Una cartolina (e molto altro) da un «gran caos di rocce rotte»

La Grande Casse (3855 m), massima vetta delle Alpi delle Vanoise (Alpi Graie) in Savoia, è una delle montagne più imponenti e spettacolari delle Alpi occidentali tra quelle che non possono fregiarsi di far parte dei “Quattromila” alpini, cioè delle vette ordinariamente considerate le più “imponenti” e per ciò rinomate.

Il toponimo, nella sua semplicità, racconta molto e in modo suggestivo della peculiare geologia della montagna: il francese «Casse» deriva dal latino quassus che significa “rotto” e, nelle zone dell’alta Maurienne e dell’Ubaye, facenti parte delle Alpi della Savoia, il termine viene usato con i significati di ghiaione, terra piena di pietre e soprattutto caos di rocce. Dunque Grande Casse significa «gran caos di rocce rotte», ed è una definizione che calza a pennello alla montagna non solo geologicamente (si veda qui al riguardo) ma anche visivamente. Lo dimostrano bene le immagini sottostanti della fessuratissima parete sud est, che precipita per più di 1700 metri nella valle della Leisse; la seconda in particolar modo evidenzia la bizzarra disposizione dei numerosi strati rocciosi che la formano (e la rendono impossibile da scalare):

[Immagine tratta da www.geol-alp.com.]
Detto ciò di una delle più belle e emblematiche montagne delle Alpi francesi, quanto accaduto qualche giorno fa a Blatten in Svizzera, un evento catastrofico del quale ormai tutti saprete, mi ha fatto esitare sull’opportunità di parlare d’una montagna dal nome Grande Casse e dal significato appena enunciato. Quasi fosse una manifestazione di superficialità e mancanza di rispetto per chi a Blatten ha perso la casa e molte altre cose importanti della propria vita. D’altro canto ogni montagna in effetti è un ammasso orogeneticamente caotico di rocce rotte il quale di norma nelle Alpi, da certe quote in su, è tenuto insieme dal “benedetto” e ormai celeberrimo permafrost. Quel permafrost il cui degrado ha concausato il disastro di Blatten, come ha spiegato bene l’amico e rinomato climatologo Daniele Cat Berro su “La Stampa”, qui.

Guarda caso – o forse no, non per un mero caso – la Grande Casse (insieme ai gruppi del Monte Bianco e degli Écrins, i tre principali delle Alpi francesi) è stata protagonista di uno dei più approfonditi studi recenti sugli eventi di crollo in presenza di permafrost nella catena alpina, pubblicato a marzo 2024 sulla prestigiosa rivista scientifica “Geomorphology”. Lo trovate qui.

Dunque in qualche modo anche la Grande Casse, con la sua particolare geologia così ben descritta dal suggestivo nome, potrà aiutare in primis gli scienziati e poi gli amministratori e le comunità delle valli alpine a prevedere e per quanto possibile evitare i rischi che la ciclopica frana di Blatten, ultima di una ormai lunga serie di crolli simili nelle Alpi, ci ha reso così chiari.

Contro le previsioni del tempo “mainstream” (Repetita iuvant!)

Riprendo e continuo la mia donchisciottesca “battaglia contro i mulini a vento” della meteorologia mainstream (uso questa definizione per differenziarla dagli istituti meteorologici seri e meno inclini al clickbait).

Ecco tre cose da mettere in atto, a mio parere, al fine di poter ritenere ancora credibili tali servizi meteo mainstream:

  1. Le previsioni del tempo tornino a essere tali ovvero una previsione, cioè una supposizione, un’ipotesi, una possibilità per nulla certa, salvo rari casi, che le condizioni meteo siano di un certo tipo e non di un altro, e ciò sia chiaramente evidenziato. Che non siano più un mero pontificare meteorologico come spesso appaiono e certi servizi meteo pretendono che siano.
  2. Posto il punto 1, che le “previsioni del tempo” siano diffuse con l’uso di forme verbali al condizionale. «Domani potrebbe piovere», non «domani pioverà». Primo, perché l’imprecisione e l’inaffidabilità di molti bollettini meteo rende quei verbi indicativi al presente o al futuro incongrui; secondo perché il condizionale, oltre a essere più coerente, educa le persone a non affidarsi ciecamente alle previsioni e al contempo va pure a vantaggio (o a tutela) degli stessi servizi meteo.
  3. Sia decisamente disincentivata la diffusione delle previsioni del tempo che vadano oltre le 48 ore: sono illogiche e inaffidabili oltre che antiscientifiche. Ancor peggio quella delle tendenze («Come sarà la prossima estate?»), vera e propria invenzione da rotocalco di costume del tutto infondata che infatti spesso diventa autentica panzana. Un servizio meteo che si dice serio e vuol mostrarsi affidabile si dovrebbe rifiutare di diffonderle.

