Il Monte San Primo tra rilancio dello sci a 1000 metri di quota e sviluppo turistico sostenibile: come stanno le cose al momento?

(Articolo pubblicato in origine su “L’AltraMontagna” il 21 luglio 2024.)

Fin da quando i primi articoli sono apparsi sulla stampa locale, la vicenda del progetto di sviluppo turistico del Monte San Primo (in comune di Bellagio, sul Lago di Como; per “L’AltraMontagna” me n’ero già occupato qui) per il quale si vorrebbero riattivare impianti di risalita, piste e innevamento artificiale a poco più di 1000 metri di quota, ha suscitato scalpore e subito innescato un dissenso sempre più ampio (il dibattito non c’è neanche stato vista l’assurdità del progetto), che ha portato la vicenda alla ribalta della stampa internazionale, peraltro mettendo a repentaglio l’immagine stessa del luogo.

Nonostante ciò, gli enti pubblici che sostengono il progetto – Comune di Bellagio e Comunità Montagna del Triangolo Lariano con Regione Lombardia – tirano dritto continuando a rifiutare qualsiasi confronto con chiunque, mentre di contro cresce sempre più la richiesta di tutelare la montagna e al contempo di rilanciarne la frequentazione turistica sostenibile, anche perché nemmeno una fantasmagorica stregoneria renderebbe fattibile e sostenibile lo sci a 1000 metri di quota!

Ho fatto il punto della situazione – senza dubbio una delle più emblematiche in corso sulle montagne italiane – con i referenti del Coordinamento “Salviamo il Monte San Primo”.

Nella recente tornata elettorale Angelo Barindelli è stato confermato alla carica di sindaco del Comune di Bellagio, mentre nella Comunità Montana Triangolo Lariano è stata formata la Giunta in perfetta continuità con la precedente. Stiamo parlando degli Enti sostenitori del progetto “OltreLario. Triangolo Lariano meta dell’outdoor”, che di fatto hanno rilanciato la realizzazione delle infrastrutture sciistiche previste, continuando a ignorare completamente il dissenso ormai vastissimo al riguardo. Come si pone il Coordinamento “Salviano il Monte San Primo” di fronte a questa rinnovata e, se possibile, ancor più intransigente posizione del Comune di Bellagio e della Comunità Montana?
A sorprenderci non è tanto il risultato elettorale in sé – che possiamo ritenere per lo più indipendente dalla specificità del progetto San Primo – quanto l’insistenza delle Istituzioni nel riconfermare la consistenza del progetto, destinato per più della metà del finanziamento (ovvero più di 2 milioni e mezzo di euro, su un totale di 5 milioni di fondi pubblici) alle piste da sci e all’innevamento artificiale ad una quota di 1.100 metri. Stiamo parlando quindi di un progetto fuori luogo e fuori tempo, come ci hanno più volte ribadito sia gli esperti climatologi (a partire da Luca Mercalli, intervenuto direttamente sulla questione San Primo), sia la stampa internazionale, sia l’opinione pubblica che ha manifestato con noi il proprio dissenso al progetto.

Posto quanto sopra, e innanzi tutto l’irremovibilità degli enti pubblici che sostengono il progetto “Oltrelario”, come intende muoversi il Coordinamento?
Come Coordinamento intendiamo continuare a muoverci secondo le linee adottate finora, ovvero su azioni di informazione sui reali contenuti dell’assurdo progetto e sulla conseguente sensibilizzazione rivolta alla popolazione; oltre a ciò ci concentreremo nuovamente sull’elaborazione di controproposte per, anzitutto, tutelare la montagna dal punto di vista naturalistico e paesaggistico e, se possibile, del rilancio economico nel rispetto della piena sostenibilità ambientale. Lo faremo con le analoghe modalità già collaudate, come ad esempio: camminate di conoscenza del territorio, incontri con esperti dei territori montani, approfondimenti sulla geologia locale e sulla climatologia delle regioni alpine e prealpine. Oltre ad una continua azione di pressione su tutti gli attori politici coinvolti nel progetto: sindaci, amministratori locali e regionali. Nel caso in cui il progetto arrivasse ad una fase avanzata, valuteremo la possibilità di rivolgerci ad organismi sovraordinati o di controllo, come ad esempio l’Unione Europea o la Corte dei Conti.

