Le mie considerazioni intorno a quanto si sta facendo per i prossimi Giochi Olimpici invernali del 2026 di Milano-Cortina le ho già espresse più volte, sul blog e non solo lì, in particolare con questo articolo. Un ottimo e costante lavoro di indagine sulle Olimpiadi lo sta svolgendo “Altreconomia” che è tra i promotori della serata sul tema di domani a Lecco (città gioco forza coinvolta nell’organizzazione dei giochi, essendo transito obbligato tra Milano e la Valtellina non solo in senso stradale) della quale vedete lì sopra la locandina: certamente una buona occasione per ampliare la propria conoscenza intorno all’evento e per apprendere informazioni utili a farsi un’opinione fondata al riguardo, di qualsiasi segno essa poi sarà.
Con l’auguro che alla serata vorranno partecipare non solo gli amministratori pubblici del territorio, invitato dagli organizzatori, ma anche i responsabili delle associazioni afferenti al mondo della montagna, che possono senza dubbio rappresentare un elemento politicamente super partes ma al contempo necessariamente sensibile alle realtà dei territori montani e alla loro frequentazione turistica, “olimpica” e non.
Cliccate sull’immagine per saperne di più sulla serata di Lecco.
Occupandomi di relazione tra uomo e paesaggio, francamente a me l’ennesimo dibattito in corso dopo la tragedia di Ischia mi risulta ipocrita, vergognoso, vomitevole. È sufficiente che una perturbazione più violenta del solito – ovvero di quel “solito” che era una volta e che è ormai diventato la normalità di oggi – colpisca qualsiasi territorio italiano ed è praticamente certo: qualche disgrazia più o meno grave accadrà. Da decenni va così, e da decenni si sentono le istituzioni blaterare sui media di “tragedia annunciata”, di “emergenza”, di “fermare l’abusivismo”, di “vicinanza alle persone coinvolte”, di fare questa cosa, quella e quell’altra… blablabla. In concreto niente, tutto nella sostanza resta come prima se non peggio, con gran compiacenza di tutti – pubblico e privato, sia chiaro. Tutto cambia a parole e nulla cambia nei fatti, siamo sempre gattopardianamente fermi lì, è una delle norme “fondative” del paese Italia: l’avessero messa nella Costituzione, non risulterebbe così ben rispettata. Finché arriva il successivo nubifragio e si ricomincia daccapo: copione invariato, tragicommedia assicurata.
È ormai un assodato modus operandi italiano, quello delle “emergenze” (ne ho scritto più volte al riguardo, ad esempio qui): contate quante cose vengono definite “emergenze” da un sacco di anni, quando il termine dovrebbe indicare una situazione temporanea e tale fino al suo necessario rimedio. L’emergenza maltempo, l’emergenza femminicidi, l’emergenza immigrazione… Funziona così: non si è capaci di risolvere un problema? Benissimo, lo si proclama “emergenza”, così se ne può parlare a iosa dando l’impressione di fare qualcosa al riguardo e, grazie ai media compiacenti, confondendo l’opinione pubblica, parimenti evitando di risolvere realmente il problema in questione (per incompetenza, lassismo, menefreghismo o perché il problema è funzionale a certi “interessi” in vigore), anzi, magari trovando il modo di ricavarci qualche buon tornaconto. E le persone che perdono la vita? Be’, un po’ di cordoglio mediatico e amen, d’altro canto di qualcosa bisogna pur morire prima o poi, no?
Ecco. Qualcuno di voi crede sul serio che quest’ultima tragedia avvierà la risoluzione del problema relativo alla gestione – politica, innanzi tutto – del territorio italiano, soprattutto di quello più delicato e potenzialmente soggetto a dissesti idrogeologici? Se c’è qualcuno che lo crede, gli faccio i miei più sentiti auguri. A tutti gli altri, chiedo di cominciare il conto alla rovescia per il prossimo nubifragio, la successiva tragedia, gli ennesimi morti. E di tirare le conclusioni politiche relative, una volta per tutte.
La notizia dal titolo che vedete nell’immagine lì sopra, tratta dal sito web del “Giornale di Brescia” che l’ha pubblicata lo scorso 11 novembre (cliccateci sopra per leggerla), è di quelle che da un lato confortano e dall’altro inquietano.
