Le divinazioni del tempo

(Quella che qui ripropongo è una personale, annosa battaglia contro i mulini a vento, lo so bene. Ma ci tengo a “combatterla”, anche da solo, e quindi amen.)

Spettabili servizi meteorologici che diffondete i vostri bollettini meteo sui media: per favore, smettetela di proporre previsioni che vadano oltre le 48 ore. Già a volte siete poco affidabili nelle ventiquattr’ore, figuriamoci dopo. Ma, pure al netto dell’affidabilità più o meno alta, se nelle 24/48 ore le potete definire “previsioni”, le vostre, quelle che diffondete oltre le dovreste denominare divinazioni. Ancor più quando vi azzardate a prevedere cose del tipo «la tendenza» per l’estate o per le feste di fine anno settimane prima: che senso ha farlo? Ricordatevi che la meteorologia è una scienza e la scienza non credo sia qualcosa che deve dire ciò che altri vogliono sentirsi dire, altrimenti quando va sui media perde lo status di scienza e diventa una mera telepromozione. Del nulla però.

Quanto sopra, ovviamente, vale anche dalla parte opposta, cioè per chi si affida fin troppo a quelle divinazioni meteorologiche facendosene condizionare (per poi magari prendersela in caso di previsione errata). D’altro canto, salvo i casi estremi solitamente annunciati non tanto dalle previsioni del tempo quanto dalle allerte meteo diramate dalle autorità competenti, sappiate che se anche in montagna o altrove vi coglie un acquazzone non vi succede nulla, anzi: con la pioggia la Natura – tutta, non solo quella montana – diventa per molti versi ancora più affascinante. Per il resto, molto più di previsioni strombazzate qui e là sui media e sul web, con il tempo e i suoi fenomeni vi bastano due dita di testa e un tot di buon senso. Ecco.

Le ragioni della natura e la nostra esperienza

[Cogne, Valle d’Aosta. Immagine tratta dalla pagina Facebook “Regione Valle d’Aosta“.]
«La natura è piena d’infinite ragioni, che non furon mai in isperienzia.»

Così scrisse Leonardo da Vinci per rimarcare l’imprevedibilità delle forze naturali, contro le quali l’uomo può ancora fare ben poco, subendone le conseguenze sovente tragiche quando quella “ragione naturale” sfugge al nostro intendimento e a ciò che di conseguenza facciamo per cercare di governarla. Spesso inutilmente.

[Cervinia, Valle d’Aosta. Immagine tratta dalla pagina Facebook “Regione Valle d’Aosta“.]
Agli amici della Valle d’Aosta e del Ticino, regioni particolarmente colpite dall’ultima ondata di maltempo in modi che nessuna ragione umana avrebbe potuto pensare, va tutta la mia solidarietà. Che singolarmente non conta nulla, ovvio, ma che mi auguro possa unirsi alla vicinanza di tanti altri che nel vedere immagini come quelle qui riproposte hanno sentito il proprio animo rabbuiarsi.

[Valle Maggia, Cantone Ticino. Immagine tratta dalla pagina Facebook “Radiotelevisione Svizzera“.]
Se non possiamo fare esperienza delle ragioni della natura, come scrisse Leonardo, noi uomini almeno di quelle immagini e di ciò che raccontano la dobbiamo fare. Necessariamente.

Il maltempo estremo nelle valli alpine, tra rassegnata abitudine e necessaria prevenzione

Sono terribili e inquietanti le immagini del maltempo che ha colpito molte valli alpine, alle cui genti va tutta la vicinanza e la solidarietà, per quel che può servire. Luoghi di bellezza naturale assoluta che in breve tempo si sono trasformati in specie di gironi infernali nei quali non il fuoco ma l’acqua si è abbattuta con inaudita violenza su ogni cosa dando la vivida e spaventosa impressione di non poter lasciare scampo a niente e nessuno. Non che i danni provocati dal maltempo altrove siano meno terribili, ovviamente, ma di certo immagini come quelle giunte da Noasca, in Valle dell’Orco, con la Cascata di Noaschetta che letteralmente esplode dal pendio sopra le case del paese e rende furiose le acque del torrente Orco, fanno veramente paura. E il maltempo poi non risparmia nessuno, piccoli comuni come Noasca e grandi località rinomate come Cervinia – al pari di paesi ben più efficienti e organizzati, oltre che dotati di una migliore gestione dei territori, come la Svizzera.

