Questo provvedimento, modificato, riconsegna alle nuove generazioni la possibilità di vedere il cielo, di ammirare la Via Lattea: si dà un’opportunità in più per far conoscere l’ambiente montano, non per violarlo.
Così afferma il consigliere regionale del Veneto Marzio Favero nel sostenere la legge, approvata qualche giorno fa, che permette la realizzazione di “stanze panoramiche” di vetro e legno, veri e propri micro hotel di lusso sulle montagne venete anche sopra i 1600 metri di altitudine cioè dove, fino a ora, potevano essere costruiti solo rifugi, bivacchi o manufatti di servizio al territorio, e pure in zone sottoposte a tutela ambientale.
Non c’è dubbio che il consigliere Favero sia certamente un politico competente e preparato, nelle proprie mansioni istituzionali, ma lo manifesti in misura minore – almeno così viene da ipotizzare, leggendo le sue dichiarazioni – nei riguardi dei territori montani, al punto da dover premurosamente svelare al consigliere e a chi sostenga le sue stesse posizioni una cosa che probabilmente ad essi sfugge. In montagna c’è già un posto dal quale poter osservare il cielo, ammirare la Via Lattea e conoscere a fondo l’ambiente circostante: è la vetta. E di vette a disposizione ce ne sono a iosa, certe montagne ne hanno anche più d’una, alcune sicuramente ostiche da raggiungere ma molte altre semplicissime: ci si arriva tranquillamente a piedi, spesso con poca fatica e non si devono spendere qualche centinaia di Euro per soggiornarvi, come di norma richiedono quelle stanze panoramiche in forza dei pacchetti turistici con i quali vengono offerte. Semmai basta una normalissima tenda oppure nemmeno quella, è sufficiente stendersi lassù, sulla vetta liberamente prescelta, e osservare il cielo al di sopra e il paesaggio d’intorno fino a che se ne abbia voglia. Anzi, fino a che ci si senta parte di essi, in relazione profonda con l’ambiente montano e soprattutto in contatto diretto, senza mediazioni, senza infrastrutture artificiali di mezzo che, inevitabilmente, disturbano l’esperienza e ne annacquano il valore peculiare spesso fino a farlo svanire del tutto.
Non c’è bisogno di qualcuno o qualcosa che «dia un’opportunità» di fare tutto questo, dunque. Anzi, sostenere ciò significa ritenere le «nuove generazioni» un po’ stupidotte e incapaci di conoscere e relazionarsi con l’ambiente montano senza qualche invenzione di natura commerciale, pur fascinosa che sia… [continua su “L’AltraMontagna”, qui.]
Ponti tibetani, panchine giganti, passerelle e stanze panoramiche, seggiovie e funivie da una parte; scuole, uffici postali e bancari, ambulatori di medicina di base, trasporti pubblici, centri ricreativi e culturali dall’altra.
Quante volte leggiamo sui media d’informazione notizie che riferiscono di opere, progetti e soldi pubblici spesi per i primi, e quante volte per i secondi?
Ma, ovviamente, agli amministratori locali conviene più spingere (per scelta personale o per sottomissione politica) sui primi, che consentono loro di “fare” pubblicamente e autoreferenzialmente regalando più rapidi tornaconti propagandistici, piuttosto che sui secondi, i quali abbisognano di progettualità più elaborate, articolate, strutturate, a volte prolungate nel tempo, nonché di cura, sensibilità, attenzione e responsabilità verso i territori e le comunità che li abitano. Tutte cose poco spendibili elettoralmente, inutile rimarcarlo, anche se sarebbero ciò che la politica locale innanzi tutto deve fare, non altro.
D’altro canto, gli amministratori locali sono a loro volta “vittime” di un sistema di governo politico del territorio il cui costante degrado essi stessi alimentano inesorabilmente, come fossero saltati su un treno in corsa dal quale è praticamente impossibile scendere, anche se ne avessero intenzione, dunque tanto vale restare a bordo e mettersi comodi. A meno di saper trovare il coraggio di saltare giù rischiando l’osso del collo – il collo politico, ovviamente – oppure di non salirci proprio fin da subito, cosa forse ancora più difficile della precedente.