[Una cosa parecchio frequente: le previsioni del tempo in TV annunciate da bellissime ragazze in abiti sexy. Un po’ come rimarcare che, siccome le previsioni saranno facilmente errate, almeno il fatto che sia una bella ragazza a proferirle rende il tutto meno innervosente – alla faccia delle convenzioni di genere, già!]
Una cosa da attuare da parte di noi tutti, infine: al netto della scelta personale di non seguire più certe previsioni del tempo (che qui non posso sostenere ma solo perché non sta bene farlo), dovremmo recuperare quelle conoscenze tanto spicciole quanto profonde in grado di farci interpretare i segni e del cielo della Natura riguardanti l’evoluzione meteorologica. Spesso più dei (presunti) supercomputer dei servizi meteo, le previsioni le azzeccano certi vecchi adagi popolari, tanto vernacolari quanto basati sull’esperienza di secoli e la conoscenza dei luoghi e delle loro caratteristiche geografiche e naturali, dunque localmente più validi. D’altro canto, le informazioni al riguardo ci possono venire da innumerevoli elementi dell’ambiente naturale d’intorno, dalle nubi in cielo, dagli animali, dai venti, da certi fiori… semplicissime nozioni da libro delle elementari ma sovente parecchio attendibili: per leggerle e comprenderle bastano un minimo di conoscenza e un altro minimo di sensibilità e di curiosità verso la Natura. Niente di più.

Infine, se per una volta vi prendete una bella lavata per colpa d’un acquazzone imprevisto, be’, che sarà mai? Quante volte l’avrete presa nonostante i bollettini meteo letti sui social o visto in TV non lo prevedevano? E dunque, che cambia? Per giunta, se il fenomeno non è troppo intenso (ma questo è un altro discorso, ovviamente), il mondo naturale è bellissimo e affascinante anche sotto la pioggia o comunque in condizioni di “brutto tempo”, come ho ribadito tante volte. Basta coltivare un po’ di giocosa sensibilità in più e un tot di greve lamentosità in meno mantenendo sempre attivo il buon senso. E, nel caso, vedrete che della continua e a volte compulsiva visione dei bollettini meteo ne sentirete molto meno il bisogno. Ecco.

P.S.: se cliccate qui trovate un tot degli articoli da me scritti in passato a proposito di “previsioni (sbagliate) del tempo”.

Il monito di Blatten

[Immagine tratta da www.rsi.ch.]
L’immagine qui sopra, da sola, credo renda bene l’idea di quanto accaduto a Blatten tre giorni fa e del contesto geografico generale.

La montagna sovrastante la zona con la sua bellissima piramide è il Bietschorn, un “quasi-quattromila” (è alto 3934 metri) conosciuto come “il Re del Vallese”; appena davanti c’è – o c’era, visto come si è ridotto ora – il Kleines Nesthorn, 3342 metri, in realtà non una vetta vera e propria ma uno sperone della cresta che si dirama dalla cresta nord del Bietschorn.

Come spiega bene l’amico Alessandro Ghezzer, e come mostra in modo spaventosamente eloquente il video soprastante, si capisce che il disastro non è stato innescato dal collasso del ghiacciaio – il quale era comunque in movimento verso valle, costantemente appesantito da più esigue frane precedenti – ma dal crollo di una grossa parte del versante nord del Kleines Nesthorn. Un versante roccioso che era instabile e sotto osservazione da tempo che, a causa del cambiamento climatico, stava perdendo la copertura dei ghiacci il che ne ha favorito la decompressione e la conseguente instabilità, generata anche da fenomeni di erosione, infiltrazioni d’acqua, fusione del permafrost.

Fortunatamente nelle scorse ore la Lonza, il torrente che percorre la valle di Blatten, s’è fatta strada sul corpo della frana e ormai scorre su tutta la lunghezza del cono detritico che tre giorni fa ha seppellito il villaggio, al momento scongiurando il rischio di un’altra colata detritica da lì verso valle, dove a poca distanza si trova la diga di Ferden.

[Il Bietschorn visto dalle alture sopra Blatten sul versante opposto della Lötschental. Evidenziato dal circolo rosso è il Kleines Nesthorn con la parte alta del versante nord che è collassata sul sottostante ghiacciaio Birch. Foto di Christoph Strässler CC BY-SA 2.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Ribadisco: quella di Blatten è un vibrante monito e un’ennesima lezione riguardante la presenza antropica sulle montagne nella realtà in divenire e la nostra relazione con le terre alte. Territori che hanno un bisogno crescente di cure, attenzioni, sensibilità e conseguenti gestioni, pianificazioni, buone pratiche che possano e sappiano rendere la presenza umana sempre più in armonia con il paesaggio e in grado di viverci al meglio senza più compromissioni reciproche. Le montagne non possono e non devono più subire certi assalti infrastrutturali, cementizi, speculativi che trascurano le peculiarità dei luoghi per mirare soltanto ad affarismi e tornaconti: le risorse vanno investite nella cura delle montagne e a favore della quotidianità di chi le vive alimentando la relazione culturale con esse e così, senza dubbio, anche la salvaguardia reciproca che vi sta alla base.

