Cambiano le montagne e i paesaggi, cambiamo anche noi

Ormai decenni fa, quando avevo poco più di vent’anni (dunque metà anni Novanta, in pratica), con alcuni amici salii per la prima volta il Cevedale, trovandomi così al cospetto di una montagna la cui bellezza iconica mi conquistò subito, per come era ed è possibile osservarla dalla via normale al Cevedale dal rifugio Casati: il Gran Zebrù/Königsspitze, una piramide pressoché perfetta puntata verso il cielo e scintillante di ghiaccio. Scattai una fotografia (il digitale era ancora roba rara, ai tempi) e ne ricavai un ingrandimento che incorniciai e appesi a casa – dove ora vivono i miei genitori e dove fa ancora bella mostra di sé, vicino all’ingresso: lo vedete lì sopra (e tenete conto che erano i primi di agosto, se volete fare qualche raffronto con il presente). Al netto del celeberrimo Cervino, credo sia una delle montagne più belle e “potenti” delle Alpi, il Gran Zebrù, e capace di narrare storie meravigliose su di sé, come raccontai in questo articolo.

Credo lo sia, ho scritto, e vorrei poter continuare a utilizzare la forma verbale al presente tuttavia temo mi (e ci) sarà impossibile farlo, di questo passo. Qualche giorno fa l’amico Luca Ciccio Impagnatiello ha pubblicato sulla sua pagina Facebook quest’immagine del Gran Zebrù, presa dalla vetta del dirimpettaio Monte Pasquale. Una foto (della cui concessione lo ringrazio di cuore) quanto mai significativa e francamente angosciante:

Consentitemi un paragone un po’ idiota ma certamente chiaro: immaginate di avere un’amica (parlo per me uomo, ovviamente il tutto vale anche in ogni altra versione di genere) bella, formosa, atletica, bionda, assolutamente affascinante, e poi di rivederla solo dopo qualche giorno smagrita, pallida, ingrigita, spenta al punto da faticare a riconoscerla se non fosse per le sue fattezze principali. Ecco, è ciò che mi si formula in testa nel considerare l’immagine odierna del Gran Zebrù, quasi del tutto privato dei suoi ghiacci e dunque dall’aspetto soprattutto roccioso, ingrigito, cupo dacché senza più lo scintillio nivale che prima rendeva abbacinante la sua piramide, con il letto della lingua valliva che sembra un’enorme piaga sterile diffusasi tra gli alti pascoli della Valle di Cedèc… un’altra montagna, in pratica, se non fosse per le forme che la rendono ancora identificabile da parte di chi la conosce. E il tutto in pochi decenni, un periodo rapidissimo nella scale del tempo della Terra: per questo l’ho correlato ai pochi giorni del paragone suddetto.

Per tutto ciò sostengo da tempo che i cambiamenti climatici e le trasformazioni fisiche dei territori che ne subiscono gli effetti, tra i quali le montagne sono quelli forse in assoluto più soggetti, più sottoposti ad alterazioni, non comportano conseguenze solo ambientali e in generale materiale ma anche, e per certi versi soprattutto, immateriali ovvero culturali, antropologici, psicogeografici… Il Gran Zebrù che si osserva oggi obiettivamente non è più la montagna di trenta o cento anni fa: ne conserva le forme ma la sua identità assume un aspetto diverso e dunque anche la nostra percezione, assimilazione e elaborazione della sua immagine e del suo paesaggio sta cambiando, quindi inevitabilmente si modifica anche la relazione culturale che possiamo intrattenere con essa e che, nel caso di una montagna appunto così iconica, finisce per influire sul costrutto dell’intero paesaggio d’intorno, rispetto al quale il differente aspetto della montagna genera una diversa percezione del luogo. E siccome noi siamo il paesaggio, dal momento che esso è una nostra elaborazione culturale che esprime nell’idea del paesaggio anche noi stessi, sostanzialmente pure noi cambiamo, al cospetto del Gran Zebrù attuale e futuro così come in ogni circostanza simile.

