Imparare a godere il silenzio

[Un frame del video di “Enjoy the Silence“, uno dei brani più belli e iconici dei Depeche Mode. Cliccate sull’immagine per vederlo.]

L’incontro con la montagna, quando assume il valore di un’esperienza autentica, capace di provocare, in chi la vive, una vera crescita interiore, non può prescindere da due condizioni gemelle: la solitudine e il silenzio.
Solitudine e silenzio non sono corollari marginali, facoltativi, come alcuni stoltamente credono; ma rappresentano i perni indispensabili su cui s’incardina qualsiasi rapporto significativo tra gli esseri umani e i grandi spazi incontaminati della natura.
Gli esseri umani troppo spesso attraversano gli spazi naturali avvolti in una nube di rumore: scafandro sonoro che li rende irrimediabilmente avulsi da quanto li circonda; rozzi astronauti, capitati per caso su un pianeta estraneo e incomprensibile, incapaci di decodificare il messaggio della natura. Quel messaggio eterno che vive e parla attraverso la voce del silenzio.
Se i rumori si aprono la strada violentemente, anche contro la nostra volontà, attraverso l’organo dell’udito, i suoni della natura entrano in noi – e si depositano gentilmente in noi – attraverso tutti i sensi. Impariamo ad ascoltare il silenzio. E ad amarlo, come si ama un insostituibile tesoro.

(Carlo Alberto Pinelli, Riflessioni sul silenzio, 2003, ripubblicato su “AltriSpazi” il 18 gennaio 2025.)

Ciò che scrive Pinelli – figura che nell’ambito della montagna e dell’ambientalismo non ha bisogno di presentazioni – è assolutamente condivisibile, in primis per il fatto che per le montagne e gli ambienti naturali in genere, l’anima dei luoghi e la loro identità culturale, costruita come ogni “identità” anche sull’alterità rispetto agli spazi antropizzati, deve contemplare la solitudine e il silenzio come elementi peculiari e referenziali.

D’altro canto posso capire che qualcuno ritenga le considerazioni espresse da Pinelli troppo radicali rispetto alla realtà delle nostre montagne, le Alpi soprattutto, il cui essere la catena montuosa più antropizzata del mondo (a prescindere da cosa ciò comporti nel bene o nel male) rende l’aspirazione alla solitudine e al silenzio per certi versi un’utopia e per altri versi una dimensione apparentemente contraria alla presenta umana su monti.

Tuttavia, è lo stesso Pinelli a fornire la chiave di lettura forse migliore in assoluto a tale questione, citando i rumori che «si aprono la strada violentemente, anche contro la nostra volontà» oltre che contro la realtà naturale delle montagne. Ecco: il problema non è tanto il rumore antropico in sé, che può ben essere un segno di vitalità umana armonica nel contesto montano nonché un elemento peculiare del suo paesaggio sonoro locale, ma è come viene imposto, con quale scopo, con quale attenzione  o quale disinteresse verso il luogo che lo subisce, con quali conseguenze sul luogo stesso e su come lo si può vivere. Conseguenze non solo materiali del momento, ma pure immateriali, ovvero culturali, sul lungo termine, come ad esempio il rischio che l’abitudine al rumore ci faccia disimparare l’ascolto e l’apprezzamento del silenzio.

E quando uno spazio montano produce gli stessi rumori e simili disturbi sonori ovvero assume le stesse caratteristiche ambientali di uno spazio antropizzato e/o urbanizzato, il primo perde ogni suo attributo peculiare. Diventa un non luogo, privo di anima, di propria identità, di uno scopo culturale e antropologico e per ciò verrà vissuto in modo superficiale, incivile, maleducato, altrettanto rumoroso. È l’inizio della sua fine, in pratica.

Salvare vite umane in mare, sempre [Off topic]

Questo è un post off topic rispetto ai temi che abitualmente tratto qui sul blog, ma al quale tengo molto.

Riguardo l’episodio della bambina migrante salvata e unica superstite di un natante affondato con decine di altre persone a bordo, tutte disperse ergo decedute, leggo sui giornali che avrebbe «riacceso i riflettori» (espressione giornalistica tipica, in questi casi) sulla questione dei flussi migratori irregolari nel Mediterraneo.

[Immagine tratta da mediterranearescue.org.]
Ma non è certo questo il punto di tale notizia diffusa in simili circostanze, semmai il punto vero è che quei riflettori siano spesso spenti e vengano riaccesi per qualche momento solo in presenza di una tragedia con numerosi morti – perché se i morti sono pochi l’interruttore per accenderli non viene nemmeno sfiorato.

