Fieno, ragnatele, temporali e lamponi

Non so di chi sia la grande stalla di pietra su cui si può ancora leggere la data della rivolta leventinese contro Uri: 1755. Di fieno non odora più da tanto tempo. Il soffitto a travi ingrigite e ragnatelose è cosi basso e irregolare che devo far attenzione a non batterci la testa come nel fortino di Santa Pietà durante la guerra, dove più d’uno metteva il casco. Più d’una volta, sorpreso dal temporale in cima al Motto, sono corso a rifugiarmi lì, sotto la veste azzurra d’una madonna che pareva nera, forse d’Einsiedeln, col bambino appeso al petto come il distintivo del Primo Agosto. C’era tutt’intorno alla stalla un arruffio profumatissimo di lamponi, quando si schiariva mi fermavo a mangiarne senza fretta con incredibile piacere.

(Giorgio Orelli, Primavera a Rosagarda in Rosagarda, Edizioni Casagrande, 2021, pag.9.)

L’incipit della raccolta di racconti di Orelli è di quelle che forse solo gli scrittori svizzeri di montagna sanno creare: semplicemente sublime per come in poche righe (13 e mezza, nel testo originale edito da Casagrande) riesca a condensare l’intero paesaggio, nel senso materiale e immateriale del termine, di un territorio di montagna. C’è la storia locale – svizzera, ovviamente -, c’è la geografia con alcuni riferimenti referenziali importanti, c’è la Natura (l’«arruffio profumatissimo di lamponi» è un’immagine meravigliosa, da grande e intrigante poeta quale fu Orelli), c’è la civiltà umana che abita il luogo con le sue usanze, le tradizioni, i mestieri, le credenze popolari (per la cronaca, Einsiedeln è sede dell’abbazia più importante della Svizzera) ma pure un accenno al credo patriottico (il Primo Agosto è la festa nazionale elvetica, data di nascita della Confederazione), c’è il tempo che passa inesorabile sulle travi ingrigite e ragnatelose. Una manciata di righe, ma intense e immaginifiche, per tratteggiare un affresco letterario che con poche parole  offre tantissime vivide narrazioni. Un “minimo” – ma solo in quantità – capolavoro letterario che, ribadisco, pochi autori (anche tra i più grandi, ma con stili differenti) hanno il dono di intessere così fascinosamente.

Cliccate sull’immagine per leggere la mia personale “recensione” a Rosagarda, mentre qui ne trovate un’altra su Giorgio Orelli.

Lucerna, Tallinn e la neve

Devo ammettere (con inopinata immodestia a me stesso, in primis, ma chiedo indulgenza da subito dacché in fondo non è merito né colpa mia) che per scrivere i miei due – e non solo questi, prossimamente – Cahier di viaggio ho scelto altrettante città che d’inverno, con la neve che ammanta il loro paesaggio urbano, diventano se possibili ancora più belle e fascinose di quanto già non siano.

E se ancora non sapete quanto Lucerna e Tallinn lo siano, belle e fascinose – innevate oppure no – be’, potete sicuramente ben scoprirlo con i due libri citati:

Lucerna, il cuore della Svizzera e Tellin’ Tallinn. Storia di un colpo di fulmine urbano, entrambi editi nei Cahier di viaggio di Historica Edizioni. Cliccate sui titoli per saperne di più.

N.B.: le fotografie presenti in questo articolo sono tratte dalle pagine Facebook “I love Lucerne” e “Visit Tallinn”.

