Proprio non era mia intenzione, quando ho dissertato sull’ennesima “panchina gigante” installata a Triangia, sopra Sondrio, e l’articolo l’ho intitolato “Un altro centro di raccolta rifiuti (a forma di panchina)”, essere così “profetico”! Non volevo!
O forse era inevitabile che lo fossi, pur senza volerlo?
In verità scrivevo che tali opere così banalizzanti il territorio che vorrebbero “valorizzare” (termine-panacea assai usato in questi casi, i cui manufatti, invece, del territorio in cui vengono piazzati degradano in modo palese il valore culturale), rendono un “rifiuto” ovvero provocano il rifiutodella visione consapevole del territorio, del valore e della cognizione estetica del luogo, della percezione del paesaggio e della relazione genuina, personale e non mediata con esso, della capacità di cogliere i dettagli senza farsi distrarre da elementi avulsi e decontestualizzanti…
Ma tu guarda il caso, eh, che opere come quella invece generano spazzatura vera, comportamenti incivili, maleducazione automobilistica e non solo… e il paesaggio? E l’acquisizione di consapevolezza riguardo le sue peculiarità? E la valorizzazione del territorio? E la qualità del luogo nonché della quotidianità di chi vi risiede? (Date un occhio anche a quest’altro recente articolo al riguardo).
Ma no, nessuna dote profetica, ci mancherebbe! Solo un’altra storia già scritta, temo, il cui “testo” tuttavia mi auguro possa essere cambiato presto, per il bene futuro del luogo e dei suoi abitanti.
Nella contemporanea sociologia del turismo c’è un concetto formato da due elementi contrapposti, la customer experience e la place experience, più o meno traducibili con la “soddisfazione del cliente” e l’“esperienza del luogo” – ma devo ammettere che le definizioni anglofone sanno compendiare un significato maggiormente articolato. Siccome tale concetto è forse un po’ ostico da capire per i non addetti ai lavori, ecco qui un esempio pratico che lo spiega piuttosto bene:
[Cliccateci sopra per leggere l’articolo.]La passerella in questione è l’ennesima costruita negli ultimi tempi sulle montagne italiane – questa è sopra Sondrio, all’imbocco della Valmalenco – pensata a meri fini turistico-ricreativi (quantunque venga anche identificata come collegamento pedonale tra le località poste sui versanti opposti della valle sorvolata dalla passerella). Il progetto, al di là della sua bellezza o bruttezza, è un esempio di opera pensata e realizzata sulla base della customer experience: cioè pensando meramente all’opera in sé e alla sua autoreferenzialità a fini turisticamente attrattivi senza la pianificazione del contesto d’intorno in un’unica progettualità conforme alle caratteristiche del luogo e condivisa con gli abitanti che lì ci vivono. Risultato: i turisti si divertono, i residenti subiscono disagi prima inesistenti che con i provvedimenti messi in atto diminuiranno soltanto (leggo nell’articolo sopra linkato), non verranno eliminati, alterando dunque lo stato di fatto urbano (ancor più che urbanistico) del luogo. «Un grande successo misurato sul numero di fotografie scenografiche e di selfie scattati lungo la passerella, che ha creato qualche problema sul fronte della viabilità» dicono trionfanti gli amministratori pubblici locali: già, peccato che di selfie non vivano i locali e non ne ricavi nulla di concretamente utile la loro quotidianità. Di quale “successo” si può parlare nei riguardi di un’opera che genera disagi ai residenti del luogo in cui è stata piazzata?
La customer experience, per intenderci, è stata ad esempio la base concettuale dello sviluppo del turismo montano dal dopoguerra in poi, quello del boom economico, dei mega-resort, dello “ski-total”, legata a uno sfruttamento industriale intensivo della montagna che già da almeno due decenni a questa parte si è rivelata obsoleta, decontestualizzata sotto ogni punto di vista e sovente fallimentare – basti pensare alle tante stazioni sciistiche sorte in quell’epoca e oggi divenute luoghi abbandonati e fatiscenti.
Al contrario, un’opera del genere, di indubbia attrattività turistica e proprio perché possiede questa dote, deve ineluttabilmente generare vantaggi e nuovi agi ai locali parimenti che ai residenti, ovvero deve migliorare in modo generale il luogo nel quale viene installata. Questa è l’azione basata sulla place experience, che richiede, se non che impone, una progettualità di più vasta scala e ampio respiro, convenientemente estesa nel tempo, attraverso la quale la nuova opera (e nel caso in questione non si parla di una piccola fontana, eh, ma di un manufatto imponente e con molteplici valenze) diventa un valore aggiunto per il luogo, facendo sì che i conseguenti vantaggi a favore dei residenti divengano anche la principale dote attrattiva per i visitatori, il che peraltro farà pure dei locali i primi e più appassionati promotori dell’opera e del luogo.