Personalmente trovo questa situazione, ormai cronica, barbaramente spaventosa e inaccettabile. O si trova finalmente il modo di non costringere le persone a lasciare i loro paesi d’origine per migrare, facendo una reale pressione sui rispettivi governi affinché garantiscano condizioni di vita dignitose alle loro popolazioni (vi ricordate il «aiutiamoli a casa loro»? Ecco, il solito quaquaraquà propagandistico), oppure, se i migranti prendono la via del mare e in qualsiasi modo lo facciano, vanno salvati. Lo sanciscono le convenzioni giuridiche internazionali (che peraltro sono leggi di valore sovranazionale che non può essere in alcun modo scavalcato dagli stati nazionali), ma ancora di più lo sancisce il fatto di essere umani. La gestione politica dei flussi migratori, qualsiasi essa sia, viene dopo: prima si salvano le vite. Punto. In dieci anni nel solo Mar Mediterraneo sono scomparse più di 31.000 persone, molte delle quali bambini: è scandaloso, intollerabile, una macchia di vergogna ormai indelebile sulla “bella immagine” della civile e democratica Europa, che poi puntualmente versa lacrime di coccodrillo per qualche attimo e appena dopo spegne di nuovo i suddetti “riflettori” così che nel buio non si veda e non ci accorga più di nulla – ma intanto accende le luci natalizie augurando “pace e bene” a tutti. Proprio!

Da anni sostengo, per quel poco che posso, alcune Ong che tra le attività umanitarie svolte contemplano quelle SAR nel Mediterraneo. Ne sono fiero e spero di poter continuare questo sostegno ancora per lungo tempo. Ribadisco: per quanto mi riguarda non è per nulla una questione politica, qualsiasi cosa ciò possa significare, ma è antropologica, sociologica, culturale e, innanzi tutto, di umanità. E basta.

Serve una “diplomazia animale”

[Foto di steve fehlberg da Pixabay]

L’attitudine a coesistere non è una pia illusione né una concordia naturale: non implica che ci si lasci mangiare senza difendersi. Esige tutta la nostra intelligenza per comporre degli habitat condivisi e mettere in campo dei comportamenti diplomatici atti a minimizzare ogni rischio per gli esseri umani – minimizzarlo senza dover sfociare nell’eliminazione generalizzata degli altri con la presunzione di pacificare la Terra.
I grandi predatori sono per larga parte della loro vita degli animali territoriali. La territorialità è stata inventata dall’evoluzione come dispositivo di pacificazione tra gli esseri viventi, molto più antico delle leggi e delle convenzioni umane. La ferocia senza freni di questi animali è un mito dei moderni: possono essere feroci ma possono anche cercare la diminuzione dei conflitti e dell’aggressività, ancor di più se, muniti della nostra particolare intelligenza di diplomatici animali, mettiamo in campo delle condizioni che permettano la coabitazione e che lascino loro spazio.

[Baptiste Morizot, Sulla pista animale, Nottetempo 2020, pagg.78-79. Trovate la mia recensione al libro – che dovete leggere assolutamente – qui. Nota bene: la citazione sopra riprodotta fa il paio con quest’altra.]

Da studioso e appassionato delle montagne a 360 gradi, passo volentieri oltre le ennesime polemiche che si scateneranno a seguito della direttiva europea che ha declassato lo status del lupo da “specie strettamente protetta” a “specie protetta”. Sia chiaro: il dibattito al riguardo è importante (fino a che non si polarizza e le parti non s’arroccano su posizioni francamente insensate quando non ridicole) e la mia opinione al riguardo ce l’ho chiara, ma sono ben conscio che il nocciolo della questione sta molto più a monte, nella relazione che la nostra civiltà ha elaborato nei secoli con il mondo animale, naturale e in generale non antropizzato. Una questione del tutto irrisolta e che al momento non mi pare risolvibile in alcun modo, posto lo stato delle cose e ancor più l’approccio culturale generale utilizzato al riguardo: lo spiegai già tempo fa in questa chiacchierata con l’amico Tiziano Fratus.

