Magnodeno, il monte misterioso

[Immagine tratta da https://lemontagne.net/. Per ingrandire questa e le altre immagini, cliccateci sopra.]
Il Magnodeno è una delle cime meno appariscenti tra quelle che formano l’anfiteatro montano di Lecco, d’altro canto reso celeberrimo da montagne ben più famose e spettacolari quali le Grigne, con tutte le varie sommità satelliti, o il Resegone. In effetti, morfologicamente, il Magnodeno più che un monte a se stante sembra un semplice prolungamento di una delle dorsali che dalla cresta sommitale del Resegone discendono verso il bacino dell’Adda, anche se in verità, geologicamente, il Magnodeno con il Resegone non c’entra assolutamente nulla.

[Ve la indico, la cima del Magnodeno, altrimenti risulterebbe di difficile identificazione.]
Di contro, il Magnodeno sa offrire numerose altre prerogative speciali, addirittura di carattere “arcano”: infatti, se come ogni altra montagna di una certa rilevanza anche il Resegone venne ritenuto nei secoli passati residenza di creature più o meno sovrannaturali, è proprio il monte Magnodeno la sommità in zona a più alto tasso di racconti, testimonianze e leggende misteriose: una peculiarità che, come vedremo, giunge fino ai giorni nostri, tenendo viva l’aura mitologica generatasi nel passato attorno all’altrimenti placida montagna.

Partiamo proprio dai secoli scorsi, quando nel lecchese era viva la convinzione che l’intero versante del Resegone compreso nei confini della Val Comera e, in particolare, i boschi del Magnodeno tra il Passo del Fò, la località di Campo de Boi (piccola capitale lecchese del mistero, come vi dirò a breve) e la zona sovrastante Maggianico fossero popolati da streghe fin da tempi remotissimi. Una credenza proveniente con tutta probabilità dagli adiacenti territori bergamaschi, nei quali si ritrovano molte leggende assai simili a quelle diffuse a Lecco e in Brianza – come hanno notato Felice Bassani e Luigi Erba nel libro I nostri vecchi raccontano… Storie leggende favole del territorio lecchese, edito nel 1982 da Bertoni Editore (dal quale sono tratte le testimonianze di seguito riportate). Il Resegone e i suoi valichi in effetti sono sempre stati territorio di transito tra il lecchese e la (attuale) provincia di Bergamo, con la quale vi sono sempre stati legami commerciali rilevanti a partire dagli spostamenti dei bergamini, i famosi pastori transumanti d’un tempo, che inseguendo i pascoli migliori per le proprie mandrie non si facevano mai troppi scrupoli confinari per i propri spostamenti, portandosi appresso pure le credenze delle terre d’origine.

[Foto di Andrea Canali, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte: commons.wikimedia.org.]
A proposito di streghe, a Campo de Boi si raccontava un tempo questa storia: a un pastore che usava trascorrere quasi tutta la giornata sulle montagne lecchesi presso la località sulle pendici del Magnodeno che per questo conosceva come le proprie tasche, capitò un giorno che gli alberi che lo circondavano cominciarono a girare vorticosamente, e quasi per incanto si ritrovò in un bosco che distava almeno quattro ore di cammino da casa sua. Nei paesi sottostanti le notizie di questi fatti circolavano ed i vecchi le raccontavano ai propri nipoti, raccomandando loro di non recarsi, se non per necessità, da quelle parti. Il fatto impauriva tutti ma non due monelli che se ne infischiavano di tutto e che, al contrario di altri, erano mossi da curiosità per queste vicende. Fu così che un giorno decisero di andare ad esplorare la zona. Cammina e cammina, arrivarono sul posto ma non videro niente. Così si misero a tirare sassi nel fiume e, un sasso tira l’altro, risalirono quelle acque per parecchi metri. Giunsero ad un punto dove videro una catapecchia e fuori una vecchia che stava preparando una specie di brodaglia: se ne stettero lì a guardare tra gli alberi senza avvicinarsi. Ad un certo punto la vecchia abbandonò la pentola e andò nel bosco, situato nella parte opposta, molto probabilmente per raccogliere delle erbe. I due si avvicinarono e, ridendo e scherzando, vuotarono la pentola per terra. Ed ecco allora che cosa successe: una scopa, appoggiata all’ingresso della catapecchia, si mosse decisamente verso di loro e li prese a scopate fino quasi al paese. I due monelli fecero in un batter d’occhio quella strada e mai più osarono prendersi burla di ciò che dicevano loro i vecchi.

