Sabato prossimo il Vallone delle Cime Bianche è… a Fino Mornasco!

Ancora fresco dell’assegnazione quanto mai meritata – ad Annamaria Gremmo – del Premio Marcello Meroni per la sezione “ambiente”, lo scorso 28 ottobre a Milano, il Progetto fotografico L’Ultimo Vallone Selvaggio. In difesa delle Cime Bianche torna a presentare e sostenere la fondamentale e emblematica causa di tutela del Vallone delle Cime Bianche in Valle d’Aosta, minacciato da una devastante infrastrutturazione funiviaria a scopi sciistici, il prossimo sabato 11 novembre in Lombardia, a Fino Mornasco, per iniziativa della locale sezione del Club Alpino Italiano.

Ne parlavo proprio in occasione della cerimonia del Premio Meroni con Annamaria – e con Marco Soggetto e Francesco Sisti, gli altri fautori del progetto – di questa doppia ospitata ravvicinata del Vallone delle Cime Bianche, uno degli ultimi ambiti incontaminati delle Alpi valdostane, in quella che invece è la zona più contaminata e cementificata d’Italia, l’alta Lombardia (il 20 ottobre erano a Somma Lombardo con l’extra del 28 ottobre a Milano, appunto: quindi anche tripla ospitata lombarda). Circostanza magari solo casuale ma che a me viene da pensare e ritenere assolutamente significativa: come se si stia manifestando da parte delle persone più sensibili su tali questioni le quali abitano la zona più soggetta a “incuria” urbanistica del paese (come dimostrano da anni le statistiche nazionali sul consumo di suolo), una particolare attenzione alla conoscenza e al sostegno della causa di conservazione di un luogo delle Alpi così meraviglioso e emblematico dal punto di vista ambientale, essendo una delle rare zone di natura intatta tra territori viceversa pesantemente antropizzati per scopi turistico-sciistici. Quasi che – continuando nella mia suggestione – i lombardi che conoscono bene, loro malgrado, la cementificazione dei loro territori e il degrado del paesaggio (non solo di quello naturale) da essa cagionata, vogliano “sfruttare” questa triste esperienza per dar forza alla difesa del Vallone delle Cime Bianche, trasformandola invece in un’esperienza di tutela ambientale vincente e esemplare per qualsiasi altro territorio sottoposto a così deprecabili mire speculative, sia esso un’altra zona delle nostre montagne oppure, perché no, un territorio a ridosso delle grandi aree metropolitane come appunto tanti che regioni come Lombardia presentano.

Chissà che a differenza di quanto accaduto per decenni, con le città che hanno colonizzato i territori montani imponendovi la loro urbanizzazione più selvaggia, ora non sia l’Ultimo Vallone Selvaggio – tale invece nel senso originario e virtuoso dell’aggettivo – a “insegnare” alla città la più efficace e benefica tutela del mondo e dell’ambiente nel quale tutti viviamo! Di sicuro il progetto di difesa delle Cime Bianche lo sta facendo per le montagne valdostane nel modo migliore e più ammirevole possibile, come anche l’assegnazione del Premio Meroni ha rimarcato: in fondo la mia è più di una mera suggestione, è un fervido auspicio che spero di vedere realizzato al più presto.

Dunque non mi resta che invitarvi caldamente – se siete della zona o vi potete giungere – alla serata di sabato 11 a Fino Mornasco con Annamaria Gremmo, Marco Soggetto e Francesco Sisti. Trovate le informazioni necessarie nella locandina qui riprodotta. Ve ne tornerete a casa con tanta bellezza nella mente, meraviglia nel cuore e molta più consapevolezza nell’animo riguardo le nostre montagne e non solo quelle. Ve lo assicuro.

Stasera il Vallone delle Cime Bianche è… a Somma Lombardo!

A chiunque fosse della zona, o in zona – tra Milano e Varese, insomma – consiglio caldamente di non perdersi la serata organizzata questa sera dal CAI di Somma Lombardo sul progetto di salvaguardia del Vallone delle Cime Bianche, l’“Ultimo Vallone Selvaggio” delle Alpi valdostane minacciato da un devastante progetto funiviario a fini sciistici della cui pericolosità ormai tutti sono consci.

