Una delle dighe più “belle” del mondo (?) (summer rewind)

[Foto di Calvin411, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]

Nel mio libro Il miracolo delle dighe. Storia di una emblematica relazione tra uomini e montagne ho scritto di come molte dighe costruite nei territori montani sappiano suscitare quella particolare fascinazione che sta alla base del “miracolo” che dà il titolo al libro anche dal punto di vista formalmente estetico. Il che è a sua volta una sorta di strano “miracolo”: sentire numerose persone che proferiscono esclamazioni di gradimento della “bellezza” al cospetto di un ciclopico e per certi versi brutale muro di calcestruzzo piazzato a forza in mezzo alle montagne è obiettivamente qualcosa di sorprendente, ed è stato uno degli input fondamentali, peraltro “studiato” a lungo sul campo, per il quale ho scritto il libro e dal quale sono partito per tutte le altre considerazioni sui paesaggi montani e sugli uomini che li abitano espresse nel testo.

Veramente un ciclopico muro di cemento piazzato a forza in mezzo al più delicato paesaggio montano può essere “bello”? Quasi come fosse un’opera d’arte, una gigantesca installazione di land art montana? E può una diga, nonostante la sua grezza e ruvida mole, abbellire il territorio nel quale ha sede?

Nel libro, tra le altre cose, racconto le personali esperienze e le riflessioni intorno a tali interrogativi e riguardo alcune dighe alpine che suscitano tali inopinate ma ben condivise suggestioni di “bellezza”: non faccio spoiler (!) ovviamente, ma voglio raccontarvi qui di una diga della quale non ho scritto nel libro perché non l’ho mai vista dal vivo, essendo nel Québec (Canada), e che è ampiamente considerata una delle più belle del mondo: la Daniel Johnson dam (Barrage Daniel Johnson in francese), uno spettacolare sbarramento composto da quattordici contrafforti e tredici archi costruito tra il 1959 e il 1970 lungo il fiume Manicouagan (per questo la diga è popolarmente nota come “Manic 5”, essendo l’ultimo di una serie di cinque sbarramenti presente lungo il corso del fiume).

Insomma, un’opera spettacolare per molteplici aspetti (anche turistici, visto che attira migliaia di visitatori ogni anno), non ultimo quello di aver modificato in maniera importante la geografia e il paesaggio di questa parte – poco antropizzata, peraltro – del Canada, strumento di una territorializzazione possente ma al contempo integrata, tutto sommato, al luogo e alle sue peculiarità determinandone la particolare identità geografica e antropica, anche – appunto – in forza della sua caratteristica bellezza formale che la rende così suggestiva.

Come detto, di molte altre belle dighe alpine – e di tante altre – ho scritto ne Il miracolo delle dighe. Per saperne di più, sul libro, cliccate qui sotto:

Le Olimpiadi invernali? Ormai non le vuole quasi più nessuno!

Le Olimpiadi Invernali del 2030, quelle successive a Milano-Cortina, si terranno sulle Alpi francesi, mentre quelle del 2034 con tutta probabilità negli USA, a Salt Lake City.

In entrambi i casi il CIO – Comitato Olimpico Internazionale non ha dovuto faticare troppo nel scegliere a chi assegnarle, dato che si tratta di candidature uniche. Le altre località (e i rispettivi paesi) candidate si sono ritirate prima dell’assegnazione – per i Giochi del 2030 erano Svizzera e Svezia – e pure nel caso delle Olimpiadi assegnate a Milano-Cortina la sola concorrente, ancora la Svezia, presentò un dossier di candidatura talmente debole da determinare inevitabilmente l’assegnazione all’Italia. Senza contare tutte le altre candidature concorrenti a quella italiana ritirate ancora prima della decisione, spesso in forza di referendum popolari: Vallese e Grigioni per la Svizzera, il Tirolo e Salisburgo per l’Austria, Monaco di Baviera per la Germania, Calgary per il Canada, Sapporo per il Giappone. Giusto per fare un paragone emblematico, per i Giochi del 2006 (non di cinquant’anni fa) assegnati a Torino le candidature furono ben sei.

[Immagine tratta da “L’AltraMontagna“.]
Morale della storia: quasi più nessuno ormai è disposto a ospitare le Olimpiadi Invernali, un evento tanto prestigioso e attrattivo quanto invasivo e impattante sui territori montani, sui loro ambienti e sui paesaggi, sulle comunità che vi abitano e sugli equilibri economici, sociali e culturali caratterizzanti quei territori.

Perché?

Be’, mi viene da dire (amaramente) che la risposta di questi tempi viene facile agli italiani più che a chiunque altro: basta osservare ciò che sta accadendo con l’organizzazione di Milano-Cortina 2026. Budget aumentato in maniera esponenziale e per la gran parte basati su soldi pubblici (siamo prossimi ai 6 miliardi di Euro per quindici giorni di gare!), opere mal progettate, inutili e impattanti (pista di bob di Cortina docet, ma non è la sola) pur a fronte di quelle realizzate per i Giochi di Torino 2006 e ora abbandonate e fatiscenti, nessun coinvolgimento delle comunità locali, scarse o nulle valutazioni sugli impatti ambientali delle opere previste, nessuna garanzia sui costi post olimpici delle opere e sul loro utilizzo, nessuna trasparenza sull’andamento dei progetti, potenziali infiltrazioni delle organizzazioni malavitose (già sono state aperte alcune inchieste al riguardo)… insomma, l’elenco delle cose che non vanno bene è lungo e inquietante. Una situazione peraltro ben illustrata dal report “Open Olympics”, che riporta i risultati della campagna internazionale di monitoraggio civico delle opere relative ai Giochi di Milano Cortina 2026.

Ecco, ora si capirà bene il perché quasi più nessuno ambisca a ospitare le Olimpiadi Invernali.

Peraltro, per quelle del 2030 il CIO ha stabilito la conferma della candidatura francese ma solo se la Francia si impegnerà a sostenere economicamente l’organizzazione dei Giochi. Forse che dopo aver constatato i gran casini combinati dall’Italia per Milano-Cortina 2026, ora il CIO non ne voglia più sapere di problemi del genere?

Inoltre, domanda ulteriore e ancor più spontanea: di questo passo, e al netto di cambiamenti radicali nell’idea e nell’organizzazione, da qui a pochi anni esisteranno ancora le Olimpiadi Invernali?

Il dubbio obiettivamente sorge, e anche ben vivido.

(Le immagini lì sopra pubblicate del cantiere della pista di bob di Cortina sono tratte da “L’AltraMontagna“. Qui invece trovate i miei numerosi articoli dedicati alla questione olimpica.)