Anche in tema di spiriti il Magnodeno è risultato da sempre ben dotato. Ancora intorno a Campo de Boi, ad esempio, succedevano sovente cose stranissime: un giorno un contadino che trasportava del latte si vide circondato da alcune ombre che gli spruzzavano addosso proprio quel liquido; a casa trovò poi i suoi recipienti vuoti. Stessa scena per un altro contadino del luogo: le solite ombre gli giravano attorno e, quando giunse a casa, trovò i recipienti vuoti, nonostante durante il trasporto gli sembrava che pesassero.

Altri spiriti infestavano invece il monte nella zona soprastante Maggianico: qui si diceva che molte persone vedessero le piante animarsi sentendo pronunciare le parole «Giüs, tra gió chel füs!». Il significato della frase non è chiaro, ma è certo che il füs era il fuso da filare, che ha in sé un’accezione magico-spiritica anche in molte altre culture: si veda la favola della Bella Addormentata, ad esempio, diffusa con alcune varianti in tutta Europa, che cade nel suo lungo sonno proprio per la puntura di un fuso.

Tuttavia, come detto, il Monte Magnodeno ha voluto rimarcare la propria natura misteriosa anche ai giorni nostri con un mito assolutamente contemporaneo: gli UFO. Raccontano infatti le cronache che la sera del 15 Novembre del 1977, limpidissima e senza un minimo di foschia, alcuni cittadini lecchesi notarono dalle proprie finestre o transitando per le strade tre oggetti misteriosi volteggiare presso le guglie del Resegone, per poi dirigersi nella zona di Monte Magnodeno. Si parlò subito di oggetti volanti non identificati – UFO, appunto – uno dei quali, con la sua coda luminosa, avrebbe poi lasciato il cielo del Resegone per scendere verso la località di Campo de Boi – evidentemente amata non solo da streghe e spiriti ma pure dagli alieni. L’eccezionale apparizione venne vista da tanti lecchesi sino a quando, verso le 23, le “luci” scomparvero improvvisamente: la zona di Campo de Boi venne addirittura perlustrata da volontari ed escursionisti, ma non furono rinvenute tracce di atterraggio di qualsivoglia astronave spaziale (sull’argomento “UFO-Magnodeno” ci ho scherzato sopra di recente, qui).

Insomma: al di là di visioni, suggestioni, superstizioni, allucinazioni o che altro, il Magnodeno è sempre stato un luogo montano carico di fascino sovente così grande da sconfinare nel soprannaturale e nell’incredibile. Al Resegone e ai suoi meravigliosi versanti non occorrono certo leggende d’alcun genere per rimarcare tutta la bellezza messa a disposizione dell’escursionista; d’altro canto tali storie mitologiche, curiose e divertenti anche per la mente più razionale, possono certamente rendere gli itinerari percorsi ancora più affascinanti e “magici”, regalando quella divertente aura di presumibile “mistero” – anche quando venga considerata dal più razionale punto di vista culturale e antropologico – che fa dell’esplorazione degli itinerari del monte un’esperienza ancor più interessante e, a suo modo, alternativa allo spettacolare ma iper-frequentato Resegone.

P.S.: il testo che avete appena letto è tratto dal volume Sö e só dal Pass del Fó. In cammino da 75 anni sui sentieri del Resegone e della storia di Calolziocorte, che ho scritto e curato nel 2015 per la sezione CAI di Calolziocorte. Per saperne di più, cliccate qui.

Carlo Viano. Forme volumi trame

C’è una bella mostra in corso al Museo Nazionale della Montagna di Torino: Carlo Viano. Forme volumi trame, dedicata all’originale produzione figurativa iperrealista con la quale l’architetto torinese ha ritratto le montagne alpine.

Come si legge nella presentazione della mostra, «Muovendo dal fascino per le cartografie alpine e le rilevazioni scientifiche realizzate nella seconda metà dell’Ottocento da Eugene Viollet-Le-Duc, Viano ha elaborato una ricerca del tutto personale, in cui i riferimenti al metodo architettonico si fondono con la ritrattistica di paesaggio. La specificità del suo lavoro risiede tuttavia nel metodo: Viano “fotografa” la montagna, e la materia minerale di cui è fatta, rappresentandola mediante una tecnica di carattere iperrealistico. Il dato fotografico è punto di partenza e guida affidabile per una ricerca sulla forma, mediante la quale Viano dà vita a un processo di conoscenza minuzioso del paesaggio. I dipinti prendono vita su carta da acquerello, supporto sul quale Viano riproduce la grammatica della carta millimetrata, che diventa elemento tecnico al contempo strumentale e strutturale per le rappresentazioni  di montagne, ghiacciai e materia minerale.»