Come ho scritto qualche giorno fa, ciò che è accaduto a Blatten accadrà inevitabilmente altrove, nelle Alpi: non possiamo farci nulla (se non evacuare i luoghi a rischio), temo, ma di contro possiamo da subito fare moltissimo per migliorare e sviluppare nel modo più sensato e virtuoso possibile la nostra presenza sulle montagne. Questa, a mio parere, è una delle “buone” lezioni che si possono ricavare dal tremendo disastro di Blatten. Sta a noi abitanti delle Alpi e delle montagne in genere metterla in pratica. Ne saremo capaci?

Un buon futuro o un gran disastro per il Monte San Primo?

Come ho rimarcato tante volte, la “battaglia” in corso per la difesa del Monte San Primo (nel Triangolo Lariano, Provincia di Como) dall’assurdo progetto per il quale si vorrebbero installare impianti sciistici a 1100 metri di quota dove da anni non nevica più – progetto che molti di voi conoscono ormai bene, per come le proteste al riguardo siano vaste, costanti e internazionali – non è solo un’iniziativa a difesa di una montagna, ma un’azione civica e politica (nel senso più alto del termine) emblematica per tutte le nostre montagne sottoposte a progetti illogici e impattanti, siano essi turistici o no. Un’azione che vive e si alimenta soprattutto della grande passione che innumerevoli persone manifestano per il San Primo e della sensibilità per le montagne e per il loro futuro. Che è qualcosa che riguarda tutti, così come un danno perpetrato ad esse nuoce a tutti, anche a chi la montagna nemmeno sappia cosa sia.

Quindi, riflettere e discutere sul futuro del San Primo, come si farà questa sera alle sue pendici, al leggendario Passo del Ghisallo vicino Magreglio, equivale a ragionare sul nostro futuro, sul mondo nel quale vogliamo vivere e della cui bellezza vogliamo godere ovvero su ciò che la mente e il cuore ci dicono essere azioni chiaramente sbagliate, irrazionali, scriteriate, dunque da dover contrastare e per quanto possibile inibire nel futuro – anche per non esserne complici con il mero disinteresse silente. Per il bene dei nostri territori, per il bene di tutti noi.

Trovate tutti i dettagli sull’incontro di questa sera nella locandina lì sopra. Per saperne di più sulla questione del Monte San Primo e restare aggiornati al riguardo potete visitare il sito web del Coordinamento “Salviamo il Monte San Primo”, qui. Invece qui trovate buona parte degli articoli di approfondimento che nel tempo ho dedicato alla vicenda.

Il consueto modus operandi che minaccia il Vallone delle Cime Bianche (e non solo)

Gli evidenti parallelismi che si colgono nelle vicende legate ai progetti di nuove infrastrutture sciistiche palesemente impattanti sui territori montani ai quali vengono imposte, denotano un modus operandi comune: il tirare avanti, il rifiuto di qualsiasi discussione e interlocuzione, il menefreghismo e la boria di chi ha deciso di avere comunque ragione.

Scrivevo di recente del folle progetto sciistico sul Monte San Primo, chiaramente scriteriato e criticato da chiunque ma che i soggetti politici locali vogliono portare avanti in ogni modo. Ecco, lo stesso atteggiamento è tenuto in Valle d’Aosta da chi vuole imporre il disastroso progetto funiviario nell’incontaminato Vallone delle Cime Bianche, peraltro area variamente protetta: si tira avanti, ormai

La scelta politica è stata fatta.

Così hanno detto*. Come fosse un dogma indiscutibile, quando invece rappresenta una sconcertante, deleteria paranoia.

In entrambi i casi, come in altri simili in giro per le montagne italiane, allo stesso atteggiamento nella forma corrisponde un’identica sostanza di base: il nulla. Perché non ci sono reali motivazioni logiche, sensate, razionali e vantaggiose che giustifichino quei progetti, dunque ai loro proponenti non resta che imporli con la paranoica prepotenza di pensiero e d’azione, la fuga da qualsiasi interlocuzione con la società civile e con il menefreghismo nei confronti dei territori ai quali vengono imposti.

Un comportamento politico del genere renderebbe opinabile persino l’opera più virtuosa, figuriamoci un enorme impianto funiviario turisticamente inutile in un vallone di alta montagna di rara bellezza e ancora intatto!

Dunque, di nuovo e ancora più di prima: lunga vita al Vallone delle Cime Bianche, territorio iconico delle nostre Alpi e patrimonio naturale di valore inestimabile che tutti noi abbiamo il dovere di difendere per conservare il diritto di godere pienamente della sua incontaminata bellezza!

Per contribuire concretamente alla difesa del Vallone, potete:

*: se il link al video (di Facebook) non funziona, cliccate qui.