Per tanti preziosi motivi: perché il Vallone delle Cime Bianche è un luogo straordinario, tra i più belli delle Alpi occidentali; perché solo in preda a una mera follia si potrebbe pensare di distruggerlo con degli impianti e delle piste da sci; perché purtroppo c’è qualcuno talmente folle da pensarlo e dunque serve la mobilitazione di chiunque ami la montagna per salvarlo e chiederne la massima tutela; perché la salvaguardia del Vallone delle Cime Bianche è un atto esemplare e emblematico rispetto a tanti altri luoghi montani minacciati da simili infrastrutturazioni; perché Annamaria Gremmo, Marco Soggetto e Francesco Sisti, i principali promotori del progetto di salvaguardia del Vallone, sono persone splendide la cui carica umana e la genuina, autentica e contagiosa passione per le montagne che dimostrano – per le Cime Bianche e non solo – rappresentano il sigillo di qualità dell’opera di tutela che stanno portando avanti ormai da anni; perché sono anche ottimi fotografi che vi mostreranno con i loro scatti tutta la bellezza del Vallone e di quella porzione delle Alpi occidentali; perché supportare le loro iniziative e attivarsi – ciascuno per quanto possibile – in difesa delle Cime Bianche equivale a difendere se stessi ovvero tutti noi che amiamo le montagne e ne comprendiamo il valore culturale, sociale, economico, ecologico, ambientale inestimabile e pure chi alle montagne è disinteressato ma che alla fondamentale presenza di esse nell’ecosistema del quale facciamo parte deve il proprio benessere e la qualità di vita; perché, per quanto ho appena affermato, le montagne sono un patrimonio di tutti che nessuno si può permettere di rovinare e degradare per il tornaconto di pochi… e per innumerevoli altri motivi che, a questo punto, credo non serva citare per non tediarvi ovvero per fare in modo che li possiate scoprire da voi, partecipando alla serata di venerdì a Somma Lombardo.

[Immagine tratta dalla pagina Facebook Varasc.it.]
Se lo farete, sono sicuro che tornerete a casa più ricchi: di bellezza, di consapevolezza, di passione per le montagne e la natura, di forza d’animo e libertà di spirito, di senso civico e di voglia di camminare in mezzo a tutta quella meraviglia montana godendone l’incontaminata purezza.

Per qualsiasi informazione sulla serata potete consultare il sito web del CAI Somma Lombardo.

Cime Bianche, Cortina, Lago Bianco (eccetera): è ora che la politica che consuma e devasta le montagne venga definitivamente isolata!

[Cortina d’Ampezzo, domenica 24 settembre 2023.]
Venerdì 22 settembre ad Aosta c’era un sacco di gente per ascoltare Marco Albino Ferrari, Pietro Lacasella e manifestare la propria adesione alla lotta per la salvaguardia del Vallone delle Cime Bianche, tra Cervino e Monte Rosa, minacciato da un devastante progetto funiviario e sciistico. Domenica 24, a Cortina d’Ampezzo, Piazza Dibona era stracolma di persone radunatesi lì per dire un chiaro e inequivocabile “NO” allo scellerato e vergognoso progetto della nuova pista olimpica di bob. Due weekend fa, il 10 settembre, ancora altre centinaia di persone si sono radunate ai 2600 m del Passo di Gavia, sulle rive del Lago Bianco tra Valtellina e Valle Camonica, per protestare contro i lavori di posa delle tubature che prederanno le acque del lago per alimentare gli impianti di innevamento programmato di Santa Caterina Valfurva. E tutti questi recenti raduni non so che gli ultimi di una serie di altri precedenti, altrettanto sentiti e partecipati, nonché alcuni dei tanti attraverso cui, nelle Alpi e sugli Appennini, un numero crescente di persone, riuniti in associazioni o da cittadini comuni, sta chiedendo di salvaguardare i territori e i paesaggi montani.

