Una cartolina dal Passo del Bernina (quello vero)

Da grande appassionato di geografia sotto ogni punto di vista – disciplina fondamentale da conoscere e da apprezzare per il mio lavoro di studio sul paesaggio, inutile rimarcarlo – sono particolarmente affascinato da quei luoghi “minimi” che, nell’esiguo spazio che li caratterizza, rappresentano un cambio “massimo” di dimensione geografica, il punto di contatto tra due “versanti” non solo di un monte ma di un continente intero, ma per tali peculiarità restando pressoché ignoti ai più.

Uno di questi luoghi è il Passo del Bernina, in Svizzera, non lontano dal confine italiano e dalla Valtellina. Innanzi tutto quello che tutti credono il “passo”, ovvero il valico dal quale transita la strada percorsa dalle automobili – uno dei percorsi turistici più frequentati delle Alpi – non è il vero Passo del Bernina. Il valico stradale in realtà scende in una valle laterale, la Val Laguné, che solo più in basso si ricongiunge al solco principale della Val Poschiavo che caratterizza il versante meridionale del passo. Il vero Bernina Pass è invece la stretta striscia di pascolo erboso che divide i due laghi che caratterizzano la sella, il Lej Alv (Lago Bianco) e il Lej Neir (Lago Nero), idronimi in lingua romancia (nella variante ladin putér parlata in alta Engadina) che segnalano la differente tonalità delle acque, sulle cui rive transita la linea ferroviaria del celeberrimo “Trenino Rosso del Bernina” (ovvero la Ferrovia Retica, il suo vero nome), altra attrazione turistica di fama mondiale. Ciò anche se, in effetti, dal punto di vista geomorfologico si può considerare “Passo del Bernina” l’intera ampia sella compresa tra il gruppo montuoso omonimo e quello a nord est che ha la sua massima sommità nel Piz Languard – lo rimarco per i geografi più meticolosi.

Fatto sta che quei 100 metri scarsi (vedi qui sopra) di erba tra un lago e l’altro non separano solo il bacino dell’Engadina da quello della Valtellina (della quale la Val Poschiavo è una laterale), non dividono solo l’area elvetica-germanofona da quella italofona e culturalmente italiana, ma in verità fendono il continente europeo in due. Infatti, le acque che defluiscono dal Lej Alv / Lago Bianco scendono verso la Valtellina, dunque nell’Adda, quindi nel Po e poi nel Mar Mediterraneo, per il cui bacino il Mar Adriatico rappresenta un braccio secondario; le acque che defluiscono dal Lej Neir / Lago Nero, invece, scendono in Engadina e vanno nell’Inn, poi nel Danubio e dunque nel Mar Nero. Per allargare ancor più lo spettro geografico immaginifico, potrei anche dire che l’acqua del Lago Bianco finirà per bagnare l’Africa, quella del Lago Nero bagnerà l’Asia.

In buona sostanza, se passeggiate a piedi lungo l’esigua striscia di terra tra i due laghi, potete tranquillamente dire di essere in mezzo a un intero continente se non a un’ampia parte di mondo!

Un luogo “minimo” ma veramente speciale, insomma, ancorché ignorato in queste sue doti da chiunque o quasi transiti da quelle parti. D’altro canto posso comprendere il disinteresse al riguardo, vista la grande bellezza alpina offerta dal territorio d’intorno, delle imponenti vette e dai ghiacciai del gruppo del Bernina, dalla meravigliosa valle omonima che scende verso l’Engadina e porta a Sankt Moritz o di quella opposta e altrettanto bella che transitando da Poschiavo porta in Italia, dalle altre montagne sovrastanti… Un territorio alpino tra i più mirabili nel quale c’è di che lustrarsi gli occhi e infervorare l’animo, ma pure così geograficamente “potente” da… scindere in due l’Europa!

N.B.: e poco lontano c’è un altro minimo ma fondamentale “luogo-fulcro” del continente europeo, sul quale ho scritto qui.

Cartoline “temporali” dalle Grigne

Circa 90-100 milioni di anni fa, quando già da qualche milione di anni l’Oceano Tetide che un tempo ricopriva totalmente l’Europa meridionale – e in particolare il nord Italia con il suo braccio denominato Oceano Ligure-Piemontese – prese a ritirarsi agevolando l’orogenesi della catena alpina, se si fosse potuta sorvolare la zona delle Grigne, nelle Alpi bergamasche occidentali al di sopra del Lago di Como la veduta sarebbe stata praticamente quella che vedete lì sopra, riprodotta con sorprendente consonanza da un mare di nubi posto a circa 1800 m di quota che pare in tutto e per tutto una superficie liquida di acqua spumeggiante. Un mare dal quale spuntano come isole, in primo piano, le vette della Grigna Settentrionale e della Grigna Meridionale, le quali infatti nacquero come scogliere di quell’Oceano antico: al riguardo fece scalpore, qualche anno fa, la scoperta di una stella marina perfettamente conservata nelle bancate rocciose sottostanti la Grigna Settentrionale – d’altro canto queste montagne sono ricchissime di fossili, ritrovato un po’ ovunque.

