Vedere la bellezza (del paesaggio)

Se è vero che «la bellezza è negli occhi di chi la guarda», è altrettanto vero che solo se si sa realmente “guardare” con gli occhi si può vedere la bellezza. D’altronde gli occhi vedono ciò che la mente osserva e poi elabora anche grazie al cuore e all’animo – qui sta la differenza tra guardare, osservare e vedere: la prima è un’azione congenita, la seconda è comandata, la terza è meditata. Ma anche l’autentica bellezza, in fin dei conti, non è mai immediata senza essere superficiale: affinché esista e sia compiuta deve essere riconosciuta e poi compresa. È un principio che vale in senso generale ma, nella nostra relazione con il mondo nel quale viviamo e con il quale interagiamo – innanzi tutto attraverso i sensi -, vale in modo particolare. Difatti pure il paesaggio, che del mondo è l’elaborazione culturale percepita, non è qualcosa di “immediato”: è presente nel territorio nel quale stiamo e che consideriamo al fine di riconoscerlo e farlo culturalmente nostro (ovvero per non sentirci smarriti in esso) ma deve essere guardato cioè intercettato, osservato dunque contemplato, visto ergo compreso. E anche la sua bellezza scaturisce nello stesso modo e può diventare un valore culturale oltre che estetico, fondamentale per l’identificazione del paesaggio stesso, che a sua volta entra in noi, nei nostri occhi, nella nostra mente, nel cuore e nell’animo. Il paesaggio esteriore si fa paesaggio interiore, in pratica, e la sua bellezza ci impreziosisce parimenti e ci fa sentire bene, chiudendo il cerchio virtuoso originatosi dal “semplice” atto di guardare ciò che abbiamo intorno. Semplice ma essenziale, già.

Luna park alpini (letteralmente)

Cari amministratori di Aprica, località montana dal contesto naturale magnifico (ho scritto “naturale” eh, non urbano), forse dovrei ammirare la vostra premura, così ben manifestata nella foto qui sopra pubblicata: già, perché noi che ci occupiamo di fruizione turistica del paesaggio montano, nell’indagare e constatare certi interventi realizzati in passato e tutt’oggi progettati in quel contesto, ci ritroviamo a dover utilizzare spesso definizioni come “divertimentificio” o “luna park alpino”… Ecco, è proprio così, l’impressione culturale (e non solo) che si ricava da quegli interventi è ben riassunta dalle suddette definizioni: ma caspita, non pretendiamo che poi voi le prendiate tanto strettamente alla lettera!

Oppure forse sì, avete proprio ragione voi: al punto in cui si è giunti in certe località alpine con le proposte turistiche e con i modelli culturali alla base di esse, tanto vale che si faccia un (piccolo) passo in più e si rendano ancora più giustificate quelle citate espressioni. In effetti, a suo modo, sarebbe un’innovazione ben maggiore rispetto a telecabine, seggiovie, skilift e altra ferraglia che è dal secolo scorso che si ripropone pedissequamente, messa al servizio di un’attività ludico-sportiva come lo sci che da anni perde pubblico e che oggi impone skipass sempre più cari a fronte di sempre meno certezze di neve sulle piste – e quando c’è è quella artificiale, che nella maggior parte dei casi pare polistirolo e la cui produzione per giunta contribuisce all’aumento spropositato dei costi degli skipass (nonché a decurtare le disponibilità idriche del luogo, ma questo è un altro discorso).

Già, forse avete ragione voi: ruote panoramiche, montagne russe e roller coaster, tagadà e calcinculo… e si risolve pure il problema dell’eventuale assenza di neve e del clima sfavorevole, con un bel risparmio di denaro. Che sia questo il futuro della frequentazione turistica di numerose località di montagna?

P.S.: la foto in testa al post è tratta da qui.

Vivere nella verticalità dello spazio

[Prato Leventina, nell’omonima valle ticinese. Foto di Alazar Ferrazzini da Unsplash.]

«Sempre più mi attrae, poi, l’immagine di un’esistenza e di un’attività che si prolungano nella verticalità dello spazio (propria, beninteso, di parecchi vichi maggiori delle valli ticinesi), un’economia che si sposta secondo la stagione dal villaggio al maggengo e da qui all’alpe, fino ai pascoli estremi, oltre i duemila, ormai quasi ubbidendo a millenarie leggi inviolabili.
«Non fa meraviglia che le fondamenta d’una tale struttura lentamente sistemata non abbiano subito gravi scosse per secoli. Era naturale – per limitarmi a un dato centrale – che in questa conca quasi di collina capre e pecore cedessero nettamente alle vacche, fortificando via più, diciamo così, il mito della razza bruna svittese. Ma sono lieto di scrivere che ancora poco fa ho visto passare nella Bedrina più nascosta un drappello di capre, toccate per riconoscimento di giallo alla base delle corna: un transito ordinatissimo, con fermatine per rapide pasture in cima allo strapiombo.
«Né muta per tanti anni il paesaggio: prati e campi, con qualche stalla, che separano l’uno dall’altro i villaggi, raccolti in gruppo non distratto da case stupide o spaesate.
«Non altrimenti che in altre parti del Cantone, il cambiamento può quasi dirsi recente: inevitabile, certo, ma non di rado senza regola, senza sufficiente rispetto del duro lavoro fatto in passato, insomma prodotto da un’impazienza pari alla noncuranza.»

[Giorgio Orelli, Rosagarda, Edizioni Casagrande, 2021, pagg.98-99.]

Le vedute letterarie del paesaggio ticinese di Giorgio Orelli sono sempre meravigliose, vividissime, profonde, saggi antropologici “minimi” narrati con una sensibilità poetica rara che raccontano molto più di quanto riportano le parole impiegate. Quelle che avete letto, riprese in Rosagarda, originariamente vengono dal testo che Orelli scrisse come prefazione della monografia Prato Leventina nelle carte medievali e nella tradizione, edito dal comune del Cantone Ticino nel 1985. La Bedrina citata da Orelli è oggi una riserva naturale che preserva le importanti torbiere presenti in zona: la potete conoscere meglio qui.