Certamente il concetto di place experience richiede dunque una più approfondita e articolata riflessione da porre alla base di qualsiasi progettualità, magari più tempo, più competenze, forse più denari (ma in tal senso si tratta di un investimento virtuoso e proteso al futuro), sicuramente (lo dico senza voler accusare nessuno) richiede un poco di cultura e di sensibilità in più riguardo la relazione tra il territorio, il suo paesaggio e gli abitanti che lo vivono quotidianamente, non solo e non unicamente verso i potenziali turisti e la loro mera soddisfazione ludica. Di contro, la place experience risulta di certo antitetica a qualsiasi superficiale autoreferenzialità che invece, pare, piace sempre tanto a certi politici locali – anche qui lo scrivo senza alcun riferimento diretto – dato che la referenza diretta è invece verso il luogo e la relazione diretta con esso da parte di chiunque, abitanti e visitatori sullo stesso equilibrato e armonico piano – proporzionalmente ai rispettivi bisogni e aspettative.
Ci vuole tanto? Virtualmente no; praticamente, a giudicare dalla realtà di molte opere del genere, sì. Per di più – altra cosa che puntualmente avviene – senza che si riesca a imparare granché dagli errori commessi ovvero dai danni cagionati. Fatto sta che poi tale situazione di disagio col tempo diventa cronica, poi ordinaria, quindi si trasforma in “normalità”, causando in tal caso un degrado al luogo forse irrimediabile che tuttavia, avendo ormai perso lo sguardo e la sensibilità al riguardo, non si saprà più comprendere come tale ma che senza dubbio finirà per danneggiare pure la fama turistica dell’opera e il valore paesaggistico del luogo.
Fermo restando che, nel caso in questione, ormai la “Passerella delle Cassandre” a Sondrio c’è e tocca sperare che qualche buon vantaggio alla fine lo possa veramente apportare, al luogo, al solito la questione non è legata al fare o meno le cose ma a come si fanno. Ovvero, pragmaticamente, a una carenza (o alla necessaria presenza) di buon senso e di visione lungimirante. In effetti cose ormai ben più rare di passerelle varie e assortite o di altre amenità del genere sulle nostre montagne, già!
L’esposizione, a cura di Antonio De Rossi e Roberto Dini, presenta le tavole progettuali di più di cinquanta edifici realizzati nei territori montani di Valle d’Aosta e Piemonte. Si tratta di opere in cui la qualità dell’organizzazione dello spazio si intreccia ai processi di sviluppo locale e alla diffusione di pratiche abitative innovative. I progetti illustrati mostrano come, innanzi tutto in Valle d’Aosta ma a segnalare una tendenza in atto un po’ ovunque sulle montagne italiane, si stia sviluppando una metamorfosi culturale in cui l’architettura e la pianificazione del paesaggio tornano a giocare un ruolo strategico per una nuova abitabilità del territorio montano. Una trasformazione che vede sia i progettisti uscire dalla dimensione della mera autorialità per farsi traduttori di istanze complesse da costruire collettivamente, sia le comunità e le committenze riscoprire l’importanza del progetto di qualità.
La mostra, la cui visita è da me caldamente consigliata per chiunque sia curioso di capire meglio il presente e soprattutto il futuro delle nostre montagne, è a ingresso gratuito e sarà aperta al pubblico fino al 13 febbraio 2022. Orario di apertura: martedì-domenica, dalle 10 alle 13 e dalle 14 alle 18. Cliccate sull’immagine della locandina lì sopra per avere maggiori informazioni sulla mostra e su come visitarla.
Sul versante di Valtournenche, il Cervino non era solo identificato con tale oronimo o con quello vernacolare di Gran Becca, ma anche – seppur in forma indiretta – con il nome “Tor”, un termine di origine prelatina e di genere maschile che dunque non c’entrerebbe con l’origine dell’attuale termine “torre” (turris, sostantivo femminile) il quale spesso, nell’oronomastica, indica cime montuose particolarmente slanciate e affusolate. Tor indica genericamente “il monte”, così designato dai montanari in maniera del tutto utilitaristica al mero fine di distinguerlo dagli altri luoghi frequentati dacché di maggior utilità – un po’ come per Gran Becca, nel principio – ma l’abate Joseph-Marie Henry, uno degli ultimi preti-alpinisti-scienziati valdostani, in un articolo del 1938 scrive che
«Il Tor per eccellenza è il Cervino, quello che ha dato il nome a tutta la valle posta ai suoi piedi: Vallée du Tor, Vallis Tornina, Vallis Tornaca, Valtournenche. […] La prima attestazione della parola Tor compare in questa valle all’uscita dalle tenebre, dopo l’anno mille, e si tratta di Tornion.»