La fortunata e suggestiva veduta, una vera e propria immagine da “viaggio nel tempo”, è stata catturata da un aereo in volo sulla zona, e pubblicata dal quotidiano on line “Lecco Notizie”. Per la cronaca, oggi la zona in questione si presenta come nell’immagine sottostante, sempre ripresa da un aereo e da una posizione leggermente più a nord ovest: ma pure in quest’altra fotografia le due Grigne, riconoscibili dal colore chiaro della dolomia che le compone, sono ben evidenti. Tra le due vedute, l’Oceano si è ritirato, la morfologia del territorio si è assestata, il grande ghiacciaio dell’Adda discendente dalla Valtellina (il cui solco è visibile in entrambe le immagini, dacché nella prima il mare di nubi non vi penetra se non per un breve tratto allo sbocco della valle) ha modellato i fianchi montuosi e scavato il letto che oggi contiene i due rami del Lago di Como. Circa 130 milioni di anni condensati tra l’una e l’altra immagine, insomma, oltre al “compendio” del grande fascino per la mirabile geografia di questo lembo di Alpi la cui lettura sa continuamente raccontare innumerevoli e intriganti storie – come sa fare ogni altra montagna, se si è capaci di ascoltarla.

Se ci manca la terra da sotto i piedi (letteralmente)

Le recenti ondate di maltempo, con le disastrose conseguenze che hanno interessato le diverse aree del nostro Paese, hanno riportato all’attenzione la fragilità del suolo italiano con i rischi idrogeologici sempre più frequenti, marcati e, sfortunatamente, causa di distruzione e morte. A tal proposito, lo scorso lunedì 05 dicembre si è celebrata la Giornata Mondiale del Suolo, in occasione della quale l’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) ha pubblicato un report aggiornato proprio sul consumo di suolo in Italia. Da tale dato è emerso che nell’ultimo anno l’Italia ha perso circa 2,2 metri quadri di suolo al secondo e che nel 2021 si è raggiunto il picco di 19 ettari di suolo persi ogni giorno, che rappresenta il valore più alto registrato negli ultimi dieci anni. Tra le cause principali vi sono la cementificazione incontrollata e l’agricoltura intensiva. Grazie al grande lavoro di analisi e di osservazione effettuato dall’ISPRA è possibile consultare una mappa digitale estremamente dettagliata del rischio idrogeologico dell’Italia, ovvero la piattaforma “IdroGeo”, che consente la consultazione e la condivisione di dati, mappe, report e documenti sull’inventario dei fenomeni franosi in Italia e dei livelli di pericolosità per frane e alluvioni, con annessi indicatori di rischio per ogni comune italiano. La sua consultazione, grazie a un’infografica molto semplificata e intuitiva, consente agli utenti, dai semplici cittadini, agli operatori economici fino agli amministratori locali, di conoscere i livelli di rischio e pericolosità da frane e alluvioni per ogni area di interesse.

Da “Il Supplemento Geografico” sulla pagina Facebook della Società Geografica Italiana. Per consultare la piattaforma “IdroGeo” si possono utilizzare i seguenti link: per i livelli di pericolosità e rischio https://bit.ly/3Y1kYkc, per quelli relativi all’inventario dei fenomeni franosi https://bit.ly/3gVnPe4. Oppure potete iniziare dalla homepage del sito di “IdroGeo” cliccando sull’immagine qui sotto:

Nella foto in testa al post: il versante di Casamicciola del Monte Epomeo, a Ischia, come si presentava negli anni Trenta del Novecento, ben terrazzato e con adeguati canali di regimentazione e scarico delle acque superficiali, cioè prima che la montagna venisse ampiamente cementificata, e sovente in modo abusivo, con le conseguenze tragiche verificatesi nella notte tra il 25 e il 26 novembre scorso che hanno provocato 12 vittime, evento sul quale ho scritto qui.

Fare cose belle e buone, in montagna. A Erl (Austria), ad esempio

[Immagine tratta da www.kufstein.at.]