Alcune associazioni facenti parte del Coordinamento hanno deciso di partecipare al bando “Montagne in transizione” di Fondazione Cariplo. Perché ritenete importante questa azione nell’ottica dello sviluppo turistico sostenibile del Monte San Primo e del Triangolo Lariano?
Lo riteniamo importante anzitutto per dimostrare che, prima di arrivare ad una progettualità, occorrono studi mirati sulle reali esigenze ecologiche, economiche e sociali del territorio, e questo lo faremo anche grazie alla collaborazione con l’Università dell’Insubria che è partner del progetto insieme a due comuni del territorio del Triangolo Lariano. Questo per poi giungere all’elaborazione di linee di intervento per il possibile ‘rilancio’ turistico in chiave di sostenibilità ambientale e sociale. Vogliamo pertanto agire in un’ottica esattamente contrapposta a quella entro cui si muovono le Istituzioni che, al contrario, sono partite da un cospicuo finanziamento pubblico (di oltre 5 milioni di euro, come detto) per poi strutturare in modo totalmente raffazzonato il progetto ‘OltreLario’, assolutamente fuori luogo e fuori tempo. […]

(L’intervista continua su “L’Altra Montagna”, cliccate sull’immagine qui sopra per leggerla.)

 

Sabato 3 agosto 2024, in Val d’Ayas: una giornata speciale in difesa di un luogo speciale

[Il Gran Lago delle Cime Bianche nella parte alta del Vallone omonimo. Fotografia di Francesco SistiClickalps.]
In Natura non esistono luoghi più o meno belli di altri: ogni luogo è speciale, perché possiede proprie specificità distintive che lo rendono unico. Le montagne, con la loro morfologia potente, riescono a esaltare questa realtà, a renderla più suggestiva e evidente: a volte più, a volte meno ma ciò dipende dalla nostra sensibilità e dalla relazione che intessiamo con i luoghi. Per lo stesso motivo, le montagne mostrano con maggiore evidenza qualsiasi azione che aggredisca l’unicità dei luoghi, che ne distrugga le specificità deturpandone la bellezza, al punto che per tali luoghi così dissennatamente assaltati a diventare “speciale” non è più la bellezza, gravemente intaccata, ma lo stato di alterazione – ciò che ce li farà ricordare e non certo in modo positivo.

Il Vallone delle Cime Bianche, in Valle d’Aosta tra la Val d’Ayas e la Valtournenche, è un luogo le cui montagne rendono particolarmente speciale e unico; il devastante progetto di collegamento funiviario sostenuto dalla regione con il solo scopo di unire i comprensori sciistici di Cervinia-Valtournenche e del MonteRosa Ski, se realizzato, lo trasformerà inevitabilmente in un luogo specialmente deturpato, del quale ci si ricorderà per il disastro cagionato. Un disastro “speciale” cioè unico nel suo tremendo impatto e nei conseguenti danni arrecati al Vallone.

Si può essere così scriteriati da lasciare che ciò accada? Forse si, si può, ma solo se delle montagne e dei loro luoghi non si sa più cogliere la bellezza e l’unicità ma le si considera dei meri spazi da sfruttare esattamente come ogni altro, banalizzandone la specificità così da arrogarsi il diritto di utilizzarli e consumarli. Perché se non si capisce che un luogo è speciale, finisce per essere inevitabile che lo si usi come qualsiasi altro spazio normale, ordinario, privo di qualsiasi valore.