Per tali motivi, una certa classe politica e di amministratori così poco legata, poco in relazione – quando non sostanzialmente alienata oppure semplicemente cinica – rispetto ai territori che governa ha deciso di installare e disperdere in essi opere meramente ludico-ricreative che a breve dimostreranno ciò che veramente sono: dei rottami di ferro e cemento, i quali oggi banalizzano il paesaggio e domani lo deturperanno, appunto. Ma, realtà ben peggiore, nel diffondere tali rottami essi stanno rottamando i territori e le loro comunità, inesorabilmente.
Ecco dunque che sulle nostre montagne ponti tibetani, panchine giganti e altre amenità funzionali agli interessi di qualcuno ma sostanzialmente inutili alla quotidianità dei residenti compaiono ovunque; nel frattempo, ambulatori, scuole, trasporti pubblici e altri servizi di base necessari alla vita in loco dei residenti scompaiono ovunque, in misura crescente.
Chissà se quei politici sono in grado di rendersene conto ma fanno finta di nulla oppure se non ne sono nemmeno capaci e vivono nella convinzione di avere (sempre) ragione.
Non so, sinceramente, quale di queste due ipotesi sia la peggiore.
(L’immagine che vedete lì sopra della passerella panoramica di Mezzocorona, vicino a Trento, è tratta da www.iltrentinodeibambini.it.)
(⇒ Articolo originale pubblicato su “L’AltraMontagna“: lo trovate cliccando sull’immagine qui sotto.)
Sulle Alpi sono innumerevoli i progetti basati su modelli alternativi di sviluppo, sulla cosiddetta economia verde e sulla economia dolce. Crescono le proposte per una fruizione moderna della montagna invernale, e assistiamo alla conversione di centrali dello sci in oasi naturali (come il Dobratsch, in Carinzia, come ai Piani di Artavaggio, ma gli esempi potrebbero continuare).
Nei mesi scorsi numerose associazioni e tanti cittadini si sono mobilitati, anche con eventi in loco, contro il paventato progetto di una nuova seggiovia – con relativo impianto di innevamento artificiale – ai Piani di Artavaggio, affascinante località della Valsassina (provincia di Lecco, Prealpi Lombarde) tra i 1600 e i 2000 m di quota dalla storia alquanto emblematica.
Infatti, dopo la fine della propria era sciistica negli anni Novanta del secolo scorso per i “soliti” motivi principali – cambiamenti meteoclimatici, insostenibilità economica, concorrenza di altre stazioni – nel corso degli ultimi lustri si è rilanciata alla grande e in maniera sostanzialmente spontanea come luogo montano ideale a una frequentazione turistica sostenibile e non meccanizzata (salvo che per la funivia di arroccamento da Moggio, il comune nel cui territorio sono situati i Piani di Artavaggio). Un pubblico articolato e crescente che ha letteralmente riscoperto il luogo quasi solo grazie al passaparola, e ha preso a frequentarlo in gran quantità per praticare le numerose attività che la montagna consente anche senza impianti di risalita – anzi, proprio grazie alla loro assenza e a quanto ne giova il luogo e la sua fruibilità. Per tutto questo oggi i Piani di Artavaggio vengono frequentati non solo nei mesi estivi e invernali ma per tutto l’anno da moltissimi escursionisti che sull’altopiano valsassinese possono godere di quella dimensione di ritrovata armonia con il territorio naturale altrove soggiogata alla presenza e all’impatto delle infrastrutture turistiche (come per gli adiacenti Piani di Bobbio, totalmente asserviti al comprensorio sciistico attivo in loco). La storia della rinascita ecoturistica di Artavaggio appare così interessante da essere citata in numerosi saggi sulla montagna contemporanea – come Assalto alle Alpi di Marco Albino Ferrari (Einaudi, 2023) da cui proviene il brano in testa a questo articolo – diventando persino un caso di studio per il CAST, il Centro di Studi Avanzati del Turismo dell’Università di Bologna che li cita come esempio nelle Alpi italiane di località mirata «al potenziamento di forme di turismo diverse».