Un amministratore locale “medio” delle Alpi italiane si trova a poter spendere un tot di milioni di Euro di soldi pubblici: che ci fa? Salvo poche eccezioni, probabilmente impianti e piste da sci, anche se non soprattutto a meno di 2000 m di quota, altitudine sotto la quale la scienza dimostra con dati ineluttabili che nevicherà sempre meno e farà sempre più caldo. Dove invece non impera la monocultura dello sci, tanto adatta a spendere facilmente soldi e a ricavarne altrettanto facili tornaconti quanto del tutto fuori dal tempo e sovente degradante le montagne alle quali viene imposta, si può avere la mente libera e sensibile a idee differenti, innovative, realmente capaci di cambiare quei paradigmi fallimentari prima citati. A Erl, piccolo comune in Austria nel distretto di Kufstein (a nord di Innsbruck), ove sono comunque presenti rinomati comprensori sciistici, hanno deciso di investire 36 milioni Euro (cifra che qui vale come tre impianti sciistici e relative infrastrutture, più o meno) in un’opera culturale che ha rilanciato in maniera preponderante e sorprendente l’intera zona: la Festspielhaus, una modernissima sala per concerti ed eventi artistici da ben 862 posti a sedere e un palcoscenico addirittura più grande di quello dell’Opera di Vienna, che offre un calendario costantemente ricco di proposte di altissimo livello registrando di frequente il tutto esaurito, con numerosi visitatori che giungono anche da molto lontano, oltre a rappresentare un’opera di architettura contemporanea che anche per ciò è diventata una rinomata attrazione turistica e culturale.

Come scrive Paolo Martini nel suo blog su “Il Fatto Quotidiano” in un articolo significativamente intitolato Non di solo sci vive la montagna,

La Festspielhaus è stata costruita tra il 2010 e il 2012 ai margini del bosco dallo studio viennese DMMA di Delugan Meissl, gemello post-moderno di una vicina e precedente costruzione di cemento bianco a forma di torre, la celebre Passionsspielhaus, dedicata alla grande rappresentazione popolare della Passione, cui partecipano dal 1613 quasi tutti i millecinquecento abitanti del paese, ogni sei anni, e che a sua volta è diventata una celebre attrazione turistica della regione a nord di Innsbruck. Fa impressione pensare che un paesino tra i tanti, lungo l’Inn, abbia voluto costruirsi un palcoscenico di 450 metri quadrati e una splendida platea per quasi novecento spettatori, in grado di garantire visuale e acustica pressoché perfette per ogni ordine di posto. Nel periodo natalizio la programmazione del Festspielhaus di Erl riparte alla grande, tra concerti e opere di altissimo livello, tal quale durante la stagione estiva.

Ecco. Per tutti quelli che dicono che chi è contro i nuovi impianti di sci non vuole che si faccia alcunché in montagna, magari tacciandolo di essere un «integralista del no» (definizione spesso sulla bocca dei sostenitori della monocultura sciistica): la questione è semmai che non si possono fare cose illogiche, insensate, fuori contesto, prive di visione e progettualità futura per di più spendendo soldi pubblici, ma si possono (anzi, si devono) fare cose dotate di buon senso e realmente capaci di sviluppare e valorizzare il luogo nel quale vengono realizzate, anche perché fatte spendendo soldi pubblici dei cui benefici concreti si dovrebbe sempre rendere conto, così come dovrebbe riconoscere le proprie responsabilità (anche giuridiche) chi impone opere e progetti palesemente fallimentari le cui conseguenze deleterie non tardano a manifestarsi.

Tuttavia, sono discorsi semplicissimi da capire per chiunque ma, temo, ancora troppo complicati per quei citati personaggi pubblici; d’altro canto, chi non ha orecchie per intendere non intende nulla, già.

N.B.: altre cose belle e buone fatte in montagna:

Titolomen omen!

Credo ci siano ottime probabilità che il titolo di “PEGGIOR GEOTITOLO GIORNALISTICO” del mese (che lo sia anche dell’anno non saprei dirlo, al momento) vada al seguente articolo de “Il Sole 24 Ore”:

“Cervinio”?! E cos’è, il fratello di Cervinia? Il figlio del Cervino? E “lo Zermatt” dunque è un monte, non un comune? Eppoi perché si dovrebbe andare – erroracci a parte – “dal Cervino a Zermatt” percorrendo 580 km, come verrebbe da pensare leggendo il titolo, se sono l’uno sopra l’altro?

Cari articolisti de “Il Sole 24 Ore”, complimentoni per l’accuratezza geografica e toponomastica, proprio! Non sapete forse che esiste una roba bellissima, si chiama “internet”, dove si può andare e rapidamente verificare se si stanno scrivendo corbellerie oppure no?

D’altro canto, Titolomen omen! L’articolo infatti è pieno di cose totalmente infondate e altamente opinabili (per non dire di autentiche stupidaggini). Da questo punto di vista, in effetti, non ci poteva essere titolo “migliore” per giudicare da subito la qualità dell’informazione fornita dal giornale!