Purtroppo questi episodi sono l’ennesima manifestazione dell’estremizzazione in corso dei fenomeno meteorologici nonché della loro crescente frequenza, che fa dei territori montani, già di norma delicati e fragili, zone che abbisognano di un’attenzione assai sensibile, ben più che in passato, quando ancora il cambiamento climatico non era in corso con effetti importanti. Se resta come sempre ineludibile la predominanza della Natura e delle sue forze sulla pur ipertecnologica civiltà umana odierna – la quale a volte invece si sente invincibile al punto da credere di poterle imbrigliare e controllare, quelle forze, finendo inesorabilmente per essere strapazzata e vinta – risulta sempre più indispensabile costruire (a volte ri-costruire) l’equilibrio tra uomo e Natura nell’ottica della realtà corrente e in divenire, che evidentemente non è quella di solo pochi lustri fa e non sarà la stessa che vivremo tra venti o trent’anni. Per fare ciò, occorre innanzi tutto destinare risorse molto maggiori a tale attività di quelle fino a ora stanziate (scarse anche per l’altrettanto scarsa attenzione della politica nazionale verso la questione), ma ancor più bisogna elaborare una consapevolezza ecoambientale finalmente piena e compiuta, che in tal modo faccia da solida base d’azione per l’efficiente e virtuosa gestione politica dei territori, senza più ideologismi di qualsivoglia natura e progetti dall’impatto ambientale a rischio troppo elevato quando non da subito palese, dei quali purtroppo le nostre montagne, e le iperturistificate Alpi in particolare, sono già oggi fin troppo piene.

Chissà se dalle devastazioni cagionate ai territori, dalla sofferenza e dai disagi che le comunità residenti devono sopportare sapremo tratte delle utili lezioni per il futuro, oppure se già domani ci saremo dimenticati di tutto quanto e torneremo a pensare cose del tipo «sono eventi eccezionali, non accadrà di nuovo!»

Già, chissà.

In calce a quanto sopra, sono molto d’accordo con quanto ha scritto questa mattina Pietro Lacasella su “L’AltraMontagna”: «È curioso invece notare una generale assenza di preoccupazione per gli eventi meteorologici estremi che si sono abbattuti, negli ultimi giorni, sui territori montani. […] Viene spontaneo chiedersi il motivo di questo silenzio: forse perché la montagna, e i suoi abitanti, interessano solo quando offrono spunti di propaganda? Forse perché la montagna viene intesa unicamente come un luogo rilassante dove alzare i calici e trascorrere le vacanze? Forse perché questi eventi meteorologici probabilmente si inseriscono in un quadro di cambiamento climatico già previsto dagli esperti, che disturba le coscienze, ma sostanzialmente ignorato dall’attuale classe dirigente?»

L’immaginario con il quale oggi vediamo le montagne? È ancora quello del secolo scorso (nel bene e nel male)

(Articolo pubblicato in origine il 24 giugno su “L’AltraMontagna”, qui.)

I modi con i quali oggi noi percepiamo e interpretiamo le montagne – quelli che nel complesso formano l’immaginario collettivo al riguardo – e che determinano la nostra frequentazione (nel bene e nel male) delle terre alte, seppur inevitabilmente legati al momento storico nel quale si manifestano, non nascono certo ora ma sono l’ultima evoluzione di una dinamica sociale e culturale (e poi ovviamente economica e politica), che viene da lontano, fin dall’epoca del Grand Tour sulle Alpi (e non solo qui), quando si posero le basi per la nascita del turismo moderno e contemporaneo. Lo stesso overtourism, oggi tanto citato, analizzato, vituperato, da molti considerato alla stregua di un flagello biblico per territori pregiati e delicati come quelli montani, non è un fenomeno comparso dal nulla di recente ma è da almeno mezzo secolo che lo si è identificato nelle sue dinamiche fondamentali. Da queste analisi ne sono scaturiti variegati avvertimenti sugli effetti dell’eccessiva presenza turistica in quota, perfettamente ignorati per decenni e ora, improvvisamente appunto, echeggiati e diffusi un po’ ovunque ma quando ormai il fenomeno è esploso in tutta la sua potenza, risultando in molti casi risulta difficilmente marginabile se non attraverso soluzioni radicali che inevitabilmente scontentano tutti.