Occorre un approccio differente, molto meno superficiale e molto più relazionato al senso della nostra presenza nel mondo nonché al suo portato: qualcosa che, essendo noi Sapiens, dovremmo saper cogliere ed elaborare di default, invece non pare che ciò accada. Un approccio differente e di grande forza è quello che elabora Baptiste Morizot, il quale guarda caso di mestiere fa il filosofo, uno abituato a spiegare la natura e la realtà nella loro vera essenza attraverso la logica (siamo Sapiens, ribadisco) piuttosto di altre “doti” molto più superficiali che invece oggi vanno molto di moda. Anche la sua proposta di una “diplomazia animale” dovrebbe essere qualcosa di assolutamente naturale: siamo la razza più intelligente e avanzata del pianeta ma restiamo animali, e il valore della nostra dominanza sul pianeta dovrebbe essere dato dalla capacità di viverlo diplomaticamente rispetto alle altre creature che lo abitano con noi, non dalla capacità di poterle assoggettare e facilmente eliminare perché ritenute di “status” inferiore al nostro e d’intralcio alla nostra conquista assoluta del mondo.

Be’, fino ad oggi, nell’epoca moderna e ancor più in quella contemporanea, non mi sembra proprio che l’umanità sia riuscita in ciò. Domani chissà: la speranza è l’ultima a morire, dice il noto proverbio, ma speriamo che prima non debbano morire troppe altre creature viventi – Sapiens inclusi, inevitabilmente.

Per gli svizzeri costruire nuove strade non risolve il problema del traffico. E per gli italiani?

[L’ingresso sud della galleria autostradale del San Gottardo ad Airolo, in Canton Ticino. Foto di Grzegorz Jereczek da Gdańsk, Poland, CC BY-SA 2.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Dalla Svizzera giunge un’ottima notizia – almeno dal mio punto di vista: nel referendum svoltosi ieri, l’elettorato elvetico ha respinto il progetto di estensione di sei tratte della rete autostradale proposto dal governo federale: per gli svizzeri non è la soluzione per far fronte all’aumento del traffico automobilistico, il che indirettamente significa che la Confederazione dovrà potenziare ancora più di ora il trasporto ferroviario, già oggi tra i più sviluppati del mondo.

In buona sostanza ciò che gli svizzeri hanno sancito con il proprio voto è ciò che è stato scientificamente stabilito più di mezzo secolo fa dal Paradosso di Braess, formulato dall’omonimo matematico tedesco nel 1968 (e costantemente confermato dagli specialisti del settore), il quale dimostra che «l’apertura di una nuova strada in una rete stradale non implica obbligatoriamente un miglioramento del traffico, e che in determinate circostanze può provocare anzi un aumento del tempo medio di percorrenza». Una decisione tanto più importante, quella Svizzera, in quanto molta parte della rete autostradale del paese si sviluppa nelle Alpi, con un conseguente notevole impatto sull’ambiente e sul paesaggio; d’altro canto il risultato del referendum di domenica rappresenta una conferma di ciò che già gli svizzeri stabilirono nel 1994 votando a favore dell’iniziativa popolare per la protezione delle regioni alpine dal traffico stradale di transito (“Iniziativa delle Alpi”). Un testo che «ha profondamente marcato la politica dei trasporti nella Confederazione che da allora, come detto, è imperniata sul trasferimento del traffico pesante dalla strada alla ferrovia per quanto concerne i transiti attraverso l’arco alpino» come rimarca il sito di informazione “Swissinfo.ch”.

Quanto accaduto ieri in Svizzera (paese che, sia chiaro, non è certo il paradiso in Terra per alcune cose ma per tante altre sì, o quasi) rende se possibile ancora più discutibile, se non paradossale, ciò che avviene al di qua delle Alpi, in Italia, dove al problema della rete stradale sempre più intasata di traffico si pensa di sopperire soltanto con la costruzione di nuove strade e autostrade nel mentre che il trasporto pubblico su gomma e ferroviario, in primis quello locale, viene messo sempre più in difficoltà, continuamente privato di fondi, mal gestito, senza alcuna progettualità di sviluppo futuro e per ciò tagliato appena possibile ovvero soprattutto nei territori montani e nelle aree interne, guarda caso. Il tutto, ignorando gli allarmi e le proteste dei cittadini italiani, i quali non hanno nemmeno uno strumento referendario avanzato come quelli svizzeri per cercare di bilanciare l’inazione politica.

Ecco, detto ciò non credo ci sia molto altro da aggiungere al riguardo.

P.S.: mi sono già occupato altre volte della questione delle strade e autostrade alpine e del loro traffico, qui trovate alcuni articoli.

