Un unico comprensorio sciistico tra Bormio, Livigno e la Valfurva? Ok, parliamone un po’…

P.S. – Pre Scriptum: vi avviso, è un post parecchio lungo, ma anche necessariamente lungo. Se lo leggerete capirete perché lo sia.

[Veduta della conca di Bormio verso nord, in pratica verso la zona di Livigno, da Cima Bianca, punto più elevato degli impianti bormini. Immagine tratta da www.travellingwithvalentina.com.]
Il 29 settembre scorso è stato presentato lo “Studio Strategico Territoriale” riguardante l’area del Lario, della Valtellina e della Valchiavenna, realizzato dalla European House Ambrosetti e richiesto da Confindustria Lecco e Sondrio e Confindustria Como; ne vedete la copertina qui sotto. Uno studio, molto interessante e ricco di passaggi apprezzabili, che presenta lo stato di fatto dell’area in questione – tra le più significative delle Alpi italiane – sotto diversi punti di vista nonché le azioni prioritarie e i progetti-guida per realizzare scenari strategici innovativi, anche alla luce degli imminenti Giochi Olimpici invernali di Milano-Cortina 2026.

[Cliccate sull’immagine per leggere e scaricare lo Studio in formato pdf.]
Detto ciò, nel leggere i resoconti della presentazione sulla stampa (questo, ad esempio), un passaggio ha subitamente e inevitabilmente attirato la mia attenzione più di altri: quello relativo alla proposta di realizzare «un unico comprensorio sciistico in Valtellina interconnesso e di livello internazionale». Ho dunque recuperato lo Studio Strategico Territoriale: la proposta in questione è la 5B (a pagina 179), il cui titolo è “Portare alla piena realizzazione del progetto di integrare gli impianti sciistici dell’Alta Valtellina in un unico comprensorio sciistico interconnesso e di livello internazionale”. Di seguito il testo della proposta:

L’Alta Valtellina, già meta turistica di prestigio, necessita di rafforzare la propria competitività rispetto ai grandi comprensori alpini europei attraverso un progetto di integrazione degli impianti sciistici. L’obiettivo è creare un unico comprensorio interconnesso che colleghi Livigno, Bormio, Santa Caterina Valfurva e Cima Piazzi – San Colombano, ampliando l’area sciabile dagli attuali 200 km a circa 315 km di piste, grazie alla realizzazione di 10 nuovi impianti. Questo intervento consentirebbe di attrarre un turismo internazionale di fascia medio-alta, aumentare la permanenza media dei visitatori e destagionalizzare l’offerta con attività estive come escursionismo e mountain bike.
Il progetto, che potrebbe essere lanciato in occasione delle Olimpiadi Invernali 2026 e consolidato per i Giochi Olimpici Giovanili 2028, rappresenterebbe una legacy duratura per il territorio. Oltre a migliorare la mobilità interna e favorire l’uso sostenibile degli impianti tutto l’anno, l’iniziativa rafforzerebbe la resilienza del turismo locale rispetto al cambiamento climatico, grazie alle quote elevate delle stazioni sciistiche valtellinesi. A medio-lungo termine, sono previste ulteriori opportunità di collegamento con aree svizzere (Saint Moritz e Splügen) e investimenti in ricettività, soprattutto in Valdidentro, per accogliere i flussi turistici attesi e consolidare l’Alta Valtellina come polo internazionale dello sport e del turismo alpino.

La proposta viene poi sviluppata in diverse altre parti dello Studio, che ho analizzato. In buona sostanza, rilancia l’idea già ventilata da tempo di creare il suddetto comprensorio sciistico unico, che qualcuno vorrebbe addirittura ampliare alla Valle Camonica con il collegamento agli impianti del comprensorio “Adamello Ski” attraverso il Passo del Gavia. Nello Studio la proposta è sì sviluppata seppur in chiave ipotetica, ma comunque contiene numerosi passaggi che trovo discutibili se non del tutto errati, il che la rende piuttosto significativa della visione di sviluppo dei territori montani che sovente viene presentata da soggetti di natura economica: una visione parecchio superficiale, decontestuale e a volte alienata (e alienante) rispetto ai territori stessi.

[Veduta del comprensorio sciistico di Bormio, tratta da facebook.com/bormioski.]
Analizzo di seguito alcuni dei passaggi più “interessanti” dello Studio.