[Aosta, venerdì 22 settembre 2023.]
Ecco perché, nonostante la devastante azione di certa politica che sta cercando in ogni modo di svendere e consumare le montagne per biechi e inutili scopi turistici al fine di ricavarne chissà quali tornaconti («A pensar male si fa peccato ma si indovina» recita quel noto motteggio) io resto assolutamente fiducioso che una tale realtà, oggi inquietante e irritante, possa cambiare presto. Sempre più persone – me ne rendo conto non solo dalle manifestazioni come quelle citate ma in generale frequentando le montagne e parlando con chi incontro lungo i sentieri e nei rifugi – si stanno rendendo conto che non si può più, non si deve più fare ciò che si vuole sulle/delle nostre montagne, che molte cose che accadono nei territori montani sono sbagliate, pericolose, illecite, insensate, che bisogna necessariamente riprendere la piena consapevolezza del valore inestimabile e condiviso – ambientale, culturale, sociale, economico – delle montagne e dei loro paesaggi, un patrimonio di tutti che nessuno, nemmeno quei pochi scellerati amministratori pubblici coi loro sodali, può permettersi di deteriorare, degradare, consumare e distruggere.

[Lago Bianco al Passo di Gavia, domenica 10 settembre 2023.]
Forse anche per questo i suddetti amministratori manifestano una tale foga nel presentare e finanziare continuamente progetti così devastanti: ove non siano semplicemente dei pazzi, in realtà si rendono conto di avere il tempo contato per portare avanti ciò che vogliono fare, che la stragrande maggioranza delle persone non è dalla loro parte e che tutti quelli che al momento restano silenti, che i proponenti pubblici pensano essere concordi alle loro azioni, lo sono soltanto per disinteresse civico, mera pusillanimità ovvero nel tentativo di difendere il proprio “orticello” di interessi privati. Purtroppo per il momento il sistema che autoalimenta la predazione delle montagne sta ancora in piedi ma è vieppiù traballante, anche in forza dei colpi di maglio sempre più violenti, ahinoi, portati dalla crisi climatica in divenire; di sicuro la consapevolezza crescente e sempre più diffusa riguardo la salvaguardia delle montagne concluderà molto presto la loro folle e devastante corsa. Speriamo, quando ciò accadrà, che i danni nel frattempo inferti ai territori montani e alle comunità che li abitano non siano troppo pesanti e profondi.

Turismo in montagna: si può trovare un equilibrio tra “eccessivo” e “essenziale”?

(P.S. – Pre Scriptum: articolo pubblicato su “Il Dolomiti” sabato 9 settembre 2023 – vedi in calce al testo.)

«Salvaguardiamo la pace e la tranquillità di certe zone dallo squallore che vediamo nelle città…»

«Se la cena stellata serve a far rendere di più l’impianto e guadagnare due soldi al cuoco e a chi ci lavora non vedo il problema…».

Sono due passaggi estratti dai commenti su Facebook dell’articolo de “Il Dolomiti” del 26 luglio scorso, intitolato “In montagna sempre più ‘attrazioni turistiche’ inutili”, dagli aperitivi alle cene stellate in cabinovia, il parere del Cai Alto Adige: “Serve un ‘ritorno’ all’essenziale” – cliccate sull’immagine qui sotto per leggerlo. Carlo Alberto Zanella, presidente della sezione altoatesina, nel commentare la cena stellata in cabinovia realizzata a Madonna di Campiglio, afferma che «In montagna abbiamo costruito panchine giganti e ogni tipo d’attrazione per turisti. Pur di accontentare un certo tipo di ‘clientela’ ci si inventa qualsiasi cosa. Così facendo, però, si va a perdere la vera essenza dell’esperienza in quota»: articolo  e dichiarazioni che, inevitabilmente, hanno scatenato la solita diatriba – con altrettanto solite ruvidezze verbali – tra pro e contro, la quale ancora oggi, a qualche settimana dalla pubblicazione, vedo rimbalzare sul web citata e commentata da molti utenti. D’altro canto è un tema di discussione che non nasce certo oggi e che avrà valore crescente nel prossimo futuro, viste le cronache al riguardo giunte dalle montagne italiane in questa estate ancor più che nelle precedenti – e chissà in quelle future, se l’andazzo resterà immutato!