Una “panchina gigante” VERA

Per chiudere il cerchio intorno alla “panchina gigante” di Triangia, in Valtellina, sulla quale ho disquisito più volte di recente (vedi qui e qui) per come mi appaia un esempio emblematico della deplorevole pratica (clic) di piazzare in luoghi di notevole pregio paesaggistico (montani, soprattutto) tali manufatti, così sostanzialmente rovinando e inquinando quei luoghi, guardate la bellezza di questa fotografia:

Un gruppo di ragazzi in escursione sui monti del versante retico valtellinese ignora del tutto la megacianfrusaglia suddetta e ammira il paesaggio della valle dall’unica vera “panchina” atta allo scopo presente in loco, il masso erratico di serpentinite malenca antistante l’altra gigante che, come è ben evidente nella foto, così ignorata e solitaria palesa tutta la sua decontestuale presenza ovvero il suo non c’entrar un fico secco con il paesaggio del luogo e tanto meno con la sua fruizione realmente consapevole.

Ecco. E un bel ciaone a tutte queste megapanchine! 👋

P.S.: di nuovo grazie di cuore a Michele Comi, per la sua costante e preziosa opera di sensibilizzazione culturale sui temi della montagna nonché per la consulenza geologica!

Un mestiere “mitologico”

[La diga e il lago di Morasco, in Val Formazza (Val d’Ossola, VB). Foto di Coss5361, opera propria, CC-BY-SA 4.0, fonte: commons.wikimedia.org.]

Martin Vairoli ha 28 anni e da un anno fa il guardiano di dighe. Lo abbiamo incontrato alla diga di Morasco in val d’Ossola, nel nord del Piemonte, non lontano da quella di Vannino dove svolge la sua attività professionale. […]
Probabilmente ci sono lavori che hanno a che fare con qualcosa di ancestrale. Cento anni fa il nonno di Vairoli faceva lo stesso mestiere, e forse non è un caso che oggi lui trascorra due settimane al mese a oltre duemila metri di altitudine, con un collega con cui divide il lavoro e l’obbligo di solitudine. «Per me lavorare in una diga ha a che fare con la mitologia. È una condizione estrema, certo. Stare quassù potrebbe anche causare dei problemi legati al carattere delle persone: essere soli per 24 ore al giorno per 7 giorni consecutivi, in mezzo alla natura, senza nessun altro essere umano se non il tuo collega, è fantastico se si è in pace con sé stessi, ma se uno ha dei problemi la situazione può solo peggiorarli».

Il Post” dedica un bell’articolo pubblicato lunedì 13/12 e firmato da Claudio Caprara al mestiere del guardiano di dighe e alla sua “mitologia”: termine niente affatto esagerato se si contestualizza tale particolare professione, dal sapore apparentemente “vetusto”, alla nostra contemporaneità e alle sue caratteristiche techno/smart/social/eccetera.

I “guardiani di dighe” (definizione la quale ha già in sé un che di “romanzesco”, quasi) stanno isolati sui monti per settimane, a volte anche per periodi maggiori e pure nella stagione invernale, in territori sovente aspri e climaticamente estremi, in relazione con – ma potrei pure dire in ascolto di – un manufatto gigantesco formalmente alieno al territorio in cui si trova eppure a sua volta in relazione con il paesaggio. Un intreccio di “sfide” che tuttavia di pugnace non hanno nulla, anzi, il cui senso primario è la ricerca di “armonie ambientali”: tra i due guardiani isolati sui monti accanto alla diga, tra di essi e la diga stessa, tra la diga e la montagna che la ospita, tra la presenza forzata del grande e rude muro di calcestruzzo con l’acqua che trattiene e con tutti gli altri elementi dell’ambiente naturale in loco quindi, di conseguenza, tra la visione del manufatto antropico e quella del paesaggio naturale nonché, non ultima, tra lo sfruttamento industriale delle risorse della montagna e la loro salvaguardia ecologica. Una presenza apparentemente banale e ovvia, quella delle dighe sui monti, invece decisamente complessa e ricca di temi, sfaccettature, implicazioni, effetti, sensi, valori. Personalmente l’ho conosciuta bene e parecchio approfondita, questa presenza, per un testo sul tema che ho scritto di recente sul quale mi auguro di potervi dare liete notizie editoriali tra non molto.

