Animali giuridici

[Foto di Cristofer Maximilian da Unsplash.]
Come riporta “Il Post”, l’anno prossimo, forse già a gennaio, la Corte di Appello dello stato di New York dovrà stabilire se Happy, un’elefantessa asiatica di circa 50 anni che vive da sola in un’area recintata di 4mila metri quadrati nello zoo del Bronx, a New York, sia una persona giuridica, cioè un individuo con diritti morali e legali di fronte alla legge americana, con potenziali grosse conseguenze per molti altri animali in cattività.

Se da un lato fa piacere leggere che il sistema giuridico di un paese avanzato come gli USA si occupi finalmente di questo tema, dall’altro risulta parecchio sconcertante che la parte più evoluta e “civile” del genere umano – ben rappresentata dagli Stati Uniti, appunto – solo ora si renda conto (forse) di quanto sia ineludibile il tema in questione. Un tema fondamentale non solo e non tanto per le ricadute giuridiche che può avere ma, io credo, per la nostra stessa presenza sul pianeta tra le altre specie viventi in qualità di razza “dominante”, certamente in senso tecnologico ma ben più discutibilmente dal punto di vista ecologico.

In verità, alle persone dotate di autentica sensibilità intellettuale e morale il quesito posto all’attenzione della Corte newyorchese appare quanto mai retorico e privo di senso biologico: certo che gli animali hanno una “personalità giuridica”, tutti quanti e in special modo quelli con i quali l’uomo – razza che ha il diritto/dovere di stabilire quanto sopra – interagisce! Ce l’hanno naturalmente, ancor più di quanto l’uomo ce l’abbia pure giuridicamente, e il fatto che tale “ovvietà” non sia ancora stata considerata per come dovrebbe dal genere umano è una delle sue più grandi colpe, anche per come essa abbia causato e cagioni continuamente danni tremendi alle altre creature viventi e agli ecosistemi del pianeta. Ma non è, questo mio, un discorso meramente ambientalista o animalista: è una questione filosofica e etica nonché politica, ancor prima che giuridica. Non c’è nulla da stabilire in un senso o nell’altro in forza di un provvedimento legale: c’è da prendere atto con adeguata consapevolezza di un dato di fatto biologico.

A tale proposito mi pare che non abbia granché senso l’obiezione – citata nell’articolo de “Il Post” e che immagino sarà posta da molti – del giurista statunitense Richard Cupp, oppositore dello status di persona giuridica per gli animali, il quale ha detto: «Un caso che potrebbe portare miliardi di altri animali in tribunale sarebbe un disastro. Una volta che ammetti che un cavallo, un cane o un gatto possono sporgere denuncia per aver subito degli abusi, si arriva in un attimo alla considerazione che una persona giuridica non può essere mangiata». Mi sembra che tale affermazione crei solo confusione tra due questioni ben differenti anche se di apparente simile sostanza, l’una relativa alla relazione etico-ecologica tra umani e animali e l’altra all’aspetto ecosistemico: una confusione che sottende una reiterata visione antropocentrica del tema e non considera la necessità inderogabile, in una rete ambiente complessa, di un equilibrio armonico tra specie viventi, in primis negli aspetti etici, appunto. Un equilibrio biologico pragmatico, in parole povere, che può ammettere che l’uomo – razza onnivora per natura, non per altri motivi – si cibi di certe specie animali ma non può ammettere affatto che qualsiasi specie animale venga maltrattata (qualsiasi cosa ciò possa significare) dall’uomo solo perché razza dominante.

Se a tal fine occorre che una legge di uno stato stabilisca la personalità giuridica degli animali, ben venga. Tuttavia, ribadisco, le persone che sanno vivere in consapevole armonia con il mondo che hanno intorno già la riconoscono e la rispettano verso qualsiasi altra specie vivente, questa dote. Ed è alquanto importante che l’intero genere umano raggiunga questa consapevolezza ecologica: non ne va solo della vita animale ma, forse soprattutto, ne va della vita umana, di tutti noi.