In concreto, la denuncia del Cai Alto Adige fotografa una situazione ormai diffusa sulle nostre montagne, appunto, che se da un lato è propria del turismo contemporaneo in generale, per le cui modalità vigenti sembra che ogni cosa debba essere necessariamente spettacolarizzata, anche l’esperienza più naturale, dall’altro appare spesso priva del più logico senso del limite e di una consapevolezza culturale che, in un ambiente di valore assoluto come quello montano, dovrebbe rappresentare la base ineludibile di ogni cosa. La denuncia Cai è dunque giusta e necessaria e vada un plauso alla sezione altoatesina che ha una posizione ben chiara riguardo questioni, a differenza di altre sezioni e dello stesso Cai nazionale sovente più ambiguo – almeno fino a oggi. D’altro canto le osservazioni di quei due commenti antitetici sopra citati, relativamente al rispettivo punto di vista, sono parimenti comprensibili: è vero che la montagna troppe volte, e in modi francamente inaccettabili, imita la città ovvero da essa e dal suo modus vivendi consumistico si fa colonizzare, generando situazioni alienanti e culturalmente degradanti, ma è anche vero, posto il turismo e le sue infrastrutture come parte integrante e per certi versi al momento ineludibile– nel bene e nel male – che una fruizione intelligente di esse rappresenta un’opportunità valutabile quando non un’esigenza economica inevitabile, in relazione al sostentamento finanziario di chi le gestisce. Certo, qualcuno dalle posizioni particolarmente radicali potrebbe anche concludere che sia meglio falliscano, gli impianti e chi li gestisce, così da imporre lo smantellamento delle opere e la rinaturalizzazione del territorio: ma tale ipotesi, anche al netto delle problematiche conseguenti, parrebbe piuttosto utopica, per ora.

Il Cai Alto Adige ha ragione, ribadisco. Posto ciò chiedo: tra l’essenziale invocato dal suo presidente e l’eccessivo cagionato da certe iniziative turistiche ci potrebbe essere un equilibrio, un compromesso accettabile? Personalmente credo di sì, che ci possa essere e anzi che debba essere ricercato a prescindere, ovvero che si debba trovare il modo di ricondurre l’eccessivo all’essenziale per evitare le esagerazioni del primo ma senza pretendere la radicalità del secondo e ferma restando la più ampia e strutturata salvaguardia del territori, dell’ambiente naturale e del paesaggio relativo, patrimoni comuni di inestimabile valore che non possono essere né degradati da manufatti decontestuali e nemmeno banalizzati da visioni e immaginari creati ad hoc solo per farne un bene da mercanteggiare e vendere. Il che significa anche porre un limite al turismo di massa incontrollato nei territori di pregio come quelli montani – fenomeno che purtroppo fa gola a certi ambienti turistici, meramente convinti che «più turisti ci sono più soldi si fanno» (cosa sostanzialmente falsa che per di più ignora al contempo i tanti effetti collaterali dell’overtourism) – per riportarlo entro limiti nei quali la quantità venga sottoposta a parametri di qualità, turistica e ancor più culturale, della presenza nel territorio e della fruizione dei suoi paesaggi: una pratica che peraltro genera pure fidelizzazione con i luoghi e dà sostanza a un bacino turistico che può mantenersi costante nel tempo – in quantità e qualità, nuovamente – a vantaggio di tutti gli stakeholders locali.

Per fare un esempio tra i tanti possibili, citando il caso di Madonna di Campiglio che ha fatto da “ispirazione” al Cai Alto Adige per le sue considerazioni: si vuole offrire ai turisti la cena stella in cabinovia? Va bene, ma solo se tale iniziativa venga inserita in una proposta nella quale il turista, nello stesso contesto, non solo abbia l’opportunità di mangiare prelibatamente ma pure di imparare qualcosa sul territorio e sulle montagne sorvolate e raggiunte dall’impianto, dunque che possa portarsi a casa non soltanto una mera e pur suggestiva esperienza a favore della pancia ma anche una a favore della mente e dell’animo, quanto mai importante proprio per la più autentica valorizzazione del territorio in questione e al contempo per la fidelizzazione turistica ad esso. D’altro canto una cena stellata su un impianto di risalita in sé è un evento da non luogo, autoreferenziale, ripetibile ovunque senza bisogno di contestualizzazione geografica e culturale: può portare turisti meramente interessanti alla novità ma non porta alcun beneficio di medio-lungo termine per la località. E questo è un principio che vale per qualsiasi altra pratica turistica che pretenda di conseguire risultati meramente commerciali eludendo quelli culturali, ovvero ciò di cui ha bisogno la montagna per strutturare uno sviluppo durevole nel tempo.

