La corsa di massa verso la Natura

[Immagine tratta da questo articolo de “Il Dolomiti”.]

Che nessuno salti alla conclusione che il cittadino comune debba prendere un dottorato in ecologia prima di poter “vedere” il suo paese. Al contrario, lo specialista può diventare del tutto insensibile – proprio come un impresario di pompe funebri è insensibile ai misteri del suo ufficio. Come tutti i veri tesori della mente, la percezione può essere frazionata all’infinito senza perdere nessuna delle sue qualità. Le erbacce cresciute in città possono offrire la stessa lezione delle sequoie; il contadino può vedere nel suo pascolo di vacche ciò che forse non è concesso allo scienziato che si avventura fin nei mari del sud. La facoltà di percepire, in breve, non può essere acquisita con i titoli di studio o il denaro; cresce in patria come all’estero, e chi ne ha solo un po’ può usarla con lo stesso profitto di chi ne ha molta. E dal punto di vista della percezione, l’attuale corsa di massa verso la natura è futile, oltreché dannosa.

(Aldo LeopoldPensare come una montagna. A Sand County Almanac, traduzione di Andrea Roveda, Piano B Edizioni, 2019, pagg.182-183.)

Al di là del potente valore culturale atemporale di queste parole di Aldo Leopold, quell’ultima osservazione sulla corsa di massa alla Natura – così spesso “auspicata” e sostenuta dal marketing turistico nonostante lo sparlare di “sostenibilità”, “eco”, “green”, eccetera: il lago di Braies nelle immagini lì sopra è un luogo tra i più emblematici al riguardo, come già scrissi qui – potrebbe far credere a qualcuno che questo brano sia stato scritto ai giorni nostri, magari proprio negli ultimi anni per come sembra coglierne ispirazione. Invece A Sand County Almanac venne pubblicato nel 1949 raccogliendo testi scritti da Leopold antecedentemente, il che rende sorprendente e parecchio emblematica l’attinenza delle sue osservazioni con la realtà corrente. O, forse, con una realtà che tutt’oggi pesca da un immaginario diffuso nei confronti dell’ambiente naturale già distorto da tempo e che, nel corso degli anni, ha sempre più perso la relazione con la Natura trascurando ampiamente le facoltà percettive del “cittadino comune”. Quelle facoltà che consentono di osservare e non solo di vedere il mondo, di elaborarne il paesaggio, di comprenderne o quanto meno di meditare la realtà sistemica, di intessere quella relazione fondamentale tra uomini e paesaggi che genera identità reciproca, valore culturale, cognizione intellettuale e fa da base all’altrettanto reciproca e armonica salvaguardia: dell’uomo nei confronti della Natura (che invece la “corsa di massa” di matrice più o meno turistica mette a rischio) e viceversa. Una facoltà, la percezione, che come sostiene Leopold non può essere acquisita perché tutti quanti ce l’abbiamo già – ce l’avremmo già, se solo ricordassimo dove l’abbiamo smarrita, negli angoli più reconditi e bui della nostra mente e dell’animo. E, infatti, tale dimenticanza la si vede poi tutta, in molti luoghi – naturali e non solo – del mondo abitato e modificato dagli umani.

P.S.: tornerò a breve a disquisire di overtourism montano, una questione che va affrontata al meglio e quanto prima per evitare che degeneri causando danni irreparabili alle nostre montagne (e non solo a quelle).

Un’immagine emblematica

Monte Pora (Prealpi Bergamasche), 27 marzo 2023: il grande bacino idrico per l’alimentazione dell’impianto di innevamento artificiale della località completamente vuoto, senza più una goccia d’acqua.

Un’immagine che trovo assolutamente emblematica per l’inverno appena finito e per la relativa stagione sciistica, e che spero proprio non risulti anche profetica per quelle future.

Il vero impatto economico della cultura – di montagna

[Foto di Joel & Jasmin Førestbird su Unsplash.]