A pagina 180: «L’iniziativa per integrare gli impianti sciistici dell’Alta Valtellina si propone di raggiungere obiettivi di ampio respiro, quali: lo sviluppo economico integrato, mirato non solo a incrementare il turismo invernale ma anche a destagionalizzare l’offerta turistica, generando così maggiori ricadute economiche per le imprese locali. L’aumento della competitività, attraverso la creazione di un comprensorio sciistico di rilevanza nazionale e internazionale, in grado di attrarre un pubblico più ampio grazie a un’offerta coordinata e di alto livello.» Al netto della bontà o meno delle motivazioni qui addotte per sostenere la proposta, si tratta della riproposizione delle solite cose che in tali circostanze vengono citate, compresi alcune locuzioni ormai di moda come «destagionalizzare l’offerta turistica», che ancora nessuno ha capito cosa voglia veramente dire se non, tempo, semplicemente il riproporre il modello turistico massivo invernale anche nel resto dell’anno. Inoltre è evidente che tale proposta mantenga preponderante l’offerta turistica sciistica – anche perché è ovvio che non tutti gli impianti di risalita al servizio dei comprensori sciistici invernali possono garantire una fruibilità anche quando la neve non c’è più – e quindi non è per nulla chiaro come si possa parlare di «obiettivi di ampio respiro» e «sviluppo economico integrato»: integrando ogni cosa locale con l’economia prettamente sciistica, forse, ma così rendendo il territorio ancor più “ostaggio” di essa e delle sue dinamiche. E, visto che si parla di “sviluppo economico integrato”, un reale «aumento della competitività» territoriale è conseguibile solo con un progetto organico rispetto a ogni economia locale, non soltanto di quella legata al turismo che ovviamente godrà di «maggiori ricadute economiche»: già, ma le altre attività? Che fine faranno?

Sempre a pagina 180: «La promozione della sostenibilità, che si traduce nella possibilità di ottimizzare l’uso delle risorse naturali e migliorare la gestione del territorio attraverso un approccio integrato.» Eccola qui l’altrettanto immancabile parolina magica, “sostenibilità”! Che l’infrastrutturazione sciistica possa «ottimizzare l’uso delle risorse naturali e migliorare la gestione del territorio attraverso un approccio integrato» è ormai qualcosa a cui non crede più nessuno che non sia coinvolto per propri interessi nell’industria dello sci – il che non significa che non sia possibile, ma che non c’è (a parte rari casi) l’interesse nei gestori dei comprensori a perseguire tale fine, sovente in contrasto con gli scopi di efficienza turistico-commerciale dei comprensori stessi. Come rimarco spesso, ormai per rendere “sostenibili” certi progetti basta scrivere da qualche parte nella loro presentazione che sono sostenibili. Se lo siano veramente e come facciano a esserlo veramente, al solito, non è dato sapersi.

A pagina 181: «L’obiettivo è quello di completare i collegamenti degli impianti sciistici dell’Alta Valtellina, riunendo in un unico comprensorio territoriale le ski aree di Bormio, Santa Caterina Valfurva, Cima Piazzi – San Colombano e Livigno. Tale intervento, oltre a generare un ampliamento significativo dell’area sciabile, renderebbe la zona competitiva rispetto ad altre destinazioni del Nord Italia o del Centro Europa, promuovendo al contempo un utilizzo della valle per tutto l’anno. In inverno, l’offerta si concentrerebbe su sci e sport outdoor, mentre in estate verrebbero incentivate attività quali mountain bike ed escursionismo. Inoltre, gli impianti di risalita non solo faciliterebbero lo spostamento di turisti e residenti tra le diverse aree, anche su terreni complessi, ma rappresenterebbero uno strumento di mobilità sostenibile durante tutto l’anno.» Tutte cose interessanti tanto quanto piuttosto aleatorie ovvero discutibili. Sulla competitività effettiva di un tale comprensorio ci torno più avanti; inquieta invece da subito l’idea esposta che i nuovi impianti di risalita incentiverebbero l’attività escursionistica: ma questa non si fa camminando, piuttosto di fruire di seggiovie e funivie? Tuttavia, inutile rimarcarlo, è vero che un certo tipo di turismo massificato che alla montagna autentica è molto poco interessato fruisce volentieri degli impianti di risalita, con le conseguenze che già da tempo si registrano un po’ ovunque sulle montagne, non ultima quella dell’iperturismo. Ma che visione del turismo montano è, questa? Inoltre mi sembra altrettanto fantasioso che «gli impianti di risalita non solo faciliterebbero lo spostamento di turisti e residenti tra le diverse aree, anche su terreni complessi, ma rappresenterebbero uno strumento di mobilità sostenibile durante tutto l’anno»: cosa potenzialmente vera ma già smentita dall’esempio delle Dolomiti, eppoi quanto impiegherebbe un turista per andare da Bormio a Livigno usufruendo degli impianti invece che della propria auto? Il doppio del tempo, o il triplo? Certo non avrebbe il problema di trovare parcheggio, ma resterebbe vincolato all’orario di apertura degli impianti e/o al loro esercizio: se piove? Se c’è vento forte? Se c’è nebbia, chi ci va in funivia ad ammirare il nulla? Insomma: l’idea è bella, ribadisco, ma ad oggi sostanzialmente astratta. Altra cosa critica è il collegamento tra Bormio e Santa Caterina Valfurva, che avverrebbe quasi totalmente negli ambiti territoriali protetti del Parco Nazionale dello Stelvio e dalle conseguenti normative vigenti: come la mettiamo al riguardo? Probabilmente è il caso di ricordare che proprio a Santa Caterina per i Mondiali di sci del 2005 venne realizzata una nuova pista in area tutelata del Parco, dunque dove non si poteva fare nulla di ciò, e per questo l’Italia è stata messa in mora dall’UE per la distruzione di un sito di importanza comunitaria, oltre ad aver subito numerosi esposti e ricorsi alla giustizia penale e amministrativa. Detto francamente, chi ha redatto lo Studio o ha la memoria corta oppure dimostra di non aver imparato nulla dagli errori del passato.

