L’identità fluttuante del paesaggio delle nostre montagne

È parecchio significativo considerare che uno degli ambienti glaciali lombardi più visitati e fotografati in assoluto (lo vedete qui sopra), quello del Ghiacciaio di Fellaria in Valmalenco (si faccia una rapida ricerca sul web, a riprova), frequentato sovente da turisti che lo visitano in modi discutibili (vedi la parentesi precedente) e che non di rado escono dal tracciato del sentiero glaciologico che attraversa la zona per scattare il selfie più instagrammabile possibile – con tutti rischi del caso – è in realtà un esempio di ghiacciaio morto. O, per meglio dire usando la corretta definizione, ghiaccio morto,  quello che non essendo più collegato al resto della massa glaciale e non venendo alimentato da essa, è destinato in breve tempo a fondere definitivamente e svanire. In pratica, tutti quei turisti che al Fellaria scattano immagini d’ogni sorta e magari pensano di essere di fronte a una manifestazione della vitalità della Natura montana, inconsapevolmente stanno invece testimoniando la fine di un ghiacciaio ovvero di un’intera piccola “era” climatica, un mondo che sta svanendo, un paesaggio che tra poco tempo sembrerà tutt’altra cosa e magari qualcuno di chi lo vide ancora glacializzato faticherà a riconoscere.

Quello del Fellaria, e di tanti altri luoghi simili sulle nostre montagne, si sta a suo modo trasformando in un “paesaggio invisibile” – anzi, lo è già ora, per certi aspetti – proprio perché sta dimostrando di possedere un’identità fluttuante, e lo fa in modi che sono da un lato affascinanti e, appunto, instagrammabili, dall’altro drammatici e inquietanti.

I paesaggi invisibili è proprio il titolo dell’edizione di quest’anno di ALT[R]O Festival, che si terrà in Valmalenco nei prossimi weekend del 23-24 settembre e 30 settembre-01 ottobre, e L’identità fluttuante del paesaggio è il titolo del salotto letterario all’aperto con degustazione al quale avrò l’onore di partecipare, sabato 23 alle ore 18 a Chiesa Valmalenco, insieme ad altri prestigiosissimi ospiti: Daniele Zovi, forestale e scrittore, Davide Cinalli, geofilosofo, Lorenzo Pavolini, scrittore e autore radiofonico, Davide Sapienza, scrittore e giornalista. Sarà una serata – a partecipazione libera – di confronto, lettura e discussione sul tema del paesaggio nella quale raccontare e indagare un tema complesso, in continua evoluzione e cambiamento di importanza fondamentale tanto quanto ancora troppo poco considerato e compreso.

Se volete saperne di più, potete scrivere a segreteria@altrofestivalvalmalenco.it. Per quanto mi riguarda, spero vivamente che vogliate partecipare e portare anche le vostre voci, opinioni, testimonianze, visioni, emozioni, percezioni sul tema, così da generare tutti insieme un prezioso brain storming e un racconto collettivo approfondito che risulterà oltre modo affascinante e illuminante, ne sono certo.

Ogni informazione su ALT[R]O Festival e sul suo programma la trovate nel sito web https://www.altrofestivalvalmalenco.it/.

Vi aspetto/aspettiamo, dunque.

P.S.: l’immagine aerea del Ghiacciaio di Fellaria è tratta dalla pagina Facebook del Servizio Glaciologico Lombardo e si riferisce alla giornata di rilievo glaciologici effettuata dagli operatori SGL il 9 settembre 2023.

Il paesaggio è un palcoscenico teatrale

[Immagine del Passo del Tonale tratta dalla pagina Facebook “Teneri Ecomostri“.]

L’immagine del paesaggio è cartina al tornasole per conoscere il rapporto dell’uomo con l’ambiente in cui vive e opera, ponendo in luce le relazioni tra le forze di natura e quelle della cultura. Attraverso il paesaggio l’uomo propone comunque una rappresentazione di sé, contenuta nell’interfaccia costituita dalla fisionomia del territorio e del suo carico di significati: «Il paesaggio non è soltanto, come lo intendono i geografi, lo spazio fisico costruito dall’uomo per vivere e produrre, ma anche il teatro nel quale ognuno recita la propria parte e facendosi al tempo stesso attore e spettatore. Questo nel senso greco di théatron, derivato da thásasthai = contemplare, guardare da spettatore».

[Massimo Centini, I segni delle Alpi, Priuli & Verlucca, 2014, pag.183.]