Confortano perché, a fronte delle infrastrutture «per far rinascere e riscoprire la montagna, rendendola attrattiva per gli sportivi» (cito dall’articolo) piazzate sul Piz di Olda, bella vetta di oltre 2500 m che fa da pietrone d’angolo tra la Valle Camonica e la laterale Val Saviore, con un passato da seconda linea bellica a poca distanza dal fronte che nel corso della Prima Guerra Mondiale sconquassava l’Adamello, evidentemente qualcuno dei promotori delle opere ha capito di averla fatta troppo grossa ovvero di non poter riuscire a nascondersi come avrebbe voluto davanti alle mancanze di autorizzazioni segnalate dall’articolo nonché all’impatto delle opere così allegramente (e troppo rapidamente, appunto) installate sul Piz di Olda. Monte che, d’altro canto, per quanto sopra esposto non viene affatto messo al riparo dal pericolo che i promotori delle “passerelle” non ci riprovino a imporle e a esaltarle come “sviluppo della montagna” o cose simili, trovando la scappatoia burocratica consona a saltare a piè pari, in perfetto e italico stile, le numerose e evidenti criticità delle installazioni, a partire dalla presenza del vincolo ambientale sul territorio in questione.
Da ciò infatti nasce l’inquietudine che, dall’altro lato, suscita la notizia – queste come le molte altre che si possono leggere con sempre maggior frequenza sui media: l’inquietudine del constatare come vi siano amministratori pubblici di territori particolarmente pregiati, sotto molti aspetti sia materiali che immateriali, e anche per questo delicati dunque necessitanti di una particolare competenza politico-culturale, che con tale sconcertante leggerezza (ovvero per altre loro “doti” che evito di citare per non sembrare troppo irrispettoso e offensivo) promuovano, acconsentano nelle loro sedi istituzionali e giustifichino opere così stupide, oltre che così decontestuali e volgarmente impattanti sul territorio. Ma come è possibile che non capiscano ciò che fanno? O forse bisogna nuovamente pensare che capiscano benissimo e se ne disinteressino totalmente di quanto sanno di capire?
Certamente qualcuno potrà ribattere a tali domande spontanee rimarcando il fatto che si tratti di piccole cose, niente di devastante, e che tanto sulla vetta dell’Olda già alcuni ci arrivano con la propria bici. Be’, ciò invero rappresenta una buona ragione in più per non realizzare le opere previste, e che la storia del turismo alpino di massa insegna bene che in molti casi le più grandi e degradanti “turistificazioni” delle montagne nascono proprio da piccole opere, trascurate dai più e magari in origine pure “apprezzate” ma già manifestanti perfettamente la mancanza di cultura, cura, attenzione e progettazione nei confronti dei territori in cui sono state realizzate. Ma scusate, poi: sviluppare il turismo di montagna significa che chiunque possa pretendere di poter arrivare dovunque o quasi? Su ogni vetta adatta al caso, in ogni luogo incontaminato, in ogni angolo che sia in qualche modo vendibile e monetizzabile? Se non tutti sono in grado di salire una certa montagna, in qualsiasi modo lo si faccia, ci sarà un valido motivo, no? Valido, peraltro, anche per non poter pretendere di salirci comunque attraverso la realizzazione di percorsi facilitati che in realtà quella montagna la banalizzano e la degradano nel valore geografico, alpinistico, culturale.
[Panoramica della vetta del Piz di Olda, con sullo sfondo l’Adamello, tratta da www.montagnecamune.it.]Ecco, veramente io mi chiedo perché chiunque «adora il brivido, le pedalate intense e faticose, i tecnicismi sulle due ruote» debba necessariamente andare fino ai 2500 m del Piz di Olda e solo grazie a un percorso artificiale brutto e avvilente, quando poi sulla vetta già i bikers più bravi ci arrivano superando a modo loro gli ostacoli naturali lungo il percorso (siamo in alta montagna, mica sul lungolago di Lovere, no?). Che senso ha? Forse che la Valle Camonica non offra sufficienti percorsi di ogni genere per gli amanti delle pedalate montane senza il bisogni di piazzarci manufatti artificiali? Forse che l’andare in bicicletta sui monti debba necessariamente significare “brivido”, “pedalate intense”, “tecnicismi” e ciò valga ovunque, ovvero dovunque qualche amministratore locale privo di scrupoli e soprattutto di attenzione e cura verso i propri territori acconsenta di poter andare? È questo il nuovo “turismo green e sostenibile” che si vorrebbe proporre quando non imporre – visti gli andazzi – per i nostri territori montani? E ribadisco la domanda fondamentale, al riguardo: è questa la montagna che vogliamo? È questa la montagna che gli amministratori pubblici sostenitori di tali opere vogliono ingiungerci? Un luogo totalmente deprivato della sua cultura e trasformato sempre di più in un adrenalinico parco giochi nel quale non contano più la storia, le geografie, le narrazioni secolari, le comunità residenti, le potenzialità culturali, le bellezze naturali ma solo il brivido e i tecnicismi? Ribadisco di nuovo: non conta l’entità degli interventi, non la forma e non tanto la visibilità ma principalmente la sostanza e la proposta, politica, culturale, imprenditoriale, turistica, che essi manifestano, e che rischia di diventare la norma per il contesto territoriale in questione.