Che l’immaginario collettivo sulle montagne non sia nato oggi ma venga dal passato lo si coglie benissimo dalle vecchie locandine turistiche, dell’epoca nella quale la vacanza era ancora cosa riservata a pochi benestanti e le località di villeggiatura (come si chiamavano un tempo) erano ben poco infrastrutturate rispetto al presente. Eppure, su quelle locandine c’erano già raffigurati tutti gli elementi e i simboli, materiali e immateriali, che ancora oggi stanno alla base della frequentazione turistica delle montagne e ne determinano l’impatto sui territori interessati.

Ad esempio, quella qui sopra riprodotta (bellissima, peraltro) è del 1940. Nell’idilliaco paesaggio dolomitico, ove tra boschi e prati fanno bella mostra di sé i più immediati elementi referenziali naturali (le montagne) e antropici (il tipico campanile sudtirolese) del luogo, a significarne il legame funzionale e a imporne l’apparente convenienza, ecco che c’è una funivia che ascende verso l’alto, elemento tecnologico che apre le alte quote a tutti senza più sforzo o pericolo e senza bisogno di doti alpinistiche, permettendo di conquistare l’intero ambito montano (anche quello assoluto, la vetta) senza più limiti, dominandolo; poi c’è un torpedone, che porta rapidamente e democraticamente grandi masse di turisti verso i monti (ai tempo l’auto privata non era ancora così diffusa) salendo lungo nuove e comode strade che giungono fino ai piedi delle vette (al posto delle secolari e malagevoli mulattiere, spesso cancellate dalle prime insieme al loro valore storico-culturale legato a una montagna dura, misera, scontrosa, che finalmente il nuovo turismo permetteva di dimenticare); c’è il grande albergo che ospita le masse di vacanzieri nell’edificio a tanti piani, un condominio alpino non dissimile a quelli urbani se non per una foggia architettonica più curata (i modelli urbanistici metropolitani inseriti a forza nel paesaggio naturale)…

Insomma, nella sua apparente innocuità (e nell’obiettiva bellezza grafica tipica delle locandine del tempo, vere e proprie opere d’arte) c’è già tutto quello che sta alla base del turismo massificato odierno, ovviamente lungo il tempo sviluppato nelle forme e nelle sostanze nonché dopato per reggere volumi sempre maggiori pur a discapito dei luoghi che li dovrebbero ospitare: l’overtourism è proprio questo, «la situazione nella quale l’impatto del turismo, in un certo momento e in una certa località, eccede la soglia della capacità fisica, ecologica, sociale, economica, psicologica e/o politica.» (Rapporto Peeters et al., Commissione per i Trasporti e il Turismo (TRAN) del Parlamento Europeo, 2018). Un eccesso che inevitabilmente richiede infrastrutture “eccedenti” i limiti del luogo ma pure, se non soprattutto, un pensiero eccessivo al riguardo, alimentato da un immaginario che con il passare del tempo si è conformato proprio per alimentare e giustificare quel pensiero, a sua volta legittimante gli interventi più invasivi.