Sono cambiamenti o, se preferite, alterazioni intense, profonde, complesse, senza dubbio epocali, ma che ancora, credo, non sappiamo percepire e comprendere, fermandoci ai pur essenziali aspetti ambientali (ed è comunque già buona cosa, visto che non sempre accade e il disinteresse, l’apatia o il negazionismo – del clima ma di rimbalzo anche dell’effettiva realtà ambientale – a volte si palesano in tutta la loro sconsideratezza). Ma dobbiamo saperli elaborare e capire, quei cambiamenti in atto, dal momento che come detto stanno cambiando anche tutti noi e la nostra relazione con il mondo che abitiamo, quella che ce lo può far vivere al meglio oppure in maniera problematica. Cioè per costruirci il necessario futuro di proficua resilienza rispetto al divenire della realtà: sarebbe il caso di pensarci, finalmente.

Gli albergatori di Cortina e il “fiore all’occhiello” della pista di bob

[P.S. – Pre Scriptum: il seguente articolo è stato pubblicato su “Il Dolomiti” sabato 30 settembre 2023.]

Qualche giorno fa su alcuni organi di informazione locali sono state pubblicate le dichiarazioni del presidente dell’Associazione Albergatori di Cortina d’Ampezzo in difesa della progettata nuova pista olimpica di bob, probabilmente l’opera più paradigmatica, in senso critico, tra quelle previste per i prossimi giochi olimpici di Milano-Cortina 2026, contestatissima da chiunque. O quasi, appunto, anche se…

Certamente è comprensibile che gli albergatori di Cortina si muovano a sostegno della promozione del proprio territorio e dell’immagine conseguente dacché ciò difende il loro business ed è lecito, è il loro lavoro – al netto di ogni altra considerazione imprenditoriale al riguardo che qui e ora non c’entra. È molto meno comprensibile che lo facciano sostenendo la realizzazione della pista di bob – oppure, forse, è comprensibile ma nel modo che gli albergatori stessi non vorrebbero palesare finendo invece per farlo in modo ancora più evidente.

Ma analizziamo nel dettaglio le dichiarazioni del presidente degli albergatori, che riporto nei passaggi più interessanti per come li ho letti sugli organi di informazione suddetti:

«Il Bob avrebbe dovuto senza ombra di dubbio rappresentare il fiore all’occhiello [delle Olimpiadi].» Il bob “fiore all’occhiello” dei giochi olimpici invernali? Con tutto il rispetto per i suoi praticanti e per lo stesso sport, assolutamente affascinante, quanti pensano che il bob sia così fondamentale per le olimpiadi invernali al punto da rappresentarne una delle massime espressioni, un «fiore all’occhiello» appunto?

«A che pro contestarlo adesso? I ripensamenti tardivi non portano mai a niente di buono.» In verità le contestazioni per la nuova pista di bob sono partite non «adesso» ma anni fa, appena dopo che si è diffusa la notizia della sua progettazione che fin da subito è sembrata sproporzionata, troppo costosa (già ai tempi, quando la cifra prevista era meno della metà di quella attuale!) e impattante. E sono state contestazioni da subito ampie e diffuse: chissà dov’è stato fino a oggi il presidente degli albergatori per non averle mai sentite prima!

«Perché passa il messaggio neanche troppo implicito che non siamo in grado di onorare i nostri impegni.» In verità i termini della questione sono esattamente opposti: è l’impegno a essere totalmente sproporzionato e illogico da non poter essere onorato. Ovvero, per dirla in altro modo, sarebbe veramente onorevole se finalmente ci si rendesse conto che la nuova pista di bob è un’opera assurda e si considerassero le opzioni alternative prospettate, anche solo per come permettano di risparmiare decine e decine di milioni di soldi pubblici senza per questo inficiare minimamente il valore e lo spirito della competizione olimpica.

«Confidiamo […] che Cortina possa avere la sua pista da Bob nel pieno rispetto delle tempistiche indicate.» Tempistiche già esaurite, come ampiamente riferito dai media, se non (forse) lavorando in fretta e furia cioè in modi discutibili e spendendo chissà quanti altri soldi pubblici per far fronte all’emergenza.

