[Prato Nevoso (Cuneo), non esattamente tra gli esempi più virtuosi di urbanizzazione dei territori montani. Foto di Mizardellorsa, opera propria, CC BY 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Le comunità alpine, spesso colonizzate mentalmente attraverso forme di persuasione subliminale a opera dell’immaginario urbano e metropolitano, corrono il rischio di non riuscire a prevedere e programmare sensatamente gli scenari futuri dei loro territori. Se viene meno la capacità, da parte delle comunità, di potersi identificare con i luoghi da esse abitati e costruiti, l’identità rimarrà una mera petizione di principio vuota, sterile, persino controproducente. Senza un continuo processo di identificazione comunitaria con i territori, il rapporto fra popolazione e spazio vissuto rischia di diventare schizofrenico.
[Innsbruck, Austria. Foto di Marco Carli da Pixabay.]Il rapporto tra montagne e città è da sempre tanto importante ed emblematico quanto distorto e controverso. Le città si sono potute sviluppare grazie a ciò che le montagne offrivano loro – banalmente: l’acqua dei fiumi, il legno dei boschi e le pietre per costruire, eccetera – e ci fu un tempo nel quale le società alpine erano più avanzate di quelle cittadine. Poi sono arrivate la geopolitica cartesiana che ha trasformato i monti in confini mentre prima erano spazio di relazioni incessanti, l’industrializzazione che ha drenato risorse naturali e umane, il turismo di massa con il suo immaginario totalmente generato in città e avulso dal contesto culturale montano, sul quale poi si è spesso conformata una politica locale troppo miope e smemorata rispetto alla storia dei propri territori, e quel rapporto tra montagne e città è diventato una antinomia, la quale ha generato grandi problemi socio-economici, ecologici e psico-sociali: monoeconomie dipendenti dal turismo, perdita di attività, competenze e saperi peculiari e identitari, fenomeni di alienazione, creazione di “non luoghi” in territori che sono luoghi nel senso più pieno e virtuoso del termine, formulazione di paesaggi incoerenti e decontestuali rispetto ai territori di riferimento.
È una realtà storica che deve essere assolutamente ribaltata, per il bene di entrambi gli elementi. Montagne e città devono rigenerare una relazione vicendevole profondamente virtuosa per come può e deve essere cancellando una volta per tutte quell’antinomia citata, protratta fino ad oggi e purtroppo ancora mantenuta da certe politiche di gestione territoriale tanto obsolete e superate quanto ormai generalmente e palesemente nocive (l’industria dello sci su pista, ad esempio) e invece ritrovando l’equo rapporto di scambio culturale, sociale, economico, politico (nell’accezione nobile del termine), ecologico, antropologico che è uno dei cardini fondamentali dello sviluppo dei territori su vasta scala, dunque ben oltre il mero ambito locale urbano e di pianura o in quota.
In questi giorni esce un libro assolutamente interessante al riguardo, la cui autrice è tra le figure che da tempo e con grande concretezza si occupa di questo tema: Federica Corrado, professore associato al Politecnico di Torino, past-presidente di Cipra Italia e membro del consiglio direttivo dell’Associazione Dislivelli, e il volume è Urbano montano. Verso nuove configurazioni e progetti di territorio, pubblicato da Franco Angeli.
Così si può leggere nella presentazione del volume:
Negli ultimi anni si è assistito a un intenso dibattito sulla montagna, che ha ormai introiettato rovesciamenti di sguardi tradizionali e ha messo in crisi stereotipi obsoleti, restituendo di fondo una contro-narrazione polarizzante però intorno a temi e situazioni specifiche. Di fatto la montagna, o meglio le montagne, sono oggi, in molti casi, dentro sistemi di relazioni che richiedono una multi-lettura di questa complessità. Complessità che in molti contesti ridefinisce i luoghi della montagna come risultato della co-esistenza di un urbano e un montano che non rappresentano più mondi separati ma intreccio di modi di abitare e produrre. Questo volume intende quindi mettere un ulteriore tassello nella interpretazione contemporanea dei territori del nostro Paese, riannodando i fili tra città e montagna, mettendo a fuoco quel sistema di nodi e filamenti urbani lungo i quali si è diffusa non tanto e non solo una urbanizzazione più o meno continua ma soprattutto forme di nuova urbanità. Forme urbane inedite che non mettono in contrapposizione la cultura urbana con quella montana ma al contrario sperimentano, ibridano e producono nuove dimensioni territoriali, coagulandosi intorno alle città piccole e medie delle Alpi e degli Appennini. Il volume contiene dunque diverse riflessioni in questa direzione che forniscono anzitutto uno sguardo plurale sul tema, a partire dalle posizioni teoriche assunte sino alla geografia dei casi a cui viene fatto riferimento. Una riflessione che attraversa il nostro Paese, dalle Alpi agli Appennini, con gli scritti di molti studiosi, provando a fornire ragionamenti, suggestioni, progetti che guardano con concretezza al potenziale di questa alchimia urbano-montana.
