Resegone vs Churfirsten

Ma è il Resegone a essere il “Churfirsten” delle Prealpi lombarde, oppure è il Churfirsten a essere il “Resegone” delle Prealpi svizzere?

Il Resegone per me è una montagna domestica, abito nei pressi del suo versante meridionale e me la ritrovo di fronte quotidianamente; sul Churfirsten ci sono stato tempo fa e ne ho rivisto alcune immagini di recente: la somiglianza morfologica tra le due montagne, soprattutto in certe vedute, è in effetti assolutamente sorprendente.

Il Resegone è formato da nove sommità principali e tredici o quattordici in totale, il Churfirsten da sette cime principali e fino a tredici in totale; entrambe hanno poi numerose sommità secondarie. Il primo raggiunge l’altitudine massima di 1875 metri, il secondo è più elevato, arrivando a 2306 metri (ma il Resegone ha una prominenza maggiore: 727 metri contro 470). Hanno in comune anche l’età (poco più di 200 milioni di anni), la genesi geologica, essendo formate da rocce calcaree originate da sedimentazione marina, e un lago alpino ai loro piedi – il ramo di Lecco del Lago di Como per il Resegone, il Walensee per il Churfirsten. Invece l’orogenesi alpina ha scelto differenti orientamenti: la cresta del Resegone si dipana da nord a sud, quella del Churfirsten da ovest a est, entrambe con andamento molto regolare. Di altre caratteristiche più o meno similari delle due montagne ne avevo invece già scritto qui.

Quindi: Resegone o Churfirsten? Chi la vince tra le due?

P.S.: ovviamente la mia domanda è ironica, serve solo per rimarcare la notevole somiglianza tra le due montagne che sembra facciano a gara per assomigliare l’una più all’altra.

Il Cristallo e le Grigne, montagne imparentate (ma non come si potrebbe pensare!)

[Il Monte Cristallo visto dalle rive del Lago di Landro. Foto di Metallaro1980, dominio pubblico, fonte commons.wikimedia.org.]
Il Monte Cristallo, massima elevazione del gruppo omonimo, è una delle montagne più belle e rinomate delle Dolomiti, parte della spettacolare corona di cime che contorna la conca di Cortina d’Ampezzo. Parimenti le Grigne sono tra le montagne più celebri e affascinanti delle Prealpi Lombarde, sfondo irrinunciabile del panorama alpestre della pianura milanese e del Lago di Como.

[Le Grigne – la Grignetta a sinistra, il Grignone a destra – viste dalla Val San Martino. Foto di Alessia Scaglia.]
In linea d’aria i due gruppi montuosi sono lontani poco meno di 230 chilometri – mica pochi, insomma – eppure per certi versi essi sono molto più “vicini”, praticamente imparentati.

Molti penseranno che la loro “parentela” derivi dalla rispettiva conformazione geologica ed è assolutamente vero: entrambi i gruppi sono fatti di roccia dolomitica, il Cristallo di Dolomia Principale, le Grigne da calcari dolomitici; per ciò Cristallo e Grigne sono montagne più o meno coetanee, originatesi nel Triassico cioè circa 250 milioni di anni fa. Da tale parentela geologica scaturisce anche quella morfologica: tanto il Monte Cristallo quanto soprattutto la Grigna Meridionale, o Grignetta, sono contraddistinte da una miriade di torri, torrioni, guglie, pinnacoli d’ogni sorta inframezzati da profondi canaloni, al punto che certi angoli caratteristici dei due gruppi si fatica a riferirli all’uno o all’altro.

