Le rotatorie stradali e il paesaggio alienato

[Rotatoria “Il gigante della strada”, Via Emilia, Borgo Panigale (BO). Immagine tratta da rotondebrutte.tumblr.com.]
Qualche tempo fa, su “Artribune”, Claudio Musso ha offerto una interessante riflessione sul tema delle rotatorie stradali come nuovo e emblematico landmark del nostro paesaggio antropizzato. È assolutamente vero: in pochi anni di queste rotatorie ne sono spuntate a centinaia ovunque, e se con qualsiasi servizio di mappe on line osserviamo dall’alto il territorio che abitiamo, quei cerchi nel mezzo delle strade (a loro volta uno spazio emblematico nel quale trascorriamo molte ore della nostra vita quotidiana) appaiono come una sorta di immancabile e caratteristica simbologia geografica.

Tuttavia, Claudio Musso segnala nel suo articolo – citando Emanuele Galesi e il suo Atlante dei classici padani – che è successo qualcosa di più, al riguardo:

«C’è stato un tempo Prima della Rotatoria e un tempo Dopo la Rotatoria»: esordisce così Emanuele Galesi. «L’espressione massima della rotonda è raggiunta però con l’opera d’arte al centro, la scultura finanziata per accogliere il viaggiatore, per installare un simbolo della zona, per celebrare la potenza dell’imprenditore, per dimostrare una vitalità creativa mai sopita». […] Quand’è che è stato deciso che ogni spazio di questo tipo dovesse accogliere un’opera? Come si è passati dalla manutenzione privata di un luogo pubblico alla possibilità di utilizzarlo come cartellone pubblicitario?

Il tema mi pare assolutamente interessante e emblematico, ribadisco, perché dimostra come al giorno d’oggi la gestione dello spazio pubblico con valenza di landmark, cioè di qualcosa che caratterizza quello spazio conferendogli un certo senso, non necessariamente positivo, sia sempre più una pratica di banalizzazione del nostro paesaggio mascherata da sua “valorizzazione”. A parte il fatto che piazzare nel mezzo d’una rotatoria stradale un oggetto che per sua natura richiede uno sguardo minimamente attento e una certa attenzione per essere considerato è cosa parecchio pericolosa – e le nostre strade certamente non abbisognano di altri rischi, che già ne abbondano – la rotatoria dimostra come il fondamentale rapporto forma-funzione, basilare in ogni intervento architettonico ovvero di modificazione del territorio, viene sempre più spesso ribaltato e diventa funzione-forma: cioè, sorge il sospetto che molte rotatorie, più che a regolare i flussi del traffico veicolare, siano realizzate con lo scopo primario di offrire un palcoscenico promozional-commerciale a chi in loco voglia mettersi in mostra e pretenda di piazzare una propria “firma” su quel lembo di territorio. Non solo: il ribaltamento suddetto diventa palese se si pensa che – nel caso citato da Musso del piazzarci opere d’arte (che sovente definire così è fin troppo magnanimo) o altri manufatti “d’immagine” – la strada e la rotatoria sono un non luogo per eccellenza mentre un’opera d’arte è qualcosa che dovrebbe conferire valore – culturale, in molte accezioni del termine – allo spazio nella quale è installata. Si genera così un inopinato cortocircuito che finisce per banalizzare in primis l’opera d’arte stessa e che, marcando in tal modo lo spazio, lo rende confuso e ancor più alienato – e alienante – dal contesto d’intorno. In questo modo il landmark, elemento potenzialmente virtuoso per il territorio dacché in grado, ribadisco, di conferirgli un senso riconoscibile e riconosciuto – un’identità, nel migliore di casi: si pensi al semplicissimo ma fondamentale cairn, l’ometto di pietre, fin dalla preistoria segno antropico tanto elementare quanto dotato di senso potente nel luogo in cui viene eretto – diventa motivo di confusione, di straniamento, si trasforma nel tentativo, sovente ben riuscito, di creare un ennesimo non luogo che il paesaggio lo degrada, non lo valorizza di sicuro.