Ancora a pagina 181: «Guardando al medio-lungo termine, il progetto apre la strada a ulteriori sviluppi sul fronte infrastrutturale e ricettivo, tra cui: l’eventuale connessione in Valmalenco degli impianti del Valmalenco Bernina Ski Resort a Chiesa in Valmalenco con la ski area di Saint Moritz,

attraversando il ghiacciaio dello Scerscen e arrivando ai piedi del Piz Corvatsch e a Sils Maria; l’eventuale collegamento tra le aree sciabili di Splugen (Svizzera) e Madesimo, con l’obiettivo di arricchire l’offerta turistica e incrementare gli scambi tra la Regione Viamala elvetica e la Valle Spluga italiana.» Qui lo Studio, pur serioso e ben articolato, francamente si fa fantascientifico se non grottesco. Gli “ulteriori sviluppi” indicati, altrettante idee vecchie come il cucco e già cassate da tempo salvo che da certi soggetti un po’ confusi (ovvero parecchio ipocriti), sono semplicemente impossibili: per ragioni tecniche, geografiche e geologiche, ambientali, paesaggistiche, economiche, finanziarie. Il loro inserimento nello Studio, spiace dirlo, gli fa perdere un po’ di credibilità.

[La valle di Livigno e i suoi versanti sciistici. Immagine tratta da facebook.com/Livigno.]
A pagina 182: «Si prevede la creazione di un grande comprensorio sciistico nell’Alta Valtellina, in grado di competere con comprensori di eccellenza come la Via Lattea-Sestriere e Cervinia-Zermatt in Italia, Les 3 Vallèes in Francia o Ski Alberg in Austria. In particolare, si prevede la realizzazione di 10 nuovi impianti che permetterebbero di collegare tutte le stazioni dell’Alta Valle, ampliando l’area sciabile di ulteriori 115 km, da sommare ai 200 km già esistenti, per trasformarsi in un comprensorio sciistico dotato di una ski area di 315 km.» Ecco, a proposito di competitività del previsto nuovo comprensorio: certo 315 km di piste sono tanti, ma la Via Lattea ha già oggi un totale di 400 km di piste e, con il recente ampliamento che include Bardonecchia, l’offerta si avvicina a 500 km di piste totali; Cervinia Zermatt ne hanno 360 km; Les 3 Vallèes ben 600 km e il comprensorio dell’Arlberg 305 km. A parte quest’ultimo, il nuovo comprensorio valtellinese sarebbe comunque più piccolo degli altri citati e di ulteriori presenti sulle Alpi: ad esempio il comprensorio franco-svizzero Le Portes du Soleil che ha 650 km di piste – ma non si può non citare pure il Dolomiti Superski con i suoi 1200 km di piste accessibili con un unico skipass. In ogni caso, al netto dei meri dati numerici – che sembrano quelli di una competizione a chi ce l’ha più grosso (il comprensorio sciistico) buona per il marketing più spregiudicato ma non per tutto il resto – il nuovo comprensorio, pur di estensione importante, non sembra dunque così tanto concorrenziale rispetto agli altri. Inoltre, si dovrebbero realizzare ben 10 nuovi impianti, quindi con un costo di svariate decine di milioni di Euro dovendo essere tutti di dimensioni e portate medio-alte (non dei semplici skilift, insomma): quanto ciò si riverbererà sul costo finale dello skipass per gli utenti del comprensorio? Quando dovranno sborsare per sciarci? Ne Les 3 Vallèes ad esempio il costo dello skipass giornaliero è di 74 Euro a persona, 60 per i bambini: sono cifre sostenibili anche nel comprensorio valtellinese? In quanti potranno permettersi di sciarci più di una o due volte a stagione? Oppure nella proposta è sottintesa la volontà di rendere il comprensorio parte di un’offerta turistica di lusso destinata solo a sciatori particolarmente benestanti (per la gran parte stranieri), con tutte le numerose conseguenze assai discutibili di una tale circostanza per la pratica “popolare” dello sci e per le sue ricadute concrete e benefiche per le comunità dei territori interessati?