Infine, nella locandina qui analizzata, ecco in primo piano dei bei fiori di montagna, funzionali a riportare l’occhio e l’attenzione verso canoni di soavità, di delicatezza, di natura incontaminata, come a voler rimarcare che l’impronta antropica vieppiù pesante nel territorio e nel paesaggio non andrà a intaccare quella bellezza naturale. Che è un po’ ciò che accade ancora oggi, con le immagini del marketing turistico attuale nel quale una bella veduta del paesaggio non manca mai, ovviamente priva di qualsiasi segno antropico troppo evidente e rinforzata nei testi a corredo con certa terminologia tanto in voga oggi come «eco», «green», «sostenibile/sostenibilità», eccetera. D’altro canto la costruzione (o la decostruzione?) dell’immaginario montano non si ferma mai: forse a volte prende vie oblique e piuttosto irrazionali ma in fondo l’obiettivo è sempre lo stesso, cioè il costruire l’immagine di ciò che piace in modo che sia conformata, condivisa, dunque accettata e creduta da più persone possibili, così che possa parimenti detenere un “valore”. Il che non significa affatto che sia pure ciò che è più bello, come recita quel noto adagio popolare: anche la bellezza diventa relativa, così che possa essere meglio venduta ad un pubblico più vasto possibile. La chiamano “valorizzazione” della montagna: peccato che a volte anche il pensiero e l’immaginario al riguardo sia diventato un bene (s)venduto all’hard discount del turismo contemporaneo.

La montagna di oggi e la sospensione dell’incredulità

[La Chiesa di Santa Maddalena in Val di Funes con lo sfondo delle Odle, di sicuro uno dei paesaggi più fotografati delle Dolomiti e di Tutte le Alpi. Foto di Harry Burgess da Pixabay.]

Avete fatto caso alle fotografie degli escursionisti? Non c’è mai un palo della luce, non ci sono funivie, sono censurate le automobili, eppure le Alpi soffocano di motori, cavi, pali e tralicci, al punto che riesce difficile escluderli dall’inquadratura. Però non compaiono negli scatti degli escursionisti perché la loro montagna dev’essere pura, naturale e incontaminata. Un sogno. Un falso.

[Enrico CamanniLa Montagna Sacra, Laterza, 2024, pag.123. Trovate qui la mia “recensione” al libro – il quale (spoiler!) è bellissimo e assolutamente da leggere.]

Come ben scrive Camanni nel suo ultimo libro, continuiamo a frequentare le montagne in base a immaginari artificiosi che rimandano al mito di Heidi e che ci fanno definire “bello” un paesaggio senza sapere bene cosa sia il paesaggio né come si possa realmente definire bello. Di sicuro non pubblicheremo mai un panorama montano dove si vedano dei sostegni di una funivia, dei tralicci dell’alta tensione o dei condomini di seconde case oppure dei mega parcheggi ingombri di auto, tutti elementi che inevitabilmente non rimandano all’idea di “natura”, magari pure di “wilderness”, che invece vogliamo trovare – e chiediamo di poter trovare – in montagna.

Che poi, se proprio non riusciamo a evitarli, quei “disturbi”, li possiamo sempre cancellare con qualsiasi software di fotoritocco, no?

È una montagna sulla quale però probabilmente ci arriviamo in auto (lasciata nei mega parcheggi), dormendo poi nei condomini degli hotel o delle casa di villeggiatura, arrivando in vetta con la funivia e persino ricercando lo scatto migliore del paesaggio, quello senza le suddette “interferenze”, magari stando in piedi su una panchina gigante o passeggiando su un ponte tibetano.

Ha ragione Camanni, insomma: la montagna (post)contemporanea che frequentiamo oggi è un sogno con il quale vediamo cose che non esistono e un falso che vogliamo credere sia la verità. In pratica è una declinazione montana del noto principio semiotico della sospensione dell’incredulità, applicato ad un ambito che invece è uno dei più veri e reali che l’uomo frequenta, proprio perché in esso la natura è ancora predominante rispetto alla pur invasiva presenza umana e impone (imporrebbe) una relazione con il luogo più diretta e franca.

Non capire questa realtà in buona sostanza significa mentire a sé stessi – quasi sempre in buona fede, ma tant’è – recitando la propria parte di finzione in una messinscena. L’errore in fondo non è tanto contribuire alla recita, ma pretendere che il sipario non debba mai calare. Ecco.