Un testo senza dubbio di grande interesse e importanza, che credo possa risultare intrigante per un’ampia schiera di pubblico, dal ricercatore professionista che lavora sui temi del territorio e del paesaggio fino al semplice ma sensibile appassionato di montagne. E che leggerò quanto prima, sicuramente.
Con quell’affermazione, Serafini vuole rimarcare che, nella città contemporanea, nonostante quanto sta accadendo a livello planetario segnali con tutta evidenza la necessità di una rinascita della relazione profonda e consapevole tra il luogo abitato e i suoi abitanti, «continuiamo a rafforzare le strutture ma non miglioriamo la vita politica, nel senso di partecipazione (sociale e civica, n.d.s.) delle città.»
Usando come pretesto argomentativo il tema delle installazioni di funivie in ambito urbano, che molti ritengono una soluzione al movimento metropolitano delle persone ma che invero è un’idea ormai vecchia di qualche decennio e che continua a essere proposta dalle amministrazioni pubbliche oggi per mera mancanza di altre idee più innovative e rivolte al futuro (ovvero per mancanza di programmazione, pianificazione e visione futura da parte di quegli amministratori cittadini), il dubbio dunque che Serafini pone è tanto semplice quanto gigantesco, nella sua portata: «Per una città del domani, i modelli di ieri sono ancora validi?»
Perché se ogni luogo abitato, anche il meno territorializzato e più sperduto, deve essere pensato (e gestito) dai suoi abitanti sulla base di una visione necessariamente rivolta al futuro, questo non può che valere massimamente per le città, che dei luoghi abitati dall’uomo rappresentano l’esempio fondamentale e, a volte, più deviato e deviante. Se ciò non avviene, la decadenza è soltanto una questione di tempo, proprio come alcune città stanno drammaticamente palesando – nonostante certi progetti “innovativi” ma, appunto, in realtà nati nel passato e concettualmente (ma pure concretamente) incapaci di andare oltre il presente e dunque, alla fine, civicamente sterili.
È una questione di importanza radicale, posto anche quanto denotavo qui al riguardo, che non può e non deve essere (più) trascurata, a partire dall’amministratore pubblico più alto in carica fino al singolo cittadino.
La più grande illusione è credere di conoscere il presente perché ci siamo.
[Immagine di sfondo di Lisaetwikipedia, opera propria, CC BY-SA 4.0; fonte qui.](Edgar Morin, Dove va il mondo?, Armando Editore, 2012. Peraltro, quest’anno Morin compie 100 anni, dunque questa citazione – e altre, già proposte e che proporrò più avanti – si fa ancor più doverosa.)
Nessun segno nel paesaggio risulta ingiustificabile, assolutamente capriccioso: nulla c’è di insignificante. Ossia, come dice il Barthes, «non c’è nulla di reale che non sia intelligibile». Non c’è segno, anche nel paesaggio, che non esprima qualcosa dell’uomo, della società in cui vive. Inoltre, ciascun segno vive in rapporto e in associazione con altri segni: il paesaggio è coerenza. Ogni segno in esso fa parte d’un discorso che si dispiega davanti a noi, un discorso che è il paesaggio stesso, e il cui linguaggio può essere compreso, sia pure sulla base di codici complessi. […] Nel paesaggio ogni cultura si identifica, trova rispecchiata se stessa: il paesaggio parla, comunica concretamente all’uomo, attraverso l’insieme dei segni che egli ha voluto imprimere in esso. È come uno scambio mutuo di messaggi che corrisponde al realizzarsi del rapporto tra condizioni locali e adempimento culturale, rapporto che si instaura nel dialogo tra paesaggio vissuto, strumentalmente inteso, e paesaggio contemplato, visto e interpretato culturalmente.
Mi occupo spesso del tema del paesaggio, come avrà notato chi segue abitualmente il blog, e lo faccio (ovvero lo farò con immutata frequenza, in futuro) perché ritengo che sia un tema tanto fondamentale e basilare nella relazione che l’uomo intesse con il territorio che abita e sfrutta, quanto banalizzato, superficializzato e trascurato – me ne rendo conto di frequente, occupandomi di progetti di sviluppo e valorizzazione dei territori in primis di montagna (con l’eccezione di chi se ne occupa scientificamente, mentre tra i tecnici la situazione è ben meno rosea). Eppure tutto ciò che noi possiamo fare a questo mondo e con cui lasciamo un segno d’ogni sorta nel territorio – dalla traccia di passaggio nell’erba di un prato fino alla più gigantesca infrastruttura immaginabile – scaturisce da quel tema, dal suo concetto fondante e dalla sua più o meno acquisita comprensione. E credo che finché questa comprensione non diverrà realmente comune, nel senso di ordinariamente conosciuta e di generalmente condivisa, i problemi che tutt’oggi si possono constatare in territori d’ogni sorta – dissesti, danni ambientali ed ecologici, interventi edilizi incongrui, sfruttamenti perniciosi, fruizioni insensate e incoerenti, eccetera – continueranno a manifestarsi, con tendenza al peggioramento. A scapito di tutti.