Mercoledì 30 ottobre prossimo sarò nella meravigliosa Valle Camonica e avrò l’onore di aprire l’8a edizione della rassegna letteraria “racCONTA LA MONTAGNA” organizzata dall’UNIMONT – Università della Montagna, polo accademico d’eccellenza dell’Università degli Studi di Milano con sede proprio in Valle Camonica, a Edolo.
Sarò protagonista del primo appuntamento della rassegna con il mio libro “Il miracolo delle dighe”: nel solco dei fini proposti dalla rassegna, mettere in risalto il potere “evocativo” e culturale della montagna, racconterò come ciò sia potuto succedere nel corso del Novecento, nel bene e nel male, grazie alla “conquista” industriale delle terre alte effettuata dalle grandi dighe e dai bacini idroelettrici, impianti che hanno cambiato tanto il volto di quei territori quanto i loro paesaggi e il corso delle comunità che li abitavano e ne fanno parte. Una conquista peraltro che in Valle Camonica offre un racconto ancor più singolare ed emblematico che altrove.
[La diga del Pantano d’Avio, una delle più significative della Valle Camonica. Immagine tratta da www.terrazzani-zoanno.org.]A breve vi darò più dettagli sull’evento del 30 ottobre ma, da subito, segnatevi l’appuntamento: se siete camuni o potrete essere in zona sarà per me un gran piacere incontrarvi e raccontarvi, per quanto sarò capace di fare, una storia particolare e veramente intrigante delle nostre montagne.
P.S.: cliccando sull’immagine della locandina in testa al post la potrete scaricare in formato pdf.
[Foto di Mario da Pixabay.]Qualche giorno fa l’artista Giada Bianchi, per il suo progetto del Vocabolario Collettivo Della Realtà (VCDR), ha chiesto ai suoi followers di rispondere alla domanda «Cos’è per te il bosco?». Personalmente ho risposto che «il bosco è il luogo di ritrovo di alcuni dei miei amici più cari, che vado spesso a incontrare per farci belle e illuminanti chiacchierate».
Ma al di là di tale risposta (e della sua intonazione faceta, solo apparente), la sua domanda mi ha fatto pensare a ciò cui effettivamente rimanda il mio rapporto con i boschi e a come quelli domestici, in particolar modo le faggete, siano veramente un luogo con il quale mi sembra di intrattenere una relazione basata sul dialogo, sulla conversazione sintonica ovviamente priva di parole e invece ricca di percezioni. Il tutto proprio come se per, per ritemprarsi dalla routine quotidiana, si andasse a ritrovare dei buoni amici coi quali scambiare qualche chiacchiera in simpatia.
Di conseguenza, ho pensato che ogni comunità arborea determinata, cioè un bosco formato da un certo tipo di albero, per molti versi può ben rimandare, non solo visivamente, all’idea di un popolo: con le sue caratteristiche, le sue peculiarità, la sua natura, tutti elementi che lo contraddistinguono dagli altri. So bene che questa è un’ovvietà biologica e botanica, ma forse non lo è dal punto di vista culturale, risulta più sfuggente o meno considerata. Voglio dire: le sensazioni che viviamo nel mentre siamo dentro una faggeta, un’abetaia o un lariceto sono sempre le stesse, o sono differenti per ciascuna popolazione arborea che ci sta ospitando? Io credo che sia questa seconda la realtà delle cose: sono esperienze di psicogeografia silvestre, in buona sostanza, che inevitabilmente quanto forse inconsapevolmente ci portano a intessere una relazione con un certo bosco, e il popolo che lo forma, diversa dagli altri e dai rispettivi esponenti arborei.
Faggeta
Lariceto
Betulleto
Abetaia
Castagneto
Pineta silvestre
Il termine «popolo» ha un’etimologia incerta. Sicuramente la parola che usiamo deriva dal latino populus che a sua volta proviene dal greco πλῆθος, «folla», «moltitudine», ma l’etimo originaria è indeterminata: potrebbe derivare da una radice indoeuropea (par– o pal-) usata per individuare l’insieme di una comunità ed esprimere il concetto di riunire, mettere insieme. Anche il greco antico ha assorbito questa radice che ritroviamo, ad esempio nella parola πλῆθος (plethos) = folla. Se il termine è da noi inteso nell’ovvia accezione antropica, regge bene anche se declinato in chiave botanica, e ciò senza temere accuse di eccessiva umanizzazione del bosco e degli alberi (a pensarci bene non ne ho mai abbracciato uno, come fanno alcuni – e fanno bene a farlo, se li fa stare bene). In effetti il bosco è una comunità di individui arborei, e tra di loro quelli di pari specie sono membri della stessa popolazione, cosa che diventa evidente nei boschi puri, formati da una sola specie. Un popolo unico riunito in un certo spazio, appunto. In esso, come dicevo, la relazione che vi intessiamo assume caratteristiche particolari: il nostro dialogo e ciò che ne possiamo ricavare lo è altrettanto, dunque differente dal dialogo con gli altri popoli arborei.