Pagine 182/183: «Tale integrazione non solo aumenterebbe l’attrattività del comprensorio per sciatori internazionali, ma ridurrebbe anche l’esposizione agli impatti del cambiamento climatico, considerando che gli stabilimenti dell’Alta Valtellina si situano a quote superiori rispetto ad altri comprensori del Nord Italia (Livigno a 1.800 metri, Santa Caterina a 1.700 metri e Bormio oltre 3.000 metri). Inoltre, i collegamenti tra gli impianti favorirebbero la creazione di nuove piste, ad esempio dal Mottolino alla Valdidentro, con benefici anche per la fruizione delle aree durante i mesi estivi.» Qui ci sono informazioni palesemente errate. Livigno e Santa Caterina hanno buona parte delle loro piste oltre i 2000 metri, la quota ormai considerata il limite al di sotto del quale nel prossimo futuro la pratica dello sci non potrà più essere garantita in forza della crisi climatica in corso, il resto del comprensorio tra Bormio e Valdidentro invece no, anzi. A Bormio si scende a 1200 metri e già da tempo sulle piste basse del comprensorio si fatica ad assicurare pure la copertura della neve artificiale; tutta questa parte del comprensorio sarebbe posta sotto i fatidici 2000 metri di quota, dunque come si crede di poter realmente «ridurre l’esposizione agli impatti del cambiamento climatico»? Il rischio concreto è quello di avere un comprensorio unico a parole ma diviso nei fatti: un po’ che sciano sul lato Valfurva, un po’ su quello di Livigno e in mezzo assenza di neve e/o di condizioni accettabili per sciare. Nemmeno sparando neve artificiale a spron battuto si potrebbe assicurare la continuità sciistica se non per una manciata di giorni a stagione, ma se poi così fosse la decantata «promozione della sostenibilità, che si traduce nella possibilità di ottimizzare l’uso delle risorse naturali» (vedi il brano di pagina 180 precedentemente analizzato) che fine farebbe?

[Gli impianti di Santa Caterina Valfurva. Immagine tratta da facebook.com/SantaCaterinaValfurva.]
Insomma, capirete bene che, per quanto riguarda la proposta del comprensorio sciistico Livigno-Valdidentro-Bormio-Valfurva, lo “Studio Strategico Territoriale” appare piuttosto superficiale, forzato, a volte campato per aria e, come ribadisco, fin troppo legato a una visione turistica dei territori montani di matrice economico-consumistica, con obiettivi meramente commerciali. Una visione ormai obsoleta e del tutto inadeguata già alla realtà presente e ancor più a quella prossimo-futura delle nostre montagne: per molti aspetti insostenibile, in breve. Peraltro, è molto interessante rimarcare come un altro soggetto puramente economico – anzi, tale par excellence – come la Banca d’Italia, nel proprio report del dicembre 2022 dal titolo “Climate change and winter tourism: evidence from Italy” rimarcava che «Sulla base delle principali proiezioni metereologiche disponibili, nei prossimi anni il cambiamento climatico avrà effetti rilevanti sui passaggi ai comprensori sciistici e sui pernottamenti presso le località alpine, soprattutto alle altitudini più basse. L’innevamento artificiale non sarà sufficiente a sostenere i flussi turistici.» Considerazioni alquanto antitetiche, insomma, a quelle che si leggono tra le righe dello Studio della European House Ambrosetti qui da me sviscerato.

Anzi, giusto a proposito di ecologia, ambiente, clima – tutti fattori che qualsiasi studio strategico che analizzi la realtà presente e futura dei territori montani deve inevitabilmente affrontare e integrare nelle proprie disquisizioni -, ho provato a cercare nello Studio sull’area del Lario, della Valtellina e della Valchiavenna alcune parole e locuzioni di uso comune e necessario al riguardo, per verificarne la presenza:

  • “Crisi climatica”: mai citata.
  • “Cambiamento climatico: citata 4 volte (un po’ poche in 196 pagine!).
  • “Cambiamenti climatici”: citata 1 sola volta.
  • “Riscaldamento globale”: mai citata.
  • “Salvaguardia ambientale”, “tutela ambientale”, “difesa ambientale”: mai citate.
  • “Ecologia”: mai citata.
  • “Paesaggio”: citata solo 2 volte.
  • “Ambiente naturale”: citata 1 sola volta…

…eccetera. Non credo serva continuare ancora: avete capito la “affinità” dello Studio con le tematiche legate al clima e all’ambiente. Cosa estremamente emblematica, converrete.

[Ski-map complessiva della zona tra la Valfurva, Bormio e Livigno, con i quattro comprensori coinvolti nel progetto di unione. Cliccateci sopra per ingrandirla.]
Bene: mi pare che con questo studio si ricada per l’ennesima volta nella maledetta contrapposizione economia-ecologia, due parole dall’origine comune e dal significato complementare ma con la prima che puntualmente, nella nostra era moderna e contemporanea, soffoca la seconda negando qualsiasi possibile e opportuno equilibrio. Quando domina l’idea “economica” – nel senso materiale qui inteso – la montagna viene esclusivamente messa a rendita senza alcuna cura e attenzione verso il territorio, il suo ambiente e il paesaggio che lo contraddistingue, in un ottica prettamente consumistica (la montagna vale solo per quanto può rendere), mentre l’ecologia – attenzione, non il mero ambientalismo ma l’ecologia intesa nel suo significato più pieno e ampio – e gli aspetti ad essa affini sembrano rappresentare un fastidio, un impiccio, qualcosa verso cui bisogna fingere un po’ di interesse ma nel concreto da mettere da parte prima possibile.