Da qui le logiche e inevitabili proteste di tantissimi appassionati del luogo e della montagna in generale: tuttavia, dopo i dibattiti pubblici dello scorso inverno e un certo numero di articoli sui media al riguardo, tutti quanto parecchio indeterminati (ma non per colpa dei cronisti), da parte degli enti pubblici coinvolti sul progetto è formalmente calato il silenzio. Come mai, se i media davano per assodato lo stanziamento degli 11 milioni di Euro da parte di Regione Lombardia? Perché nessuno della società civile o delle associazioni che si sono attivate sulla questione riesce a saperne di più?
[Veduta della parte alta dei Piani di Artavaggio del 7 febbraio, con il Monte Sodadura sullo sfondo, tratta dalla webcam del Rifugio Nicola; fonte https://www.pianidiartavaggio.it/webcam/. Si nota la quantità di neve al suolo, a quasi 2000 m di quota, su pendii lungo i quali lustri fa ho sciato innumerevoli volte fino a marzo inoltrato.]Continuo a raccontare il “giallo” della nuova seggiovia dei Piani di Artavaggio nell’articolo su “L’AltraMontagna”, che potete leggere qui.
[La Grignetta dal Parco Valentino alle pendici del Monte Coltignone, con la casa-museo Villa Gerosa-Crotta.]Qualche giorno fa sono tornato ai Piani Resinelli, passeggiando da “turista della domenica” per la località attraverso i percorsi più frequentati, e l’impressione che ne ho ricavato da quelle ore trascorse lassù è sostanzialmente la stessa che ho elaborato altre volte: quella di stare in un terreno aurifero nel cui mezzo è incastonato un diamante di purezza assoluta ma sempre troppo impolverato e trascurato al punto da non brillare come potrebbe. Oppure, per usare un’altra immagine metaforica, una galleria d’arte ricca di opere di gran pregio e con al centro un capolavoro assoluto, ma frequentata come fosse un supermercato o una sagra paesana e popolana.
Invero i Piani Resinelli sono una specie di straordinario capolavoro geografico: un luogo meraviglioso, dotato di un paesaggio eccezionale e di un’anima profondamente alpestre, che suscita percezioni di ambiti montani lontani e ben più vasti e vibra di un’energia che fluisce giù dalla sempre sorprendente Grignetta, scultura dolomitica la cui visione lascia inevitabilmente a bocca aperta – anche alla milionesima veduta come nel mio caso – e potente manifestazione materiale del Genius Loci, permeando vitalmente ogni angolo dei Piani. E tutto ciò, a pochi km in linea d’aria (e qualcuno di più su strada) dalla città di Lecco e dalla sua caotica dimensione urbana, già pienamente da hinterland di Milano. Vai sul Coltignone, il monte il cui corpo sorprendentemente ambiguo (dolci versanti di boschi e prati a nord, scoscendimenti e precipizi verticali a sud) separa i Resinelli dal bacino del lago di Lecco e del fiume Adda e, se ti giri da una parte, vedi la gran distesa di cemento che dai suoi piedi di estende verso Milano, mentre se ti volti dall’altra dalla prima subito te ne distanzi moltissimo e godi dell’immagine della montagna più autentica e per molti versi “selvaggia” (le innumerevoli guglie della Grignetta aiutano molto a suscitare questa fantasia), come se già fossi chissà dove sulle Alpi e chissà quanto lontano dalla civiltà. Che invece è lì ai tuoi piedi, al punto da udirne costantemente il minaccioso rumore bianco di sottofondo.
