Un mestiere “mitologico”

[La diga e il lago di Morasco, in Val Formazza (Val d’Ossola, VB). Foto di Coss5361, opera propria, CC-BY-SA 4.0, fonte: commons.wikimedia.org.]

Martin Vairoli ha 28 anni e da un anno fa il guardiano di dighe. Lo abbiamo incontrato alla diga di Morasco in val d’Ossola, nel nord del Piemonte, non lontano da quella di Vannino dove svolge la sua attività professionale. […]
Probabilmente ci sono lavori che hanno a che fare con qualcosa di ancestrale. Cento anni fa il nonno di Vairoli faceva lo stesso mestiere, e forse non è un caso che oggi lui trascorra due settimane al mese a oltre duemila metri di altitudine, con un collega con cui divide il lavoro e l’obbligo di solitudine. «Per me lavorare in una diga ha a che fare con la mitologia. È una condizione estrema, certo. Stare quassù potrebbe anche causare dei problemi legati al carattere delle persone: essere soli per 24 ore al giorno per 7 giorni consecutivi, in mezzo alla natura, senza nessun altro essere umano se non il tuo collega, è fantastico se si è in pace con sé stessi, ma se uno ha dei problemi la situazione può solo peggiorarli».

Il Post” dedica un bell’articolo pubblicato lunedì 13/12 e firmato da Claudio Caprara al mestiere del guardiano di dighe e alla sua “mitologia”: termine niente affatto esagerato se si contestualizza tale particolare professione, dal sapore apparentemente “vetusto”, alla nostra contemporaneità e alle sue caratteristiche techno/smart/social/eccetera.

I “guardiani di dighe” (definizione la quale ha già in sé un che di “romanzesco”, quasi) stanno isolati sui monti per settimane, a volte anche per periodi maggiori e pure nella stagione invernale, in territori sovente aspri e climaticamente estremi, in relazione con – ma potrei pure dire in ascolto di – un manufatto gigantesco formalmente alieno al territorio in cui si trova eppure a sua volta in relazione con il paesaggio. Un intreccio di “sfide” che tuttavia di pugnace non hanno nulla, anzi, il cui senso primario è la ricerca di “armonie ambientali”: tra i due guardiani isolati sui monti accanto alla diga, tra di essi e la diga stessa, tra la diga e la montagna che la ospita, tra la presenza forzata del grande e rude muro di calcestruzzo con l’acqua che trattiene e con tutti gli altri elementi dell’ambiente naturale in loco quindi, di conseguenza, tra la visione del manufatto antropico e quella del paesaggio naturale nonché, non ultima, tra lo sfruttamento industriale delle risorse della montagna e la loro salvaguardia ecologica. Una presenza apparentemente banale e ovvia, quella delle dighe sui monti, invece decisamente complessa e ricca di temi, sfaccettature, implicazioni, effetti, sensi, valori. Personalmente l’ho conosciuta bene e parecchio approfondita, questa presenza, per un testo sul tema che ho scritto di recente sul quale mi auguro di potervi dare liete notizie editoriali tra non molto.

Potete leggere l’articolo de “Il Post” cliccando qui; ringrazio molto Claudio Caprara per avermi concesso l’assenso alla citazione dal suo articolo sopra pubblicata.

P.S.: in tema “guardiani di dighe”, c’è un bel libro di qualche tempo fa che raccoglie l’esperienza al riguardo di Oreste Forno, alpinista di notevole fama che in età meno giovane si è convertito a tale professione. Si intitola significativamente Guardiano di dighe. Il lavoro più bello del mondo e ne trovate la mia personale “recensione” qui.

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