Per evitare che ciò accada, per difendere il Vallone delle Cime Bianche, l’“ultimo vallone” rimasto pressoché intatto in questo lembo delle Alpi Occidentali e di rimando per difendere qualsiasi luogo speciale delle nostre montagne messo sotto assedio da progetti e infrastrutture devastanti al punto da distruggerne la bellezza e l’unicità, sabato 3 agosto 2024 si torna a camminare verso le Cime Bianche per “Una salita per il Vallone 4”, con ritrovo e partenza da Saint Jacques (Val d’Ayas) alle ore 8.30.

Nelle immagini qui sopra trovate ogni informazione utile al riguardo, mentre qui trovate l’evento Facebook. Avete anche altri modi per sostenere questa fondamentale battaglia:

  • seguire la pagina FacebookVarasc.it“, per restare aggiornati sugli sviluppi della vicenda.
  • sottoscrivere la petizione su “change.org”, che ha già superato le 20.000 firme, https://chng.it/L4YqDb4t
  • partecipare alla raccolta fondi “Insieme per Cime Bianche” aperta al fine di sostenerne la tutela legale: https://sostieni.link/36071

In un modo o nell’altro, partecipare attivamente alla difesa del Vallone delle Cime Bianche non è solo un dovere civico e morale necessario, non è solo un diritto che è bello e prezioso poter godere, ma è un atto minimo che nella sua apparente semplicità può ottenere un risultato enorme: costruire il miglior futuro possibile per le nostre montagne e per chiunque le vorrà e potrà frequentare godendone l’autentica e unica bellezza. Un atto speciale per luoghi che sono speciali e tali devono restare.

Fino a che punto si può scendere a compromessi nella “valorizzazione” turistica delle montagne? Il caso dell’Alpe Giumello, in Valsassina

(Articolo pubblicato in origine su “L’AltraMontagna” il 9 luglio 2024.)

Viene da pensare che a qualsiasi autentico appassionato di montagna la visione di attrazioni come il “tubing” appena inaugurato a 1550 metri di quota sui prati dell’Alpe Giumello, bellissima località montana dell’alta Valsassina (provincia di Lecco), equivalga a un violento schiaffone in pieno volto. In questo come in casi simili si parla sempre di “valorizzazione” della montagna, ma veramente non si capisce come la possa valorizzare quella che a tutti gli effetti è una giostra di plastica (non si denuncia da tempo che pure sui monti c’è pieno di microplastiche?), la quale, peraltro, fatta un tot di volte poi inevitabilmente annoia. Come tutte le cose banali, d’altronde, che finiscano per banalizzare pure ciò che hanno intorno – cosa perfettamente dimostrata dalla “panchina gigante” dell’Alpe Chiaro, posta a una manciata di minuti a piedi dal Giumello. Inoltre, queste installazioni fanno sempre pensare a cose tipo – per dire – un biliardino piazzato dentro un museo ricco di capolavori artistici: lì ci si va per ammirare l’arte e educarsi alla bellezza o per giocare e schiamazzare?

Poste tali premesse, da subito sono comparsi sul web numerosi commenti critici verso l’installazione dell’Alpe Giumello e ben pochi favorevoli. Sono i «soliti ambientalisti che dicono sempre di no» i primi e quelli che «avranno da guadagnarci qualcosa» i secondi? Nel caso specifico è forse il caso di andare oltre queste prese di posizione tanto legittime quanto semplicistiche.

Ormai da tempo e da più parti si invoca e sostiene la necessità di un cambio dei paradigmi alla base della frequentazione turistica delle montagne, innanzi tutto dal punto di vista culturale e poi per ogni altro. I territori montani stanno cambiando, in primis per i motivi climatici e ambientali ben noti, così come stanno cambiando gli immaginari diffusi e la sensibilità generale verso l’ambiente – nonostante a volte verrebbe da pensare l’opposto, ma come sempre le buone pratiche fanno meno notizia di quelle becere. Quei paradigmi non si possono cambiare di colpo, anche se in molti casi sarebbe auspicabile farlo ma risulta per vari motivi impossibile: è necessario trovare dei compromessi che agevolino il cambiamento, la transizione verso frequentazioni turistiche meno impattanti e più consone ai luoghi e alla realtà in divenire.