Be’, io credo che, dal punto di vista dell’economia turistica, con tale visione che percepisco nello Studio – già accennata e “denunciata” all’inizio di questo mio testo – le nostre montagne non vadano molto lontano, anzi, rischino concretamente di ritrovarsi prima di nuovo illuse e poi concretamente defraudate delle proprie specificità, delle possibilità e del proprio futuro. Alle montagne serve una visione molto più ampia, obiettiva, strutturata, organica e consapevole, che faccia del loro sviluppo non solo uno strumento di progresso economico ma soprattutto ecologico, culturale, sociale, comunitario – la comunità al centro: ecco un’altra assenza fondamentale nello Studio! –, politico, civico, ambientale. Mi sembra che ancora cioè nemmeno questa volta ci siamo, purtroppo.

 

Veramente il turismo rappresenta «una miniera d’oro» per i nostri territori (montani, in primis)?

P.S. – Pre Scriptum: questo articolo continua e sviluppa le riflessioni sul tema già indicato nel titolo elaborate qualche tempo fa in questo articolo.

Affinché un settore sia davvero decisivo per l’economia di un paese bisogna valutarne le potenzialità di crescere e di portare sviluppo, cioè se attrae investimenti, stimola l’innovazione, e se crea posti di lavoro ben retribuiti e vantaggi per la società nel suo complesso. Il turismo questo non lo fa, e non per una questione di scarse capacità imprenditoriali degli operatori italiani, ma proprio per le caratteristiche intrinseche del settore.
L’evidenza statistica dice che generalmente più è alta l’incidenza del turismo sul PIL di un paese e più è basso il livello di reddito procapite. I paesi più ricchi e avanzati non puntano a vivere di turismo, mentre lo fanno di solito i paesi più poveri e in via di sviluppo.
L’intuizione è che questi basano il loro modello economico sullo sfruttamento di ciò che hanno già, per esempio spiagge, montagne o luoghi culturali. È un qualcosa di simile a quello che succede ai paesi che vivono di risorse naturali, come il petrolio: sono in entrambi i casi risorse finite, il cui sfruttamento non può crescere all’infinito e può facilitare un’indolenza nello sviluppo di altri settori (con un fenomeno che in economia è chiamato “la maledizione delle risorse naturali”).

“Il Post” lo scorso 1 settembre ha pubblicato un articolo dal titolo È davvero il turismo quello che serve all’economia italiana? e sottotitolo La politica ne parla spesso come la soluzione su cui puntare per la crescita, gli economisti non sono d’accordo, i quali ne fanno ben capire i contenuti – lì sopra avete letto qualche passaggio significativo.

Credere che in un paese pur ricco di attrazioni d’ogni sorta il turismo possa rappresentare «una miniera d’oro» (per citare una delle definizioni più comuni al proposito) sulla quale campare di rendita o quasi è una cosa alla quale solo il pubblico meno informato e consapevole può credere. In primis, perché è sostanzialmente impossibile che un’industria turistica raggiunga quote di PIL capaci di “mantenere” il paese, in secondo luogo perché, come denota “Il Post”, è vero l’esatto opposto: sono i paesi a reddito basso e/o calante che possono ritenere di sostenersi con il turismo, in realtà con ciò denunciando l’incapacità di sviluppare il paese in altri comparti industriali di maggiore efficacia economica.

Che il turismo non rappresenti tutta quella fonte di ricchezza e di benessere che si vuole far credere è evidente sulle montagne, ambiti per molti motivi “speciali” e capaci di evidenziare certe realtà in modo più palese che altrove, nel bene e nel male, e parimenti dove invece la turistificazione monoculturale dei territori procede incessantemente, spesso al grido di «Il turismo combatte lo spopolamento delle località montane e ne promuove lo sviluppo!»: altre affermazioni diffuse dagli amministratori pubblici e da tempo ampiamente disattese – l’ho spiegato da par mio con questo articolo qualche tempo fa, spero in maniera significativa. D’altro canto quegli amministratori così sensibili e sodali con le dinamiche turistiche più commerciali hanno ben capito che il turismo ad oggi è l’ambito più “funzionale” a molti dei loro interessi: elettorali, di propaganda, di spesa pubblica, di bilancio, di clientelismi locali. Insomma: fa più immagine inaugurare una nuova seggiovia (anche a quote dove non nevica quasi più) e sostenere che con essa e con il turismo conseguente si sostenga lo sviluppo economico dei territori piuttosto di un ambulatorio che possa servire le esigenze sanitarie della comunità locale.

In ogni caso l’articolo de “Il Post” spiega bene perché il turismo, pur con tutta la sua innegabile importanza, non debba e non possa essere considerato quella “miniera d’oro” più volte citata, anzi, in certi casi per i territori in cui opera finisce per rappresentare un elemento di danno e di degrado, non solo ambientale. Da ciò che l’articolo afferma io voglio prendere spunto per ribadire un paio di domande, l’una conseguente all’altra, che da tempo mi faccio e sottopongo spesso a chi assiste agli eventi pubblici nei quali intervengo. La prima: perché si continua a considerare quella turistica come l’unica economia possibile per i territori montani e “salvifica” per le sue comunità, e non se ne considerano altre ovvero non si ritiene che anche i territori montani – ovviamente non tutti ma certamente tanti di essi – possano ospitare come altrove comparti produttivi e manifatturieri? Con la tecnologia a disposizione oggi, si potrebbero gestire al meglio le relative criticità logistiche e ambientali, senza contare le potenziali attività produttive direttamente legate alle risorse territoriali locali che ancora più facilmente e rapidamente potrebbero essere sviluppate. La seconda domanda, conseguente: perché non si impiega una congrua parte delle risorse che oggi vengono investite in maniera univoca nelle infrastrutture turistiche, così alimentandone la monoculturale economica e culturale, nelle tante altre possibilità produttive offerte dalle economie locali, magari di carattere circolare? Il che peraltro permetterebbe ai territori montani coinvolti di svincolarsi dalla dipendenza oggi quasi totale all’evolversi della crisi climatica assicurandosi un più solido futuro economico e non solo, ribadisco, anche quando non si dovesse più sciare oppure i flussi turistici optassero – in forza di marketing più efficaci, mode, tendenze o che altro – per altre destinazioni.