«Ogni infrastruttura nuova o riqualificata in vista dell’appuntamento iridato costituirà un lascito a lungo termine per la nostra comunità e per i tanti amanti degli sport invernali che ogni anno vengono a visitare le nostre montagne per apprezzarne le bellezze e praticare le loro discipline preferite contribuendo a generare indotti significativi.» Oh, ma certo, una pista di bob rappresenta «un lascito a lungo termine per la nostra comunità» (notoriamente in montagna le comunità hanno bisogno di piste di bob, non di infrastrutture e servizi sistemici che ne agevolano la quotidianità) e genererà «indotti significativi» portando di sicuro migliaia e migliaia di bobbisti a riempire ogni posto letto disponibile nella conca ampezzana (notoriamente gli abitanti delle località che hanno piste di bob sono invariabilmente tutti milionari)! Come no!

«Non possiamo pensare di identificarci come località di eccellenza se mancano gli impianti o sono fatiscenti». Tanto meno se ci sono impianti impattanti, inutili e eccessivamente dispendiosi, a meno di voler eccellere sì ma nel dimostrare come si degrada un territorio di montagna e si impoverisce la sua comunità! L’eccellenza in montagna, oggi, non è invece il saper rispondere ai bisogni dei residenti e lo sviluppare i servizi ecosistemici necessari alla comunità, parimenti al soddisfacimento (sostenibile, consono al luogo e in equilibrio con i suoi abitanti) delle richieste dei turisti?

«Una gara strategica in un’Olimpiade che porta il nostro nome.» Strategicissima proprio, vedi sopra. E povero il nome di Cortina, quanta ignominia si attirerà addosso se realmente verranno buttati più di 120 milioni di Euro in un’opera del genere!

Ecco. Alla fine della fiera, a me pare che dichiarazioni di questo tipo siano comprensibilmente un palese tentativo comandato, forse imposto da terzi a un soggetto locale di peso come l’associazione albergatori (lo sapete, a pensar male si fa peccato ma spesso s’indovina), di difendere qualcosa che sotto ogni punto di vista risulta indifendibile. Un tentativo oltre modo maldestro – come sempre, in tali circostanze – e, come detto, incomprensibile se non nell’interpretazione appena esposta. Che tuttavia non fa certo onore a chi volente o nolente s’è preso la briga di esternarlo – e sinceramente spiace per ciò. «Se invece fosse vero che gli albergatori di Cortina la vogliono, la nuova pista di bob?» potrebbe chiedere qualcuno. Be’, nel caso, e rispettando qualsiasi opinione e posizione, sarebbe un problema di sensibilità civica e qualità imprenditoriale, anche per come, ripeto, ci siano di mezzo 124 milioni di Euro di soldi pubblici. Centoventiquattromilioni. Non per un ospedale, una scuola, un centro culturale, una riqualificazione urbanistica… per una pista di bob. Ci vuole un bel coraggio a sostenere una spesa così ingente per un siffatto «fiore all’occhiello», probabilmente il più costoso (e inutile) della storia!

Il tutto, ribadisco, senza che sia lo sport del bob a dover subire conseguenzeil quale è anzi a sua volta una vittima dell’insensatezza olimpica prevista a Cortina. Auguro ai praticanti italiani di avere a disposizione quante più piste belle e efficienti per gareggiare nel loro sport ma realizzate con il buon senso, la razionalità, la sensibilità ecologica e economica e la lungimiranza che al momento i sostenitori della nuova pista cortinese dimostrano drammaticamente e inquietantemente di non avere affatto.

Città e (certe) montagne: che differenza c’è?

Francamente: tra quanto si vede nell’immagine sopra e in quella sotto, al netto di ciò che vi sta intorno – ben intuibile e assolutamente fondamentale per il valore dei luoghi, sia chiaro, ma che purtroppo molti non sanno (e a volte non vogliono) realmente osservare, apprezzare e comprendere se non in modi così superficiali, nel bene e/o nel male, da vanificarne la sostanza – che differenza c’è?

In verità di differenza ce n’è moltissima, ovvio che c’è nonostante tutto: ma, appunto, quanti sanno ancora coglierla in tutta la sua portata cioè quella che genera il senso e il valore differenti e peculiari dei due luoghi?