Le opere di Viano, così minuziose, sembrano quasi immagini a corredo di studi e report scientifici, dando l’impressione di, leggo ancora nella presentazione della mostra, «Una montagna “sorvegliata speciale”, oggi più che mai oggetto di misurazioni scrupolose e osservazioni costanti», tuttavia la natura pienamente artistica delle sue opere e la rappresentazione della bellezza del paesaggio alpino fa di esse una sorta di profondo e appassionato atto di sensibilità verso le montagne, colte da uno sguardo che nella meticolosità della raffigurazione sembra voler tentare di cogliere tutto ciò che le montagne sanno offrire all’occhio più attento, caratteristica che denota uno spirito parimenti attento e sensibile.

La mostra è aperta fino al 15 maggio prossimo: cliccate sull’immagine in testa al post per saperne di più. Se siete in zona, secondo me una visita la merita, senza contare tutto il resto di interessante e affascinante che il Museo Nazionale della Montagna sa offrire ai suoi visitatori.

Sul libro “Sö e só dal Pass del Fó”

A seguito di alcuni recenti articoli pubblicati tra blog e social, in molti (be’, relativamente, ovvio!) mi state chiedendo dove si possa recuperare il volume Sö e só dal Pass del Fó. In cammino da 75 anni sui sentieri del Resegone e della storia di Calolziocorte, che ho scritto e curato per il settantacinquesimo di fondazione della locale sezione del Club Alpino Italiano e che contiene molte narrazioni sul Resegone, sui monti e i territori circostanti, sulla loro frequentazione nel tempo e sul paesaggio geografico e storico che li caratterizza e costruisce il loro notevole fascino. Per saperne di più potete dare un occhio qui.

Ecco: qualsiasi informazione sul volume e la sua reperibilità la potete chiedere presso la stessa sezione CAI di Calolziocorte, che lo ha editato, scrivendo una mail qui o telefonando al 0341/504329. Il sito web della sezione è https://caicalolzio.com/.

A presto per (forse) ulteriori news al riguardo.

Il CAI, Bonatti e il K2: ma quale “verità”!

Trovo alquanto utile e significativo l’articolo Una verità che arriva da lontano pubblicato sul numero di dicembre 2021 di “Montagne360”, la rivista del Club Alpino Italiano, col quale l’autore, Presidente Generale del sodalizio, torna sulla vicenda CAI-Walter Bonatti-K2.

È un articolo particolarmente utile non perché rimarchi che, a dire dell’estensore, il CAI fin dal 1994 «avesse appoggiato la versione di Bonatti» – cioè la verità sulla vicenda – ma proprio per come riesca a ottenere l’effetto opposto, ovvero evidenziare che per 40 anni il CAI (con alcune eccezioni ma mai “ufficiali”) abbia sostanzialmente dato del bugiardo e del millantatore a Walter Bonatti, cagionandogli sofferenze e dispiaceri che solo chi l’abbia realmente conosciuto è conscio della drammaticità – lo stesso Bonatti, ne Le mie montagne, le descrisse come «fin troppo crude per i miei giovani anni».

Quarant’anni di infamia che in verità sono anche di più, per come la risoluzione finale della vicenda arrivò solo nel 2004 con la cosiddetta “Relazione dei tre saggi” poi ratificata in vari modi negli anni successivi. Dunque sono 50 gli anni effettivi di falsità del CAI nei confronti di Walter Bonatti. Cinquanta. Non solo: è bene ricordare che ancora nel 2003 – dunque non nel 1994 – Bonatti dichiara (intervista a “La Repubblica” del 8 ottobre 2003, pagina 15) che «Io sul K2 in una notte del ‘54 sono quasi morto, ma quello che mi ha ucciso è questo mezzo secolo di menzogna» e che in K2 La verità. 1954 – 2004 (Baldini Castoldi Dalai Editore, ristampato nel 2021 da Solferino Libri), pubblicato nel 2007, così scrive alle pagine 206-207 proprio in riferimento a quel 1994 della “verità” così celebrata dal CAI:

Siamo giunti al quarantesimo anniversario della conquista del K2, e il CAI, finalmente, annuncia la tanto attesa revisione storica dell’assalto finale alla grande montagna.
Ma è proprio qui che si manifesta il bluff del Club Alpino Italiano, ovvero l’inganno di considerare, come pretesa revisione storica, una motivazione niente affatto pertinente alla reale «pietra dello scandalo». Cosa quindi mai da nessuno ritenuta «sospetta».
Così il CAI Centrale si limita a «riconoscere a Bonatti il giusto merito per l’apporto alpinistico da lui dato alla vittoria del K2»… E chi mai, fin dall’inizio, ne aveva dubitato? Risultò insomma, tout court, una finta, assurda e persino ridicola revisione storica.