Un’economia prettamente legata al turismo con modalità monoculturali, sulle montagne, implica l’inevitabile mutazione delle stesse in meri divertimentifici ad uso del turista e con la necessità di trasformarsi continuamente al fine di mantenersi attrattivi e sostenere la concorrenza delle altre località. Per tale motivo il “turismo-miniera d’oro” così spesso sostenuto viene piuttosto definito, per molte nostre realtà soprattutto montane, un’economia estrattiva, che non dà nulla ma invece toglie ai territori, privandoli di risorse, sviluppo, vitalità sociale, identità culturale, invece di integrarne l’attività in maniera organica con quella delle altre economie locali e con il comune obiettivo fondamentale di apportare benefici innanzi tutto alla comunità residente, prima che ad altri. D’altro canto, quando ciò accade, sono proprio i turisti i primi a giovarsene e a stare meglio nelle relative località di soggiorno: se il territorio sta bene e prospera organicamente, stanno bene tutti quelli che lo vivono, permanentemente da abitanti oppure per solo qualche ora o giorno da turisti. Ecco, secondo me questa dovrebbe essere una vera “economia turistica” e di conseguenza quelli citati gli obiettivi che avrebbe da perseguire: invece temo che, ad oggi, in numerose località la tanto decantata miniera d’oro del turismo stia solo scavando una fossa profonda sotto i piedi delle rispettive e a volte illuse comunità.

I ponti tibetani «che stanno spuntando come funghi», su “OROBIE”

Ringrazio di cuore la redazione del magazine “OROBIE che nel numero di ottobre in edicola in questi giorni ha ripreso alcune mie considerazioni in tema di ponti tibetani «che stanno spuntando come funghi», intorno ai quali la redazione pone la domanda sulla loro effettiva utilità per lo sviluppo dei territori che li ospitano ovvero sull’incongruità ambientale e culturale rispetto ai luoghi e alla loro più consona frequentazione.

Le mie considerazioni sono state tratte da questo articolo pubblicato qui sul blog lo scorso 24 luglio; leggetelo per averne la versione completa.

Ne approfitto per rimarcare una volta ancora che, dal mio punto di vista, il problema di queste infrastrutture di pura matrice ludico-ricreativa è assolutamente culturale, ancor prima che economico, turistico o politico. Sono la manifestazione di una fruizione del territorio locale del tutto autoreferenziale, che rende “attrazione” l’opera stessa e così, inesorabilmente, pone in secondo piano ciò che vi è intorno, oltre a essere basata sul mero copia-incolla di un modello ricreativo omologato e banalizzante – infatti tali opere «spuntano come funghi», rileva giustamente “OROBIE” – che punta alla quantità di fruitori nel luogo piuttosto che alla qualità della fruizione del luogo. Sarebbero giustificabili, tali manufatti, solo se inseriti in un piano di sviluppo articolato del territorio, turistico tanto quanto socio-economico e culturale, nel quale l’attrazione è assecondata alla conoscenza compiuta del luogo e alla valorizzazione delle sue specificità in relazione alla comunità locale: un metodo che tuttavia non trovo quasi mai in tali realizzazioni. Il che le rende ancora più impattanti, visivamente, ambientalmente, economicamente (basti pensare ai costi ingenti per la loro installazione) e, di nuovo nonché per molti versi soprattutto, culturalmente – sena contare che spesso vengono “usate” dalla politica locale quali medaglie da appuntarsi al petto in forza delle solite frasi fatte: «sviluppo locale», «lotta allo spopolamento», «rilancio del territorio»… Be’, ancora io non capisco come tali infrastrutture rilancino le economie locali peculiari (dunque non solo quelle turistiche), i servizi di base, le scuole, la sanità territoriale e le altre necessità a sostegno reale (cioè nei fatti, non nelle parole!) della comunità locale, nel mentre che rischiano di generare fenomeni di sovraffollamento in territori non in grado di sostenerli, degradando così ancor di più la qualità della vita e il benessere residenziale degli abitanti e soffocandone la più consona evoluzione futura della comunità di cui fanno parte, resa invece ostaggio di un turismo superficiale, a volte pure cafone, che è fin dall’inizio destinato a essere temporaneo e in breve tempo a sparire. Insieme agli stessi abitanti, proprio per l’assenza di un autentico piano di sviluppo organico del territorio che li costringerà ad andarsene altrove, piuttosto di convincerli a restare.