 

Porto Piccolo, danno grande

Navigando sul web mi sono causalmente imbattuto nelle immagini di Porto Piccolo, lussuoso resort turistico di recentissima edificazione nella baia di Sistiana vicino Duino, Trieste. Qui sopra e di seguito potete osservare qualche immagine di tale “neo-località”.

Ne ho letto un po’ in giro, al riguardo: va bene che l’intervento edilizio ha recuperato una vecchia cava di marmo abbandonata da tempo, va bene che, a quanto se ne scrive, è stato realizzato con particolare attenzione all’ecosostenibilità o che ogni punto del “borgo” è pienamente accessibile da chiunque… fatto sta che, tali doti a parte, a me pare esteticamente e paesaggisticamente terribile.

Terribile, sì.

Una compatta colata di cemento che dal bordo superiore della conca scende fino al mare, composta da edifici in finto-rustico tradizionale i quali, come purtroppo spesso accade in questi casi, più che riprendere lo stile architettonico autoctono paiono scimmiottarlo, uniti ad altri dal design di una sciattezza sconcertante, il tutto nell’intento di creare «un elegante connubio tra moderno e tradizionale in simbiosi con la natura che lo circonda» che invece a me sembra solo la creazione di un ennesimo e banalizzante nonluogo.

Per giunta proprio accanto a una riserva naturale – quella regionale delle Falesie di Duino, «il gioiello del Golfo di Trieste», come riporta il sito della riserva, accanto alle cui meravigliose scogliere di calcare vecchio di 100 milioni di anni, ricche di fenomeni carsici, ora compare un’antropica “costa” di cemento ricca invece di attualissima, sconcertante insensibilità paesaggistica.

D’altro canto è ormai risaputo che del paesaggio – quello “vero”, cioè inteso nell’accezione corretta del termine – sovente interessa poco o nulla proprio a coloro i quali dovrebbe interessare di più: ed è una “punizione”, questa, ingiustificatamente imposta al territorio italiano ormai da troppo tempo che sarebbe da eliminare al più presto, parimenti all’incuria culturale che ne è fonte.

 

Un infallibile sistema di sorveglianza

Lungo tutto l’itinerario in ambiente della DOL dei Tre Signori, ma in particolar modo nelle vicinanze del Resegone e ancor più del Pizzo dei Tre Signori, se andrete a percorrerlo, vi potrebbe capitare di sentirvi osservati. Anzi, quasi sicuramente vi capiterà.
Sarà una sensazione vivida, chiara, netta, magari accompagnata da qualche particolare riscontro uditivo. Be’, nel caso vi accada, sappiate che non siete impazziti: la DOL dei Tre Signori è effettivamente dotata di un sofisticatissimo sistema di osservazione e controllo di ogni transito lungo il suo percorso, più affidabile di qualsiasi sorveglianza satellitare ovvero di similare tecnologia avanzata e assai capillare nelle zone suddette, che controlla il vostro movimento sul sentiero, le soste che farete, la direzione che terrete o che varierete e ogni altra azione compiuta. Tranquilli, però: non viene compiuta alcuna violazione della privacy e ai dati sulla vostra presenza in loco non avrà accesso nessuno.

O, per meglio dire: nessuno che non abbia due corna sulla testa, a volte particolarmente lunghe, già.

(Foto di Marco Caccia, tratta da questo post della pagina facebook “I Cammini di Orobie”.)

Incontri whitmaniani

Questa mattina, come sempre, scendevo in auto prima delle 7 dalla mia dimora montana verso valle lungo l’abituale strada che per buona parte corre attraverso fitti boschi. D’un tratto sulla sinistra si stacca un sentiero secondario che affonda nel verde arboreo e si dirige verso alcuni edifici rurali. Non so per quale istinto, mentre guidavo, ho guardato nel varco creato dalla traccia nel bosco – non lo faccio quasi mai dacché non ve n’è motivo, quel sentiero non ha granché interesse escursionistico, è solo di servizio alle baite ove porta, fatto sta che ho guardato in quella direzione e sul sentiero, a pochi metri dalla strada e non ancora nascosto dall’ombra boschiva, ho visto un bellissimo capriolo, apparentemente giovane o, forse, una femmina, probabilmente acquattato lì in attesa di non udire più alcuno suono umano per sentirsi sicuro nell’attraversare il tracciato stradale e continuare oltre.