Dunque, dal mio punto di vista, quello pubblicato sull’ultimo numero di “Montagne360”, è un articolo mendace e ipocrita, anche per come cerchi maldestramente di scansare dati e vicende oggettive che ne minano qualsiasi eventuale valore “positivo” – in primis proprio nell’esaltare 17 anni di favore del CAI verso Bonatti (morto nel 2011, lo ricordo) a fronte di 40 anni di fango. Ovvero 7 anni contro 50, se si considera la “revisione” del 2004.

Ma è pure un articolo ruffiano, visto che sfrutta il traino (ritenuto funzionalmente propizio, con tutta evidenza) della docufiction su Bonatti andata in onda su Rai Uno lo scorso settembre, ed è anche sorprendentemente puerile, per come tenti di avallare la propria versione dei fatti mostrando l’immagine di una dedica di Bonatti all’autore dell’articolo quasi che con essa si possa indubitabilmente sostenere che Bonatti avesse concesso la propria totale riconciliazione al CAI – quando semmai quella dedica dimostra una volta di più la sua costante e grandissima signorilità verso tutti, una dote che chiunque lo abbia conosciuto avrà sempre riscontrato, anche nei suoi momenti più cupi.

Insomma, ribadisco: per quanto mi riguarda, Una verità che arriva da lontano è uno scritto idealmente esecrabile, che da un lato offende la memoria di Walter Bonatti sfruttandone il nome per rivendicare “verità” distorte e fallaci, ma dall’altro dimostra nuovamente la notevole dote del Club Alpino Italiano di palesare, appena dietro la propria prestigiosa immagine storica, il solito armadio pieno di scheletri tanto ipocriti quanto demoralizzanti per chi invece vorrebbe riconoscerne la reputazione e l’autorità riguardo tutto ciò che è “montagna” il più frequentemente possibile.

Quanto sopra, sia chiaro, con il pieno e immancabile rispetto personale e istituzionale delle figure che in questo mio scritto ho più o meno direttamente citato e coinvolto esclusivamente al riguardo degli argomenti disquisiti.

La morte di un lago

[Foto di Staecker, opera propria, pubblico dominio, fonte: commons.wikimedia.org.]

Come muore un lago? Non è certo una domanda che uno si fa abitualmente. Eppure qui, a Moynaq, hai l’impressione che questa sia una domanda che tanti si sono posti ben più di una volta nella vita. Se potessi andare a chiedere in giro a chi ha più di trentacinque anni, tutti avrebbero una mezza idea e qualche spiegazione. Ma non si possono far domande. Appena ho tirato fuori la macchina fotografica in mezzo al paese, accanto alla stazione dei bus, si è accostata un’auto con due figuri in borghese che ci hanno messo poco a farmi capire che no, meglio non fotografare. Meglio non chiedere come muore un lago. Del resto chi è giovane invece l’acqua non l’ha mai vista, ha sentito solo i racconti.
Dall’inizio degli anni Ottanta Moynaq non è più una citta rivierasca. Dalla scarpata di quello che una volta era il lungolago non si vede nulla di azzurro. Solo sabbia e polvere. Il lago d’Aral, il quarto specchio d’acqua dolce (non troppo dolce) più grande del mondo, oggi è un deserto di polvere salata. E allora per spiegare il perché del disastro dell’Aral torna utile il verso di un poeta uzbeko senza nome, che viene citato da Colin Thubron in uno dei suoi libri sull’Asia centrale: «Quando Dio ci amava ci donò l’Amur Darya. Quando smise di amarci di mandò gli ingegneri russi».

(Tino Mantarro, Nostalgistan. Dal Caspio alla Cina, un viaggio in Asia centrale, Ediciclo Editore, 2019, pagg.55-56.)

Nel suo Nostalgistan, Tino Mantarro racconta anche dell’assassinio del Lago d’Aral, uno dei più grandi e sconcertanti disastri ecologici e ambientali mai causati dall’uomo sul pianeta, un evento di quelli che mettono seriamente in dubbio la fondatezza del titolo di “civiltà” che il genere umano s’è attribuito. Ora l’Aral è lì, sotto gli occhi del mondo, con tutto il suo carico di morte, di desolazione e di forza ammonitrice: ma alla fine sanno (sapranno) imparare, gli uomini, da un errore pur così gigantesco?

Potete leggere di più sulla storia e la morte del Lago d’Aral qui, mentre qui potete vedere una significativa presentazione slide su quanto è accaduto. C’è da rimarcare il fatto che dai primi anni Duemila è in corso un tentativo di salvataggio almeno parziale del bacino e del suo ecosistema naturale, in verità sostenuto più da varie organizzazioni internazionali che dai governi locali: se ne parla qui.