[Qui sopra, il Rifugio Rosalba sulla Grigna Meridionale; sotto, il Rifugio Lorenzi (chiuso da tempo) sul Monte Cristallo. Le due vedute fanno capire bene la similitudine geomorfologica e paesaggistica tra le due montagne, con la sola variante del manto erboso verde intorno al Rifugio Rosalba dovuto alla quota più bassa. Foto sopra tratta da https://lemontagne.net, foto sotto di Rüdiger – selbst fotografiert Ruedi, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]

Tuttavia c’è un altro “legame di parentela” che unisce Cristallo e Grigne molto meno evidente e risaputo, eppure parimenti significativo e affascinante degli altri. È celato nei nomi delle due montagne, nella loro toponomastica, ma non si direbbe, appunto: Cristallo e Grigna/e sembrano due oronimi parecchio differenti se non fosse per il digramma Cr/Gr il cui suono consonantico è affine… Ecco, è proprio questa la chiave di accesso al “mistero parentale”: infatti i due toponimi potrebbero derivare da una comune radice indoeuropea *[s]krei-s, “vibrare”, “agitarsi”, dalla quale nascono i termini latini crinis, “capello”, “chioma”, “criniera” e crista, “cresta”, “criniera” che nel latino medioevale diventano crista, “cima montana” e quindi le parole italiane crina e crinale, “cresta montana”. Da cui, infine, Crista-llo e C(G)ri(g)na.

Ciò peraltro smentirebbe la nozione diffusa, e certamente facile da credere, per la quale il nome del Monte Cristallo deriverebbe dall’aspetto brillante, cristallino e quasi trasparente delle sue rocce e delle nevi perenni, che ricordano la lucentezza dei cristalli.

Infine, c’è un’ennesima parentela tra il Monte Cristallo e le Grigne: sono entrambe montagne di meravigliosa bellezza e potenti luoghi dell’anima. Ma questa, inutile dirlo, è una peculiarità ben più intuibile delle altre e che in fondo “imparenta” tutte le montagne di questo nostro mondo.

Bòrsgen, un luogo straordinario fuori dal tempo e dall’immaginazione

[La testata settentrionale della Val Pontirone sovrastata dal Piz di Strega. Immagine tratta da www.quaeldich.de.]
La Val Pontirone, lunga e stretta, dall’imbocco sospeso quasi invisibile dal fondovalle, è la prima valle che si incontra sulla destra (sinistra idrografica) della valle di Blenio, percorsa dalla strada che da Biasca prende a salire verso il Passo del Lucomagno, nel Cantone Ticino. È un luogo angusto e ombroso, di difficile accesso, chiuso a oriente da montagne possenti che sfiorano i tremila metri e fino a poco tempo fa ospitavano alcuni importanti ghiacciai ormai quasi scomparsi, abitato da sempre con fatica proprio per la sue caratteristiche geomorfologiche difficili e oggi risieduto stabilmente solo da una manciata di persone.

[La parte bassa della Val Pontirone. Immagine di Spyridon, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Tuttavia, pochi sanno che nella sua parte alta la Val Pontirone, così celata e apparentemente anonima, ospita uno dei luoghi più fenomenali delle Alpi centrali. L’aggettivo che avete appena letto, “fenomenali”, non è affatto casuale in quanto il luogo in questione, chiamato Bòrsgen, è realmente caratterizzato da un fenomeno geologico assolutamente particolare, per certi aspetti affascinante e per altri bizzarro se non repulsivo, che sospende il luogo in una particolare dimensione primordiale, come se si fosse fermato all’era cenozoica nella quale l’orogenesi delle Alpi era ancora in corso e le montagne si stavano formando. E per certi versi è proprio così.

[Veduta frontale del versante di Bòrsgen. Immagine tratta dal volume “Amalpi Trek. Dal Maloja al Gottardo“, Milano University Press, 2023.]
Alla vista Bòrsgen (toponimo a volte italianizzato in «Borgeno»), posto che peraltro è abbastanza difficile da raggiungere in forza di sentieri piuttosto aleatori, appare come una vasta ganda – o ganna come si dice in Ticino – simile a molte altre, cioè un esteso accumulo di massi d’ogni taglia evidentemente precipitati millenni fa dalla grande parete sottostante la cresta nord ovest del Piz di Strega (Bòrsgen, Strega, Biborgh, Froda… anche molti toponimi della Val Pontirone sembrano presi da un romanzo fantasy!) che domina la zona, ed effettivamente è questa la sua origine.