Una visione simile a quella della foto qui sopra, solo un po’ più da lontano.
Che in sé, quest’incontro pur fugace non ha avuto niente di speciale, sia chiaro; non è il primo e non sarà certamente l’ultimo. Però, ecco, a viverlo di primo mattino, all’inizio d’una nuova giornata di ordinaria quotidianità, be’, è sicuramente bello e forse più suggestivo che in altri contesti.

Giusto per caso, qualche giorno fa mi sono ritrovato di fronte, in un testo che stavo leggendo, quel celebre passaggio del Canto di Me Stesso, da Foglie d’Erba, nel quale Walt Whitman scrive parole che, mi viene da pensare, sembrano adatte anche a quella mia visione mattutina – e non solo alla circostanza odierna, d’altronde:

Credo che potrei voltare la schiena e andare a vivere con gli animali, così placidi e contenti,
Mi fermo e li contemplo per ore e ore.
Non s’affannano mai, non gemono per la loro condizione,
Non vegliano al buio a piangere i loro peccati,
Non mi danno disgusto discutendo sui loro doveri verso Dio,
Nessuno è insoddisfatto, nessuno impazzisce per smania di possedere,
Nessuno s’inginocchia davanti a un suo simile, né ad altri della sua specie vissuti migliaia di  anni fa,
Nessuno è rispettabile o infelice per la terra universa.
Essi mi rivelano i loro rapporti con me e io li accetto,
Mi recano testimonianze di me, e dimostrano chiaramente che le hanno in loro possesso.
Mi chiedo dove mai abbiano raccolto queste testimonianze,
Forse anch’io sono passato da quelle parti, tempi infiniti or sono, e con negligenza le ho lasciate cadere?

Noi e gli animali

Più passa il tempo e più noi umani arriveremo a dimostrare, anche scientificamente e non solo etologicamente (l’esempio proposto dall’immagine qui sopra – fateci clic per saperne di più – è solo l’ultimo di una serie già lunga), che come e noi e forse più di noi gli animali hanno intelligenza, perspicacia, razionalità, consapevolezza di sé, sensibilità, carattere, emozioni, umori, stati d’animo, sogni, fantasie e ogni altra cosa che, con la solita e parecchio miope presunzione, crediamo siano solo nostre prerogative, di noi razza “dominante”. Capiremo che ogni animale possiede quelle doti, probabilmente in forme diverse dalle nostre – cosa che ce le rende difficili da comprendere, insieme a quella nostra superbia – ma con paragonabili valenze, capiremo che anche loro, in modi assai strutturati come i nostri, pensano, riflettono, meditano, almanaccano, decidono, discutono, amano, odiano, gioiscono, sperano, soffrono, si divertono eccetera, magari scopriremo pure facoltà intellettive e psichiche che nemmeno immaginiamo persino nelle creature che riteniamo più primitive e “banali” (tipo le seppie, appunto) o altre prerogative imprevedibili e incredibili. È solo una questione di tempo, di studio scientifico e di maggior sensibilità nei loro confronti ma, io credo, arriveremo a quella conoscenza compiuta.

Ma quando ci arriveremo, ora io mi chiedo, che faremo noi umani? Sapremo riequilibrare la nostra razza, il ruolo e la presenza nel mondo abitato rispetto a tutte le altre creature? Avremo la capacità di ammettere l’insussistenza della nostra presuntuosa superiorità dominante e di relazionarci con gli animali – tutti gli animali – in un modo finalmente e naturalmente armonioso?

Oppure, se mai conseguiremo quella conoscenza scientifica riguardo i nostri coabitanti, su questo pianeta, non sapremo fare nulla di tutto ciò, la ignoreremo per ottusità o per strafottenza e continueremo a crederci superiori, più intelligenti, più progrediti ergo ineluttabilmente dominanti? O, ancora peggio, ci sentiremo addirittura minacciati dagli animali, così “simili” se non superiori a noi, e diventeremo ancor più crudeli di quanto – per motivi opposti – già non siamo con essi?

Che faremo, insomma?

In tal caso, forse non solo ai posteri avremo da domandare l’ardua sentenza.