Giorgio Orelli, “Pomeriggio Bellinzonese e altre prose” (Edizioni Casagrande)

Dico una banalità, ma passatemela: ogni autore letterario, scrittore, poeta o altro che sia, ha un “luogo del cuore” il quale, nel suo caso, è tale anche rappresentando un paesaggio d’ispirazione, di riferimento, una scenografia potenziale che prima o poi finirà in qualche opera, riconoscibile oppure no. Certo, è una cosa ovvia – l’ho rimarcato fin da subito, infatti – ma, sapendo andare oltre tale ovvietà, si entra in un ambito assolutamente affascinante e intrigante, quello della (per così dire) trasfigurazione letteraria del luogo suddetto, che nelle parole e nelle narrazioni dell’autore può veramente diventare un posto “surreale”, nel senso che «supera, che oltrepassa la dimensione della realtà sensibile» – per citare proprio la definizione del termine.

È quanto accade a Bellinzona, la piccola città capitale del Cantone Ticino, in Svizzera, nei testi e nelle parole di Giorgio Orelli in Pomeriggio Bellinzonese e altre prose (Edizioni Casagrande, 2017, a cura di Pietro De Marchi e Matteo Terzaghi), libricino nel quale l’editore ticinese, che ha sede proprio a Bellinzona, raccoglie cinque testi di Orelli (per la cronaca cugino dell’altro Orelli scrittore ticinese, Giovanni) dedicati in vario modo alla città e alla sua gente. Di Orelli è assai nota e apprezzata la produzione poetica, definita post-ermetica e assai vicina alla tradizione novecentesca lombarda, ma l’autore elvetico fu pure etichettato come “toscano del Ticino”, a rimarcare la notevole raffinatezza e la musicalità dei suoi testi, che certamente richiamano un retaggio italiano classico che non verrebbe certo da associare a un autore svizzero. Di contro la scrittura di Orelli resta comunque “elveticamente” rigorosa, ricca di sensibilità anche ove sia quasi minimale e affidi l’origine delle proprie visioni a poche e misuratissime parole: tali peculiarità diventano evidenti nella sua produzione narrativa, molto meno cospicua rispetto a quella poetica ma a sua volta assai particolare, in primis nel rappresentare una sorta di forma stilistica ibrida tra la poesia e la prosa nella quale la matrice letteraria sembra costantemente ricercare ed evidenziare la propria origine specificatamente artistica.

Non a caso il testo più lungo inserito nel libro, che allo stesso dà titolo, venne originariamente pubblicato nel 1978 in un catalogo d’arte, Luci e figure di Bellinzona negli acquerelli di William Turner e nelle pagine di Giorgio Orelli (pur essendo la riscrittura di un brano di qualche anno prima) e veramente appare come un dipinto narrativo della cittadina ticinese, molto attendo a dettagli a volte minimi, altre volte bizzarri, e con un mood che non di rado pare quasi tendente al surrealismo – per riprendere quanto affermavo poco fa: una scimmia «con una testa da giudice che ha appena tenuto giudizio o lo terrà tra poco» (pag.22) la quale, bizzarramente, d’improvviso salta sul portapacchi dell’auto di Orelli – che tuttavia viene contaminato da frequenti e repentini ritorni a situazioni di ordinarissimi quotidianità – «Ma dovevo andare dal dentista io! È la seconda volta che me ne dimentico. Cribbio, mi secca.» (pag.35). Testo interessante proprio perché di forma narrativa insolita e particolare, come i due che lo precedono, Per un diario bellinzonese e Grigia all’altezza dei colombi… dotati di una matrice ancor più poetica.

Nei due testi successivi, Sculture all’aperto e Suite in là con gli anni, la forma diventa meno particolare, più narrativa pur restando estremamente raffinata e, in più, compare una vena ironica, quasi umoristica, che a mio modo di vedere rappresenta un sublime valore aggiunto alla scrittura di Orelli, dandole una vivacità veramente accattivante.

In ogni caso, negli uni e negli altri testi, al centro delle narrazioni resta sempre Bellinzona, il “luogo del cuore” di Orelli che «non sembra tramutare con un ritmo troppo diverso da quello del cuore umano» (pag.13) e che «è naturale che si confaccia soprattutto alle esigenze degli spiriti maturi, disposti a far quella vita tranquilla che non si identifica mai con l’inoperosità e la noia» (pag.14). Un’appassionata, raffinatissima elegia alla “provincia” elvetica, insomma, condensata in poco più di 50 pagine assai varie e ricche di originali suggestioni visive, letterarie, artistiche d’un libricino altrettanto particolare e di non solita lettura.