Quello che asserisce Centini, citando nella seconda parte del brano Eugenio Turri, è interessante anche nell’interpretazione contestuale al rapporto con il paesaggio che viene imposto da molto del turismo contemporaneo, ove il paesaggio che è teatro evolve nel diventare vero e proprio palcoscenico di una “messinscena” nella quale allo spettatore-turista viene chiesto di recitare non solo una propria parte ma un copione sul quale c’è scritto tutto – tutto ciò che è funzionale a chi governa sul palcoscenico e che pretende di imporre la propria regia nonostante nulla o quasi sappia dell’arte teatrale. In questo modo il teatro diventa “teatrino”, lo spettacolo si tramuta in parodia, si genera la finzione e tutto viene banalizzato a livello di farsa di quart’ordine. Però sai le risate degli spettatori tramutati in attori, eh? O, per meglio dire, tramutati in ridanciane marionette, ecco.

Giuseppe Cederna e la “Montagna Sacra”, sabato 15 luglio

Il progetto della “Montagna Sacra, inizialmente disapprovato da alcuni per ragioni varie tanto rispettabili e utili al dibattito quanto a volte sbrigative e poco approfondite, con il tempo sta riscuotendo sempre più consensi e sostegni in forza della crescente comprensione diffusa del suo messaggio di fondo: la riflessione sul senso del limite e sul portato dell’invasività umana nell’ambiente naturale, innanzi tutto montano ma non solo. L’invito simbolico a non salire sul Monveso di Forzo, vetta del Parco Nazionale del Gran Paradiso scelta come “Montagna Sacra” dal comitato promotore del progetto, del quale mi onoro di fare parte, non ha nulla a che fare con divieti o interdizioni di sorta – chiunque lo vorrà salire non troverà cartelli intimidatori alla base! – così come nella definizione scelta non c’è nulla di correlato al “sacro” se non nel senso più laico del termine, che rimanda a un principio di rispetto assoluto nei confronti del valore ecologico e culturale dell’ambiente naturale, la cui tutela è innegabilmente un aspetto legato alla presenza umana e all’invasività antropica in spazi la cui delicatezza ambientale non può ammettere forzature, viceversa parecchio diffuse sulle nostre montagne, purtroppo, e per ragioni che spesso non ne giustificano le conseguenze.

A tali propositi, sabato 15 luglio, alle ore 16, sul sagrato della chiesa di Boschietto, in Valle Soana, sarà il celebre attore Giuseppe Cederna a parlare del progetto “Monveso di Forzo, Montagna Sacra del Gran Paradiso”.

Non si tratterà di una performance teatrale, ma di un incontro aperto a tutti gli interessati al progetto e all’approfondimento dei suoi temi di fondo. Cederna, grande amante e conoscitore della montagna, intrattiene spesso il suo pubblico con letture profonde, in prosa e in poesia, capaci di allargare la mente. Lo farà anche a Boschietto per favorire la riflessione sul tema della Montagna Sacra, imbastendo un dialogo sereno con gli escursionisti presenti.

Dopo il lusinghiero successo della manifestazione di domenica 11 giugno, questo nuovo incontro in Valle Soana con Giuseppe Cederna sarà un’ulteriore occasione per conoscere il progetto culturale della Montagna Sacra, pensato appunto per sensibilizzare sulla invasività umana nel Pianeta e sul concetto di limite. Da sempre Cederna sostiene il progetto e, durante l’incontro, dialogherà con i presenti su questo attualissimo tema.

In caso di condizioni meteorologiche non favorevoli l’incontro si svolgerà nel salone Polivalente di Ronco. Non occorrono prenotazioni. Potete scaricare la locandina dell’evento in formato pdf cliccando sull’immagine qui sopra.

Per la cronaca, il giorno precedente, venerdì 14 alle ore 18, Giuseppe Cederna sarà a Ceresole Reale protagonista di uno spettacolo itinerante dal titolo “Su questa Terra – Il cammino e la poesia” nell’ambito della rassegna di teatro in natura Gran Paradiso Dal Vivo. Info e prenotazioni: http://www.cdviaggio.it/granparadisodalvivo

Chi volesse partecipare all’evento di sabato 15 luglio sappia che la Borgata Boschietto si trova nella Valle di Forzo, comune di Ronco, a 45 minuti di agevole cammino dalla Borgata Molino, immersa in un paesaggio alpestre di rara bellezza che merita a prescindere una visita (qui su Google Maps), ma senza dubbio il privilegio di poterlo fare con la presenza in loco di un grande attore come Cederna rende il tutto imperdibile. Dunque l’invito che vi porgo a salirci, sabato 15 luglio è caldo, e non solo in forza della stagione climatica!