così pure rivelandoci la probabile origine del nome della valle, che in effetti fino alla metà del XX secolo veniva chiamata Valtorenche con un riferimento più diretto ed evidente al termine “tor” e alle sue derivazioni locali. D’altro canto bisogna ricordare che un tempo l’alta Valtournenche veniva raggiunta non dal fondovalle, ove corre l’itinerario stradale attuale, ma dal Col de Saint-Pantaléon/Colle di San Pantaleone, in destra idrografica, e appena superato il valico per scendere verso Torgnon il Cervino appariva improvvisamente di fronte ai viandanti dell’epoca in tutta la sua gigantesca maestosità, destando sicuramente una grande emozione e così giustificando la denominazione di Tor ovvero di “monte per eccellenza” per tutta quella parte di territorio valdostano.
[Foto di Cristofer Maximilian da Unsplash.]Come riporta “Il Post”, l’anno prossimo, forse già a gennaio, la Corte di Appello dello stato di New York dovrà stabilire se Happy, un’elefantessa asiatica di circa 50 anni che vive da sola in un’area recintata di 4mila metri quadrati nello zoo del Bronx, a New York, sia una persona giuridica, cioè un individuo con diritti morali e legali di fronte alla legge americana, con potenziali grosse conseguenze per molti altri animali in cattività.
Se da un lato fa piacere leggere che il sistema giuridico di un paese avanzato come gli USA si occupi finalmente di questo tema, dall’altro risulta parecchio sconcertante che la parte più evoluta e “civile” del genere umano – ben rappresentata dagli Stati Uniti, appunto – solo ora si renda conto (forse) di quanto sia ineludibile il tema in questione. Un tema fondamentale non solo e non tanto per le ricadute giuridiche che può avere ma, io credo, per la nostra stessa presenza sul pianeta tra le altre specie viventi in qualità di razza “dominante”, certamente in senso tecnologico ma ben più discutibilmente dal punto di vista ecologico.
In verità, alle persone dotate di autentica sensibilità intellettuale e morale il quesito posto all’attenzione della Corte newyorchese appare quanto mai retorico e privo di senso biologico: certo che gli animali hanno una “personalità giuridica”, tutti quanti e in special modo quelli con i quali l’uomo – razza che ha il diritto/dovere di stabilire quanto sopra – interagisce! Ce l’hanno naturalmente, ancor più di quanto l’uomo ce l’abbia pure giuridicamente, e il fatto che tale “ovvietà” non sia ancora stata considerata per come dovrebbe dal genere umano è una delle sue più grandi colpe, anche per come essa abbia causato e cagioni continuamente danni tremendi alle altre creature viventi e agli ecosistemi del pianeta. Ma non è, questo mio, un discorso meramente ambientalista o animalista: è una questione filosofica e etica nonché politica, ancor prima che giuridica. Non c’è nulla da stabilire in un senso o nell’altro in forza di un provvedimento legale: c’è da prendere atto con adeguata consapevolezza di un dato di fatto biologico.
A tale proposito mi pare che non abbia granché senso l’obiezione – citata nell’articolo de “Il Post” e che immagino sarà posta da molti – del giurista statunitense Richard Cupp, oppositore dello status di persona giuridica per gli animali, il quale ha detto: «Un caso che potrebbe portare miliardi di altri animali in tribunale sarebbe un disastro. Una volta che ammetti che un cavallo, un cane o un gatto possono sporgere denuncia per aver subito degli abusi, si arriva in un attimo alla considerazione che una persona giuridica non può essere mangiata». Mi sembra che tale affermazione crei solo confusione tra due questioni ben differenti anche se di apparente simile sostanza, l’una relativa alla relazione etico-ecologica tra umani e animali e l’altra all’aspetto ecosistemico: una confusione che sottende una reiterata visione antropocentrica del tema e non considera la necessità inderogabile, in una rete ambiente complessa, di un equilibrio armonico tra specie viventi, in primis negli aspetti etici, appunto. Un equilibrio biologico pragmatico, in parole povere, che può ammettere che l’uomo – razza onnivora per natura, non per altri motivi – si cibi di certe specie animali ma non può ammettere affatto che qualsiasi specie animale venga maltrattata (qualsiasi cosa ciò possa significare) dall’uomo solo perché razza dominante.
Se a tal fine occorre che una legge di uno stato stabilisca la personalità giuridica degli animali, ben venga. Tuttavia, ribadisco, le persone che sanno vivere in consapevole armonia con il mondo che hanno intorno già la riconoscono e la rispettano verso qualsiasi altra specie vivente, questa dote. Ed è alquanto importante che l’intero genere umano raggiunga questa consapevolezza ecologica: non ne va solo della vita animale ma, forse soprattutto, ne va della vita umana, di tutti noi.