[I Piani Resinelli – o meglio una parte di essi – visti dalla zona dei Torrioni Magnaghi, sul versante sud della Grignetta. Immagine di Valeria Viglienghi tratta da montagnelagodicomo.it, fonte originale qui.]Tuttavia, come dicevo, quando salgo ai Resinelli mi sorge sempre l’impressione che resti un luogo sottovalutato, non compreso nelle sue autentiche peculiarità, trascurato ovvero del quale si continua ad avere un’idea impropria, decontestuale. Un’impressione che viene inevitabilmente alimentata anche dalla considerazione di come la località sia gestita politicamente e amministrativamente – ne ho scritto più volte al riguardo, in passato: i Resinelli sono il luogo che nel lecchese più presenta problemi di sovraffollamento turistico – ma per la gran parte è un turismo del fine settimana, «mordi e fuggi» come si dice, che al netto di ciò che può spendere nei bar/ristoranti dei Piani non apporta alcun valore proficuo al luogo e al suo paesaggio ma anzi lo consuma inesorabilmente. La vicinanza alla “civiltà” rende pressoché inevitabile questa realtà ma non per questo la deve trasformare in un motivo di massificazione irrefrenabile della frequentazione del luogo, di un far numeri e quantità a più non posso (spacciandoli per una prova del “successo” turistico della località) trascurando quasi del tutto la qualità che invece la bellezza e la particolarità dei Piani Resinelli imporrebbe. Lo scorso anno mi irritò non poco – e ne scrissi sui media locali – il fatto che, a fronte della eccessiva presenza di auto nei fine settimana e della conseguente carenza di posti auto (peraltro resi a pagamento da maggio 2023), qualche amministratore locale propose di cercare nuove aree da adibire a parcheggio. Ma come?! Già le auto invadono ogni metro quadro occupabile al punto da far sembrare certi angoli dei Piani Resinelli l’area esterna di un grande centro commerciale della periferia milanese, e invece di liberare il luogo da questo cappio soffocante (e inquinante, e degradante, e bruttissimo) ancora si pensa di portarcene sempre di più? Ecco, questo è un esempio tra i numerosi possibili che a mio modo di vedere denota una visione del luogo, da parte di chi ha la responsabilità della sua gestione, superficiale, sottovalutante, trascurata e, se posso dire, anche un po’ offensiva.
[Anno 1972, quando ai Resinelli si sciava abitualmente. Immagine da cartolina in vendita su Ebay.]Di contro, salendo fuori dai periodi di maggior sovraffollamento, magari in una giornata un poco uggiosa con un Sole assai pallido (condizione fascinosa che per molti aspetti esalta il luogo, ma notoriamente non apprezzata dal turista medio) e dunque senza la distesa quasi uniforme di autovetture in vista e il massiccio passeggio di gitanti che pare d’essere in centro a Milano, la sensazione è appunto quella di un luogo un po’ lasciato a se stesso, con la sublime Grignetta tenuta lì in disparte, suggestivo sfondo per simpatici selfies ma per il resto poco considerata, come fosse una montagna uguale a tante altre – cosa che qualsiasi autentico appassionato di montagne del pianeta Terra sa essere una gran falsità: basti constatare lo stato dei sentieri che salgono sulla Grignetta per capire indubitabilmente ciò che voglio dire (spoiler: lo stato è pessimo, anche per la prolungata mancanza di manutenzione) oppure, ai suoi piedi, ad esempio l’assenza quasi totale di cartelli escursionistici che suggeriscano ai visitatori le più belle mete dei Piani Resinelli e dei loro dintorni raggiungibili a piedi – anche senza essere degli escursionisti esperti. Tutto ciò senza contare la presenza in loco di opere da “luna park alpino” non solo inutili al godimento della bellezza del luogo ma pure inevitabilmente degradanti per esso oltre che visivamente brutte: altro segno di una visione turistica dei Resinelli sovente superficiale tanto quanto omologata a modelli risaputamente rovinosi – ma funzionali allo spendere rapidamente i finanziamenti pubblici e fare “risultato”. E perché poi l’ufficio turistico in loco deve restare chiuso per buona parte dell’anno, aprendo solo nella “bella stagione” nonostante anche quella “brutta” sia bellissima e assolutamente affascinante, ai Resinelli, senza contare che anche in pieno inverno di gente che sale per godersi una giornata all’aria aperta ce n’è eccome? Perché non organizzare iniziative anche nei mesi tardo-autunnali e invernali che permettano la scoperta e la conoscenza delle innumerevoli bellezze dei Piani? Perché considerare il luogo solo come una meta «esotica di prossimità», per usare la significativa espressione coniata dall’antropologo Annibale Salsa, cioè come una specie di giardino pubblico urbano un po’ più distante degli altri dal centro città (dunque conseguentemente fruiti) e non invece per ciò che i Piani Resinelli sanno offrire di ben più culturalmente “spesso” e di valore, ad esempio riguardo i temi dell’educazione ambientale, dell’approccio consapevole al territorio montano, della trasmissione di conoscenza e consapevolezza riguardo gli ambienti e i paesaggi naturali prossimi alle aree più antropizzate e per ciò forse i più importanti a nostra disposizione?