Mario Rigoni Stern, 15 anni

Noi, da ragazzi, si andava a piedi lungo le vie dei pastori e dei carbonai, o sulle mulattiere della guerra. Ma da vent’anni a questa parte il nostro Altopiano è stato riscoperto dalle masse come luogo di svago, di riposo, di agonismo, di funghi: terra ludica da conquistare e godere. Ben sappiamo, però, come questa fruizione del territorio, questa antropizzazione, se fatta in maniera volgare può cagionare, e cagiona, anche consumo di ambiente e, quindi, di natura, con la perdita parziale, e forse totale di quel topos di cui tutti sentiamo il bisogno: un rifugio dell’anima e del corpo, sempre più necessario a mano a mano che crescono i rumori confusi della civiltà dei consumi.

[Mario Rigoni Stern, Camminare. Ritrovare quanto perduto, 1983, tratto da Andrea Cunico Jegary, Nomi, luoghi e comunità. Quaderni di toponomastica Cimbra, Altra Definizione Editore, 2021.]

Rigoni Stern lasciava le sue montagne e il nostro mondo esattamente 15 anni fa, il 16 giugno 2008. Autentica e lucidissima coscienza di quelle (ovvero di tutte le) montagne e del tempo che viviamo, il grande autore slegar (asiaghese, in cimbro) non è più tra noi ma resta quanto mai presente e fondamentale, aiutandoci costantemente a meditare e comprendere molte delle cose che col tempo sui monti (e non solo qui) noi uomini facciamo. Resterà – dovrà restare – una figura imprescindibile, e in modo crescente, anche in futuro: finché lo sarà, noi tutti avremo un buon sentiero lungo il quale incamminarci.

P.S.: per conoscere Mario Rigoni Stern e approfondirne la grandezza culturale e umana, c’è sicuramente da leggere il recente Mario Rigoni Stern. Un ritratto, di Giuseppe Mendicino, massimo esperto del grande scrittore di Asiago – sul quale di libri ne ha scritti anche altri, si veda qui. L’immagine in testa al post è tratta dalla pagina Facebook dedicata a Rigoni Stern.

Arno Camenisch, “Anni d’oro”

Siamo abituati a pensare e ritenere che siano le grandi città i “centri” del mondo contemporaneo, quelli da cui e attorno ai quali, nasce, scorre e fluisce ogni cosa che conta e tutto il resto che vi orbita intorno, inesorabilmente. All’apparenza non può che essere così: nelle città ci abita la maggioranza della gente, hanno sede i poteri politici, amministrativi e finanziari, generano tendenze, mode, costumi, attraggono ogni cosa che può avere un valore. Sono le città a osservare il mondo attorno a loro, insomma.

E se invece, per certi versi e non così secondari, accadesse che sia un piccolo villaggio di montagna a osservare il mondo, con una vista lunga a sufficienza da arrivare alle grandi città, ai loro abitanti e a ciò che vi accade? Improbabile, se non fosse che lassù, ai piedi delle alte vette alpine, l’aria è pura e più rarefatta, più salubre anche per la mente, che ad osservare le cose che si ritrova davanti magari riesce a coglierle in maniera più nitida che se osservate dalle città, cin tutto il loro caos, la vitalità fin troppo brulicante, le innumerevoli distrazioni, convenzioni, devianze… e nonostante una certa tipica ruvidità montanara, a volte meno urbana, meno compita tuttavia più avveduta e saggia.

Ecco, Arno Camenisch il “centro” del mondo l’ha trovato dalle sue parti, tra le montagne del Canton Grigioni, e questo centro ha a sua volta un centro speciale, la Surselva – una delle zone più belle e autentiche delle Alpi svizzere, sua terra natìa. Qui sono ambientati molti dei suoi romanzi incluso quest’ultimo Anni d’oro (Keller Editore, 2023, traduzione di Elisa Leonzio; orig. Goldene Jahre, 2020), storia assolutamente camenischiana ovvero forgiata in quello stile narrativo, letterario e linguistico (che anche nella traduzione italiana si può ben intuire) che ha fatto dello scrittore grigionese uno dei più peculiari non solo per il panorama svizzero contemporaneo nonché esponente di spicco di quella autentica e probabilmente unica (come genere) letteratura di montagna che trova ineguagliabili origine, anima e spirito tra le montagne elvetiche []

(Potete leggere la recensione completa di Anni d’oro cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)