Dunque, in base a tali considerazioni, il tubing di plastica dell’Alpe Giumello può rappresentare un compromesso rispetto alle attività sovente ben più virtuose portate avanti in loco su base volontaristica dall’Associazione Alpe Giumello, che le hanno valso una segnalazione tra le “buone pratiche” sul dossier “Nevediversa 2024” di Legambiente?

[Questa immagine e la precedente sono tratte da www.leccoonline.com.]
Di nuovo, ogni risposta a questa domanda è legittima. Per tornare all’esempio del museo d’arte di prima, si può dire che può essere che su cento opere custodite di notevole fattura ce ne sia una di qualità sgradevole e irritante: bisognerebbe chiedersi per quali motivi il curatore della collezione l’abbia voluta mettere in mostra, a fronte di tutte le altre esposte. Tuttavia, basta andare oltre quella patacca, magari segnalare a chi di dovere la stonatura, e godersi al meglio e consapevolmente gli altri capolavori presenti.

[Veduta invernale dell’Alpe Giumello, con la Grigna Settentrionale o Grignone sullo sfondo. Immagine tratta dalla pagina Facebook “Associazione ALPE Giumello“.]
All’Alpe Giumello di “patacche” ce ne sono già due in poco spazio, la suddetta panchina gigante dell’Alpe Chiaro e ora questo tubing. Due brutture o due schiaffoni in pieno volto, per citare l’altra metafora iniziale. Secondo molti, l’unico modo con il quale si possano giustificare banali attrazioni ludiche come queste, fatte per turisti obiettivamente carenti di consapevolezza e sensibilità nei confronti delle montagne, è il loro inserimento in un progetto ben strutturato su base ampiamente culturale attraverso le cui pratiche si sappia valorizzare veramente il territorio, i luoghi, i paesaggi. Un progetto con il quale si dimostri ai turisti d’ogni specie che per godere le montagne, e per divertirsi lassù, non servono affatto manufatti giostreschi come quelli perché la montagna non è un luna park ma un ambito talmente traboccante di meraviglie da far credere che chi non le veda e non le comprenda probabilmente ha qualche serio problema mentale.

[Il panorama dalla vetta del Monte Croce di Muggio. Immagine tratta da www.trekkinglecco.com.]
Ma se attraverso quelle giostre si è in grado di attrarre visitatori e, dopo l’iniziale fruizione ludica del luogo, mostrare loro che la montagna è ben altra cosa, e che è ben più divertente e appagante perdere lo sguardo – ad esempio e per restare in zona – dalla vetta del Monte Croce di Muggio, sovrastante l’Alpe Giumello e facilmente raggiungibile, nei vastissimi orizzonti da lassù visibili, grazie ai quali pare di essere in volo su un aereo osservando il paesaggio sottostante a perdita d’occhio, invece di perdere tempo e forze a scivolare banalmente su un ciambellone gonfiabile lungo una pista di plastica, allora il compromesso prima citato si può anche considerare – seppur senza mettere da parte le osservazioni sopra rimarcate e manifestando molte perplessità al riguardo. È tuttavia sperabile che l’Associazione che si è presa in carico la cura e la valorizzazione dell’Alpe Giumello sappia muoversi efficacemente in tal senso, ora e in futuro. Il luogo è di rara peculiarità e bellezza, come rimarcato, e merita che chiunque, residente o turista, ne abbia piena coscienza a prescindere dalla presenza del tubing e di altre amenità.

In ogni caso, per non prendersi un tale gran schiaffone in pieno volto basta stare a debita distanza da chi o cosa lo mena.