Sarebbe molto interessante e importante se gli amministratori pubblici locali rispondessero a tali sollecitazioni. Sarebbe bello se manifestassero il coraggio di farlo e al contempo se finalmente prendessero l’impegno di evitare i soliti slogan sullo “sviluppo della montagna”, sulle “opportunità da cogliere”, sulla “lotta allo spopolamento” oppure i termini “green”, “sostenibile” e compagnia cantante. Sarebbe importantissimo se mostrassero la capacità di presentare una progettualità strutturata e a lungo termine pensata ad hoc per il territorio e capace di formulare per esso prospettive concrete, coerenti, realmente innovative, in grado di mettere al centro di tutto le comunità residenti costruendo su di esse e sul loro buon futuro lo sviluppo del territorio, in senso economico, ecologico, sociale, antropologico, culturale.
Se invece non fossero in grado di fare quanto sopra, o se credessero di esserne capaci ma solo in base a mere convinzioni immateriali di matrice funzionalmente politica, be’, dovrebbero rendersi conto di avere già fallito. E che purtroppo con le loro iniziative insensate rischierebbe di fallire anche tutta la montagna, come è già accaduto altrove quando si sia preteso di intervenire con opere del tutto fuori contesto per inseguire tornaconti particolari a discapito dell’interesse e del benessere collettivo. Veramente gli amministratori pubblici camuni vogliono assumersi una responsabilità del genere?
Capita sovente che durante gli incontri pubblici siano presenti dirigenti, funzionari, decisori che hanno importanti responsabilità sul governo delle aree interne e montane. Tu parli, e loro ti guardano con un sorrisino tra l’ironico, il compassionevole e il paternalista. Finito l’evento vengono da te e ti dicono (non lo farebbero mai pubblicamente): «Ma mi spieghi che problema c’è con la chiusura delle banche nei paesi? Oramai c’è l’E-banking. E con i negozi? Guarda che oramai i corrieri arrivano in qualunque posto sperduto. E poi comunque ci sono i centri commerciali di fondovalle. E vedrai che tra pochi anni, con i droni che porteranno le merci, e presto anche le persone, il problema della marginalità della montagna sarà storicamente risolto».
Tutte cose vere, importanti. E siamo sempre stati per il progresso. Ma questi discorsi mi ricordano i nostri genitori quando da adolescenti andavamo chessò a Berlino, tornavamo, e loro dicevano: «Hai mangiato? Hai dormito bene? Sei andato di corpo regolare?». E tu ti incavolavi, perché a te si era aperto un mondo e tuo padre si informava dell’intestino. Insomma, non si vive di solo pane. E abbiamo un enorme problema rispetto a classi dirigenti cresciute negli ultimi 30 anni che pensano che per gestire il mondo sia sufficiente adottare i crismi del paradigma tecnico-soluzionista, e tutto si risolverà naturalmente e automaticamente. Avranno deleghe su questi territori, ma li vivono con le lenti del tecnico-turista, e hanno una visione tardofunzionalista delle persone che alla fine viene a coincidere con la figura del consumatore. La pandemia insomma non ha insegnato nulla. Viviamo in una società che non riesce nemmeno più a riprodurre materialmente il proprio corpo sociale, ma certo prima o poi troveremo una app anche per questo. Per tutte queste ragioni supportiamo a spada tratta le comunità (di restanti e arrivanti, poco importa) che si pongono come primo tema la costruzione di (nuove) forme di società, di economie, di culture. Comunità consapevoli, progettanti, che costruiscono reti, e a cui forse l’arrivo del corriere e del drone non è sufficiente.
