
Gli indigeni che vanno a lavorare, una ragazza che armata di spugna pulisce i tavoli in alluminio di un ristorante sulla via canticchiando una melodia che non mi è nuova, ma forse mi sbaglio.
Caratteristica insolita di questa strada: a destra, nel mio senso di marcia, gli edifici sono tutti moderni, nelle forme architettoniche, nei rivestimenti di vetro e acciaio, nella destinazione d’uso ‒ l’hotel è ai margini di Rotermann, quartiere di ex edifici industriali ristrutturati e riconvertiti ad usi commerciali e culturali, una delle gentrificazioni più evidenti e, devo ammettere, meglio riuscite della città; a sinistra, dall’altra parte della strada, i tipici palazzoni sovietici, austeri, senza fronzoli, di varie tonalità del grigio e pure visibilmente statici, nell’uso contemporaneo. Un discrimine temporale d’asfalto, in pratica, anche se, oltre gli squadrati parallelepipedi che nemmeno qualche grosso cartellone pubblicitario riesce a rendere meno tristi, modernissimi grattacieli disegnano un nuovo e antitetico skyline – sia a quei palazzi grigi e sia al profilo urbano della città vecchia, al quale sembrano contrapposti non solo per disposizione urbanistica ma pure per una sorta di sfida storica e morale. «Eravate voi, campanili e torri della vecchia Tallinn, a spingervi verso il cielo fino a qualche lustro fa. Ora tocca a noi!»
Anche questo è un brano tratto dal mio ultimo libro:
Tellin’ Tallinn. Storia di un colpo di fulmine urbano
Historica Edizioni, 2020
Collana “Cahier di Viaggio”
Pagine 170 (con un’appendice fotografica dell’autore)
ISBN 978-88-33371-51-1
€ 13,00
In vendita in tutte le librerie e nei bookstores on line.
Potete scaricare la scheda di presentazione del libro qui, in pdf, e qui, in jpg, oppure cliccare sull’immagine del libro per saperne di più.
Prima che la Fiat diventasse ciò che oggi è, ovvero una specie di finanziaria italo-american-franco-olandese che solo incidentalmente (così viene da pensare) produce autovetture – marchiate “Fiat”, intendo dire – ovvero quando rappresentava ancora un’autentica eccellenza industriale e tecnologica italiana, fu protagonista di uno degli accordi commerciali più inopinati ed emblematici del dopoguerra: quello con l’URSS per la costruzione della prima vera industria automobilistica sovietica, l’AutoVAZ. Uno dei massimi esempi di capitalismo occidentale andava a braccetto con il paese comunista per eccellenza, insomma: per di più, quale altro inopinato legame tra URSS e Italia, il Soviet aveva stabilito già nel 1964 di costruire il nuovo impianto industriale presso la città di Stavropol sul Volga che poco prima era stata ridenominata Togliatti in onore dell’omonimo leader del maggiore partito comunista occidentale, proprio quello italiano.
Di quell’impresa così particolare, per certi aspetti epica, per alcuni altri quasi fantozziana, raccontano Claudio Giunta e Giovanna Silva in Togliatti. La fabbrica della Fiat (Humboldt Books, Milano, 2020), volume assai curato come nello stile dell’editrice milanese nel quale i due autori raccontano del loro viaggio nella Togliatti odierna, sulle tracce dell’avventura industriale del tempo e seguendo le testimonianze di chi ne fu protagonista, da semplice operaio a dirigente, sia dal lato italiano che da quello sovietico – oggi russo.
Di “impresa” si può certamente parlare anche solo considerando la vastità della fabbrica creata dal nulla nel nulla del Sud Est russo, lungo le rive del Volga a 1000 km da Mosca: cinque milioni di metri quadrati di impianti industriali e ben 140 km di linee produttive con servizi annessi e tutt’intorno una nuova città ove alloggiare i dipendenti della fabbrica […]
[Foto di minsvyaz.ru, CC BY 3.0, fonte: commons.wikimedia.org.](Leggete la recensione completa di Togliatti. La fabbrica della Fiat cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)
Nel piano quinquennale i sovietici avevano pensato a tutto, a quasi tutto, ma si erano dimenticati delle tavolette per il water. Le tavolette per il water non le avevano prodotte, o se le avevano prodotte erano finite in Polonia, in Romania, a Cuba, in cambio di ghisa o canna da zucchero o chissà cosa. In Unione Sovietica non c’erano. Quindi a chi partiva per Togliatti si consigliava caldamente di munirsi di tavoletta per il water, anzi di due tavolette per il water, caso mai si ricevesse un invito a cena, era un regalo più apprezzato della vodka.