Valbondione/Lizzola: 70 milioni di Euro per un comprensorio sciistico senza speranza VS un progetto turistico veramente innovativo e attrattivo

[Il Pizzo Coca, la vetta più alta delle Alpi Orobie. Immagine di Ago76, opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]
«Senza lo sci la montagna muore!» Quante volte si legge uno slogan come questo, ed altri di simile tenore, nelle notizie che danno conto di progetti di infrastrutturazione sciistica delle nostre montagne?

Qualche volta quell’affermazione ha un senso, la maggior parte delle altre volte no, e ciò per diversi motivi, ormai ben risaputi anche dai sassi. Ad esempio, quelle parole sono già state spese (insieme ad altre simili, appunto) a Lizzola/Valbondione, in Val Seriana, dove si vorrebbero spendere 70 milioni di Euro, dei quali 50 pubblici (!) per unire il piccolo comprensorio sciistico locale con quello di Colere (in Valle di Scalve, entrambe nelle Alpi Orobie in provincia di Bergamo), creandone uno da 50 km di piste la gran parte sotto i 2000 metri di quota. In pratica, 1.400.000 Euro al km, oltre a tutte le altre spese accessorie: un investimento a dir poco iperbolico, visto che, come detto, non andrebbe a generare un comprensorio così concorrenziale rispetto ad altri, già ben più vasti e in contesti ambientali e altitudinali migliori, presenti in Lombardia. Senza contare che da Milano, con un viaggio in auto di durata simile, si raggiungono località come Alagna Valsesia, Gressoney, Cervinia, con i loro mega comprensori sciistici che, obiettivamente, quello di Colere-Lizzola se lo mangiano.

[Il “masterplan” del progetto sciistico tra Lizzola e Colere. Immagine tratta da www.ecodibergamo.it.]
Ma poi è veramente quello che serve, al territorio di Valbondione? L’ennesima riproposizione del modello monoculturale sciistico, basato su schemi ormai obsoleti, al posto di un nuovo progetto di sviluppo turistico realmente sostenibile e adeguato al luogo, strutturato nel tempo in base a modelli al passo con i tempi e la realtà in divenire. Questa in poche parole è la situazione, in alta Val Seriana.

[Panorama di Valbondione; sul monte a sinistra si vedono i tracciati delle piste da sci di Lizzola. Immagine tratta da https://www.tripadvisor.it/.]
Già si sono levati gli strali dei sostenitori del mega progetto sciistico (che si è già guadagnato la “Bandiera Nera” di Legambiente, poche settimane fa) contro chi vi si oppone: «Niente proposte, solo critiche!», hanno asserito, nel solco dello slogan citato all’inizio di questo articolo e di una sottomissione pressoché totale al modello monoculturale sciistico, nonostante la realtà in divenire. Ovviamente non è vero che non vi siano proposte alternative, semmai non c’è la volontà di considerarle e recepirle; d’altro canto bastano pochi secondi di ricerca sul web per trovare decine di progetti di sviluppo turistico non sciistico – o post sciistico – che stanno ottenendo risultati eccellenti, anche più di quelli che prima ottenevano impianti e piste.

Per quanto riguarda Valbondione, è un comune situato in uno dei territori più “alpestri” (se non il più alpestre in assoluto) sono ogni punto di vista delle montagne bergamasche, annoverando alcune delle vette più elevate di questa regione orografica, una rete sentieristica eccezionale, rifugi tra i più rinomati della zona nonché alcune unicità come il Pinnacolo di Maslana, con vie di arrampicata tra le più famose della bergamasca, o le cascate del Serio, tra le più alte d’Italia e d’Europa. Per tali motivi e per molti altri, personalmente proporrei a Valbondione, come progetto di sviluppo turistico di grande valenza e dal portato potenziale enorme per il suo intero territorio oltre che di carattere assolutamente innovativo e per ciò ampiamente attrattivo, l’adesione alla comunità dei “Villaggi degli Alpinisti”.