[Immagine tratta dal sito web frizzifrizzi.it che a sua volta riprende la pagina Instagram roundabout_sculpture nella quale sono catalogate le “rotatorie (pseudo)artistiche” sparse per il pianeta.]

Perché non sfruttare l’occasione per provare a proporre una riflessione sulla dissennata estetizzazione di infrastrutture e arredi urbani? Perché non fermarsi, per una volta, ad ammirare il vuoto?

Così conclude il suo articolo, Claudio Musso, con altre due domande perfette. Già: perché invece di (credere di) “riempire” il vuoto dello spazio con il vuoto culturale non si prova a colmarlo d’una maggior sensibilità e una più attenta cognizione nei confronti del nostro paesaggio? Che poi sono certo che ci sarebbero molti meno incidenti stradali, nel caso. Ecco.

La “social-solitudine” dei giovani d’oggi

[Foto di Matthew Henry da Unsplash.]
In questi giorni stanno circolando sugli organi d’informazione i risultati di un’indagine curata dall’Osservatorio indifesa dell’associazione “Terre des Hommes” e del gruppo “OneDay” sui giovani (la potete leggere cliccando sull’immagine qui sopra), dai quali si evince che ben l’88% di essi ritiene di soffrire di solitudine.

Ora, pure al netto delle possibili risposte magari fornite con eccessiva superficialità e prive di un’autentica giustificazione, è parecchio inquietante constatare come, nell’era dei social network – così appunto si sono chiamati, “reti sociali” – la generazione che più è connessa e più si connette (dovrebbe connettersi) tra coetanei, in un’età nella quale la socialità è naturale e vitale, si dichiara la più sola. Ciò fa tornare a galla ormai annose disquisizioni sul ruolo, l’influenza e il valore dei social network e le relative considerazioni non esattamente positive al riguardo, ma per molti aspetti mette in discussione l’intero aspetto sociale dell’era e nell’era contemporanea, una questione troppo spesso sottovalutata, trattata in modi piuttosto superficiali quando non trascurata totalmente. Sul tema ci ho riflettuto più volte anch’io, qui sul blog, ad esempio in questo articolo di quattro anni fa nel quale cercavo di capire chi debba essere realmente considerato un “essere sociale”, oggi, e mi pare che quelle riflessioni risultino valide anche ove messe in relazione con i risultati della recente indagine prima citata.

Così, forse fin troppo retoricamente, forse no, mi viene da pensare che ci si può sentire molto meno soli a vagare in solitudine nell’ambiente naturale, lontani da tutto, che a stare nel bel mezzo della società restando continuamente connessi a un ambiente virtuale. E che forse, come ho scritto altre volte, vivere certe condizioni di temporanea solitudine rappresenta la maniera migliore per comprendere, apprezzare e vivere appieno la socialità. Una pratica che non mi sembra così esercitata, al giorno d’oggi: e chissà che quella paura di restare soli di così tanti giovani di oggi non debba essere interpretata proprio come una richiesta di apprendere da qualcuno o qualcosa come vivere meglio la solitudine, ad averne meno timore, a ritrovare una dimensione sociale e di socialità molto meno virtuale e più materiale, più reale, anche grazie alla realtà e alla materialità, ovvero alla concretezza, del mondo che si ha intorno. Qualcosa che di sicuro potrebbe essere ritrovato proprio in una maggior “connessione”, sì, ma con la Natura, ecco. E d’altro canto, potrebbe pure accadere che tale connessione naturale equilibri e riduca la connessione con il mondo virtuale dei social network e di certo web del cui abuso tante voci di denuncia e di allarme si levano, chissà.

Un “naturale buon senso turistico” per i Piani Resinelli

[I Piani Resinelli visti dalla zona dei Torrioni Magnaghi, sul versante Sud della Grignetta. Immagine di Valeria Viglienghi tratta da montagnelagodicomo.it, fonte originale qui.]
(Lettera inviata alle redazioni degli organi di informazione di Lecco.)