Quando vago nelle faggete dei monti sopra casa oppure altrove, insomma, sento di elaborare una presenza e una relazione diversa di quando cammino nelle abetaie, nelle selve castanili o nei lariceti. E se per generare questa mia relazione nel qui-e-ora alcuni elementi materiali influiscono senza dubbio – profumi, luci, ombre, colori, consistenze e altri elementi materiali o immateriali del paesaggio locale determinati dalla presenza degli alberi – per altri versi quella relazione viene elaborata interiormente in forza del bosco che mi sta ospitando in quel momento, degli alberi cioè del popolo arboreo che lo forma e di tutto ciò che scaturisce in me al riguardo, intellettivamente, emotivamente e spiritualmente.
Peraltro dal mio punto di vista tutto questo diventa anche un modo per dissolvere, o quanto meno mitigare, il distacco che noi umani generiamo sempre nel nostro rapporto con la natura, anche solo indicando con tale termine un ambito “altro” e diverso rispetto a quello antropizzato e ordinario – un’accezione secolare e sostanzialmente antropocentrica, al solito. Invece anche io, essere umano in fondo non diverso da qualsiasi altro vivente del pianeta, sono natura: per andare nel bosco non “vado nella natura”, ma io e gli alberi siamo natura, la stessa cosa nello stesso luogo allo stesso tempo. Differenti in tutto, chiaramente, ma in questo contesto uguali. Di conseguenza, io sono il rappresentante di un popolo in visita nel bosco ai componenti di un altro popolo verso i quali, come succede con qualsiasi altra comunità umana, adeguo la mia presenza e la conseguente reciproca relazione in modo da intessere il dialogo più aperto, franco e cordiale possibile – il quale serve anche per sentirmi bene nel bosco e non intimorito, come accade a qualcuno.
È un dialogo senza parole, come detto, ma grazie al quale vi assicuro che si possono fare bellissime, profonde e vivaci chiacchierate. Nonché arricchenti, garantito.
P.S.: del bosco come “popolo di alberi” avevo scritto anche qui, con un’altra chiave di lettura.
“L’AltraMontagna” ha dedicato un articolo, firmato da Daria Capitani, alla mirabile “Libreria Alpina e di Viaggio” di Paolo Fusta, patron dell’omonima casa editrice di Saluzzo, che è aperta da esattamente un anno a Casteldelfino, in Val Varaita.
Un articolo quanto mai meritato: della libreria ne scrissi proprio lo scorso anno, quando venne inaugurata, e in seguito non ho mancato di visitarla ogni qualvolta sono stato tra quelle bellissime montagne. Non solo perché Fusta è l’editore de Il miracolo delle dighe nonché di numerosi notevoli libri di montagna scritti da autori prestigiosi (date un occhio al catalogo e ve ne renderete subito conto): è un piccolo scrigno di tesori librari e editoriali in un luogo – il centro storico di Casteldelfino – di grande fascino alpino, sorvegliato poco lontano dal maestoso “Re di Pietra”, il Monviso. In breve tempo la libreria di Fusta è pure diventata la nuova “anima” del paese, come molti altri centri montani non più vitale come una volta, salvo che nelle poche settimane delle vacanze estive e di fine anno, ma che rimane assolutamente fascinoso, come detto, e ricco di tesori storici, geografici, artistici e culturali da scoprire.
Se transiterete da quelle parti nelle prossime settimane estive, magari salendo o scendendo dal celebre Colle dell’Agnello, passate a visitarla: ci troverete un sacco di ottimi libri da leggere, molti dei quali dedicati proprio alle montagne sovrastanti (per agevolarvi la scoperta delle montagne d’intorno), e insieme ai libri scoprirete anche un posto dove vi sentirete veramente bene e accolti con rara cordialità.
Ancora oggi la diga della Val di Lei sorprende e affascina per grandiosità, armonia architettonica e forza relazionale col peculiare paesaggio della valle, un lungo solco quasi rettilineo di tipica genesi glaciale chiuso in fondo dalla scintillante piramide ghiacciata del Pizzo Stella le cui forme si riflettono in un lago divenuto altrettanto peculiare e affascinante. Un vero e proprio fiordo alpino la cui presenza è di quelle che pare del tutto naturale e contestuale al territorio, come se l’assenza del lago, rilevabile dalle vecchie immagini che ritraggono la valle prima della costruzione dell’invaso e che ne rivelano l’aspetto di una radura prativa priva di copertura arborea e punteggiata di rare baite e stalle, avrebbe reso il luogo più naturale ma parimenti tolta buona parte della sua potenziale bellezza, invece esaltata dal gioco di colori, luminosità e dinamismi donato dalle acque del lungo bacino. L’appeal della diga, peraltro, si giova pure d’un indiretto coup de théâtre offerto a tutti i visitatori che vi giungono dall’acceso stradale svizzero, che risale la lunga e caratteristica Val Ferrera per poi raggiungere la Val di Lei attraverso uno stretto tunnel a una sola corsia, costruito all’epoca dei lavori alla diga: appena si esce dall’angusto tunnel, con la luminosità peculiare dell’alta montagna che torna di colpo abbacinante, ci si ritrova già sulla spalla destra dello sbarramento che da subito appare in tutta la sua grandiosità e spettacolarità, con l’ampia vela tesa tra i due versanti della valle, armonicamente incurvata, possente e insieme elegante, suscitando in chiunque, profani inclusi, un’impressione difficilmente dimenticabile.