Il patrimonio, se opportunamente salvaguardato, vissuto e accresciuto con nuove realizzazioni contemporanee, può e dovrebbe essere una risorsa per aiutarci a vivere e capire meglio il mondo in cui viviamo, per avvicinarci alla cultura prima di tutto per migliorare la nostra qualità della vita, per renderci più curiosi e più attenti verso il mondo che ci circonda. Il vero impatto economico della cultura non deriva dai ricavi dei biglietti staccati nei musei o nei teatri e nemmeno dagli incassi al botteghino del cinema. Deriva piuttosto dai cambiamenti comportamentali che suscita in noi, migliorando il nostro benessere psicologico (e a volte persino la nostra salute), la nostra capacità innovativa, la nostra coesione sociale, persino la nostra sensibilità verso le sfide ambientali. Tutti questi effetti della cultura, che hanno potenzialmente un impatto economico e sociale enorme e che stiamo imparando a misurare sempre meglio dal punto di vista scientifico, sono in grado di cambiare un Paese se diventano il centro di un nuovo modo di intendere la politica culturale.

Queste osservazioni (tratte da qui) del professor Pier Luigi Sacco, figura sempre illuminante nelle proprie dissertazioni sui temi della cultura, trovo che siano particolarmente adatte, ovvero adattabili, anche alla montagna e alla gestione dei territori in quota – non fosse altro perché la montagna è un patrimonio anche culturale, la cui valenza si riverbera in chi ne gode con modalità che effettivamente rimandano a quelle della fruizione artistica, intesa come manifestazione primaria della “cultura”.

Provo a adattare il testo di Sacco all’ambito montano:

La montagna, se opportunamente salvaguardata, vissuta e accresciuta con nuove realizzazioni contemporanee, può e dovrebbe essere una risorsa per aiutarci a vivere e capire meglio il mondo in cui viviamo, per avvicinarci alla cultura alpina prima di tutto per migliorare la nostra qualità della vita, per renderci più curiosi e più attenti verso il mondo che ci circonda. Il vero impatto economico della montagna non deriva dai ricavi degli skipass staccati nei comprensori sciistici o negli hotel e nemmeno dagli incassi delle altre attrazioni turistiche. Deriva piuttosto dai cambiamenti comportamentali che l’ambiente montano suscita in noi, migliorando il nostro benessere psicologico (e a volte persino la nostra salute), la nostra capacità innovativa, la nostra coesione sociale, la nostra sensibilità verso le sfide ambientali proprie innanzi tutto dei territori in quota. Tutti questi effetti della montagna, che hanno potenzialmente un impatto economico e sociale enorme e che stiamo imparando a misurare sempre meglio dal punto di vista scientifico, sono in grado di cambiare un Paese se diventano il centro di un nuovo modo di intendere la politica culturale e ambientale.

Ecco. Come vedete, poche “correzioni” (quelle in grassetto, ovvio) sono sufficienti per costruire un discorso pur succinto ma di notevole valore politico potenziale, che è in grado di indicare chiaramente, tra i tanti “paradigmi” che da più parti si invoca di ripensare, modificare, innovare per la realtà montagna contemporanea e futura, in primis rispetto l’ambito turistico, quale sia il paradigma “a monte” dal quale si derivano tuti gli altri ovvero ne deriva la loro più benefica innovazione: quello culturale. Già, perché la gestione di un territorio così particolare per innumerevoli aspetti e così differente da ogni altro come la montagna, nonché così pregiato e delicato al contempo, è innanzi tutto una questione culturale. E lo è in alto e in basso, presso le istituzioni e nella società civile, a partire dal politico importante e influente fino all’ultimo montanaro e all’ultimo turista. Senza questa presa di coscienza culturale compiuta e collettiva su cosa è veramente la montagna, cosa può essere e cosa non deve essere, cosa ci si può fare e cosa no – proprio perché è montagna, un luogo speciale e non un altro ambito – temo che nessun reale cambio di paradigma sia possibile e che così permanga dunque quella dimensione politica, sociale e culturale superficiale e poco consapevole, ovvero parecchio incosciente se non alienata, per la quale sui monti si fanno cose del tutto fuori contesto e parecchio deleterie senza che la maggioranza (più o meno “qualificata”) si possa rendere conto della loro perniciosità e delle conseguenze che avranno.