(Claudio Giunta, Giovanna Silva, Togliatti. La fabbrica della Fiat, Humboldt Books, Milano, 2020, pagg.16-17. A breve potrete leggere, qui sul blog, le mie “impressioni di lettura” di questo libro. Per la cronaca, il “piano quinquennale” citato è quello redatto nel 1964 dall’Unione Sovietica per la realizzazione della prima “vera” fabbrica di automobili statale, l’AutoVAZ – nell’immagine in testa al post -, che due anni dopo venne affidata alla Fiat.)
[Sentieri di casa.]In questi mesi, durante le varie “colorature” più scure della mia regione e i relativi lock down, con le restrizioni agli spostamenti che comportano, non potendo praticare l’amato vagabondaggio per paesaggi tanto naturali quanto urbani lontani dalle mie parti mi sono dedicato – con il prezioso aiuto di Loki, il mio segretario personale a forma di cane il quale si dimostra pure un ottimo “segugio di sentieri” – ne sto approfittando per riscoprire itinerari appena fuori casa (nel senso letterale della definizione) e luoghi che facevano da meta alle passeggiate di quand’ero bambino con i genitori o i nonni. Una pratica che peraltro, in questi giorni di transito dall’inverno alla primavera, si rivela particolarmente piacevole, con le temperature diurne miti, la luminosità già da “bella stagione”, il bosco ancora assopito ma i prati già puntinati di innumerevoli e coloratissime fioriture – nonché, devo ammettere, l’assenza quasi totale di disturbi antropici, almeno in certe zone particolarmente “remote” seppur situate a poche centinaia di metri di distanza dalla “civiltà”.
In tal senso, sto cercando di trasformare questo periodo difficile dettato dal Covid-19, che possiamo definire come di “crisi”, in ciò che l’etimo della parola suggerisce: un momento di riflessione ovvero, per meglio dire nel mio caso, di rivalutazione e riscoperta, ricco di numerose sfumature positive e illuminanti. Ad esempio, riguardo come ogni luogo abitato e vissuto, anche geograficamente limitato, contiene sempre un proprio piccolo/grande mondo la cui esplorazione può veramente risultare interminabile, se vissuta con occhi sempre attenti, curiosi e sensibili. Formalmente, non c’è bisogno di andare chissà dove, per “esplorare” e scoprire cose nuove: si possono trovare nella terra più remota e sperduta a migliaia di km di distanza così come a pochi passi da casa. Come ho già scritto altrove, la cosa meravigliosa dell’infinito è che comincia appena oltre la punta dei tuoi piedi.
Inoltre, nel tornare ora a ripercorre cammini e visitare luoghi che frequentavo da bambino, e (anche) attraverso i quali si è formata la mia sensibilità verso la percezione del mondo d’intorno e l’elaborazione dei suoi paesaggi, mi sto nuovamente rendendo conto che il tempo è veramente qualcosa che passa solo perché noi pensiamo e crediamo che sia così, per una nostra convenzione alla quale decidiamo funzionalmente di sottostare. In verità, ha ragione la fisica contemporanea quando attesta che il tempo non esiste, sulla microscopica scala umana, se non in funzione dello spazio: in tal caso, cioè nelle circostanze delle quali vi sto scrivendo qui, lo spazio è quello vissuto, per poco o per tanto, e che proprio grazie al mio (nostro) vissuto diventa “luogo” dotato di un valore che il tempo non può scalfire.
In fondo anche per questo il luogo più limitato – quello dove magari viviamo, posto appena fuori la porta di casa, ripeto – può assumere le “sembianze” dell’infinito, come accennavo prima: ed è una peculiarità, questa, che proprio in questo periodo di difficoltà e confinamenti più o meno stringenti credo possa tornare assolutamente utile e piacevole se non parecchio sorprendente, già.