Oreste Forno, “Guardiano di dighe. Il lavoro più bello del mondo” (Bellavite Editore)

GUARDIANO_DI_DIGHE-cop libroLo confesso, c’ho messo non poco tempo a prendere in mano questo libro. Avevo il timore che potesse risvegliare in me desideri professionali (o pseudo-tali) mai sopiti, frequentemente affioranti sulla superficie del mio animo in certi momenti non del tutto allegri, conscio del fatto che quel sottotitolo, “Il lavoro più bello del mondo”, già lo sapevo quanto per il sottoscritto potesse essere veritiero, e non solo per le ragione più ovviamente immaginabili.
Alla fine poi l’ho letto questo nuovo libro di Oreste Forno, Guardiano di dighe. Il lavoro più bello del mondo (Bellavite Editore, Missaglia, 2012), ultimo di una lunga serie di testi della più varia natura che l’alpinista valtellinese ha scritto in due decenni abbondanti. Non poteva non attrarmi, d’altronde, a me appassionato di sbarramenti idraulici in quota (dighe, appunto) soprattutto dal punto di vista ingegneristico. Quando da ventenne andavo con gli amici ad affrontare le prime salite escursionistiche e alpinistiche impegnative in montagna, li facevo diventar matti per il tempo perso nel fotografare in ogni modo le dighe che incontravamo lungo i tragitti percorsi. Mi ha sempre affascinato questa sfida umana alla Natura, in forma di enormi e massicci manufatti di cemento armato che osavano bloccare quanto di meno bloccabile si possa immaginare, l’acqua; e ciò per formare laghi in alta montagna sovente bellissimi, che parevano studiati apposta per starsene lì nei valloni ove venivano formati, il tutto per generare energia elettrica a beneficio di noi “cittadini”. Una sorta di dovere unito al piacere, insomma, per il quale alla fine mi pareva che pure la Natura concedesse il suo assenso: io ti permetto di bloccare la mia acqua e di creare energia, tu uomo non mi sfrutti in modo ben più inquinante, invasivo e devastante per i tuoi scopi energetici.
Ma, senza dubbio, sono sempre stato affascinato anche dal mestiere di guardiamo di dighe, che Forno definisce “il più bello al mondo” sostanzialmente perché non-lavoro, per così dire: una volta espletate le poche e semplici mansioni quotidiane, il guardiano ha l’unica preoccupazione di far passare il tempo, in un ambiente sovente meraviglioso, lontano dal caos a volte insopportabile della civiltà, sotto cieli limpidi di giorno e straordinariamente stellati di notte, a contatto della Natura, dei boschi, dei monti e dei loro abitanti. Certo, oltre ai “pro” vi sono anche alcuni “contro”: la lontananza da casa, la solitudine, il comfort a volte limitato. Forse bisogna essere inevitabilmente un poco orsi, per non avere problemi da tali peculiarità “negative”; o forse bisogna essere talmente in pace con sé stessi, e capaci di cogliere da ogni situazione della vita soprattutto i lati positivi, costruendo su di essi la bontà e l’utilità di ogni singola giornata, così che essa risulta veramente vissuta a prescindere da tutto. Lo stesso Forno scrive che “la vita è un bene troppo grande per non esser vissuta pienamente!” (pag.93), e leggere una dichiarazione del genere fatta da un tizio che vive lontano da tutti e da ogni cosa che oggi ci viene fatta credere “vita” è assolutamente significativo. In effetti anche il libro è per certi aspetti costruito proprio su tale dualismo, ovvero in forma di dialogo tra un visitatore-intervistatore cittadino e l’autore stesso, che lo accoglie presso la diga di Moledana – in Valchiavenna, dove attualmente è di stanza Forno – raccontandogli la propria vita in una narrazione del passato che resta sempre parallela a quella del presente, della sua presenza lassù e del trascorrere delle sue giornate quotidiane. In tal modo egli racconta delle sue mansioni alla diga, delle caratteristiche tecniche dello sbarramento, del paesaggio che ha intorno e di come l’apparente solitudine sia invece una forma molto “larga” di socialità, intrattenuta con gli altri abitanti della valle – pastori, contadini, gestori dell’unico rifugio presente, e i pochi che frequentano la zona dacché nati lì, e ora proprietari di baite adibite a seconda casa. Ma c’è anche il racconto delle sue precedenti “vite”: quella di tecnico informatico con carriera aperta e luminosa davanti che d’un tratto pianta tutto per diventare alpinista himalayano di punta, conquistatore di 8000, capo-spedizione; poi ancora scrittore ed editore, quindi marito, padre e infine, appunto guardiano di dighe – nuova vita cominciata a 53 anni (nel 2004), quando molti altri già pensano invece alla pensione e all’avanzante vecchiaia – con prima esperienza presso la diga del Lago della Vacca, sul versante bresciano del gruppo dell’Adamello.
Posto tutto ciò, a fine lettura mi sono reso conto che Guardiano di dighe non è affatto – secondo me, sia chiaro – un libro su tale mestiere, e non è nemmeno un testo che mette in luce quant’è bella della libertà che permette un impiego così e, di rimando, di quanto sia importante una possibilità del genere. Credo più, invece, che sia un libro sulla libertà, sì, ma interiore: quella che si ottiene attraverso una vita nella quale si è stati capaci di inseguire i propri sogni e, a volte, di realizzarli, di non essere scesi a troppo compromessi, di aver riflettuto sulle azioni compiute al fine di comprenderne la loro importanza, il loro valore ovvero, nel caso, il loro inganno. Un libro, questo, nel quale un uomo che ha saputo fare tutto ciò racconta di come sia giunto a oltre sessant’anni conseguendo nel tempo una sempre maggiore armonia con sé stesso e con il mondo d’intorno, una condizione di appagamento personale – per aver fatto quanto sopra dicevo, appunto – e di pace grazie alla quale, ora, può godere in modo pieno e profondo di una ulteriore scelta di vita, e di un mestiere che gli permette proprio di essere consapevole di tutto ciò.
Già sapevo di che pasta fosse fatto il personaggio di Oreste Forno e della grande sensibilità umana che più volte ha dimostrato in azioni pubbliche – in montagna oppure sui libri e altrove: questo Guardiano di dighe è ennesima prova dello spessore della sua persona, al punto che mi verrebbe da pensare che, se il mestiere di guardiano di dighe è il più bello del mondo, è di contro oltre modo bello che un personaggio come Forno faccia un mestiere del genere, e lo faccia in una tale condizione di armonia interiore. E’ una sorta di sprone che egli ci comunica, come a dire: io sono arrivato a questo punto perché nella mia vita ho saputo restare libero, così da godere ora di questa fortunata “libertà professionale”. Fatelo anche voi, non è un risultato impossibile da conseguire.
Così, ugualmente, leggetelo anche voi questo libro semplice, pacato, molto spontaneo al punto da sembrare in certe cose ingenuo eppure suggestivo, intrigante, illuminante. In fondo, non c’è solo l’opportunità di rintanarsi lontano da tutto e da tutti su una diga in alta quota per vivere la vita in maniera piena, ma vi possono essere infinite altre possibilità: basta trovare la propria.

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