[Vestigia abbandonate e arrugginite di un tempo che fu, nei boschi sopra i Piani Resinelli.]Insomma, avete sicuramente capito cosa intendo dire. Qualcuno potrebbe anche ritenere che sia meglio così, che se i Resinelli restassero in questo stato piuttosto brado invece di subire una ancor maggiore turistificazione, per quello che spesso ciò comporta di deleterio come le cronache al riguardo raccontano, si manterrebbero meglio e più a lungo salvaguardandosi dal turismo più tossico. Può ben essere così, certamente; d’altro canto un luogo così bello, così prezioso e ricco di narrazioni montane, naturalistiche, paesaggistiche, geografiche, alpinistiche eccetera da poter ascoltare, credo sia un peccato che resti inascoltato, trascurato ovvero, come ho detto, fruito tramite modalità superficiali e massificate poco o nulla in relazione con il luogo, le sue peculiarità e parimenti ben poco in grado di apportare un autentico valore e un beneficio ad esso a favore del suo futuro. Ribadisco; è come avere tra le mani un tesoro inestimabile continuando a non capirne la bellezza e il reale valore e per questo utilizzandolo come fosse un bene qualsiasi, qualcosa da usare per quel che si pensa possa servire e per il resto amen, arrivederci e grazie. Un vero peccato che per certi versi diventa una sconcertante colpa, senza alcun dubbio.
P.S.:qui trovate tutti gli articoli che ho scritto in passato su Piani Resinelli.
Riallarghiamo lo sguardo.
Negli ultimi anni i nostri occhi si sono totalmente abituati alla vista di infrastrutture, villette, recinzioni, cartelloni pubblicitari, insegne e capannoni propagati ovunque.
Il nostro sguardo si è assuefatto e la profondità di campo si è inesorabilmente accorciata, infrangendosi sistematicamente su muri e confini artificiali.
Per questo la fuga verso le montagne più alte, con poche altre residue isole felici, rimane l’ultimo antidoto contro la “cecità” indotta dall’abitudine.
Condivido pienamente questo bellissimo e profondo pensiero di Michele Comi, che in poche e perfette parole rimarca una realtà tanto drammatica quanto ignorata, eppure provocante conseguenze estremamente spiacevoli. Abbiamo perso la capacità di comprendere l’incongruenza oltre che l’obiettiva bruttezza di molte delle cose che ci circondano proprio perché non sappiamo più osservarle. Le vediamo, sì, ma la percezione visiva è diventata pressoché sterile, e ciò in quanto abbiamo “scelto” di rendere quelle cose brutte e incongruenti normali. Cioè la “norma”, una regola, un criterio che si fa giudizio per il resto e, inevitabilmente, diventa anche norma sociale condivisa per induzione automatica, così che non è strano che si accettino le cose suddette ma è “strano” chi ne osserva la loro contraddittorietà.
[Filari di viti e distese di capannoni, in Valtellina. Immagine tratta da https://puntoponte.wordpress.com.]È per questo che le montagne, come scrive Michele, rappresentano un ottimo antidoto contro questa nostra cecità. Ma è ovvio che tanto più lo possano essere quanto meno il nostro sguardo su di esse, dunque la relazione che vi elaboriamo che dalla visione in quanto percezione primaria si origina, sia interrotto e infranto da presenze parimenti incongrue con il territorio d’intorno. Allo stesso modo è per questo che sulle montagne bisogna costantemente mantenere la massima attenzione, cura, sensibilità e cognizione riguardo ciò che si fa e che ci si costruisce sopra. Il che non significa che non si possa fare niente: si può fare moltissimo ma di totalmente congruo al territorio e al suo paesaggio. Il rischio che anche un luogo speciale come la montagna diventi “normale”, e che di conseguenza si possa diventare “ciechi” anche verso di esso è dietro l’angolo, una (troppo) lunga casistica lo dimostra drammaticamente. Credo debba essere un diritto e dovere di tutti agire affinché ciò non avvenga: per continuare a vedere, osservare, comprendere e godere della bellezza delle montagne, per continuare a vedere noi stessi come esseri veramente umani degni di governare questo nostro mondo sul quale tutti abitiamo.