Faccio pienamente mie queste riflessioni di Antonio De Rossi, scritte sulla sua pagina Facebook lo scorso 14 agosto, perché descrivono le stesse sensazioni che anch’io ho provato molte delle volte nelle quali ho potuto e dovuto interloquire con i rappresentanti delle istituzioni politiche e di governo dei territori locali presentando e proponendo iniziative varie a carattere culturale. Atteggiamenti di dogmatica superiorità ovvero di malcelato disinteresse, di ma-che-ne-sai-tu-e-tanto-ho-ragione-io, di sostanziale incapacità di comprendere ciò che si propone dietro la quale, forse, c’è la volontà precisa di non ascoltare nulla che non sia consenso e adesione. Tutto ciò spesso (cioè non sempre, sia chiaro) ben velato da cortesia, affettazione, strette di mano e pacche sulle spalle, da garanzie di considerazione di quanto si è proposto, da apprezzamenti espressi unicamente per allontanare l’interlocutore prima possibile e far che non rompa più le scatole. E a volte, magari, alla fine la promessa di risentirci «più avanti»: già, nell’anno 2500 o giù di lì, forse.
Dice bene De Rossi: è un problema di classi dirigenti e, aggiungo io, lo è dal punto di vista culturale prima che politico. In altri termini, è la conseguenza di un scollamento tra realtà territoriali e relativi apparati gestionali che non solo, da quando ha preso a manifestarsi, non si è mai cercato di rinsaldare ma, anzi, si è reso funzionale alla coltivazione di certi meccanismi di potere su base locale che hanno inevitabilmente peggiorato la situazione, facendo di ogni potenziale ambito di intervento una altrettanto potenziale occasione di tornaconto personale, con dall’altra parte un sostanziale disinteresse verso le esigenze, i bisogni e gli interessi collettivi dei territori amministrati e delle loro comunità. Una situazione che, rapidamente, si è degradata in circolo vizioso autoalimentato e sempre più arroccato nei propri indiscutibili recinti ideologici, che per tale motivo è destinata a rovinarsi e infine a implodere ma che, temo, ben difficilmente chi ne è promotore la cambierà. Perché se tu avvisi qualcuno che sta andando a schiantarsi contro un muro ma quello continua invariabilmente a dire che no, non è un muro ma un morbido cuscino, be’, c’è ben poco da fare.
La stessa evoluzione delle società umane porterà ad una condizione della geografia per la quale l’ambiente terrestre esisterà solo come spazio utile (è quanto già accade), fruibile indiscriminatamente. E porterà infine al suo riempimento, con la continua sommersione del paesaggio preesistente, di cui si salveranno solo poche testimonianze. Una sommersione, ad esempio, già in parte avvenuta da noi nel corso del più recente processo di riterritorializzazione, con gli adattamenti ad una condizione di vita che le tecniche industriali hanno profondamente rinnovato, affrancando l’uomo dalle passate dipendenze nei confronti dell’ambiente naturale.
La sommersione, simile ad un diluvio, ha obliterato i paesaggi ereditati nel giro di poche decine di anni. Ordine delle campagne, strutture insediative, architetture che esprimevano forme trepide e nondimeno geniali del costruire, segni devozionali, scenari esaltati da poeti, vissuti e nobilitati da eroi culturali e così via. È questo il destino del paesaggio terrestre, al di fuori delle “isole” rappresentate dalle terre marginali, estranee all’ecumene più densamente popolato? Un destino segnato dalla continua sommersione? E con questa sommersione continua saranno destinate a scomparire per sempre le testimonianze della storia dell’uomo, il paesaggio che racconta?
Da Eugenio Turri, Il paesaggio racconta, saggio presentato al convegno della Fondazione Osvaldo Piacentini a Reggio Emilia nel marzo del 2000. Qui trovate alcuni degli articoli che ho dedicato a Turri, una delle figure fondamentali per chiunque si occupi e s’interessi di paesaggio, geografia e relazioni tra uomo e ambiente. L’infografica sottostante invece fa ben capire la “sommersione” in corso del paesaggio denotata da Turri, ovvero il consumo dei suoli di quel territorio antropologicamente identitario il cui paesaggio custodisce (e racconta) la nostra storia nonché ci offre i semi dai quali far germogliare il miglior futuro possibile per i luoghi in cui viviamo, ma che troppo spesso calpestiamo e sommergiamo nell’oblio culturale e politico più profondo.
Per saperne di più sull’infografica, i cui dati si riferiscono al 2021, cliccateci sopra – e sul tema al quale si riferisce ne ho già scritto qui.