[Val di Fassa, Trentino.]«Imagination is more important than knowledge», “L’immaginazione è più importante della conoscenza” affermò Albert Einstein. Una frase da molti stupidamente travisata in funzione antiscientifica, come se la fantasia contasse di più della scienza quando viceversa Einstein volle rimarcare che lo sviluppo della conoscenza scientifica lo si ottiene immaginando, ipotizzando, intuendo le soluzioni ai problemi che poi la scienza sa elaborare e concretizzare – proprio ciò che egli fece per arrivare alle sue più brillanti intuizioni. Vuol dire, ad esempio, che per la scienza che ha permesso l’invenzione della ruota è stato prima necessario immaginare di esplorare il mondo in un modo ben più efficiente di prima. L’una cosa in funzione dell’altra, non più o meno dell’altra.
Ecco, mi viene da pensare che un principio simile valga anche in montagna, in relazione a come oggi la frequentiamo. Immaginare la montagna, manifestare curiosità, volontà di capire le sue peculiarità, è più importante della sua conoscenza: che è ovviamente fondamentale ma si può costruire e approfondire soprattutto manifestando l’immaginazione tipica della curiosità, ponendosi domande anche immaginifiche e cercando le relative risposte. E più se ne trovano, più si apprende la conoscenza della montagna, più l’immaginazione diventa fervida e accresce la volontà di saperne sempre di più, lasciando l’istinto libero di esplorare e la razionalità di capire ciò che si è esplorato.
[Sul ghiacciaio a oltre 3000 m di quota vestiti come in spiaggia. Foto tratta da https://torino.repubblica.it.]Spesso si contesta a tanti frequentatori della montagna contemporanea l’evidente mancanza di conoscenza di essa, alla base di comportamenti variamente discutibili e deprecabili. Contestazione inevitabile, senza dubbio; ma ancor prima e ancora di più io vedo mancante, in quei tanti frequentatori, la volontà di voler conoscere, cioè la curiosità verso le montagne, l’immaginazione che luoghi così speciali sanno stimolare e che invece quelli vivono e frequentano come fossero uguali a tanti altri e dai quali conta solo ricavare una “soddisfazione” meramente ludica di matrice consumistica da ostentare poi nei soliti futili modi consentiti dai social media. Non conta dove si è e la valenza che il luogo ha, ma come lo si può sfruttare per il proprio godimento ovvero per come l’odierna società dei consumi indica e impone di fare (vedi qui). L’immaginazione è soffocata dalla materialità, la conoscenza non viene né ricercata né alimentata: per giunta, il tutto viene reso funzionale ai tornaconti dell’industria turistica, che induce e alimenta questa modalità di frequentazione dei territori montani in vari modi, innanzi tutto con un marketing sovente conformista, banalizzante e poco o nulla attento alle valenze culturali dei luoghi, tanto meno ai loro ambienti e ai paesaggi. Si comporta, l’industria turistica, un po’ come quelli che travisano l’affermazione di Einstein: lo fa in funzione anticulturale, cioè contro la cultura delle montagne che sottopongono ai loro business turistici, al riguardo evidentemente ritenuta un ostacolo.
Risultato di tutto ciò: meravigliosi territori montani vengono invasi da frequentatori poco o nulla consapevoli e per nulla indotti ad acquisirne la conoscenza, i quali per ciò manifestano comportamenti discutibili e nel complesso finiscono per banalizzare, finanche per degradare, quei territori. I quali perdono anche molto del loro potere immaginifico, non solo della possibilità di essere conosciuti come meriterebbero per essere goduti al meglio. Né immaginazione né conoscenza, nulla di veramente importante. La fine inevitabile del meccanismo è questa.
Eppure, mi verrebbe da ritenere, non occorrerebbe essere degli Einstein per capire ciò. O forse sì?
Aumentare le tasse di soggiorno e istituire ticket d’ingresso alle località per il turismo giornaliero (come stanno pensando di fare alcune località in Svizzera, ad esempio)? Contingentare i posti letto negli hotel e i coperti nei punto di ristoro? Elaborare la capacità di carico turistica di ogni località e farne una regola giuridica assunta come limite dal Comune locale? Fissare di conseguenza numeri chiusi da gestire con appositi “varchi” (dove sia possibile) all’ingresso delle località?
E, qualsiasi possa essere la soluzione, come poi si possono mettere in equilibrio le presenze turistiche, la libertà d’impresa, il benessere della comunità locale, la tutela ambientale e del paesaggio? Può essere possibile fare ciò oppure obiettivamente è pura utopia?
Bisogna proprio ammettere che, a occuparsi di montagne italiane, le “sorprese” proliferano e non passa giorno o quasi che non ci si trovi a scoprire qualche nuova amenità. Il coperchio del vaso di Pandora montano italico è sparito da un pezzo, ormai!