Illustre Redazione,

trovo che sia un’ottima cosa il dibattito politico-amministrativo avviatosi intorno al presente e al futuro dei Piani Resinelli, del quale ho letto sul Vostro quotidiano online (qui e qui due articoli che ne riferiscono): un’apprezzabile forma di brain storming che per località di tale pregio – e i Resinelli sono senza dubbio uno dei luoghi più belli e affascinanti delle Alpi centrali – dovrebbe diventare una pratica costante e non occasionale ovvero non legata al mero risolvere i problemi del momento, così da poter valutare continuamente la realtà di fatto e agire di conseguenza nei modi più consoni possibile. Alcune criticità al riguardo d’altro canto risultano evidenti: in primis il fatto che non si possano considerare i Resinelli come un luogo nel quale dover trovare più aree di parcheggio possibili per farci stare tutte le auto che vi salgono; la necessità di superare l’obsoleta customer experience che riserva al “cliente-turista” tutti i diritti per sviluppare invece una virtuosa place experience per la quale è il luogo innanzi tutto a godere di diritti, e ciò attraverso una programmazione di medio-lungo periodo che metta al centro innanzi tutto i bisogni (attuali tanto quanto futuri, dunque) dei Resinelli e di chi li vive, affinché da ciò scaturisca per virtuosa conseguenza la migliore e più gradevole fruibilità turistica; l’imperativo di sviluppare, in una località tanto peculiare come i Resinelli, la più articolata consapevolezza culturale del luogo, così da generare quella relazione approfondita che contrasta il deleterio turismo mordi-e-fuggi che consuma il luogo banalizzandone il valore e trasformandolo in mero “divertimentificio” (al riguardo è assai interessante l’attività di “Resinelli Tourism Lab”, ad esempio, ma non serve rimarcare che un luogo come i Resinelli trabocca letteralmente di potenzialità culturali). Tali evidenze vanno a toccare quello che forse è il nocciolo della questione per i luoghi come i Piani Resinelli, ponendo alcune domande importanti: siamo certi che sia la quantità di turisti che può far “vivere” il luogo, che in esso ci debbano essere sempre e comunque più visitatori possibile? È consona una tale visione della questione con la montagna e con le peculiarità del suo ambiente, anche in ottica futura? La montagna può e deve vivere solo di turismo (e nello specifico di turismo di massa), quantunque ciò venga fatto apparire come “inevitabile”? È possibile generare in loco forme di sostenibilità economica alternative o comunque non totalmente dipendenti dalla quantità di turisti che giungono lassù?

Da tali domande trarrei un’ulteriore riflessione interrogativa, riguardante proprio uno dei temi considerati nel dibattito suddetto: ci si chiede quale debba essere la qualità dell’offerta che i Resinelli propongano al potenziale pubblico turistico e come ciò determini la qualità del turismo stesso. Interessante sarebbe pure, secondo me, porre la questione in senso opposto, ovvero: quale turismo può e dovrebbe essere contemplato per lo sviluppo virtuoso dei Piani Resinelli? Dunque non pensare soltanto a estendere la qualità dell’offerta turistica ma, parimenti, analizzare e stimolare una certa domanda che risulti conforme, consona e fruttuosa più di altre allo sviluppo della località e dell’intero suo territorio. Questo, a mio modo di vedere, significa procedere sulla via di una rinnovata se non innovativa place experience, una progettualità di (ripeto) medio-lungo termine che ponga costantemente al centro il luogo, le sue peculiarità, i suoi bisogni concreti, le sue potenzialità oggettive e il consolidamento di un futuro che possa reggersi in piedi non attraverso modalità singole o univoche ma con varie e articolate possibilità che ne emancipino e rafforzino, per quanto possibile, l’evoluzione.