[Panorama della gande, o ganne, di Bòrsgen. Immagine tratta da quarnei.ch.]
[Altra veduta della zona di Bòrsgen. Immagine tratta da www.ariafina.ch.]
Però già da una prima vista si rileva qualcosa di bizzarro: nel disordine di massi che ingombra il versante si elevano alcune guglie appuntite che sembrano piazzate verticalmente apposta, come se un gigante si fosse divertito a incastrarle tra i massi in modo che potessero restare in piedi. La più elevata è detta Pizzo di Bòrsgen, raggiunge la quota di 2150 m e si eleva dalla ganda circostante di circa 130-140 metri come un enorme obelisco che sembra pendere verso valle; intorno vi sono altre guglie simili, più basse ma disposte nel medesimo bizzarro modo. Se dunque Bòrsgen è il risultato di una ciclopica frana, come è possibile che quelle guglie siano disposte in quella foggia verticale e non siano precipitate a terra come tutti gli altri massi d’intorno?

(Immagini tratte da verticalti.wordpress.com, quarnei.ch e www.ariafina.ch.)

La soluzione a questo “mistero” è racchiusa in una definizione geologica apparentemente astrusa ma che già fa intendere la complessità del fenomeno in corso: scivolamento rotazionale profondo. In parole più semplici, significa che l’intero versante di Bòrsgen con le sue gande è il risultato di una gigantesca frana caduta dalle creste del Piz di Strega al momento del ritiro del ghiacciaio che, durante l’ultima grande fase glaciale alpina (quella pleistocenica di Würm) ha occupato la zona fino a circa 15.000 anni fa. In forza della deglaciazione il materiale franoso è crollato su una superficie curva e concava verso l’alto che l’ha fermato ma non del tutto, così che l’enorme massa di rocce, stimata in circa 530 milioni di m3 che ne fa uno dei fenomeni del genere più grandi delle Alpi, sta continuando a scivolare lentamente (in media di pochi millimetri all’anno) ma costantemente verso il basso e a roteare all’indietro lungo un asse parallelo al versante formando controscarpate, trincee e generando un basculamento in contropendenza della parte superiore del corpo franoso, che così viene sollevato verso l’alto. In pratica, il Pizzo di Bòrsgen e le altre guglie, che alla vista sono verticali o pendono verso valle, in realtà si stanno ribaltando verso monte.

La superficie concava lungo la quale sta scorrendo il versante è situata ad almeno 200 metri di profondità rispetto alla superficie della ganda, mentre gli spostamenti nel corso del tempo sarebbero superiori ai 100 metri in verticale e potrebbero raggiungere anche i 700 metri in orizzontale, al punto che il torrente Leggiuna, che scorre sul fondo della Val Pontirone, di tanto è stato spostato in direzione sud lungo i secoli. Lo scivolamento di Bòrsgen ha inoltre innescato numerose altri movimenti franosi di minore entità che hanno distrutto edifici e deformato le sedi stradali, che in caso di aumenti del movimento volte devono essere chiuse al pari dei percorsi escursionistici.

[Immagine satellitare dello scivolamento di Bòrsgen; in quella sottostante ho evidenziato la posizione del Pizzo e alcune delle numerose trincee e controscarpate che segnalano il movimento attivo del versante.]
D’altro canto il paesaggio di Bòrsgen è talmente suggestivo e spettacolare, ovvero inquietante e spaventoso, da aver ispirato numerosi artisti che gli hanno dedicato fotografie (Hélène Decuyper), dipinti (Bryan Cyril Thurston), vi hanno ambientato poesie (Spartaco Rossi) e produzioni cinematografiche (Victor Tognola). Come si può leggere nel blog di alpinismo e arrampicata “VerticAlti”, Bòrsgen è «un cimitero in cui riposano i massi senza tempo da cui emerge qualcosa di straordinario. Qualcosa che se non vedi con i tuoi occhi, non potresti neanche immaginare […] Un luogo che sembra essere sacro, mistico, mi vien da pensare che forse non abbiamo nemmeno il diritto di essere qui, che abbiamo violato un divieto di accesso» e lo si definisce la “Patagonia del Ticino”, ricordando per molti versi il paesaggio dello Hielo Continental con la differenza che laggiù le guglie rocciose si elevano verticali dai ghiacciai, mentre in Val Pontirone dalle gande che la rotazione del versante sta disponendo in maniera differente.