I Villaggi degli alpinisti sono un’iniziativa dei club e delle associazioni alpine che premia le località di montagna votate al turismo vicino alla natura. A caratterizzarle sono l’originalità, l’elevata qualità dei loro paesaggi naturali e culturali così come le molteplici offerte per lo sport della montagna. Nata nel 2008 dalla Österreichische Alpenverein (ÖAV, il Club Alpino Austriaco), oggi la rete conta 40 località e regioni in Austria, Germania, Italia, Slovenia e Svizzera alle quali l’associazione offre supporto e servizi per lo sviluppo dei propri programmi, grazie all’aiuto del Ministero Federale Austriaco dell’Agricoltura, Foreste, Ambiente e Acque (ciò in quanto giuridicamente l’associazione è austriaca) e delle sovvenzioni del Fesr/Fondo europeo per lo sviluppo rurale.

In concreto, i Villaggi degli alpinisti sono centri di sviluppo regionale esemplari nell’ambito del turismo alpino sostenibile con una tradizione corrispondente. Garantiscono un’interessante offerta turistica per gli alpinisti e gli escursionisti di ogni genere, vantano un’eccellente qualità paesaggistica e ambientale e sono impegnati a preservare i valori culturali e naturali del posto. Come centri di competenza alpina, i Villaggi degli alpinisti puntano su responsabilità individuale, capacità e sovranità, nonché sul comportamento rispettoso dell’ambiente e responsabile dei loro ospiti in montagna. Inoltre, fungono anche da modello per raggiungere l’obiettivo di uno sviluppo sostenibile nella regione alpina in armonia e, naturalmente, nel rispetto delle disposizioni di legge e dei programmi in materia.

[Lungo il sentiero per il Rifugio Antonio Curò, con Valbondione sullo sfondo. Immagine tratta da www.indieroad.it.]
I Villaggi degli alpinisti si impegnano consapevolmente nell’attuazione del protocollo della Convenzione delle Alpi, un trattato internazionale stipulato tra gli otto Stati alpini e l’Unione Europea, che ha come fine lo sviluppo sostenibile e la tutela delle Alpi. La filosofia del progetto comprende le seguenti aree, su cui si basano anche i rigorosi criteri di selezione delle comunità: filosofia del turismo, carattere dei villaggi e fascino alpino, agricoltura di montagna e silvicoltura, tutela della natura e del paesaggio, mobilità / trasporti ecocompatibili, comunicazione e scambio di informazioni.

In Italia i Villaggi degli alpinisti sono otto e solo uno è in Lombardia (Laveno/Valle di Lozio, Valle Camonica, provincia di Brescia). Ecco: Valbondione, per le sue caratteristiche e innanzi tutto per essere ai piedi di alcune delle vette principali e più rinomate delle Alpi Orobie nonché per le grandi potenzialità offerte dalla rete escursionistica locale, come già rimarcato, potrebbe senza dubbio diventare uno dei Villaggi degli Alpinisti maggiormente esemplari sia per le Alpi lombarde che per l’intera regione alpina italiana, sviluppando un volano turistico, sociale, economico, culturale di grande valore e fortemente attrattivo per un pubblico estremamente vasto. Inoltre, per tutto ciò, Valbondione così eviterebbe di infilarsi in quel cul-de-sac inesorabilmente generato, temo, dal progetto sciistico paventato, risparmiando una somma enorme di denaro che potrebbe essere investita a reale e generale vantaggio dell’intero territorio e di tutta la comunità per il sostegno a lungo termine della socioeconomia locale nonché, ultima ma non ultima cosa, salvaguardando il proprio ambiente naturale e la sua peculiare bellezza.