In altri termini: come può essere vera montagna quella che per molti versi viene costretta a imitare la città nei suoi aspetti più degradanti? E d’altro canto come può essere «green» – vocabolo come altri del tutto abusato e stravolto – la città che si professa tale in forza di qualche albero piazzato o ancora sopravvissuto tra ettari di cemento e asfalto?

Non è forse anche da questa confusione di ruoli, di paesaggi, di visioni, di elaborazioni e di conseguenti relazioni culturali con i luoghi, che nascono molti degli aspetti più negativi del turismo di massa, dalle cui manifestazioni fenomenologiche a subire le conseguenze è inesorabilmente il luogo più delicato e fragile, cioè la montagna?

P.S.: le immagini che vi propongo sono due tra le innumerevoli possibili e correlabili; tuttavia, la prima l’ho scelta in quanto nel luogo raffigurato, il Passo Sella, lo scorso 3 agosto si è tenuta una significativa manifestazione contro l’eccesivo sfruttamento turistico delle montagne sulla quale potete saperne di più qui.

Cime Bianche, Cortina, Lago Bianco (eccetera): è ora che la politica che consuma e devasta le montagne venga definitivamente isolata!

[Cortina d’Ampezzo, domenica 24 settembre 2023.]
Venerdì 22 settembre ad Aosta c’era un sacco di gente per ascoltare Marco Albino Ferrari, Pietro Lacasella e manifestare la propria adesione alla lotta per la salvaguardia del Vallone delle Cime Bianche, tra Cervino e Monte Rosa, minacciato da un devastante progetto funiviario e sciistico. Domenica 24, a Cortina d’Ampezzo, Piazza Dibona era stracolma di persone radunatesi lì per dire un chiaro e inequivocabile “NO” allo scellerato e vergognoso progetto della nuova pista olimpica di bob. Due weekend fa, il 10 settembre, ancora altre centinaia di persone si sono radunate ai 2600 m del Passo di Gavia, sulle rive del Lago Bianco tra Valtellina e Valle Camonica, per protestare contro i lavori di posa delle tubature che prederanno le acque del lago per alimentare gli impianti di innevamento programmato di Santa Caterina Valfurva. E tutti questi recenti raduni non so che gli ultimi di una serie di altri precedenti, altrettanto sentiti e partecipati, nonché alcuni dei tanti attraverso cui, nelle Alpi e sugli Appennini, un numero crescente di persone, riuniti in associazioni o da cittadini comuni, sta chiedendo di salvaguardare i territori e i paesaggi montani.

[Aosta, venerdì 22 settembre 2023.]
Ecco perché, nonostante la devastante azione di certa politica che sta cercando in ogni modo di svendere e consumare le montagne per biechi e inutili scopi turistici al fine di ricavarne chissà quali tornaconti («A pensar male si fa peccato ma si indovina» recita quel noto motteggio) io resto assolutamente fiducioso che una tale realtà, oggi inquietante e irritante, possa cambiare presto. Sempre più persone – me ne rendo conto non solo dalle manifestazioni come quelle citate ma in generale frequentando le montagne e parlando con chi incontro lungo i sentieri e nei rifugi – si stanno rendendo conto che non si può più, non si deve più fare ciò che si vuole sulle/delle nostre montagne, che molte cose che accadono nei territori montani sono sbagliate, pericolose, illecite, insensate, che bisogna necessariamente riprendere la piena consapevolezza del valore inestimabile e condiviso – ambientale, culturale, sociale, economico – delle montagne e dei loro paesaggi, un patrimonio di tutti che nessuno, nemmeno quei pochi scellerati amministratori pubblici coi loro sodali, può permettersi di deteriorare, degradare, consumare e distruggere.