Il miracolo delle dighe. Breve storia di una emblematica relazione tra uomini e montagne
Fusta Editore
EAN: 9791280749451
ISBN: 1280749458
Pagine: 128, con appendice fotografica
Prezzo: € 17,90
In vendita in tutte le librerie e nei bookstores on line.
⇒Qui trovate il comunicato stampa di presentazione del libro; per saperne ancora di più, cliccate sull’immagine qui sotto.
[…] In queste pagine non ho voluto in verità tracciare una referenziale “elegia” alle dighe e alla loro più o meno percepita bellezza ovvero alla tecnologia ingegneristica che vi sta alla base; anzi, ove abbia indicato numeri e dati meramente tecnici con forse troppo immediata facilità, pur se ritenuti significativi riguardo la disquisizione in corso, chiedo perdono. No: se di elegia si tratta, lo è alla necessaria, imprescindibile armonia che deve caratterizzare la presenza dell’uomo in Natura, ovunque e ancor più in territori tanto pregiati quanto delicati come quelli montani. Un’armonia ineludibile che definisca e qualifichi la relazione dell’uomo con il territorio naturale e la necessità, conseguente alla precedente, che questa relazione sia sempre e comunque reciprocamente fruttuosa, sia per i territori e i luoghi che per le genti che vi interagiscono, così da generarne un paesaggio equilibrato, mai forzato quantunque trasformato ma, inevitabilmente, sempre in modo armonioso.
Il paesaggio è un elemento culturale in senso assoluto e, nello specifico, lo è in relazione all’identità e al bagaglio formativo di qualsiasi individuo lo viva; è uno dei costituenti fondamentali del senso e della sostanza dello stare al mondo della civiltà umana, determinandone non solo la cultura ma pure la storia, l’evoluzione nel tempo, le forme di essa così come, senza dubbio, il senso stesso dell’individuo e della sua vita nel mondo. La specie umana è divenuta civiltà anche grazie alla “invenzione” del paesaggio, alla determinazione concettuale e poi più variamente culturale del paesaggio e dunque alla percezione intellettualmente strutturata dell’identificazione dell’uomo in esso e di esso nell’uomo, un’evoluzione che ha avviato quei processi di territorializzazione, a volte virtuosi, altre volte no, con i quali la società umana ha adattato i territori alle proprie esigenze al contempo adattando se stessa e le proprie esigenze alle geografie e agli ecosistemi con i quali ha interagito. In un ambiente così delicato da una parte e tanto ostico – morfologicamente e climaticamente in primis, ma non solo – dall’altra, questi processi hanno assunto forme e valenze ancor più peculiari ed emblematiche: si può dire che in montagna l’uomo ha dovuto, e deve ancora oggi, scendere a patti con il territorio e le sue peculiarità, in modi ben maggiori rispetto ad altri spazi più “facili” e agevolmente antropizzabili. […]
Questo è un brano dell’ultimo capitolo de Il miracolo delle dighe. Breve storia di una emblematica relazione tra uomini e montagne, il mio ultimo libro. Penso possa aiutare a comprendere meglio il senso di ciò che vi ho scritto e lo spirito con il quale l’ho fatto, in fondo lo stesso che da una vita mi spinge a vagabondare per le montagne e a cercare di coglierne l’essenza nella maniera più approfondita possibile.
Per chiunque volesse vagabondare insieme a me, ovvero al libro, alla scoperta e all’esplorazione dei territori montani e delle fondamentali narrazioni che sanno offrire:
Il miracolo delle dighe. Breve storia di una emblematica relazione tra uomini e montagne
Fusta Editore
EAN: 9791280749451
ISBN: 1280749458
Pagine: 128, con appendice fotografica
Prezzo: € 17,90
In vendita in tutte le librerie e nei bookstores on line.
⇒Qui trovate il comunicato stampa di presentazione del libro; per saperne ancora di più, cliccate sull’immagine qui sotto.
P.S.: l’immagine in testa al post è della diga di Moiry, nel Canton Vallese, Svizzera: la stessa che si vede nella copertina del libro. Foto di Dominicus Johannes Bergsma, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org. Rielaborata da Luca.]