[Foto di Sailko, opera propria, CC BY 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]Il Monte Forato (o Pania Forata, 1230 m) si trova nel comune di Stazzema in Alta Versilia (provincia di Lucca), fa parte delle Alpi Apuane e deve il suo nome a una caratteristica molto particolare: un arco naturale di grandi dimensioni esteso tra le due cime del monte (la meno elevata misura 1204 m) che forma appunto un grosso buco nel corpo sommitale della montagna. L’enorme arco, formatosi per l’erosione degli elementi naturali, con i suoi 32 metri di larghezza e 25 di altezza è uno dei più imponenti d’Italia ed è ben visibile da entrambi i lati delle Apuane, quello di Versilia e l’altro della Garfagnana.
Capirete che ce n’è già abbastanza per fare di questo straordinario monte, il quale pare uscito direttamente dalla geografia immaginaria di un romanzo fantasy, una meraviglia della natura da ammirare e godere a profusione nella sua particolare bellezza geologica, paesaggistica, escursionistica, ambientale, culturale, insieme al territorio circostante che presente numerose altre interessanti peculiarità. Vero?
E invece NO, perché qualcuno ha pensato bene di ricavare da tale bellezza geologica naturale una bruttezza ludica artificiale trasformando il grande arco in una mega altalena, un’ennesima giostra da luna park montano per chi evidentemente non sa percepire e comprendere la pur possente bellezza del luogo ma vi ricerca “adrenalina”, “brividi” ed “effetti wow!” preconfezionati e artefatti, ovviamente poi da immortalare inevitabilmente sui social:
[Immagine tratta da questo video di Youtube.]Ecco, a me la mega altalena del Monte Forato pare una ca… be’, dall’immagine qui sotto capirete chiaramente cosa:
Un’altra, tra le già tante (troppe) sparse sui monti italici.
Questo è il mio pensiero. Altri invece riterranno che sia la cosa più bella, utile, emozionante, spettacolare, “naturalistica” (è definita anche così sul web) che il Monte Forato sappia offrire: libera opinione e loro problema. Perché si può pensare ciò che si vuole al riguardo ma il Forato, così banalizzato (altro che “valorizzato”) e ridotto a mera attrazione ludico-ricreativa, purtroppo perde la gran parte della sua particolare bellezza naturale e del suo fascino montano. Inesorabilmente.
[Panorama dei Piani Resinelli dai contrafforti della Grigna Meridionale o Grignetta. Immagine di Valeria Viglienghi tratta da montagnelagodicomo.it, fonte originale qui.]
Un bel giorno, consultando gli orari degli autobus dall’app mobile della tua città, scopri che la fermata dietro casa è stata soppressa. Non per un giorno, non per qualche settimana. Per sempre. Stordita, cerchi informazioni sulle fermate della zona. Tutte soppresse. Ti domandi come farai a cucinare qualcosa per pranzo, dato che il frigo è quasi vuoto e il primo supermercato dista da te più di 25 km. Non ci sono alimentari nelle vicinanze, tutte le attività sono state chiuse e sostituite da alberghi, ristoranti e attrazioni per turisti.
In effetti ti chiedi come farai a lavorare, visto che anche la connessione internet è debole e la fibra non funziona. Sei completamente isolata, senza mezzi pubblici e senza connessione web. Ti accorgi che anche l’acqua ha smesso di uscire dal rubinetto della cucina: la tua casa non è più allacciata all’acquedotto comunale. Dovrai arrangiarti.
Ora, tutto questo, è la quotidianità di chi vive in montagna. Non in qualche valle sperduta ma qui, ai Piani Resinelli, a un’ora da Milano. Cerchiamo di ripeterlo, alle istituzioni, che su queste montagne ci sono persone che ci vivono. Famiglie. Cittadini e cittadine che pagano regolarmente i contributi, proprio come tutti gli altri a quote inferiori o sul lago. A differenza degli altri, però, queste cittadine e cittadini sono soli. E scoprire così, un mattino, che i mezzi pubblici sono stati cancellati, senza un avviso, senza uno scrupolo, perché bisogna fare dei tagli, perché quella tratta non raccoglie grandi numeri e quindi non è importante, lasciamoli lassù a brontolare, i montanari. Lasciamoli lassù, che c’è l’aria buona. L’aria che piace tanto ai turisti, quella che profuma di soldi e fatturato.
Noi siamo i cittadini sacrificabili. Quelli che tanto è una scelta loro. Quelli che vabè, tanto hanno il panorama. Quelli che tanto vivere in montagna è come stare sempre in vacanza. Un giorno questo luogo sarà finalmente come lo vogliono: deserto. Un circo per i turisti della domenica. Disabitato e spettrale per tutto il resto del tempo. Ci siamo già vicini. Notizie come questa sono passi sempre più decisi che muoviamo in questa direzione. Dobbiamo esserne consapevoli.