Un auguro, infine: posto il dibattito avviatosi per il quale rinnovo il mio apprezzamento, conto che la politica sappia finalmente andare oltre la costante e spesso non così velata autoreferenzialità che ne guida le azioni sul campo e, soprattutto, maturi la volontà e la consapevolezza di agire, su progettualità del genere, nel modo più partecipato, inclusivo, ponderato, umanistico possibile. Pochi ambiti come la montagna rappresentano un “ambiente” nel senso più pieno del termine, ovvero una rete di relazioni materiali e immateriali tra tutti gli elementi (viventi e non) che ne caratterizzano e formano il territorio, ne generano il paesaggio nonché ne determinano il grande valore estetico e culturale: è un principio, questo, che le genti che sono parte inter-attiva di quell’ambiente dovrebbero riprodurre in ogni azione nell’ambiente stesso. Un principio di naturale buon senso, insomma.

Grazie di cuore dell’attenzione che avrete voluto rivolgere a queste mie considerazioni.

La “valorizzazione”

“Valorizzazione”.
Già, perché spesso, quando si vogliono giustificare interventi e infrastrutture ad uso turistico con mera matrice ludica, ovvero di quelle che nel concreto non generano grandi ricadute positive (d’ogni genere) nei territori presso i quali vengono realizzate, i loro promotori parlano di “valorizzazione” del luogo e del paesaggio in questione. Come se prima non avessero valore, come se solo con tali opere ne possano guadagnare e le persone ne possano godere…

(Cliccate sulle due immagini per leggere i relativi articoli.)

Valorizzazione. Un termine molto potente, in effetti. Peccato che a volte la sua potenza sfugga di mano a chi lo utilizza, già. Fin dall’accezione che gli si vuol dare: che si intende, infatti, con “valorizzazione” di un luogo o di un paesaggio? Abbellimento estetico? Creazione di un interesse turistico, e nel caso a favore di chi? È un sinonimo di “patrimonializzazione” del bene-paesaggio? O il “valore” a cui si fa riferimento è quello dei soldi pubblici spesi e fatti girare per fini non unicamente correlati all’opera realizzata (lo scrivo senza pensar male, sia chiaro)? Dunque alla fine cosa si “valorizza”? E in che modo?

Facendo un passo avanti in più, potrei anche chiedere: essendo che i luoghi di pregio e i loro paesaggi sono elementi culturali (c’è una specifica Convenzione Europea che lo sancisce nel proprio preambolo, d’altro canto), come possono essere valorizzati da interventi e infrastrutture che non propongono e non sviluppano, anche indirettamente, una fruizione di matrice culturale dei luoghi e dei paesaggi e non vengono nemmeno pensati per perseguire un tale fine pur così fondamentale per l’apprezzamento e la salvaguardia dei luoghi?

Ribadisco per l’ennesima volta (e l’avevo scritto anche nei miei precedenti articoli sulla passerella del Mallero e su quella dei Resinelli, alle quali si riferiscono i due articoli lì sopra): il problema di fondo non è cosa si fa, ma come si fa. Ovvero, il problema non è la passerella in sé così come qualsiasi altra opera similare, che può essere pensata bene o male ma alla fine è un manufatto al quale viene delegata una funzione la quale dovrebbe essere logica e coerente con il luogo, ma è la fruizione culturale (o meno) del luogo che la sua realizzazione propone e che deve essere parte integrante e irrinunciabile del progetto con la quale il manufatto viene realizzato. Viceversa, l’opera non è solo qualcosa di fine a se stesso o avente fini decontestuali da essa ma risulterà in breve inevitabilmente dannosa per il luogo in cui si trova.

Insomma: non è colpa del manufatto in sé se alcuni dei suoi fruitori non possiedono educazione, senso civico e non sono in grado di capire quanto il luogo nel quale si trovano sia tanto bello quanto delicato, ma la presenza del manufatto e quanto suscita mi ricorda per molti aspetti la cosiddetta teoria delle finestre rotte: se non la conoscete, ne potete sapere di più in questo mio articolo. Ecco: i promotori di tali infrastrutture turistiche dovrebbero per primi studiarsela per bene, quella teoria, riflettere sulla sua applicazione ai luoghi presso i quali si vogliano sviluppare “valorizzazioni” del genere nonché, riguardo le loro infrastrutture, cercare di non vederle per quanto siano belle e attrattive ma per ciò che sono e saranno in grado di costruire nel tempo a vantaggio concreto del luogo e dei suoi abitanti.