[Le baite di Mazzorign (Mazzorino), nucleo posto sulla parte basale dello scivolamento di Bòrsgen poco sotto la parte più attiva dello stesso. Immagine tratta da www.ariafina.ch.]
Insomma, Bòrsgen è una piccola/grande nonché misconosciuta “ottava meraviglia” alpina che tale è destinata a rimanere per la difficoltà di accesso, come detto, e per i pericoli oggettivi che, se non si è troppo esperti di tali contesti, si possono correre nel muoversi su un terreno instabile come quello di ganda. Un luogo assolutamente particolare dove il tempo si è fermato a millenni or sono e dove è bene fermare anche qualsiasi invasività antropica eccessiva, perché veramente lì è come penetrare in una dimensione geologica viva, arcana e conturbante nella quale la presenza umana appare quanto meno insolita se non aliena, proprio come non poteva che esserlo 15.000 e più anni fa quando l’incredibile cataclisma di Bòrsgen ebbe inizio.

«Un mare di montagne» non è un ossimoro!

[Foto di Julius Silver da Pixabay.]
Nel nostro immaginario comune tendiamo a considerare il mare e le montagne due elementi antitetici e non solo per ovvie ragioni geografiche, morfologiche, ambientali oppure meramente vacanziere. Sono i limiti entro i quali è compreso l’intero mondo emerso, dalla quota zero del mare a quella più o meno elevata delle vette che toccano il cielo, anche per questo ci sembrano così distanti e ciò vale anche in un paese come l’Italia che è fatto per la gran parte di montagne prossime al mare. Di contro, per una curiosa coincidenza, il nucleo abitato italiano più lontano dal mare è anche uno di quelli dall’aspetto più alpestre in assoluto: è Montespluga, frazione del comune di Madesimo a 1908 m di quota (dunque tra gli abitati italiani più elevati), posta a 294 km di distanza dal litorale di Genova.

Tuttavia, come spesso accade, gli opposti si attraggono e si toccano, e tra le montagne e il mare vi è una relazione molto più stretta di quanto forse siamo portati a credere, in particolar modo riguardo le Alpi. Che infatti sono nate grazie al mare ovvero all’antico Oceano Tetide, del quale prima erano montagne sottomarine o isole affioranti dalle sue acque e poi, con la collisione tra la placca africana e la placca euroasiatica, sono emerse chiudendo il Tetide (del quale una porzione è diventata il mar Mediterraneo); i sedimenti marini e ampie porzioni del basamento cristallino dell’antico Oceano sono infatti ampiamente rintracciabili per tutta la catena alpina, senza contare le numerose montagne il cui aspetto tutt’oggi richiama quello di scogliere oceaniche – le Dolomiti sono l’esempio più evidente al riguardo – sulle quali è facile rintracciare fossili marini.

Ma secondo me c’è una visione che ancora più dell’orogenesi fa delle montagne qualcosa di molto simile al mare, per di più unendo i due elementi che li contraddistinguono – le rocce dei monti e l’acqua del mare. Quando infatti mi ritrovo su una vetta dalla quale posso ammirare un ampio panorama di tante altre cime più o meno aguzze le cui creste e dorsali si inseguono verso l’orizzonte, la visione che ne ricavo non è quella di masse montuose emerse dal mare ma di onde d’un vasto mare parecchio mosso che d’improvviso si sono solidificate trasformandosi in roccia, rapprendendo nelle forme anche il loro moto agitato la cui energia tuttavia rimane manifesta in quel rincorrersi continuo di creste e crinali a volte regolari, a volte frantumati, che formano lunghe dorsali irte di cime e separate da avvallamenti più o meno profondi al cui fondo a volte è rimasta un po’ dell’acqua del mare originario a formare piccoli o grandi laghi che nei millenni hanno perso la salinità… Un’energia primordiale che, d’altro canto, si può percepire benissimo stando lassù tra quelle possenti onde alpestri – credo che lo possa testimoniare qualsiasi appassionato frequentatore di monti e vette.