Baptiste Morizot, “Sulla pista animale”

Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo? Queste sono le classiche domande che da sempre, ovvero da quando ha preso coscienza di se stesso e della sua presenza viva nel mondo, l’uomo si pone e medita più o meno profondamente (oltre a formare il titolo di una nota opera di Paul Gauguin che ne interpreta artisticamente i contenuti). Ad esse se ne può aggiungere una ulteriore che le compendia, ovvero: quale è il senso della vita? Sono quesiti esistenziali che se già nel passato possedevano valore assoluto e massima profondità, oggi, nel cosiddetto Antropocene, ne acquisiscono per quanto possibile ancora di più. E se si potrebbe pensare, o temere, che siano quesiti ai quali rispondere risulti pressoché impossibile, dunque sostanzialmente inutili da affrontare, cercarvi costantemente e con sommo impegno intellettuale delle risposte è già essa stessa una risposta: il necessario principio grazie al quale andare oltre in una ricerca imprescindibile se vogliamo continuare a pensarci Sapiens, creature intelligenti nel senso più compiuto ed effettivo del termine.

Ecco, a tal proposito: ma, in forza del nostro privilegio evolutivo che ci ha resi la razza dominante sul pianeta, in concreto come ci siamo definiti “Sapiens”? Ci siamo definiti così proprio perché nel confronto con tutte le altre razze viventi sulla Terra abbiamo stabilito, formalmente a ragione, di essere la più avanzata, progredita, intellettualmente sviluppata. Ovvero, ci siamo definiti in relazione all’alterità rilevabile nello spazio abitato comune (il pianeta Terra), evidenza dalla quale abbiamo di conseguenza elaborato la nostra “identità”: noi siamo ciò che siamo perché gli altri abitanti del pianeta sono altro.

Tuttavia, proprio in base a questa evidenza “ontologica”, potrebbe ben essere che le risposte a quei massimi quesiti esistenziali prima citati si possano ritrovare, più che semplicemente in noi stessi, proprio nella nostra relazione con le altre creature viventi, e in ogni caso questa relazione biosistemica resta e resterà fondamentale in forza di un’altra semplice, assoluta evidenza: noi umani siamo evoluti come nessun altro ma restiamo animali, elementi viventi dell’ecosistema naturale, creature per le quali la natura è ambito imprescindibile con tutto ciò che contiene e con cui interagiamo, più o meno direttamente e consapevolmente. La natura è “casa”, è il mondo, anche per il Sapiens che sogna la prossima conquista di Marte e di chissà quali altri pianeti lontani: ma, a pensarci bene, i primi “alieni” li abbiamo qui accanto a noi, coabitanti lo stesso nostro pianeta, non un mondo posto ad anni luce da qui. E con essi non abbiamo granché imparato a relazionarci, in tutti i millenni di convivenza terrestre.

Baptiste Morizot di mestiere fa il filosofo, e per “hobby” (virgolette quanto mai necessarie) pratica il tracciamento animale: cerca le tracce degli altri esseri viventi in natura – tutti gli animali, dai grandi orsi ai minuscoli lombrichi – per cercare di comprenderne le esistenze e, fin dove è possibile, rispondere ad un altro grande problema che affascina da sempre l’uomo: capire cosa pensano gli animali nel mentre che, come noi, interagiscono con il mondo nello stesso ecosistema del quale anche noi facciamo parte. Posto ciò, Morizot però va oltre: se noi siamo parte con tutti gli altri esseri viventi terrestri dello stesso ecosistema, e dunque elementi in connessione nell’identica rete biologica che supporta la vita sul pianeta – in senso generale, non solo per come si manifesta nelle catene alimentari -, cercare di capire il pensiero animale può diventare uno strumento per capire noi stessi proprio nel momento in cui ci relazioniamo con l’alterità animale e con ciò, come detto prima, elaboriamo la nostra identità umana.

Questo affascinante tentativo di percorrere una strada assolutamente innovativa nell’esplorazione della nostra presenza nel mondo, e del senso di essa, Morizot lo mette nero su bianco e lo racconta in Sulla pista animale (Nottetempo 2020, traduzione di Alessandro Lucera e Alessandro Palmieri; orig. Sur la piste animale, 2018), una raccolta di «racconti filosofici di tracciamento» (pag.257) attraverso i quali il pensiero ibrido dell’autore, che si potrebbe tranquillamente definire etosofico, mette il lettore di fronte a un mondo nuovo, profondo, affascinante, tanto misterioso quanto accessibile []

(Potete leggere la recensione completa di Sulla pista animale cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)