Altrimenti, inesorabilmente, anche la montagna con i suoi meravigliosi paesaggi diventerà soltanto un posto pieno di vetri rotti, nei quali nessuno più si recherà anche solo per il timore di ferirsi.

No, il cretino non prevarrà (forse)

P.S. (Pre Scriptum): solo dopo che ho scritto di mia più spontanea riflessione il testo sottostante, ho letto dell’ultimo “Rapporto Censis sulla situazione sociale del paese”, pubblicato oggi 03 dicembre (dal quale è tratta la tabella qui sotto riprodotta), che fotografa una società italiana per troppa parte impregnata di “irrazionalismo” – un bel termine per definire la cretinaggine nelle sue varie forme. Una coincidenza, insomma, di quelle che tuttavia non appaiono poi così casuali.

Comunque, uno dei problemi fondamentali di questo nostro mondo resta quello per cui le persone capaci, competenti, talentuose e argomentative vengono ancora troppo spesso messe a tacere o in ombra da persone incompetenti, ignoranti, incapaci di far tutto fuorché alzare la voce e farsi sentire, e ciò con la disdicevole complicità dei media contemporanei sempre pronti a dare eco alla banalità, più facile da trasmettere e comprendere senza usare il cervello, che alla complessità con la quale agevolare il pensiero intellettuale. In tal modo si alimenta la “rotazione” del relativo circolo vizioso il cui moto spinge sempre più in basso il livello di cognizione generale diffuso, al contempo indebolendo l’efficacia degli strumenti culturali che potrebbero contrastare questo degrado.

Di contro, quei media contribuiscono pure a ingigantire il problema: in realtà gli incompetenti restano in minoranza, la «prevalenza del cretino» evocata dai mirabili Fruttero & Lucentini in tempi non sospetti, ovvero quando non c’era ancora la cassa di risonanza “perfetta” dei social network, non è affatto soverchiante. Solo che, appunto, i competenti e i talentuosi, consci delle loro doti, fanno e dicono cose senza aver bisogno di urlarle e di doversi “realizzare” attraverso la pubblica compiacenza, mentre gli incompetenti a volte fanno notizia anche per l’entità dei danni che compiono o delle stupidaggini che proferiscono – danni e stupidaggini poi mitigate e risolte proprio dagli altri, in silenzio e lontano dalle luci della ribalta mediatica. D’altronde, se non andasse così, la civiltà umana si sarebbe estinta già da un bel po’.

C’è da essere fiduciosi e pazienti, insomma, coltivare le personali capacità, competenze, cognizioni e doti (o lavorare sodo per formarle e renderle sempre più valide), aumentare gli strumenti culturali a disposizione personale e nel frattempo aspettare che gli inetti si estinguano da soli, facilmente con le proprie mani. Il cretino pensa sempre che i cretini siano gli altri e di non dover imparare nulla perché crede di sapere già tutto: in forza di ciò, prima o poi subisce le conseguenze delle sue azioni senza nemmeno rendersene conto (e continuando a incolpare altri, ma tant’è). Bisogna solo osservare l’unica accortezza di starsene lontani, da quelli, e di contenere le loro azioni affinché le conseguenti reazioni dannose non coinvolgano niente e nessun altro, ecco.

P.S. (Post Scriptum): anche se, ammetto, leggere dal rapporto Censis sopra citato che più di tre milioni e mezzo di italiani, anche con livello di istruzione elevato, crede che la Terra sia piatta non mi rende affatto tranquillo, riguardo il buon futuro – almeno di quello prossimo – del nostro mondo.