[Lago Bianco al Passo di Gavia, domenica 10 settembre 2023.]
Forse anche per questo i suddetti amministratori manifestano una tale foga nel presentare e finanziare continuamente progetti così devastanti: ove non siano semplicemente dei pazzi, in realtà si rendono conto di avere il tempo contato per portare avanti ciò che vogliono fare, che la stragrande maggioranza delle persone non è dalla loro parte e che tutti quelli che al momento restano silenti, che i proponenti pubblici pensano essere concordi alle loro azioni, lo sono soltanto per disinteresse civico, mera pusillanimità ovvero nel tentativo di difendere il proprio “orticello” di interessi privati. Purtroppo per il momento il sistema che autoalimenta la predazione delle montagne sta ancora in piedi ma è vieppiù traballante, anche in forza dei colpi di maglio sempre più violenti, ahinoi, portati dalla crisi climatica in divenire; di sicuro la consapevolezza crescente e sempre più diffusa riguardo la salvaguardia delle montagne concluderà molto presto la loro folle e devastante corsa. Speriamo, quando ciò accadrà, che i danni nel frattempo inferti ai territori montani e alle comunità che li abitano non siano troppo pesanti e profondi.

Milano-Cortina 2026: Olimpiadi sostenibili?

«Le Olimpiadi sono sostenibili!»

Certamente chiedere conto di certi temi all’attuale Presidente della Giunta Regionale della Lombardia durante un recente convivio offerente abbondanti dosi di ottimo vino non è il massimo; d’altro canto, mi sembra di poter dire, non è che in circostanze diverse la situazione cambi e comunque la pur pregiata produzione enologica valtellinese non può e non deve permettere al massimo rappresentante politico regionale di proferire falsità riguardo la sostenibilità delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026 come ha fatto nell’intervista concessa a Unica TV! (Andata in onda nel TG del 19 settembre scorso; cliccate sull’immagine lì sopra per vederla.)

Al di là delle iniziali affermazioni fuori contesto proferite nell’intervista (vedi sopra), bastano poche domande per svelare l’infondatezza di quanto sostenuto dal Presidente lombardo: se le Olimpiadi di Milano-Cortina 2026 sono così “sostenibili”, perché le opere non vengono assoggettate alla VAS, la Valutazione Ambientale Strategica, come imporrebbe la legge? Forse perché si sa benissimo che, se valutate adeguatamente, le “Olimpiadi sostenibili” non sarebbero sostenibili affatto? E perché le “Olimpiadi sostenibili” anche economicamente, come dice il Presidente lombardo, hanno visto nei mesi aumentare in maniera spropositata i costi di tutte le opere, con l’esempio massimo al riguardo della nuova pista di bob a Cortina? Perché ai tavoli di confronto sulle varie opere non sono mai stati invitati e tanto meno ascoltati i portatori d’interesse dei territori coinvolti? Perché le associazioni “ambientaliste” (in verità non solo queste) si sono viste costrette ad abbandonare i suddetti tavoli di confronto con la Fondazione Milano Cortina constatandone il dialogo totalmente improduttivo?

Domanda di riserva e finale: ma non si vergognano, i rappresentanti politici e degli enti coinvolti nell’organizzazione e nella gestione dei giochi olimpici, di proferire pubblicamente falsità così palesi?

Poi, c’è da scommetterci, tra tre anni le Olimpiadi andranno trionfalmente in scena coi volti dei suddetti organizzatori in mondovisione sui quali vedremo stampati sorrisi a sessantacinque denti e espressioni irrefrenabilmente giubilanti. Tanto a spalare la [CENSURA] nel frattempo sparsa sui monti a degradare il loro paesaggio – e la quotidianità di chi lo abita – ci dovrà pensare sempre qualcun altro. E scusate la ruvida franchezza.

Rilancio dunque l’invito alla manifestazione di domenica 24 a Cortina, della quale vedete la locandina qui sotto (ne ho parlato anche qui): contro la nuova spaventosa pista di bob in primis, ma pure, in fondo, contro questa montante vergogna olimpica italiana che rischia di rovinare l’immagine e il territorio di tutte le montagne loro malgrado coinvolte.

N.B.: per capire meglio come stanno le cose sul tema delle Olimpiadi di Milano-Cortina 2026 resta una validissima lettura – anche se il libro è uscito a fine 2022 – quella di Ombre sulla neve, di Luigi Casanova. Ne ho scritto qui.