Accrescere la cognizione culturale diffusa sulla montagna e sulle sue realtà è IL fondamentale obiettivo per il quale lavorare e sviluppare iniziative ad esso funzionali. Un compito fondamentale che, sia chiaro, non è da considerare riservato solo a certe figure potenzialmente competenti al riguardo ma è di tutti, perché tutti possiamo e dobbiamo capire cosa è la montagna, e farlo doverosamente quando in montagna ci stiamo e ne godiamo della bellezza del paesaggio. Non c’è da aspettare l’illuminazione di chicchessia, ma dobbiamo cominciare tutti quanti a osservare, percepire, comprendere, conoscere meglio la montagna, per quanto ci è possibile; d’altro canto è pure il modo grazie al quale godercela ancora di più restandone insuperabilmente appagati. Ogni “rivoluzione” importante è sempre la somma di innumerevoli prese di coscienza singolari, che vi conferiscono forza, sostanza, vivacità: e la cultura è sempre rivoluzionaria, perché è lo strumento che la civiltà umana possiede per costruire il proprio futuro, ovunque essa viva ma, per certi versi, sulle montagne anche di più.

Basta con gli chalet in montagna!

Fare cose nuove in montagna si può e si deve, e lo si può fare senza che l’innovazione deprima la tradizione o la banalizzi o semplicemente la trascuri: occorrono cultura, competenza, sensibilità, cura della relazione con i luoghi e dell’uomo con essi e il loro paesaggio. La montagna è una dimensione ideale per manifestare le doti citate, ancor più perché la pregevolezza e insieme la delicatezza del suo territorio evidenzia da subito ciò che invece è stato fatto senza la necessaria premura verso di esso, e senza il buon senso che vi dovrebbe stare alla base.

Il progetto (nelle immagini) dello studio Naema Architekten, di Bolzano, realizzato a Fleres, vicino Colle Isarco, a mio parere è un ottimo esempio di quanto ho scritto, e un elemento di giudizio ideale rispetto a tante altre realizzazioni montane, molto meno ispirate (ma la definizione è assai eufemistica, sia chiaro). Ha pure una bellissima storia di rinascita da un doloroso trauma ad arricchirne il valore e a trascenderlo dai meri aspetti architettonici, dunque è ancor più ammirevole.

L’opera ha vinto il premio “Best Project 2022 di Archilovers, il social media dedicato alla progettazione architettonica.

Per saperne di più, date un occhio qui. Le immagini sono tratte dal sito web di Naema Architekten, sul quale trovate altri dettagli del progetto.

P.S.: perché quello strano titolo al post? Be’, sia chiaro: non è che ce l’abbia in senso assoluto con gli chalet, però per certi versi sì, come denoto qui.

“Acqua di montagna”, un podcast

Con grande onore e altrettanto piacere ho potuto intervenire in “Breccast”, il podcast della testata on line “Breccia”, nel corso della puntata del 24 marzo scorso dal titolo “Acqua di montagna ora on line su SpotifyAnchorAmazonAppleGoogle.

Una puntata che, prendendo spunto dalla leggenda che lega il Lago Bianco e il Lago Nero al territorio del Passo del Gavia e arrivando al progetto di approvvigionamento delle loro acque da parte del comprensorio sciistico di Santa Caterina Valfurva, si occupa di montagna e dell’insensatezza di molti progetti dell’industria sciistica odierna (Monte Tonale Occidentale, Montecampione, Maniva), ma d’altro canto citando anche episodi positivi di comunità che provano a scegliere una strada diversa da cemento, impianti e spreco di denaro pubblico. Proprio su queste tematiche ho potuto portare il mio contributo e la mia visione al riguardo: ringrazio di cuore Emanuele Galesi, giornalista di “Breccia” e uno dei curatori del podcast, che mi ha proposto e offerto questa preziosa e importante opportunità.

Potete ascoltare la puntata cliccando sull’immagine qui sotto. Buon ascolto!