Potete leggere l’articolo de “Il Post” cliccando qui; ringrazio molto Claudio Caprara per avermi concesso l’assenso alla citazione dal suo articolo sopra pubblicata.

P.S.: in tema “guardiani di dighe”, c’è un bel libro di qualche tempo fa che raccoglie l’esperienza al riguardo di Oreste Forno, alpinista di notevole fama che in età meno giovane si è convertito a tale professione. Si intitola significativamente Guardiano di dighe. Il lavoro più bello del mondo e ne trovate la mia personale “recensione” qui.

Il ponte con una città intorno

[Foto di Simon Infanger da Unsplash.]

Il Kapellbrücke. Forse unico vero monumento lucernese in senso identitario e identificante, il “Ponte della Cappella” serpeggia appena a valle dell’effluenza della Reuss dal lago con il suo strano andamento sghembo, la struttura coperta in legno, i pannelli triangolari dipinti con scene storiche e mitologiche elvetiche (una specie di cartoon didattico del XVII secolo) e la torre ottagonale, un tempo tesoreria cittadina e prigione, oggi negozio di souvenir (che i lucernesi potevano francamente evitare: è un po’ come vedere un tale in bermuda e ciabatte ad una cena di gala!)
Ma il suo valore non è tanto dato da quanto offra architettonicamente e artisticamente, semmai dalla sua storia recente. Il 18 agosto 1993 il ponte venne quasi totalmente distrutto da un incendio, che ridusse in cenere anche molti dei pannelli dipinti; meno di 8 mesi dopo, venne riaperto al pubblico, ricostruito tale e quale l’originale. Lucerna senza il suo Kapellbrücke era ferita, sfregiata, monca – come immaginarsi il David di Donatello decapitato, o la Primavera del Botticelli con uno squarcio nel mezzo: un’offesa che i lucernesi non potevano sopportare troppo a lungo.
È, il ponte, prova d’orgoglio della città e parimenti di cruccio (buona parte dei pannelli distrutti non vennero sostituiti e ora sul ponte si presentano vuoti, a ricordare quanto accaduto e quale monito a come basti un nulla per rischiare di perdere qualcosa di tanto prezioso per gli occhi e, soprattutto, per l’animo), e rappresentazione d’un discernimento e di un pragmatismo di stampo antico e di sapore ancora vagamente devozionale genetici, direi, messi nel freezer della storia dal passare del tempo e della vita ma ineliminabile retaggio posto oggi al servizio delle convenienze del presente, quello che vede frotte di turisti ingolfare e far vibrare le lignee strutture sospese sull’energica Reuss. In effetti, percorrere il Kapellbrücke è un po’ come transitare per l’aula dell’ONU durante un’assemblea plenaria, e fa capire perfettamente quanto Lucerna sia ritenuta e divenuta meta turistica ambita in ogni angolo del pianeta, per ogni razza, cultura, civiltà. Tutte a passeggio leggero e spensierato dentro l’aorta cittadina, senza crucci e, temo, in certi casi pure senza orgogli.

Sì, questo è un brano tratto da

Luca Rota
Lucerna, il cuore della Svizzera
Historica Edizioni, 2016
Collana Cahier di Viaggio
ISBN 978-88-99241-94-0
Pag.167, € 10,00

Cliccate sul libro qui accanto per saperne di più al riguardo e ricordate che a Natale è certamente d’uso scambiarsi doni ma è anche bello farseli a se stessi, no? Ecco, dunque – mi permetto di suggerire – potreste regalare Lucerna, il cuore della Svizzera a qualcuno e regalarvi un viaggio (anche breve: la vicinanza con il confine italiano lo permette) in città, magari proprio nel suggestivo clima natalizio-invernale che la rende ancora più bella e per gustarvi una passeggiata sul meraviglioso Kapellbrücke e viverne l’inimitabile fascino. Una bella idea, non vi pare?