Riproduco tale e quale e rilancio la testimonianza/denuncia che ha pubblicato sulla propria pagina InstagramResinelli Tourism Lab riguardo la situazione della località montana ai piedi delle Grigne, dacché sono pienamente d’accordo con quanto vi è espresso (la potete leggere in originale cliccando sull’immagine qui sotto.). La situazione dei Piani Resinelli, località meravigliosa e ricolma di infinite possibilità di frequentazione turistica sostenibili e virtuose a beneficio di tutti, turisti, residenti e villeggianti, ma che da alcuni degli amministratori pubblici locali viene considerata solo come una meta da turismo giornaliero di massa, un divertimentificio dove conta solo la quantità di persone che ci possono stare, non la qualità della fruizione del luogo, e per ciò viene offesa e degradata – una situazione sulla quale ho scritto spesso, peraltro – sta diventando sempre più paradossale oltre che pericolosa per la sopravvivenza sociale e culturale della località stessa. Il menefreghismo nei suoi confronti è ormai palese, il disinteresse nel suo futuro anche, il fastidio verso chi comprende le grandi valenze dei Piani e vorrebbe che i turisti vi ci si trovassero bene innanzi tutto perché bene ci si sentono i residenti altrettanto.
A proposito di trasporto pubblico poi – uno dei servizi di base del quale un luogo di montagna e la sua comunità hanno bisogno, per giunta – notate il paradosso (appunto): si chiama “trasporto pubblico” perché è della collettività, è di tutti, ma la politica, che dovrebbe rappresentare la collettività, si comporta come se il trasporto fosse privato, roba sua e dunque della quale disporre a piacimento e in base a qualsiasi motivazione, peraltro usurpando il valore funzionale delle tasse pagate della collettività. Se dunque il trasporto è pubblico e le tasse le paga il pubblico, se non ci sono i soldi e per ciò il trasporto viene tagliato non è un problema del pubblico ma della politica che, evidentemente, i soldi delle tasse non li sa gestire al meglio così come non sa gestire al meglio i servizi di base che vanno (andrebbero) garantiti alla collettività. Garantiti, ripeto, senza se e senza ma così come senza giustificazioni d’alcun genere. Garantiti e basta.
[Evidentemente a certi amministratori pubblici locali i Piani Resinelli piacciono solo così, ingolfati di auto e sovraffollati di turisti-mordi-e-fuggi.]Dunque, la suddetta politica che dice? Che fa? Come intende agire? Ovviamente con i fatti, non solo con le belle parole che sa sempre ben spendere e altrettanto bene sa non concretizzare. Quella politica che in gran parte, per dire, da anni diffonde promesse, intenzioni, impegni a favore dei Piani Resinelli (così come in innumerevoli altre località delle montagne italiane), e poi lascia che i servizi essenziali alla comunità vengano tagliati. Quindi, che ha da dire ora al riguardo?
[La ciclovia verso il Passo del Muretto, in alta Valmalenco: a sinistra in fase di realizzazione nell’estate 2023, a destra come è ridotta un anno dopo, tra piogge intense e transiti eccessivi. Vedete altre immagini del percorso lì sotto.]Scopro l’acqua calda nell’affermare che il cicloescursionismo è ormai diventato un problema, per le montagne. D’altro canto era inevitabile che accadesse: alla nascita e al rapido sviluppo del fenomeno turistico, favorito dalla diffusione delle e-mtb che consentono a taluni cicloamatori di giungere dove altrimenti mai sarebbero arrivati, non è seguita alcuna gestione da punto di vista politico e ambientale, come spesso accade in Italia. Non solo: molti, troppi soggetti pubblici e privati hanno invece pensato solo a ricavare tornaconti di varia natura dal fenomeno, spacciandolo come un “grande sostegno” alle economie dei territori montani interessati. Niente di più falso: la gran parte del fenomeno è ascrivibile all’ambito del turismo mordi-e-fuggi che poco o nulla lascia nei territori che frequenta, ma nel frattempo quei territori sono stati sconquassati da ciclovie d’ogni genere e sorta, funzionali a fare affari, spendere soldi pubblici e generare propagande elettorali ma spesso realizzate in maniera maldestra e distruttiva per le montagne: le immagini sopra pubblicate lo dimostrano perfettamente (e di esempi al riguardo ce ne sono a iosa, per le montagne italiane).
Intanto in Norvegia, paese che ha conosciuto la grande diffusione delle e-mtb prima dell’Italia e dunque è più avanti di noi anche nella constatazione delle conseguenze, «una proposta di legge che potrebbe vietare le ebike nei percorsi fuoristrada. Mai più gravel o MTB elettriche nei boschi norvegesi» (fonte qui). Ovviamente tale proposta sta agitando i bikers italiani e non solo, d’altro canto la realtà dei fatti impone al più presto, e definitivamente, una regolamentazione generale dell’attività cicloescursionistica negli ambienti naturali, soprattutto in quelli montani, concordata tra tutti i soggetti pubblici e privati interessati: per tutelare i bikers che praticano l’attività in maniera consapevole, salvaguardare ambientalmente i territori che ospitano i percorsi, impedire l’ormai diffuso conflitto tra bikers e camminatori lungo i sentieri, rendere la pratica ciò che dall’inizio doveva essere cioè una bella opportunità per le montagne, non un grosso problema per giunta in crescente aggravamento.
Si riuscirà a conseguire questo importante obiettivo, oppure tutto quanto resterà confinato al solito pour parler utile solo ad peggiorare la situazione fino a renderla definitivamente irrisolvibile?
P.S.: le immagini qui pubblicate me le ha gentilmente fornite Michele Comi, che ringrazio di cuore.