Dunque per me non c’è niente da fare: quei ponti e tutte le altre “giostre” simili – panchine giganti, passerelle panoramiche et similia – a mio parere, e posto quanto sopra affermato, cioè in mancanza di un’autentica e articolata visione di sviluppo territoriale, vanno evitate e eliminate quanto prima dai luoghi che vi sono stati assoggettati. Cioè prima che il danno ad essi cagionati diventi troppo grave per poter essere sistemato.

Dunque grazie ancora a “OROBIE” – anche per la sensibilità riguardo il tema in questione – la cui lettura è sempre assolutamente interessante e per ciò da me caldeggiata. Peraltro – segnalo – sul numero di ottobre trovate anche un notevole servizio di Ruggero Meles, con mirabili fotografie di Giacomo Meneghello, sul tratto di “alpestre” della DOL dei Tre Signori, la Dorsale Orobica Lecchese, il bellissimo trekking del quale con Ruggero e con Sara Invernizzi ho scritto la guida. Quindi, buona lettura di “OROBIE”!

Per contrastare l’overtourism bisogna limitare la promozione turistica all’estero?

[Turisti a Lauterbrunnen, nell’Oberland bernese. Immagine tratta da thissplendidshambles.com.]
In Svizzera intorno al tema dell’overtourism è in corso già da tempo un dibattito piuttosto articolato, più che dalle nostre parti, anche in forza della peculiare geografia elvetica che rende molte località turistiche più fragili ed esposte ai rischi di degrado da sovraffollamento rispetto ad altre più capienti e attrezzabili al riguardo, ciò nonostante le infrastrutture e i servizi svizzeri siano notoriamente eccellenti e rappresentino un punto di forza nella gestione dei flussi turistici (basti pensare alla capillare ed efficiente rete dei trasporti pubblici, ferroviari e stradali, grazie ai quali si può raggiungere praticamente ogni villaggio del paese, anche nella più solitaria valle alpina).

Di recente un consigliere nazionale, David Roth, per cercare di contrastare l’eccesso di turismo ha proposto di limitare il più possibile la promozione della Svizzera all’estero. «La popolazione è messa sotto pressione da un turismo diventato eccessivo. Più promozione all’estero significa più pressione sulle risorse locali e sulla qualità della vita dei residenti» sostiene Roth. «Se le località sciistiche puntano sempre più su una clientela internazionale d’élite, i prezzi degli skipass aumentano anche per noi. Nelle città, invece, Airbnb contribuisce ad aggravare la penuria di alloggi.» Questioni per buona parte note anche in Italia, come saprete.

A Roth ha risposto un altro consigliere nazionale, Nicolò Paganini, che è anche il Presidente della Federazione Svizzera del Turismo, affermando che «Vietare la pubblicità sui mercati lontani non è efficace. Non bisogna dimenticare che alcune regioni, soprattutto quelle alpine, dipendono fortemente dal turismo. Soprattutto in bassa stagione, i turisti stranieri aiutano a riempire hotel e ristoranti, garantendo così posti di lavoro durante tutto l’anno

Da questo dibattito la testata elvetica “Tio.ch”, riportando le dichiarazioni dei due parlamentari, ha derivato un sondaggio: la domanda proposta e le relative risposte le vedete qui sotto.

Come si evince, la maggioranza degli svizzeri che ha risposto ritiene che sia giusto limitare la promozione e il marketing turistici della Svizzera all’estero.

Visto che anche l’Italia si impegna parecchio nella promozione turistica dei propri territori, pur se di frequente in modi piuttosto raffazzonati (ve li ricordate i pasticci della campagna “Open to meraviglia”? E il precedente fallimento del portale turistico “Italia.it” con conseguente spreco di soldi pubblici?), e posto che i fenomeni di iperturismo sono sempre più frequenti anche da noi, in particolar modo sulle nostre montagne, con conseguenti proteste frequenti dei residenti delle località coinvolte, quella di agire su un maggior controllo della promozione turistica potrebbe essere una delle possibili soluzione ai nostri problemi “overtourism”? Che ne pensate?

[Overtourism a oltre 3000 metri di quota al Gornergrat, sopra Zermatt. Foto di rhysara da Pixabay.]
Personalmente, dalle due risposte preponderanti del sondaggio, cioè chi da un lato ritiene che si debba agire per limitare le presenze turistiche e dall’altro chi rimarca (giustamente) l’importanza economica del turismo per molte località, trovo di dover ribadire nuovamente la necessità di non fare dell’industria turistica un elemento monoculturale e ancor più “monoeconomico” per i territori, rendendo invece il turismo uno degli elementi di un piano di sviluppo socioeconomico e politico (nel senso originario del termine, di gestione della cosa pubblica) organico dei territori, integrato e armonizzato con le altre economie locali, così che la più consona limitazione delle presenze turistiche derivi fisiologicamente dall’organicità politica suddetta, cioè dal fatto che il turismo non rappresenti l’economia fondamentale, dunque irrinunciabile, quindi per necessità costantemente crescente, ma una delle tante, importante come le altre per cui equilibrata con esse e con l’ambito nel quale si sviluppano, con il territorio e la comunità che lo abita. In parole povere: se un luogo vive di turismo ma anche di altre economie locali, è probabile che non sia così interessato a incrementare di continuo le presenze turistiche, non ne ha bisogno e, anzi, è attento a mantenerle entro un certo limite così che le altre economie attive in loco non ne vengano danneggiate.