Insomma: una visione che rende l’espressione «un mare di montagne» niente affatto ossimorica ma pienamente oggettiva e non solo, appunto, per la vastità della veduta e la quantità di monti visibili.

Certo, vi ho appena raccontato una mera suggestione personale: molto geopoetica, forse troppo visionaria e campata per aria ma in fondo capace di rapprendere e rappresentarmi – a me, nella mia mente – la realtà geologica delle nostre montagne e come ogni elemento delle geografie del nostro mondo, anche quando diverso se non antitetico rispetto agli altri, è parte integrante di un insieme unico: quella che in filosofia si definisce una polarità, «una condizione di complementarità tra gli opposti, tale per cui ciascuno dei due poli, pur essendo limitato e avversato dal polo contrario, trova in quest’ultimo anche la sua ragion d’essere e il suo fondamento costitutivo». Un principio che in effetti vale per ogni paesaggio e per qualsiasi elemento che lo forma, dunque anche per noi che ne siamo parte. E che, sulla vetta di una montagna con nello sguardo rivolto all’orizzonte  innumerevoli altre vette, ci può far sentire in equilibrio sulla massima cresta di un’onda che si è cristallizzata nello spazio ma, per certi versi, continua a correre attraverso il tempo, vitalizzando quel gran mare quasi sempre parecchio agitato che è il nostro mondo.

 

Cartoline “temporali” dalle Grigne

Circa 90-100 milioni di anni fa, quando già da qualche milione di anni l’Oceano Tetide che un tempo ricopriva totalmente l’Europa meridionale – e in particolare il nord Italia con il suo braccio denominato Oceano Ligure-Piemontese – prese a ritirarsi agevolando l’orogenesi della catena alpina, se si fosse potuta sorvolare la zona delle Grigne, nelle Alpi bergamasche occidentali al di sopra del Lago di Como la veduta sarebbe stata praticamente quella che vedete lì sopra, riprodotta con sorprendente consonanza da un mare di nubi posto a circa 1800 m di quota che pare in tutto e per tutto una superficie liquida di acqua spumeggiante. Un mare dal quale spuntano come isole, in primo piano, le vette della Grigna Settentrionale e della Grigna Meridionale, le quali infatti nacquero come scogliere di quell’Oceano antico: al riguardo fece scalpore, qualche anno fa, la scoperta di una stella marina perfettamente conservata nelle bancate rocciose sottostanti la Grigna Settentrionale – d’altro canto queste montagne sono ricchissime di fossili, ritrovato un po’ ovunque.

La fortunata e suggestiva veduta, una vera e propria immagine da “viaggio nel tempo”, è stata catturata da un aereo in volo sulla zona, e pubblicata dal quotidiano on line “Lecco Notizie”. Per la cronaca, oggi la zona in questione si presenta come nell’immagine sottostante, sempre ripresa da un aereo e da una posizione leggermente più a nord ovest: ma pure in quest’altra fotografia le due Grigne, riconoscibili dal colore chiaro della dolomia che le compone, sono ben evidenti. Tra le due vedute, l’Oceano si è ritirato, la morfologia del territorio si è assestata, il grande ghiacciaio dell’Adda discendente dalla Valtellina (il cui solco è visibile in entrambe le immagini, dacché nella prima il mare di nubi non vi penetra se non per un breve tratto allo sbocco della valle) ha modellato i fianchi montuosi e scavato il letto che oggi contiene i due rami del Lago di Como. Circa 130 milioni di anni condensati tra l’una e l’altra immagine, insomma, oltre al “compendio” del grande fascino per la mirabile geografia di questo lembo di Alpi la cui lettura sa continuamente raccontare innumerevoli e intriganti storie – come sa fare ogni altra montagna, se si è capaci di ascoltarla.