[La conca del Lago Barbellino, una delle zone in quota più spettacolari delle Alpi lombarde.]
Vorranno gli amministratori locali considerare una proposta del genere o altre di simile sostanza, oppure decideranno di incatenarsi ai destini già ora pressoché segnati di un ennesimo sviluppo turistico sciistico spendendo le ingenti cifre di denaro pubblico prospettate?
Be’, personalmente mi auguro (e lo auguro agli abitanti di Valbondione) che per questa volta non debbano essere i posteri a comunicare «l’ardua sentenza».

Lago Bianco: ora che la neve se ne va, deve tornare la Natura (e per sempre)

Dopo una primavera insolitamente (e finalmente) nevosa, ben più dell’inverno precedente, e nonostante la meteo che offre molte nubi e ancora poca insolazione, al Passo di Gavia la fusione nivale sta procedendo rapida, disvelando nuovamente il meraviglioso paesaggio nella sua veste estiva ai cui colori, a breve, si aggiungeranno definitivamente quelli altrettanto sublimi delle acque del Lago Bianco, gioiello di valore naturalistico assoluto della zona.

Purtroppo, la fusione della neve fa tornare visibile anche il terribile cratere del cantiere per i lavori di presa delle acque del Lago allo scopo di alimentare l’innevamento artificiale di Santa Caterina Valfurva – lavori nel frattempo fortunatamente stralciati in forza della loro enorme dannosità per il luogo e il suo ambiente naturale, come forse saprete.

Dal mio punto di vista, è come se tornasse visibile uno sfregio criminale a un’opera d’arte di valore inestimabile, per tanti mesi e fino a oggi coperto da un velo (sinceramente pietoso, perché concesso dalla Natura) ma ora di nuovo sotto gli occhi di tutti nella sua devastante realtà. Ciò risveglia la coscienza collettiva sul portato e sulle conseguenze del singolo episodio ma pure su un certo frequente uso scellerato del territorio montano per fini di speculazione turistica e senza la benché minima sensibilità verso di esso. Imponendo di contro che il danno perpetrato venga sistemato al più presto, rinaturalizzando l’area e ridando bellezza e dignità al luogo.

Per questo fa molto piacere leggere che continua incessante l’attività del Comitato “Salviamo il Lago Bianco” di accesso agli atti che, a seguito della ricezione del responso di ISPRA e della notizia dello stralcio del punto di presa presso il Lago, mirerà a far sì che i ripristini dei danneggiamenti effettuati vengano eseguiti nelle migliori modalità e tempistiche possibili. Di contro, dallo scorso maggio lo scellerato cantiere è oggetto di indagine da parte della Commissione Ambiente dell’Unione Europea, con il rischio di una procedura d’infrazione nei confronti dell’Italia (l’ennesima, in ambito ambientale) per il «grave pregiudizio all’integrità» della zona del Lago Bianco. Infine è in corso pure l’indagine su quanto accaduto della Procura di Sondrio, avviata in forza degli esposti depositati dal Comitato lo scorso autunno.

Riguardo gli altri aggiornamenti sull’evoluzione della vicenda (perché ce ne sono altri e potrebbero non essere del tutto positivi per il territorio in questione) potete leggere e seguire la pagina Facebook “Salviamo il Lago Bianco.

Non resta che augurarci che veramente, e rapidamente, la zona del Lago Bianco possa riacquisire la propria naturalità oggi guastata, e che i promotori e i sostenitori di un progetto così scriteriato, al netto di eventuali sentenze giuridiche, possano rendersi conto di cosa hanno contribuito a perpetrare a un luogo così prezioso e, dunque, sappiano maturare una consapevolezza e una sensibilità verso i territori montani – che sono un patrimonio di tutti, non il possedimento di pochi – finalmente adeguata e consona all’importanza di essi e al loro insostituibile valore culturale.

N.B.: le belle immagini fotografiche del Lago Bianco sono di Angelo Costanzo, presidente del Centro Culturale “Oltre i Muri” di Sondrio, che ha sostenuto attivamente le azioni del Comitato “Salviamo il Lago Bianco”.