Questa, dal mio punto di vista, dovrebbe oggi rappresentare una visione strategica di default per tutti i luoghi turistici. Invece non mi pare di vedere, nella stragrande maggioranza dei casi, né la predisposizione politica (nel senso più ordinario del termine, di chi amministra i territori) necessaria alla sua elaborazione né tanto meno la volontà di avviare una discussione concreta e ben strutturata al riguardo. Nel frattempo i fenomeni iperturistici peggiorano, i territori si degradano e le tensioni con le comunità locali aumentano: se non si fa qualcosa per rimettere in ordine la situazione, nella “miniera d’oro” che secondo molti è il turismo si rischia veramente di rimanere sepolti.

E se certe idee per contrastare l’iperturismo al posto di mitigarne gli effetti rischiassero di espanderli?

Di iperturismo/overtourism ormai dissertano e scrivono in tanti, a volte banalmente o copiaincollando cose altrui, altre volte offrendo punti di vista interessanti e significativi – come fa questo recente articolo pubblicato sul sito di ASviS – Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile.

Molti di questi articoli propongono numerosi modi di contrastare la deriva iperturistica, il conseguente degrado dei luoghi che ne sono soggetti oltre che per scegliere vacanze veramente sostenibili e così sfuggire ai subdoli modelli turistici massificati.

Da parte mia vorrei “mettere le mani avanti” e invitare a una riflessione sul rischio – potenziale e in certi posti già concretizzatosi – che i tanti e assolutamente benintenzionati consigli per contrastare e/o evitare l’iperturismo, se messi in atto senza un’adeguata gestione strategica e organica ai territori (proprio come è successo con i modelli del turismo di massa), finiscano solo per spostare il problema oppure, peggio, per moltiplicarlo anche nei luoghi che non ne sono ancora soggiogati.

Ad esempio, il consiglio di recarsi nelle località meno frequentate (che però per tale motivo sono pure meno attrezzate ad accogliere i turisti) oppure di dedicarsi al turismo sostenibile nella convinzione che possa bastare tale definizione, anche quando genuina e non utilizzata in modi menzogneri, espone al rischio che effettivamente molti si spostino dalle grandi località turistiche, quelle da milioni di presenze all’anno che tuttavia, in quanto tali, registreranno ancora flussi intensi, per recarsi in località molto più piccole e, appunto, meno attrezzate, per le quali potrebbe bastare qualche migliaio di visitatori per andare in crisi e generare disagio e problemi vari alla comunità residente.

Credo che la prima lezione da imparare da quanto è accaduto fino a oggi in forza della sostanziale non gestione del turismo di massa – si è sempre guardati alle quantità e ai guadagni da esse derivanti e quasi mai alle conseguenze di ciò – sia proprio di elaborare un progetto il più possibile articolato di gestione dei flussi turistici, tanto a livello di macro-aree (regionali, ad esempio) quanto, soprattutto, a livello locale ma senza mai dimenticare che ogni territorio e ogni luogo turistico ne hanno accanto altri simili oppure per nulla turistici, dunque che la gestione dei flussi anche su scala locale deve essere organica e condivisa con più soggetti possibili, pubblici e privati, prima fra tutti la comunità residente.

Inoltre, potrebbe essere utile se le persone, invece di scegliere le mete turistiche da visitare in base a quanto visto sui social o alle pubblicità sui media nazionali, le scegliessero in totale libertà e autonomia ovvero in base alle proprie curiosità, percezioni, interessi, desideri di conoscenza. Quante volte il marketing turistico mainstream offre “esperienze di vacanza” che devono essere vissute – e dunque acquistate – perché (essi vogliono far credere) sono «il top del momento»? Come se il viaggio, anche quello più banalmente vacanziero, fosse un bene di consumo, un oggetto che si acquista solo perché è di moda in quel momento e bisogna averlo altrimenti ci si sente fuori dal mondo. Sia chiaro: le agenzie di marketing fanno il loro mestiere, e riesce loro particolarmente bene soprattutto quando il pubblico al quale si rivolgono si lascia convincere rapidamente e senza porsi troppe domande. Ecco, mi viene da pensare che, forse, se quei pochi o tanti giorni di vacanza che ci si può permettere diventassero, almeno quelli, una manifestazione di libertà e di personalità invece che un ennesimo assoggettamento a certe convenzioni dettate dal mainstream turistico, appunto, magari di overtourism ne registreremmo già molto meno.

(Nelle immagini, un significativo confronto tra due angoli del territorio di Livigno distanti solo pochi chilometri: il centro del paese, ormai costantemente sottoposto all’iperturismo, e la Vallaccia, zona alpestre priva di punti di appoggio e per questo generalmente poco frequentata.)