L’essenzialità non è il non fare nulla, come chi sostiene certe iniziative turistiche vorrebbe far credere, ma è fare cose, qualsiasi esse siano, che posseggano un’essenza, un’anima, un senso benefico per il luogo, un contenuto che arricchisca l’esperienza sensoriale e culturale dei visitatori riguardo il valore del luogo. È una cosa fondamentale, questa, irrinunciabile per un turismo di qualità in territori di qualità come sono quelli montani che non possono e non devono in nessun modo essere ridotti a non luoghi turistici ovvero in prodotti da vendere e consumare. Se ciò accadesse – e purtroppo accade, in certe località – sarebbe (è) un autentico crimine morale.

Paesaggi culturali trasformati in luna park: cosa c’è di così difficile da capire?

Posti che rispecchiano un senso di cura così intesa non sono luna park né depositi di un glorioso passato da sfruttare al massimo, ma vitali generatori di cultura, sedi di un patrimonio diffuso, in cui si vive una compresenza di passato e di presente, e anche un’aspettativa di futuro; luoghi da presentare con orgoglio nella convinzione che ogni angolo, “iconico” o meno, abbia dignità e significato, e valga la pena e il tempo di essere conosciuto. Questo è a maggior ragione importante se si pensa che l’Italia è un paese che nei piccoli centri vede la propria caratteristica e nel passato l’archivio di senso da cui trarre la capacità di avanzare confrontandosi con il mondo globale: una specificità da valorizzare.
Credo che guardare al di là dell’idea di turismo e riattivare una tale percezione del territorio potrebbe non solo stimolare un maggiore rispetto da parte di chi arriva, ma anche contribuire a un modello di ospitalità meno fragile, capace di attirare flussi meno concentrati nel tempo, più diffusi sul territorio e più gestibili, diversi – meno avvilenti – sotto il profilo delle aspettative, delle richieste e degli atteggiamenti.

[Tratto da La risposta al turismo di massa sta nei territori. Che non sono luna park, articolo di Gabi Scardi pubblicato su “Artribune” il 21 agosto 2023.]

Anche il mondo dell’arte contemporanea, che pure è basato per certa parte su un’idea commerciale del patrimonio collettivo di bellezza e di ciò che la rappresenta – arte appunto ma pure monumenti, luoghi, territori, paesaggi – e che qui è rappresentato da una delle sue figure più importanti – Scardi è scrittrice, docente e curatrice di grande esperienza e prestigioso curriculum – si rende ormai conto che il modello del “luna park” così spesso imposto a quelle rilevanze culturali che detengono valenze turistiche come le nostre montagne, è quanto più di deleterio e distruttivo vi sia. Non solo per i luoghi che ne vengono sottoposti ma per l’intera coscienza culturale collettiva, che viene indotta e abituata alla banalizzazione della cultura e al suo consumo per meri fini ludico-ricreativi, il che trasforma il turismo nel primo e più pericoloso strumento di degrado dei luoghi che frequenta e della loro cultura, come ormai da più parti si denuncia.

E nonostante tutto questo, ancora buona parte della politica, locale tanto quanto nazionale, non lo capisce, non lo vuole capire, pretende solo di perseguire i propri fini senza capacitarsi dei danni che ne derivano – oppure capacitandosene ma fregandosene bellamente, il che sarebbe eventualità ben peggiore e assai più esecrabile. Perché? Perché così poco buon senso, così scarsa competenza e visione? Perché così tanta prepotenza e ignoranza nei confronti dei territori e del nostro comune patrimonio di bellezza?